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7 Feb 2011
Riparare il frullatore, camminare. Manuale di ecologia quotidiana
Pensieri forti, consigli semplici, legati alla vita di tutti i giorni. Nel suo ultimo libro («Basta poco», Einaudi) anche il giornalista-scrittore Antonio Galdo parte dalla constatazione che «la crisi ci costringe a cambiare». Ma come? E con quali consapevolezze? Ritorno alla manualità. Secondo il filosofo Remo Bodei dopo l' ubriacatura del consumismo è importante tornare a dare un senso alle cose. Come? Semplice, ribellandosi alla frase preferita dagli addetti dei negozi di elettrodomestici quando chiedi loro di riparare il frullatore: «Se lo scordi, le conviene comprarlo nuovo». «E' questa la logica che ha portato le famiglie americane ai 10 mila dollari di indebitamento - osserva Galdo -. E' ora di imparare a recuperare gli oggetti. E non solo per risparmiare. Anche per vivere meglio. Dare senso alle cose che ci stanno intorno significa dare più senso alla propria vita». Mobilità sana. Una passeggiata ci salverà (smog permettendo). Ovvio che il primo ostacolo da rimuovere per chi vuole adottare uno stile di vita «eco» è l' automobile. La macchina come la concepiamo oggi è destinata a breve a passare dalle strade ai musei. In attesa dell' auto elettrica, non resta che inforcare la bici. O, ancora meglio, camminare. «Questa volta gli americani possono essere d' esempio - segnala Galdo -. A Manhattan quasi l' 80% degli abitanti non usa più l' automobile. Tutti camminano. Noi invece ci muoviamo solo al volante. Basta attraversare il parco di villa Borghese, a Roma, in un giorno feriale. Deserto. E pensare che è il più grande parco urbano d' Europa». Recuperare gli avanzi. A qualcuno torneranno in mente i libricini con cui, in tempo di guerra, si insegnava alle massaie a ingegnarsi e recuperare i cibi avanzati. Sarebbe il caso di recuperarli. «L' alimentazione deve essere biologica per valorizzare il lavoro di chi coltiva senza danneggiare l' ambiente», dice Galdo. Certo, questo comporta una spesa aggiuntiva. Che si può recuperare utilizzando fino all' ultima briciola. E poi meno acqua minerale: «Siamo i terzi consumatori al mondo di naturale e frizzante in bottiglia, secondi solo a Messico e Arabia Saudita: non sarà un po' eccessivo?». Meno quantità, più qualità La globalizzazione è nei fatti. Di certo il sistema economico che si imporrà su tutto il globo terracqueo non potrà essere quello che distingue ora il mondo occidentale: non sarebbe sostenibile per il pianeta. «Bisogna costringere le aziende a farsi carico del cambiamento - incita Galdo -. Bisogna uscire tutti da una logica che ci ha spinto a consumare sempre di più per imparare a scegliere la qualità al posto della quantità. D' altra parte non è il Pil il miglior parametro per misurare la felicità!
Rita Querzè - Corsera
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  11:11 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



31 Gen 2011
Le metafore nella comunicazione
Le metafore nella comunicazione
Oltre all’approccio logico nella comunicazione è possibile usarne un altro che mira direttamente all’emisfero destro: la metafora. Molto usata nell'ambito della PNL (Programmazione Neurolinguistica), permette di: inglobare più mappe e creare i presupposti per nuove connessioni. Grazie alla metafora è possibile superare i limiti del linguaggio logico e ponendoci ad un meta-livello. Una buona metafora può condurre gli individui a rendersi consapevoli di legami a cui non avevano pensato rendendosi parte attiva di un processo di apprendimento creativo. Con questo strumento è possibile creare stati diversi: curiosità, motivazione o fiducia. Il racconto, se è vago, permette alle persone di accedere ed utilizzare le proprie risorse.
Sin da piccoli abbiamo sentito storie: Cappuccetto Rosso, Biancaneve, Cenerentola, Re Artù e tante altre. Alcune ci hanno insegnato a non fidarci degli sconosciuti, altre che il bene vince sul male, altre ancora ci hanno mostrato la lealtà. La potenza delle storie è che sono molto più efficaci di un discorso lungo e strutturato. Ad esempio, per far comprendere in aula il potere delle convinzioni potrei fare mezza giornata di docenza spiegando come si formano, perché influenzano i nostri comportamenti e come sono strutturate fisicamente a livello neurologico. Alla fine della lezione, probabilmente, i miei allievi avranno capito la nozione di “convinzione” ma non posso essere sicuro che la abbiano appresa ad un livello più profondo. Per raggiungere questo scopo, prima della lezione, potrei leggere una breve storia:
C’era una volta un generale che doveva fronteggiare un esercito 10 volte più numeroso del suo. Sapeva che i suoi soldati potevano farcela perché erano più addestrati ma non ne erano convinti. Durante la marcia si fermò in un tempio: “entro nel tempio a meditare, quando uscirò lancerò una moneta: se esce testa vinceremo, se esce croce perderemo”. Quando uscì dal tempio lanciò la moneta e venne testa. I suoi uomini erano così entusiasti che non vedevano l’ora di iniziare la battaglia. Alla fine vinsero. “Nessuno può sconfiggere il destino” disse un subalterno al suo generale. “E’ proprio vero” rispose il generale mostrando una moneta con la testa su entrambe le facce. (storia tratta da “101 storie Zen”)
Questa storiella spiega in pochi passi il potere delle convinzioni andando al di là della comunicazione meramente logica. In PNL le metafore sono uno strumento di comunicazione molto importante per aiutare il cliente a recuperare risorse e a renderlo consapevole di strategie che possono collegarlo con il risultato desiderato. Inoltre, la loro applicazione è molto efficace in aula: spesso si raccontano storielle divertenti (anche relative a situazioni passate) che aiutano nell’apprendimento. Esaminiamo alcuni passi importanti per la costruzione delle metafore:
1) Buona formazione: la metafora deve avere un obiettivo raggiungibile. Non è possibile costruire racconti che abbiano risultati che non seguono le regole della buona formazione.
2) Isomorfismo: gli individui descritti devono essere equivalenti (isomorfi). Ad esempio se si desidera rappresentare una situazione famigliare in una metafora che narra di un’avventura in mare. Padre: comandante; Madre: ufficiale in seconda; Figlio: mozzo.
3) Risultato: può dipendere da intuizioni personali ma il più delle volte il cliente sa quel’è la soluzione giusta per lui. Purtroppo gli manca l’anello di congiunzione per arrivarci. Dato che è nel problema, non riesce a vedere la situazione da un punto di vista più ampio, risultato che si riesce a raggiungere grazie alla metafora. Per ottenere il risultato è fondamentale la strategia di collegamento. Non si può semplicemente saltare dal problema alla soluzione.
Oltre alle storie, nel linguaggio comune, si usa una comunicazione metaforica che tende ad essere molto più incisiva rispetto ad argomentazioni logiche. Ad esempio, il capo di un team aziendale potrebbe dire: “La nostra squadra non ha difesa, tu e Giorgio dovete marcare a uomo quelli della ditta X”. Si tratta di metafore calcistiche che, soprattutto in Italia, hanno una forte presa.
Un’ultima avvertenza: le metafore generalmente non si commentano mai dopo averle raccontate proprio perché mirano alla parte profonda e non a quella logica. Infatti, se la parte logica viene informata (spiegando dettagliatamente il significato del racconto) si corre il rischio che sia troppo reattiva ritardando o bloccando il risultato desiderato.
Vincenzo Fanelli
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  12:44 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



21 Gen 2011
Intervista a Tom Peters
Definire Tom Peters non è cosa facile. Famoso per le sue idee rivoluzionarie è senza dubbio, uno dei principali esperti di management a livello internazionale.
Per il Los Angeles Times, è il padre dell’azienda post-moderna.
I suoi libri hanno segnato la storia del pensiero imprenditoriale dagli anni Ottanta in poi.
Qual è la domanda che le fanno più spesso?
Tom Peters: Ovunque vada, quelli che vorrebbero essere imprenditori mi chiedono come fare per creare una piccola azienda. E io rispondo: Comprate una grande azienda e aspettate. È solo questione di tempo. Le grandi aziende non funzionano più. Fra dieci anni forse, le imprese italiane suggeriranno alle business school un nuovo modello di organizzazione. Negli anni Cinquanta, si diceva che l’America andava come andava la General Motors. Oggi, mi auguro che le cose non
stiano ancora così. La General Motors non solo fa automobili costose, ma fa pessime automobili che sono anche costose.
Secondo lei da cosa dipende?
Dipende dalla testa. La General Motors è gestita da un contabile. I contabili sono importanti, ma devono fare il loro lavoro. Non si può promuovere un Cfo a Ceo.
Alla ricerca dell’eccellenza è un libro che ha segnato più di una generazione di manager in tutto il mondo. Lei sente questa responsabilità?
Io sono responsabile solo di me stesso e delle mie azioni. Alla ricerca dell’eccellenza è un libro che ha avuto molto successo, ma è un libro stupido che dice cose ovvie. Spesso mi pagano per dire cose ovvie. Non so come ho fatto a scrivere più di duecento pagine per dire che le persone sono importanti. Ricordo che quando presentavo il libro e dicevo che le persone erano importanti non riuscivo a credere che ci fossero manager pronti a scrivere sui loro blocchi “le-persone-sono-importanti…”
Sta scherzando, vero?
E' chiaro che sto esagerando. Però confesso una cosa, sto esagerando solo un po’.
Che cosa conta?
Tutto si riduce al carattere, lo abbiamo visto in America con il fiasco della Enron.
Qualche manager mi scuserà, però il carattere non è un business plan…
Crede ai cambiamenti?
È più facile uccidere un’organizzazione che cambiarla. Credo ai cambiamenti quando nascono dall’interno e non quando sono imposti dall’alto. In questo caso non daranno mai buoni risultati
come la maggior parte delle fusioni tra imprese.
L’America però è la terra delle grandi fusioni…
Le fusioni tra aziende sono come una nuova biologia. Come si può pensare di accoppiare due dinosauri e aspettarsi degli enormi risultati? Se un elefante ingoia una zanzara è più facile che cambi il metabolismo della zanzara piuttosto che quello dell’elefante.
Qual è la vera forza del cambiamento?
C’è una sola fonte di innovazione, le persone arrabbiate.
Che cosa manca nelle aziende?
Sono un americano e metto insieme ciò che trovo nel mondo reale. Nelle aziende si parla troppo e non si fa abbastanza.
Ho scoperto che per capire quello che succede in una città di cui non si conosce la lingua bisogna chiedere al tassista. Quanti Ceo conosce che vanno in giro in taxi?
Dobbiamo competere con la Cina e l’India. Per farlo non possiamo misurarci sullo stesso terreno del costo del lavoro, ma sulla capacità di trasformare i sogni in realtà.
Gli accordi commerciali non salveranno l’Italia o gli Stati Uniti dalla concorrenza globale.
Il suo mercante di sogni preferito?
La nuova IBM.
C’è una parola nel linguaggio dell’economia che proprio non sopporta?
Odio la parola marketing. Esistono centinaia di corsi di marketing in salse varie e, mi ci gioco una mano, neppure un corso di vendite. Le vendite non sono abbastanza sofisticate per le business
school. Io ho 64 anni e vendo le mie idee, non faccio marketing.
L’altra parola che odio è motivazione. Esiste solo una persona in grado di motivarci e siamo noi stessi.
Esiste una formula vincente per resistere nel mercato?
Non ci sono trucchi. Bisogna lavorare sodo. L’essenza del successo è alzarsi presto e andare a letto tardi. Chi ha da obiettare qualcosa può fare come i francesi e non lavorare affatto. Solo i francesi
pensano alle 35 ore per essere competitivi. L’eccellenza è un concetto pratico non uno slogan pubblicitario.
La migliore definizione di eccellenza?
Non l’ho trovata in un libro di economia. E’ del regista Robert Altman che descrive il ruolo del regista. Il ruolo del regista è quello di creare uno spazio dove l’attore può diventare di più di quanto sognasse essere. E’ una definizione che si adatta benissimo al mondo del management. Nel 90% delle volte, invece, quello che chiamano management è come rendere complicate cose che in partenza sono semplici…
Che cosa è il management?
Il management è un’arte e non può essere trasformato in una scienza.
Chi cerca di farlo commette un grave errore. Google è un esempio.
Vivo nella Silicon Valley da trentacinque anni e ho visto sviluppare modelli di management da parte di persone che lo praticano e non lo teorizzano.
La cosa più stupida che ha visto fare in azienda?
Tante che neppure le ricordo. Se esistesse l’Oscar della stupidità però lo darei al presidente dell’Unilever. L’ottantacinque per cento dei loro prodotti sono venduti alle donne e nel loro top management non c’è neppure una donna. Lo trovo stupido visto che nei prossimi vent’anni il potere sarà proprio nelle mani delle donne.
Che cosa è il business?
Il business nella sua espressione migliore è un buon servizio.
Cosa la colpisce in un manager?
Il sorriso. Nulla è più contagioso dell’entusiasmo.
Come si fa per cambiare?
Bisogna iniziare. Comprare uno specchio per 10 dollari e guardarsi dentro può essere un buon inizio. Troppi manager hanno perso di vista il senso dell’azione rapida, l’importanza del servizio al cliente, l’innovazione reale e il fatto che nulla di tutto ciò è possibile senza la partecipazione di tutte le funzioni aziendali.
Che cosa la scoraggia?
La mancanza di idee. Nella vita delle grandi aziende va scomparendo quello che le ha rese grandi, l’innovazione. Secondo uno studio della National Science Foundation le piccole imprese producono
quattro volte più innovazione per unità monetaria investita in ricerca e sviluppo delle imprese di medie dimensioni e ventiquattro volte più delle grandi. Questo dimostra che i soldi non assicurano il futuro.
La complessità nelle grandi organizzazioni è ineluttabile?
Solo nelle aziende gestite male. La storia delle aziende ben gestite ci insegna proprio il contrario.
Qual è la prima cosa che le viene in mente quando sente parlare di Made in Italy?
Penso a quanto mi è costata la cravatta che indosso.
( Fonte Data Manager Online)
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  15:40 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



7 Gen 2011
Lettera a mio figlio sulla felicità
Altro bellissimo libro letto durante le feste. Lettera a mio figlio sulla felicità di Sergio Bambarén.
Qui di seguito qualche frase che mi ha particolarmente colpito.
Il segreto di un’esistenza felice e realizzata dipende dalla direzione che si sceglie.

E la chiave, figlio mio, è imboccare la tua strada, nessun’altra, solo quella che ti detta direttamente il cuore.

Ascolta sempre la voce del cuore, Daniel: sarà lui a dirti chi sei.

La vita è breve… Perdona in fretta, bacia lentamente, ama davvero, ridi sempre di gusto… E non pentirti mai di qualsiasi cosa ti abbia fatto sorridere, oppure piangere.

Se cadi, rialzati, affronta le avversità e trova sempre il coraggio di proseguire. Fai della tua esistenza qualcosa di spettacolare.

La sola battaglia che non puoi vincere è quella che non vuoi combattere.

Se ti fidi dei tuoi istinti e accetti la vita così com’è, un giorno sarai in grado di trovare la pace non solo nei momenti più felici, ma anche nelle occasioni in cui il gioco si fa duro. Perchè il segreto è semplice: è tutto nella nostra testa, la realtà è una condizione mentale, null’altro.

Abbandona il tuo guscio di certezze, esci dal coro: parti, va’ lontano. Abbatti tutte le pareti che hai innalzato intorno a te. Sii libero, lascia che il tuo spirito voli verso il tuo destino.

Posso confidarti un segreto? Non importa quanti anni vivrai, ma come li vivrai. Dai valore al tuo tempo. Se in futuro, per esempio, ti troverai a percorrere giorno dopo giorno il tragitto casa-ufficio al volante di un’auto, con gli occhi incollati sulla distesa d’asfalto di fronte a te, trova ogni tanto il coraggio di spezzare la routine e ritagliati un istante per goderti le piccole meraviglie della Natura: soffermati ad ammirare un tramonto, stupisciti davanti al volo di un colibrì…

Vivere in pace, figlio mio, è rispettare le opinioni altrui e dare molto, molto di più di quanto si prende.

Puoi sentirti vecchio pur essendo soltanto un ragazzino se non vivi un giorno per volta, se smetti di sognare, se vendi il tuo spirito in cambio del conforto della sicurezza.

Un’ultima cosa prima di concludere questa lettera: cerca sempre di scoprire il mondo con i tuoi occhi, e non attraverso quelli degli altri. Solo così potrai trovare la verità.
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  15:32 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



27 Dic 2010
La vita 2.0
La vita 2.0




Una vita migliore, con meno preoccupazioni materiali e - “in una parola“- più felice, è possibile: e questo libro ha la pretesa di spiegare come.
Quanti tra di noi, arrivati in punto di morte, vorrebbero aver passato più tempo in ufficio? Lo scopo del lavoro è quello di liberare il tempo e quindi di permetterci di dedicarci a compiti più importanti e significativi.
Oggi, anche grazie alla tecnologia, tutti possiamo farlo: se lo faremo o no dipende solo da noi, dal grado di libertà che decideremo di assegnare alle nostre proprie vite.
Questo volume pratico e diretto intende portare al lettore un messaggio di speranza: la consapevolezza che una vita più semplice, più piena e più ricca di significato, svuotata da preoccupazioni inutili e soprattutto non ricolma di lavoro fino all'orlo è alla nostra portata. Sta a noi darci l'autorizzazione a vivere secondo le condizioni che avremo deciso per noi stessi.

Ho letto questo libro nei giorni di festa e l’ho trovato molto simpatico e ricco di spunti. Lo definirei un fratello di “Stai come vuoi”. E’ incredibile come le persone, seguendo percorsi differenti, spesso giungano alle medesime conclusioni.

E’ reperibile sul sito dell’autore http://giannidavico.it/brainfood/
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  15:57 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



18 Dic 2010
L'equilibrio emotivo
Mark Twain era famoso per le sue sfuriate e, soprattutto, per le
lettere di fuoco che scriveva quando si arrabbiava. Una volta se la
prese con un correttore di bozze che, secondo lui, voleva migliorare
la sua ortografia e la sua punteggiatura.
Scrisse allora all’editore le seguenti parole: “Sistemate la faccenda
come da copia allegata e controllate che il correttore di bozze
si tenga i suoi suggerimenti ben riposti dentro quel cervellino da
gallina che si ritrova”.
Costui, che si chiami Mark Twain o Mario Rossi, poco conta, ha
usato il modo più deleterio che esista per trattare con gli altri.
Quando ricevete una lettera che vi fa andare in bestia, la cosa
m i g l i o re è chiuderla in un cassetto e tirarla fuori una settimana
dopo.
Troppe persone perdono le staffe, fanno sfuriate che hanno sì
il risultato di far sbollire la rabbia, ma feriscono gli altri e peggiorano
i nostri rapporti, quindi la nostra vita.
Ci siamo alzati col mal di testa, abbiamo preso una multa e
anche messo un piede su una cacca di cane, beh, che colpa ne
hanno i nostri colleghi? Per quale ragione dobbiamo far pagare
agli altri questo nostro malumore?
La calma è la virtù dei forti e, oserei dire, anche dei vincenti.
Ma ci vuole carattere e autocontrollo per capire gli altri, perdonare
i loro errori, trattarli sempre in modo pacato, perché migliorare
il clima significa migliorare i risultati.
Ricordiamoci che le persone non sono governate dalla logica,
ma dalle passioni e che le nostre sfuriate non faranno che generare
odio nei nostri confronti.
Generare odio negli altri, spesso, è un piacere. Perverso, ma lo
è. Generare risultati, invece, è importante per tutti!

Il miglior momento per tenere a freno la lingua
è quando senti che devi dire qualcosa per non scoppiare.
Josh Billings

 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  16:19 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



6 Dic 2010
Quel che il Censis non fotografa

Puntuale come la nebbia in Val Padana, è arrivato il Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese. Lo scorso anno ci strabiliava con l’inaudita rivelazione che gli Italiani preferiscono i social network alla lettura dei classici. Da giorni aspettavo trepidante il Rapporto 2010 e ipotizzavo su quali clamorose novità avrebbe svelato. Ed eccolo qui, fondamentale, acuto, pieno di spunti inediti.

Siamo descritti come un Paese appiattito, dall’economia fragile che stenta a ripartire, con un inconscio collettivo sganciato dalle leggi e non più animato dal desiderio. Con cinismo ci viene detto che «anche se ripartisse la marcia dello sviluppo, la nostra società non avrebbe lo spessore adeguato alle sfide che dobbiamo affrontare». Veniamo definiti come «una società pericolosamente segnata dal vuoto», vittime del nichilismo dell’indifferenza generalizzata.

Senza bisogno di analisi statistiche, io avrei aggiunto alla fotografia italica appariscenza e inefficienza, diffidenza e incoscienza, prepotenza e incoerenza, ignoranza e arroganza, viltà e meschinità, assistenzialismo e assenteismo, consumismo e post-comunismo, vittimismo e lassismo, individualismo e parassitismo. Insomma, tutto il rimario della decadenza.

Ci hanno fotografati, senza chiederci di metterci in posa. Non hanno usato alcun marchingegno per correggere le rughe. Quelle che ci deturpano il volto in misura maggiore rispetto allo scorso anno. Ci consoliamo nel vedere che i parenti sono invecchiati più di noi. Ma nessuno ci dice perché risultiamo, chi più chi meno, così sgraziati all’occhio dell’analisi. Privati dell’indagine sulle cause, è ancora più arduo immaginare soluzioni per risollevarci dal disfacimento che tende alla necrosi. E se tutto il tragico quadretto viene imputato al calo del desiderio, si può reclamare che qualcuno ci prescriva la dose di Viagra necessaria alla cura. Ma, per ora, nessuno risponde.

Al Censis e a tutto il sociologiume del piagnisteo chiederei di spostare lo sguardo su altre, più potenti fotografie. Forse meno nitide, ma ugualmente reali. Avremmo potuto percepire atti d’amore, sogni inespressi, lacrime di gioia, parole sussurrate, lampi d’intelligenza, sguardi d’intesa. La vita che non riesce a tradursi in numeri è più esplosiva delle brutture che rapporti e media continuano a rovesciarci addosso.
Basta. Torno a fare l’albero di Natale con chi amo. Alla faccia del Censis.
Mina-La Stampa di ieri.
Grande Mina!!! Condivido in pieno.

 
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postato da  Claudio Maffei alle  15:04 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Nov 2010
Stai come vuoi
E’ uscito il mio nuovo libro!

Stai come vuoi. Manuale di equilibrio emotivo.

Se si prova soddisfazione per come stanno andando le cose, indipendentemente dal giudizio che gli altri possono esprimere, se ci si sente quasi sempre in pace con se stessi, vuol dire che si è già trovato il proprio equilibrio e non si ha bisogno d’altro. Insomma, si sta bene così come si sta. Questo libro parla soprattutto di libertà. Siamo liberi, o crediamo di esserlo, ma spesso non ci rendiamo conto delle cosiddette “catene dei liberi”, che ci imprigionano per la nostra incapacità di gestire le emozioni. È arrivato allora il momento di prendere in mano la nostra vita, assumendoci totalmente la responsabilità delle nostre scelte. È il momento di liberarci dalle catene che noi stessi ci siamo inflitti. Soprattutto ci troviamo a dover decidere. Decidere significa troncare col passato, dare un taglio netto alle nostre paure, a tutti i tentennamenti che troppo spesso ci hanno causato sofferenze inutili. Soprattutto, possiamo decidere di non farci più influenzare da nessuno, tanto meno dal nostro sabotatore interno: il nostro inconscio.

C’è una vita,
dentro ognuno di noi,
che non è mai la vita che stiamo vivendo,
è una specie di sogno,
di desiderio.
In quella vita tutti noi siamo forti, coraggiosi, determinati.
Ma la riteniamo irraggiungibile,
ed è un errore!
Perché quella vita è dietro una porta,
che possiamo aprire con le giuste chiavi,
e farla così diventare,
la nostra vera vita!

I periodi di stress possono essere provocati da cambiamenti drastici e a volte improvvisi: un divorzio, un licenziamento, un eccessivo carico di lavoro, difficoltà economiche, rapporti difficili. Inoltre, al di là degli eventi esterni, alcuni di noi potrebbero avere la tendenza a soffrire di disturbi quali l’ansia, la depressione e atteggiamenti autolesionistici.
Tuttavia una tale tendenza, benché radicata, non è scritta nel nostro DNA, quindi è modificabile. Come? Imparando a gestire i propri stati d’animo. La nostra sofferenza emotiva molto spesso non è dovuta ad un’azione diretta della realtà su di noi, ma a una sua interpretazione distorta, da cui nascono le convinzioni sbagliate che erroneamente la nostra mente genera.
È possibile quindi ridurre la propria sofferenza emotiva, imparando a modificare quei pensieri e quelle parole che tanto influenzano i nostri stati d’animo
Uno dei principi fondamentali su cui si basa questo libro è il seguente: la nostra sofferenza emotiva molto spesso non è dovuta ad un’azione diretta della realtà su di noi, ma a una sua interpretazione distorta, da cui nascono le convinzioni sbagliate che erroneamente la nostra mente genera. Quando prestiamo ascolto ai nostri pensieri, piuttosto che a ciò che è oggettivamente vero, siamo vittime dello squilibrio emozionale che chiamiamo dolore e quello che è peggio, è che finiamo per accettarlo come parte inevitabile della nostra vita. E’ possibile quindi ridurre la propria sofferenza emotiva, imparando a modificare quei pensieri, quelle emozioni e quei comportamenti che hanno creato quei disturbi.
Affidando il controllo della nostra vita agli altri, alle consuetudini, al “dovrei”, al “si deve” non si costruisce nulla se non il perpetrarsi di pregiudizi e cose scontate. Se vuoi che la tua vita abbia un senso, se ti va di lasciare una traccia del tuo passaggio, o se vuoi semplicemente godere del tempo che ti è dato, lascia la gabbia che qualcuno ha preparato per te e, semplicemente, VIVI!
Stai come vuoi.
Il manuale di istruzioni che avrebbero dovuto consegnarti il giorno della tua nascita!
Lo trovi qui .
 
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postato da  Claudio Maffei alle  11:07 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



14 Nov 2010
Il paese con l'esse davanti
Giovannino Perdigiorno era un grande viaggiatore. Viaggia e viaggia, capitò nel paese con l'esse davanti.
- Ma che razza di paese è? - domandò a un cittadino che prendeva il fresco sotto un albero.
Il cittadino, per tutta risposta, cavò di tasca un temperino e lo mostrò bene aperto sul palmo della mano.
- Vede questo?
- E' un temperino.
- Tutto sbagliato. Invece è uno «stemperino», cioè un temperino con l'esse davanti. Serve a far ricrescere le matite, quando sono consumate, ed è molto utile nelle scuole.
- Magnifico, - disse Giovannino. - E poi?
- Poi abbiamo lo «staccapanni».
- Vorrà dire l'attaccapanni.
- L'attaccapanni serve a ben poco, se non avete il cappotto da attaccarci. Col nostro «staccapanni» è tutto diverso. Lì non bisogna attaccarci niente, c'è già tutto attaccato. Se avete bisogno di un cappotto andate lì e lo staccate. Chi ha bisogno di una giacca, non deve mica andare a comprarla: passa dallo staccapanni e la stacca. C'è lo staccapanni d'estate e quello d'inverno, quello per uomo e quello per signora. Così si risparmiano tanti soldi.
- Una vera bellezza. E poi?
- Poi abbiamo la macchina «sfotografica», che invece di fare le fotografie fa le caricature, così si ride. Poi abbiamo lo «scannone».
- Brrr, che paura.
- Tutt'altro. Lo «scannone» è il contrario del cannone, e serve per disfare la guerra.
- E come funziona?
- E' facilissimo, può adoperarlo anche un bambino. Se c'è la guerra, suoniamo la stromba, spariamo lo scannone e la guerra è subito disfatta.
Che meraviglia il paese con l'esse davanti.
Gianni Rodari
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  17:27 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



1 Nov 2010
Una nuova medicina delle emozioni
“Ogni vita e' unica, ogni vita e' difficile. Spesso cosi' difficile che ci troviamo a invidiare quella altrui: vorremmo avere la bellezza di Marylin Monroe, o il talento Marguerite Duras e l'esistenza avventurosa di Hemingway. Certo, in quel caso non avremmo piu' i nostri problemi, ma ne avremmo altri: i loro!
Marylin Monroe, la donna piu' sexy, piu' famosa e piu' libera, desiderata persino dal Presidente degli Stati Uniti, annega la propria disperazione nell'alcool e muore per overdose di barbiturici.
Kurt Corbain, il cantante dei Nirvana, diventato dall'oggi al domani una star mondiale, si uccide prima di raggiungere i trent'anni. Suicida muore anche Hemingway, al quale ne' il Premio Nobel ne' la vita straordinariamente intensa hanno potuto risparmiare una profonda sensazione di vuoto esistenziale. E Marguerite Duras, intelligente, capace di suscitare grandi emozioni, adulata dai suoi amanti, si e' distrutta con l'alcol. A rendere l'esistenza piu' facile non sono ne' il genio, ne' la gloria, ne' il potere, ne' il denaro, ne' l'adorazione delle donne o degli uomini.
Eppure esistono persone veramente felici. Quasi sempre il sentimento che le accomuna e' che la vita sia prodiga di doni. Sanno apprezzare chi le circonda e i piu' piccoli piaceri quotidiani: il cibo, la serenita' della natura, la bellezza della citta' in cui vivono. Amano creare e costruire, si tratti di oggetti, di progetti o di relazioni interpersonali, non appartengono a nessuna setta o religione particolare e si incontrano in tutto il mondo. Alcune sono ricche, altre no; alcune sono sposate, altre vivono sole; alcune possiedono un talento particolare, altre sono assolutamente comuni. Tutte, indistintamente, hanno pero' conosciuto sconfitte, delusioni, momenti difficili, perche' nessuno vi sfugge. Ma, nell'insieme sembra che sappiano affrontare gli ostacoli meglio di altri; si direbbe che abbiano un'inclinazione a rimettersi in piedi di fronte alle avversita' e a dare un senso alla propria esistenza, come se intrattenessero un rapporto piu' intimo con se stessi, con gli altri e con la vita che hanno scelto.
Perche' queste persone sono cosi'? Dopo vent'anni passati a studiare e praticare la medicina, soprattutto nelle grandi universita' occidentali ma anche al fianco di medici tibetani o sciamani amerindi, ho scoperto alcuni segreti per essere felici che si sono rilevati utili per i miei pazienti e per me stesso, Con mia grande sorpresa, pero', non li ho appresi nel corso degli studi universitari: infatti non si tratta ne' di farmaci, ne' di psicanalisi.”
Henri Poincare', La scienza e l'ipotesi
 
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