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9 Mag 2012
Spiati 72 anni per scoprire la felicità
NEW YORK — Qual è il segreto della felicità? È possibile, a 20 anni, profetizzare chi è destinato ad una vita lunga, sana e appagante e chi invece morirà presto dopo un’esistenza tormentata? Da 72 anni la prestigiosa università di Harvard cerca di rispondere a queste complesse domande attraverso il Grant Study, il più lungo studio del genere mai realizzato fino ad oggi, proprio allo scopo di chiarire i misteri dietro l’anelito che agita l’umanità, sin dagli albori della storia.
E la risposta che offrono i ricercatori è molto semplice: la felicità è amore. Solo chi ama ed è amato non solo dal partner, ma anche da genitori, amici, fratelli, sorelle può essere felice e aspirare ad una vita serena.
«La ricerca medica presta troppa attenzione ai malati e troppo poca alla gente sana», teorizzò nel 1938 lo psichiatra di Harvard Arlie Bock nel dare ufficialmente il via al Grant Study, dal nome del suo ricchissimo sponsor, il magnate dei grandi magazzini W.T. Grant. Per studiare il segreto della felicità e la sua evoluzione attraverso le varie fasi della vita, Bock selezionò 268 tra gli studenti più brillanti, ambiziosi e privilegiati di Harvard, impegnandosi a seguirli attraverso carriere, guerre, matrimoni, divorzi, nipoti e malattie, fino alla morte.
Harvard a quei tempi era una enclave per soli maschi ricchi — l’elite Wasp del New England — e tra i soggetti studiati quattro diventarono senatori, uno ministro, la maggior parte capitani d’industria. Ci fu anche un presidente, John Kennedy (ma il suo dossier non potrà essere aperto prima del 2040), un grande giornalista — Ben Bradlee, direttore del Washington Post durante lo scandalo Watergate — e uno scrittore famoso, forse Norman Mailer.
Ma i nomi — protetti dalla privacy — della maggior parte resteranno per sempre un mistero. Persino Joshua Wolf Shenk, il primo giornalista a visionare gli archivi del Grant Study, è stato costretto nel lungo saggio pubblicato sulla rivista americana The Atlantic a tacere la loro identità. Ma alla fine Shenk condivide i risultati complessi e spesso contraddittori di George Vaillant, il 74enne psichiatra di Harvard che trent’anni fa assunse le redini dello studio, quando molti dei suoi promettenti giovani erano già finiti sulla cattiva strada.
Ironicamente un’indagine parallela condotta da Harvard dal 1940 su un campione di 456 proletari dei ghetti di Boston — il Glueck Study — giunge a risultati pressoché identici. Compiuti i 50 anni, oltre un terzo del privilegiato campione tradiva sintomi di malattia mentale, alcolismo e dipendenza ai farmaci. Un numero sproporzionato morì prematuramente, spesso suicidandosi. Arlie Bock era sconcertato: «Quando li avevo scelti erano normalissimi», rivela a Vaillant in uno dei documenti recuperati da Shenk.
Eppure la metodologia seguita dallo studio era rigorosa.
Grazie a generose donazioni federali e private per pagare le costose ricerche, ogni due anni Vaillant chiedeva ai partecipanti di compilare un questionario con domande relative alla loro salute fisica e mentale, la qualità del loro matrimonio, figli, carriera, malattie e pensione. Ogni cinque li sottoponeva a check-up, facendosi consegnare le cartelle cliniche dai loro medici. E ogni quindici anni i soggetti dovevano rilasciare approfondite interviste, rispondendo a domande di natura personale su ogni aspetto della loro vita pratica ed emotiva.
La preoccupazione centrale di Vaillant? «Studiare non tanto le problematiche dei soggetti, ma piuttosto il modo in cui essi reagivano a tali problematiche — spiega Shenk — La sua lente interpretativa passava attraverso la metafora psicanalitica di adattamento o risposta inconscia al dolore, ai conflitti, e all’incertezza».
Lo studente che all’inizio gli era apparso più dotato e promettente di tutti è il primo a fare una brutta fine. Dopo un’infanzia da sogno in una grande casa con undici stanze e tre bagni, l’uomo — figlio di un ricco dottore e di un’artista ed ereditiera - si sposò e fece carriera all’estero. «Ma poi cominciasti a fumare e a bere — annota diligentemente Vaillant nel suo taccuino —. A 35 anni sei sparito, smettendo di rispondere ai nostri questionari. Più tardi ci hanno informati che eri morto all’improvviso».
Un altro uomo, considerato il clown del gruppo per la sua personalità effervescente ed estroversa, ha finito per sposarsi tre volte e ha fatto tre figli ed innumerevoli mestieri diversi prima di accettare la propria omosessualità, diventando un leader di spicco nel movimento per i diritti dei gay. Ma ormai era troppo tardi e morì a 64 anni, alcolizzato, cadendo dalle scale ubriaco fradicio.
Ma il soggetto più intrigante di tutti, secondo Shenk, è lo stesso Vaillant, il geniale ed eccentrico scienziato di Harvard (talvolta si presentava in ufficio in pantofole) considerato l’anima dietro un progetto che, in assenza di registrazioni, si avvale esclusivamente delle sue note e personalissime interpretazioni. Nato da una delle famiglie più antiche e aristocratiche del New England, Vaillant restò orfano a 10 anni quando il padre, un uomo di successo e all’apparenza felice, si sparò un colpo alla tempia ai bordi della piscina. «Sua madre gettò una coltre di silenzio sull’accaduto — rivela Shenk — non vi fu servizio funebre e non rimisero mai più piede in quella villa». Dopo ben tre divorzi, lo psichiatra è tornato con la seconda moglie anche se i suoi figli descrivono la vita col padre come «una guerra civile» e rivelano di aver passato anni senza rivolgergli la parola. «I suoi amici più cari affermano che non sa gestire i suoi rapporti affettivi e la sua intimità», dice Shenk.
Anche per questo le conclusioni cui giunge sono emblematiche: «L’amicizia, l’amore e le buone relazioni con fratelli, sorelle e genitori, sono la vera chiave della felicità — dichiara Vaillant — la felicità è amore. Punto e basta».
Shenk è meno perentorio: «Lo studio è iniziato proponendosi di analizzare le vite di quegli individui sotto la lente di un microscopio — scrive sull’Atlantic — Ma alla fine quelle vite erano troppo grandi, troppo strane e troppo ricche di sfumature e contraddizioni per essere etichettate».
Alessandra Farkas
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  10:55 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



1 Mag 2012
I 18 principi di vita del Dalai Lama
1)Tieni sempre conto del fatto che un grande amore e dei grandi risultati comportano grandi rischi.
2)Quando perdi, non perdere la lezione.
3)Segui sempre le tre “R”: rispetto per te stesso, rispetto per gli altri, responsabilità per le tue azioni.
4)Ricorda che non ottenere quel che si vuole può essere, talvolta, un meraviglioso colpo di fortuna.
5)Impara le regole, affinché tu possa infrangerle in modo appropriato.
6)Non permettere che una piccola disputa danneggi una grande amicizia.
7)Quando ti accorgi di aver commesso un errore fai subito qualcosa per correggerlo.
8)Trascorri un po’ di tempo da solo, ogni giorno.
9)Apri le braccia al cambiamento, ma non lasciare andare i tuoi valori.
10)Ricorda che talvolta il silenzio è la migliore risposta.
11)Vivi una buona, onorevole vita, di modo che, quando ci ripenserai da vecchio, potrai godertela una seconda volta.
12)Un’atmosfera amorevole nella tua casa deve essere il fondamento della tua vita.
13)Quando ti trovi in disaccordo con le persone a te care, affronta soltanto il problema attuale, senza tirare in ballo il passato.
14)Condividi la tua conoscenza. E’ un modo di raggiungere l’immortalità.
15)Sii gentile con la Terra.
16)Almeno una volta all’anno vai in un posto dove non sei mai stato prima.
17)Ricorda che il miglior rapporto è quello in cui ci si ama di più di quanto si abbia bisogno l’uno dell’altro.
18)Giudica il tuo successo in relazione a ciò a cui hai dovuto rinunciare per ottenerlo.
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  14:16 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Apr 2012
L'albero degli amici
Esistono persone nelle nostre vite che ci rendono felici per il semplice caso di avere incrociato il nostro cammino.
Alcuni percorrono il cammino al nostro fianco, vedendo molte lune passare, gli altri li vediamo appena tra un passo e l'altro. Tutti li chiamiamo amici e ce sono di molti tipi.
Talvolta ciascuna foglia di un albero rappresenta uno dei nostri amici.
Il primo che nasce è il nostro amico Papà e la nostra amica Mamma, che ci mostrano cosa è la vita. Dopo vengono gli amici Fratelli, con i quali dividiamo il nostro spazio affinché possano fiorire come noi. Conosciamo tutta la famiglia delle foglie che rispettiamo e a cui auguriamo ogni bene.
Ma il destino ci presenta ad altri amici che non sapevamo avrebbero incrociato il nostro cammino. Molti di loro li chiamiamo amici dell'anima, del cuore.
Sono sinceri, sono veri. Sanno quando non stiamo bene, sanno cosa ci fa felici.
E alle volte uno di questi amici dell'anima si installa nel nostro cuore e allora lo chiamiamo innamorato. Egli da luce ai nostri occhi, musica alle nostre labbra, salti ai nostri piedi.
Ma ci sono anche quegli amici di passaggio, talvolta una vacanza o un giorno un'ora. Essi collocano un sorriso nel nostro viso per tutto il tempo che stiamo con loro.
Non possiamo dimenticare gli amici distanti, quelli che stanno nelle punte dei rami e che quando il vento soffia appaiono sempre tra una foglia e l'altra.
Il tempo passa, l'estate se ne va, l'autunno si avvicina e perdiamo alcune delle nostre foglie, alcune nascono l'estate dopo, e altre permangono per molte stagioni.
Ma quello che ci lascia felici è che le foglie che sono cadute continuano a vivere con noi, alimentando le nostre radici con allegria.
Sono ricordi di momenti meravigliosi di quando incrociarono il nostro cammino.
Ti auguro, foglia del mio albero, pace amore fortuna e prosperità. Oggi e sempre........ semplicemente perché ogni persona che passa nella nostra vita è unica.
Sempre lascia un poco di sè e prende un poco di noi. Ci saranno quelli che prendono molto, ma non ci sarà chi non lascia niente.
Questa è la maggior responsabilità della nostra vita e la prova evidente che due anime non si incontrano per caso.
Questa lettera è stata scritta da Paul Montes, missionario sud-americano
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  18:38 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



15 Apr 2012
Le volpi in posa per pane e nutella
Ci dice la giovane guida del Parco naturale, che qui sulla spiaggia di Alberese le volpi hanno imparato a mettersi in posa per le foto. Sanno che avranno da mangiare se si lasciano fotografare dai turisti perciò quando li sentono arrivare escono dalla duna e si mettono sedute ferme, con la bella coda in primo piano. I bambini si avvicinano, i genitori scattano, poi danno agli animali un pezzo di panino con nutella, una fetta di salame, una merendina farcita. La guida dice che tutto questo è ovviamente sbagliato e pericoloso: quel genere di cibo fa male alle volpi, e prendere troppa confidenza con loro è rischioso, perché non cessano di essere animali selvatici, ma soprattutto, aggiunge, "è molto triste vedere le volpi mettersi in posa per avere un panino. In fondo così si addomesticano e alla fine smettono di essere vere volpi". È incomprensibile come mai ciò che si capisce a proposito di animali non si riesca ad applicarlo agli uomini. Anche di certi uomini (molti) è triste vederli metter- si in posa per un panino. È vero che venir bene in tv e atteggiarsi per un servizio da rivista nel proprio salotto accresce il guadagno immediato: il panino. Però si perde, alla fine, il bandolo della propria identità. Si rinuncia a essere volpi. A margine del congresso di Rifondazione, di cui Nichi Vendola, prima di ritirarsi dalla corsa per la segreteria, ha detto "ci sarebbe da chiamare il 113, questo non è un partito, è una comunità terapeutica", leggo che la sinistra, a Firenze, si è spaccata sul ritiro del bando di esilio a Dante. L'episodio risale al 1302: sette secoli dopo un paio di consiglieri del Popolo delle libertà propongono la riabilitazione. È solo "marketing culturale", protestano Rifondazione e la sinistra della sinistra. Il Pd sarebbe stato favorevole, ma la proposta di annullare un bando del 1300 è ormai teatro di faide politiche di provincia. Pazienza per Dante, neppure il suo ventesimo pronipote Serego Alighieri sente il bisogno di un gesto "mortificato da polemiche di così bassa lega". Iniziativa ritirata: il Sommo, decretano i radicali di sinistra, deve restare in esilio. Barak Obama dice che dedica un'ora al giorno al silenzio e al pensiero. La mette proprio in agenda: un'ora vuota, "altrimenti perdi il senso di quello che stai facendo". Chissà se gli basterà, auguri. È comunque un buon consiglio per tutti. In una bellissima intervista di Paolo D'Agostini anche Ermanno Olmi parla del silenzio e della lentezza come antidoto al non senso generale. In un passaggio dice due parole sulla Lega, le riporto qui per coloro ai quali fossero sfuggite. "La Lega fa leva su un fastidio, un risentimento. Cosa l'ha alimentato? Quando le popolazioni, anche quelle del Nord, vivevano in uno stato quasi miserabile, l'unico che ti poteva salvare era il Padreterno. E tutti giù a pregare. Oggi fa sorridere ma quel pregare era un modo per darsi un aiuto, come il canto degli schiavi negri. Quella società povera, con la trasformazione industriale, è diventata una società non sempre ricca, ma pervasa da un benessere generale. Che c'è stato, per un momento. Si è sbagliato a fare i conti, a livelli alti della politica e dell'economia. Oggi si è di fronte a un baratro di possibile nuova povertà, avendo oltretutto distrutto la terra. Qual è il risentimento, allora? Tutte queste persone che oggi votano Lega, ma nell'infanzia hanno vissuto quella povertà e hanno conosciuto il beneficio di un benessere sia pur fasullo, se lo vedono messo in discussione dal dover dividere la ricchezza con quelli che ricchi ancora non sono. Chi erano i kapò nei campi di concentramento? Gli stessi prigionieri. Quanti contadini sono diventati piccoli imprenditori? La Lega ha sfruttato il loro risentimento. Quando parlano di sicurezza intendono che colui che potrebbe sottrarmi qualcosa va allontanato. Parlano di sicurezza come dei kapò, mettendo il filo spinato". Auguri anche a Olmi.
Concita De Gregorio
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  22:35 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



9 Apr 2012
L'uovo di Pasqua lo porta il leprotto!
C'erano una volta un papà leprotto ed una mamma leprotto, che avevano sette leprottini e non sapevano quale sarebbe diventato il vero leprotto di Pasqua. Allora mamma leprotto prese un cestino con sette uova e papà leprotto chiamò i leprottini. Poi disse al più grande: "Prendi un uovo dal cestino e portalo nel giardino della casa, dove ci sono molti bambini."
Il leprotto più grande prese l'uovo d'oro, corse nel bosco, attraversò il ruscello, uscì dal bosco, corse per il prato e giunse al giardino della casa. Qui voleva saltare oltre il cancello, ma fece un balzo così grande e con tanta forza che l'uovo cadde e si ruppe.
Questo non era il vero leprotto di Pasqua.
Ora toccava al secondo. Egli prese l'uovo d'argento, corse via nel bosco, attraversò il ruscello, uscì dal bosco, corse per il prato; allora la gazza gridò "Dallo a me l'uovo, dallo a me l'uovo, ti regalerò una moneta d'argento!" E prima che il leprotto se ne accorgesse la gazza aveva già portato l'uovo d'argento nel suo nido.
Neanche questo era il vero leprotto di Pasqua.
Ora toccava al terzo. Questi prese l'uovo di cioccolato. Corse nel bosco, attraversò il ruscello, uscì dal bosco e incontrò uno scoiattolo che scendeva, saltellando, da un alto abete. Lo scoiattolo spalancò gli occhi e chiese: "Ma è buono l'uovo?"
"Non lo so," rispose il leprotto, "lo voglio portare ai bambini."
"Lasciami assaggiare un po'!"
Lo scoiattolo cominciò a leccare e poiché gli piaceva tanto, non finiva mai e leccò e mangiucchiò pure il leprotto, fino a che dell'uovo non rimase più nulla; quando il terzo leprotto tornò a casa, mamma leprotto lo tirò per la barba ancora piena di cioccolato e disse: "Neanche tu sei il vero leprotto di Pasqua."
Ora toccava al quarto.
Il leprottino prese l'uovo chiazzato. Con quest'uovo corse nel bosco e arrivò al ruscello. Saltò sul ramo d'albero posto di traverso, ma nel mezzo di fermò. Guardò giù e si vide nel ruscello come in uno specchio. E mentre così si guardava, l'uovo cadde nell'acqua con gran fragore.
Neanche questo era il vero leprotto di Pasqua.
Ora toccava al quinto. Il quinto prese l'uovo giallo. Corse nel bosco e, ancor prima di giungere al ruscello, incontrò la volpe, che disse: "Su, viene con me nella mia tana a mostrare ai miei piccoli questo bell'uovo!"
I piccoli volpacchiotti si misero a giocare con l'uovo, finché questo urtò contro un sasso e si ruppe.
Il leprotto corse svelto svelto a casa, con le orecchie basse.
Neanche lui era il vero leprotto di Pasqua.
Ora toccava al sesto. Il sesto leprotto prese l'uovo rosso. Con l'uovo rosso corse nel bosco. Incontrò per via un altro leprotto. Appoggiò il suo uovo sul sentiero e presero ad azzuffarsi.
Si diedero grandi zampate, e alla fine l'altro se la diede a gambe.
Ma quando il leprottino cercò il suo uovo, era già bell'e calpestato, ridotto in mille pezzi.
Neanche lui era il vero leprotto di Pasqua.
Ora toccava al settimo. Il leprotto più giovane ed anche il più piccolo. Egli prese l'uovo blu. Con l'uovo blu corse nel bosco.
Per via, incontrò un altro leprotto, ma lo lasciò passare e continuò la sua corsa. Venne la volpe. Il nostro leprotto fece un paio di salti in qua e in là e continuò a correre, finché giunse al ruscello.
Con lievi salti lo attraversò, passando sul tronco dell'albero.
Venne lo scoiattolo, ma egli continuò a correre e giunse al prato.
Quando la gazza strillò, egli disse soltanto: "Non mi posso fermare, non mi posso fermare!"
Finalmente giunse al giardino della casa. Il cancello era chiuso. Allora fece un salto, né troppo grande né troppo piccolo, e depose l'uovo nel nido che i bambini avevano preparato.
Questo era il vero leprotto di Pasqua!
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  11:48 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



1 Apr 2012
La giornata del sorriso una volta al mese
Caro direttore, il mio percorso tra casa e ufficio, a Milano, è di 15 minuti a piedi. Ho l' abitudine di fermarmi per un caffè. Passo davanti ad otto bar tra cui posso scegliere. Li ho provati tutti, alla fine ho scelto quello dove il barista mi accoglie, ogni volta, con un sorriso. Forse il caffè non è il migliore, ma un sorriso vale, in questi tempi complicati, più della qualità del caffè. La giornata inizia sotto un altro segno. Ultimamente chiedo ai miei collaboratori di darmi solo buone notizie, o almeno di iniziare da quelle. La reazione all' inizio è di sconcerto poi, parlandone, ci accorgiamo che le buone notizie possono essere tante, dalla primavera anticipata, alla salute di ciascuno, fino anche a concentrarci sulla parte piena del bicchiere dando meno peso a quella vuota. Chi si occupa di comunicazione sa che l' umore è contagioso, chi fa pubblicità lavora, non a caso, soprattutto sulle emozioni. L' istituto di neuroscienze dell' Università di Parma ha scoperto, anni fa, che nel nostro cervello esistono i «neuroni specchio», cellule nervose che risuonano con l' ambiente esterno generando comportamenti, appunto, «a specchio» rendendo, ad esempio, contagioso il sorriso, così come, purtroppo, anche la depressione e la malinconia. Perché non trasformare, allora, un giorno al mese, magari il primo lunedì, in un «good day», nella giornata in cui tutti si impegnano a sorridere agli altri e a dare solo buone notizie. Sono certo che l' inversione della polarità dell' umore generale porterebbe benefici inaspettati e forse ci aiuterebbe a rendere più sopportabile questa crisi senza precedenti in cui ci dibattiamo senza che, al momento, appaiano all' orizzonte concrete vie d' uscita. Mi rendo conto di quanto questa proposta sia infantile ed utopistica, ma se ha generato un sorriso nel lettore, non sarà stata del tutto inutile.
Lorenzo Sassoli de’ Bianchi
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  18:18 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Mar 2012
In memoria di Fata Prosciutto
Fra i tanti articoli indispensabili che uno si illude di aver scritto, il Buongiorno che ha avuto storicamente il maggior numero di reazioni da parte dei lettori è uno squarcio di vita quotidiana pubblicato nel novembre del 2008. Raccontava della salumiera di un mercato di Torino, la signora Kathy, che ogni giorno, alle 13 e 40, riceveva la visita degli alunni di una scuola media poco distante e a ciascuno offriva un sorriso e una fetta di prosciutto. La signora Kathy non era una missionaria e i ragazzini non erano dei bisognosi. Eppure quel rito quotidiano di assurda e gratuita bontà aveva una sua magia e ogni giorno, alle 13 e 40, i clienti del mercato posavano le borse della spesa e guardavano in direzione della scuola, chiedendosi: ma i ragazzi quando arrivano?

Arrivavano, arrivavano sempre. E continuarono a farlo anche dopo l’uscita dell’articolo. Finché un giorno, alle 13 e 40, sono corsi al bancone ma non hanno più trovato ad accoglierli il sorriso della signora Kathy, ribattezzata Fata Prosciutto. Si era ammalata. I ragazzini hanno continuato lo stesso a recarsi al bancone: non più per il prosciutto, ma per avere sue notizie. Le mandavano saluti, pensieri, preghiere. E quando l’altra settimana la Fata se n’è andata - perché le fate hanno molto da fare, non possono stare sempre con noi - la chiesa del funerale era stracolma come per una principessa e anche il prete si è commosso. Basta davvero poco per comunicare con il cuore del mondo. È un linguaggio universale che non usa le parole, ma i gesti. A volte anche una fetta di prosciutto.
Massimo Gramellini - La Stampa
 
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14 Mar 2012
McLuhan aveva torto. Nei discorsi dei politici serve più sostanza
«Abbiamo avuto anni di SpotPolitik in Italia, di politica da spot. Almeno dieci. E negli ultimi cinque è stata sempre più invasiva, fastidiosa, pesante». Lo scrive Giovanna Cosenza, studiosa di semiotica all' Università di Bologna, autrice appunto del saggio SpotPolitik (pagine 208, 12) per Laterza: «È la politica - continua - che imita il peggio di ciò che fanno certe aziende italiane con la pubblicità. Quella che pensa che per comunicare basta scegliersi uno slogan generico, due colori per il logo e qualche foto per le affissioni. Quella che riduce la comunicazione a uno spot televisivo, appunto». Come se comunicare, soprattutto con i cittadini, fosse solo una questione di estetica superficiale e scelta grafica. O di cerone per andare in tv. Molti, specie a sinistra, identificano questa comunicazione politica con il berlusconismo. E non c' è dubbio che nel 1994 Berlusconi fu il primo a introdurre anche da noi una commistione fra sistema politico, media, marketing e pubblicità. Negli Stati Uniti questa mescolanza c' era già almeno dalla metà del Novecento. La politica spettacolarizzata e personalizzata non è solo prerogativa italiana, accomuna tutte le democrazie «mature», in diverse dosi e varianti nazionali. Il punto è che la «mutazione» italiana ha qualcosa di specifico: si è quasi completamente staccata dalla realtà dei contenuti. Un po' alla volta tutti i partiti sono stati contagiati. Dal linguaggio volutamente colloquiale di Pier Luigi Bersani a quello «poetico» di Nichi Vendola, si arriva dritti al disastro della corsa dei neutrini nel traforo appenninico (sic) dell' ex ministro dell' Istruzione, Mariastella Gelmini. E a una politica fatta di talk show litigiosi, slogan vacui, gestacci e volgarità. Non che le tecniche di comunicazione non contino. Contano naturalmente. Ma come è scoppiata la bolla speculativa, l' andazzo degli Stati di vivere a debito, dovrà cambiare per forza di cose anche la politica da spot. Giovanna Cosenza sembra ribaltare, di fatto, l' assunto del sociologo dei media e guru della tv Marshall McLuhan. In politica, e non solo, il contenuto (non il mezzo) è il messaggio. Un prodotto scadente, del resto, non sfonda neppure al supermercato. Il packaging (il modo di confezionare un prodotto) influenza le vendite, ma, al dunque, non si può arrivare a trovare «sotto il vestito niente». Una «cattiva politica» porta a una «cattiva comunicazione». E una comunicazione complessivamente «malata» e autoreferenziale, alla fine, ha contribuito a far crollare «la casta» nell' opinione degli italiani. La studiosa fa un paragone con il linguaggio del primo mese di governo di Mario Monti, il libro ne fa un primo bilancio. L' ormai famosa «sobrietà» (nonostante qualche scivolata, proprio da spot, come quella del posto fisso «noioso») costituisce una controprova del fatto che la comunicazione non è solo «un artificio», e che gli «studios» non possono sostituire il valore di ciò che si dice, propone, chiede. Con un' avvertenza: la cattiva comunicazione politica può tornare. Perché, secondo la studiosa, affonda le radici nella «cultura» e nella sociologia del Paese e in questo senso è autenticamente «bipartisan». P.S. Questo termine (declinato nelle più diverse sfumature) sarà il prossimo «spot». Pochi giorni fa, un comunicato stampa ha invitato i giornalisti a un convegno «bipartisan» sulla chirurgia dell' anca!
Maria Antonietta Calabrò - Corsera
 
Generale
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5 Mar 2012
Come funziona la finanza
E' una giornata uggiosa in una piccola cittadina, piove e le strade sono deserte.
I tempi sono grami, tutti hanno debiti e vivono spartanamente.
Un giorno arriva un turista tedesco e si ferma in un piccolo alberghetto.
Dice al proprietario che vorrebbe vedere le camere e che forse si ferma per il pernottamento e mette sul bancone della ricezione una banconota da 100 euro come cauzione.
Il proprietario gli consegna alcune chiavi per la visione delle camere.

1. Quando il turista sale le scale, l'albergatore prende la banconota, corre dal suo vicino, il macellaio, e salda i suoi debiti.
2. Il macellaio prende i 100 euro e corre dal contadino per pagare il suo debito.
3. Il contadino prende i 100 euro e corre a pagare la fattura presso la Cooperativa agricola.
4. Qui il responsabile prende i 100 euro e corre alla bettola e paga la fattura delle sue consumazioni.
5. L'oste consegna la banconota ad una prostituta seduta al bancone del bar e salda così il suo debito per le prestazioni ricevute a credito.
6. La prostituta corre con i 100 euro all'albergo e salda il conto per l'affitto della camera per lavorare.
7. L'albergatore rimette i 100 euro sul bancone della ricezione.

In quel momento il turista scende le scale, riprende i suoi soldi e se ne va dicendo che non gli piacciono le camere e lascia la città.

- Nessuno ha prodotto qualcosa
- Nessuno ha guadagnato qualcosa
- Tutti hanno liquidato i propri debiti e guardano al futuro con maggiore ottimismo
;-)
 
Generale
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2 Mar 2012
LUCIO DALLA: la nostra colonna sonora

La magia della grande musica si scopre quando i grandi cantanti se ne vanno. Ieri milioni di italiani hanno ripercorso in un attimo la propria vita con la colonna sonora di Lucio Dalla, così come avevano fatto alla morte dell’altro Lucio nazionale. Caro amico ti scrivo che nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino e se è una femmina si chiamerà Futura…

Ci sono cascato anch’io ed è stato facile, oltre che bellissimo. Il mio Dalla non è quello che avrei conosciuto di persona in anni recenti, e con il quale ho presentato libri, riso, scherzato, persino polemizzato. Il mio Dalla è la notte prima degli esami. Estate 1979, vigilia della maturità, Dalla e De Gregori in concerto con «Banana Republic» allo stadio Comunale di Torino, davanti a casa mia. Durante il giorno coi miei compagni avevamo studiato in cucinino, dove per un curioso gioco di rimbombi si potevano sentire le prove dei musicisti: sembrava che il sax di Dalla fosse in cortile. Ho il ricordo nettissimo di noi che interrompiamo una poesia del Leopardi per affacciarci al balcone e lasciarci trasportare da un suo assolo di jazz. La sera i compagni telefonarono alle mamme per dire che si sarebbero fermati da me a ripassare. Invece andammo allo stadio, confusi fra altri settantamila, ma col cuore che ballava di paura per il giudizio imminente e dei biglietti particolarmente meschini.

Eravamo nel settore più lontano dal palco e ancora non esistevano i maxischermi: De Gregori era un puntino, Dalla la metà di un puntino. Ma appena abbracciava il sax e ci soffiava dentro si trasformava in un gigante.

E poi, e soprattutto, c’erano le sue canzoni sparate nella notte: «Com’è profondo il mare», «Piazza grande», «Stella di mare» («Tuuuu come me», e quell’uuu gli usciva dalla cassa toracica come un’orchestra di cento elementi), «L’anno che verrà». Le sapevo tutte a memoria, a differenza delle poesie del Leopardi. Quando partì «Cosa sarà» («che ci fa morire a vent’anni anche se vivi fino a cento») guardai il cielo sopra lo stadio e giurai alle stelle che non sarei mai stato un ventenne morto, anzi, avrei fatto di tutto per diventare un centenario vivo. Quella frase cantata a squarciagola alla vigilia dell’esame di maturità segnò a tal punto la mia formazione che il giorno in cui, da adulto, conobbi De Gregori gli dissi che era la più bella che avesse mai scritto. De Gregori concordò sulla bellezza della canzone e aggiunse con un sorriso che purtroppo non era sua, ma di Ron e Lucio: lui l’aveva solo cantata. È stato uno dei momenti più imbarazzanti della mia vita e anche questo lo devo a Dalla.

Chi non lo ha già fatto ieri, può provarci adesso con me. Raccontarsi la vita in un minuto, attraverso le sue canzoni. «4 marzo 1943» (era l’unico cantante di cui tutti sapevamo la data di nascita) e mi rivedo bambino triste e solo davanti alla tv in bianco e nero che trasmette il festival di Sanremo. «Disperato erotico stomp» accompagnò i primi viaggi individuali al centro del sesso, con quella mano che «partiva» e non si sapeva mai bene dove ci avrebbe portato. «Anna e Marco», uno dei lenti-cardine dell’adolescenza, l’importante era tenersi stretti alla ragazza fino a quando Dalla diceva «Anna avrebbe voluto morire, Marco voleva andarsene lontano»: a quel punto si poteva tentare l’affondo. «Balla balla ballerino» e ogni volta che la cantavo mi veniva da piangere, persino adesso, chissà perché. «Futura» vantava un posto d’onore nella Definitiva, la C90 verde in cui avevo condensato le canzoni da infilare nell’autoradio, quando a bordo saliva una certa persona. E ancora un vecchio album, «Il giorno aveva cinque teste», difficile e bellissimo, da ascoltare nei momenti duri, quelli che servono a crescere. «Caruso» è un bagno di notte, un bacio sotto la luna, uno spaghetto divorato sul mare. Chiuderei con «Attenti al lupo», che a trent’anni mi salvò da un principio di depressione: non ho più trovato una canzone capace di trasmettermi tanta incomprensibile allegria.

Pensavo che questo genere di ricordi non potesse estendersi ai più giovani. Poi verso sera mi è arrivata la mail di una ragazza, si chiama Francesca. «Sto piangendo come una fontana per Lucio Dalla. Mi sento come se fosse morto un vecchio amico. Lui sicuramente non sapeva chi fossi. È ovvio. Credo che questo genere di rapporti emotivi a distanza siderale si possa creare solo con i musicisti. Che tu sia triste, felice, stanca, sola, in compagnia, quando loro cantano hai l’impressione che vogliano tirarti su il morale, partecipare alla tua gioia, cullarti prima che tu dorma, farti compagnia. Ti sembra che parlino proprio con te. Magari esagero, ma per me è stato così. Mi mancherà molto». Anche a me.
Massimo Gramellini - La stampa
 
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postato da  Claudio Maffei alle  18:48 | aggiungi commento | commenti presenti [0]





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