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21 Giu 2009
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Medici a scuola per imparare a comunicare
I medici devono interrogarsi su come dare cattive notizie ai malati. Visto che la vita di un malato può essere accorciata non solo dagli atti, ma anche dalle parole e dai modi del medico.
Consola sapere che oggi molti dottori ne sono consapevoli e si sforzano di trovare le parole giuste. All’università fanno capolino corsi specifici. La capacità di comunicare si può imparare e finalmente se ne stanno accorgendo anche loro.
E’ più di un anno che il mio amico Alessandro Lucchini ha pubblicato Il linguaggio della salute.
Un libro che si rivolge a medici, psicoterapeuti, infermieri, professionisti sanitari e desidera aiutarli a costruire relazioni più proficue con i diversi interlocutori, sia nelle situazioni critiche e drammatiche sia negli scambi di tutti i giorni, e a coltivare un maggiore interesse umano.
Ma la domanda cruciale per me è una sola: quanta verità dire ai pazienti?
Secondo il codice deontologico dei medici oggi in vigore bisognerebbe dirla tutta e solo al diretto interessato. Nella realtà le cose vanno diversamente.
Oltre la metà dei medici non dice la verità al paziente, moltissimi ne parlano ai parenti per la malintesa convinzione che i familiari sappiano gestire meglio la situazione.
Nei paesi anglosassoni però e tutto diverso. Qui vige l’idea che le informazioni si condividono per decidere insieme attraverso un vero consenso informato. A costo di essere brutali i medici sono sinceri.
Da noi resiste il paternalismo latino. Il medico non parla perché si carica della responsabilità delle cure, per quello che ritiene essere il bene del paziente.
Ma fra il dire tutto e il tacere deve pur esserci una terza via.
La terza via non può che essere il coinvolgimento emotivo.
Non conta solo la verità e come dirla, bisogna anche “raccogliere i cocci” del malato e non farlo sentire solo, dargli speranza.
Il linguaggio medico è per lo più freddo e spersonalizzato: sigle, tecnicismi, frasi senza verbo e quindi senza persona (e relativa assunzione di responsabilità), forme passive; oppure infiniti, gerundi e participi, che chiudono i significati anziché aprirli; al massimo, la foglia di fico di qualche velatura eufemistica, per attutire l’impatto di una cattiva notizia inaspettata.
Tante sono le prove di questa volontaria neutralità emotiva, come se mantenersi asettici fosse la migliore garanzia di obiettività e di successo. È invece il contrario: la fiducia è un’emozione, si alimenta di fattori emotivi, come gli sforzi orientati alla reciproca comprensione, e genera altri fattori emotivi, come la credibilità, l’accettazione partecipe dell’autorevolezza, la lucida collaborazione e la costanza nel seguire la terapia, contro il disorientamento e le contraddizioni che accompagnano la sofferenza fisica. Guarire è più facile se il paziente sente emotivamente coinvolto chi si occupa della sua salute.

 
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postato da  Claudio Maffei alle  15:38 | commenti presenti [0]


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