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23 Mar 2015
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Grande Severgnini!
Ho ricevuto, e pubblicato su «Italians», la lettera di Alessandro Prazzoli (a.prazzoli@libero.it), 25 anni, una laurea in scienze della comunicazione. «È mio (dis)piacere raccontarle l' esperienza al colloquio sostenuto presso una nota azienda milanese. Giunto in sede (prestigioso edificio d' epoca), il titolare - arrivato in netto ritardo - prende visione dei curricula dei candidati iniziando, in modo villano e ricorrendo spesso a parole volgari, a commentare le fotografie da noi utilizzate (...) Ci vengono poi presentate sbrigativamente l' azienda e la posizione aperta. Ed è qui che inizia il bello: cercano stagisti che gestiscano in autonomia progetti finalizzati a portare nuovi benefici all' azienda contribuendo ad aumentarne visibilità e business. Ma come? Lo stagista non deve, per legge, essere guidato e affiancato da un tutor?» Prosegue il candidato Alessandro: «L' imprenditore, dandoci del tu come da italica consuetudine, prosegue raccontandoci quant' è bello avere dagli stagisti un servizio a costo praticamente zero, o retribuito con mancette da 50/100 euro mensili. (...) Se sono tanti gli imprenditori che ragionano così, povera Italia! Post scriptum: chi scrive non è un bamboccione, ma un ragazzo adattabile che da due anni passa da un lavoro saltuario a un altro (talvolta molto umile), in attesa della sempre più insperata grande occasione». So che qualcuno, leggendo questo sfogo, penserà: «Certe esperienze formano il carattere, chi non ha mai avuto un capo odioso? I ragazzi italiani sono molli, sanno solo lamentarsi». Io penso invece siano fragili, che è un' altra cosa: e di questa fragilità siamo responsabili anche noi, che abbiamo il doppio dei loro anni. Li abbiamo spinti a studiare e convinti a sognare. Quando ci siamo accorti che, quel sogno, avremmo dovuto pagarlo anche noi, abbiamo detto: scusate, stavamo scherzando. Un esempio? Le resistenze alla riforma del lavoro, finalmente in dirittura d' arrivo. Difendere l' attuale situazione italiana - riempiendosi la bocca di belle parole, ovviamente - vuol dire accettare una dicotomia unica in Europa: rigidità integrale contro precarietà totale. Traduzione: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Accadeva anche nel Medioevo, durante un assedio. Ma almeno gli assediati, dall' alto delle mura, gettavano olio bollente. Non sfottevano gli assedianti.
 
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postato da  comunico@comuniconline.it alle  12:49 | commenti presenti [0]


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