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21 Ott 2010
I problemi non possono essere risolti allo stesso livello di pensiero
I problemi non possono essere risolti allo stesso livello di pensiero che li ha generati: Albert Einstein

Ogni volta che sentiamo il desiderio di fare o ottenere qualcosa che sappiamo essere giusto e migliore per noi e, contemporaneamente un'altra nostra parte interviene limitando questo nostro desiderio che ci spinge verso qualcosa, ecco che ci troviamo nel bel mezzo di un conflitto interno: lo scontro tra la nostra parte che ci spinge a elevarci e quella che tende a non farci ottenere ciò che desideriamo ed è meglio per noi e per la nostra felicità. E bene sapere che sono quattro gli elementi che generano i nostri conflitti interni:
Convinzioni limitanti, ossia permettiamo alle nostre convinzioni di condizionare le nostre scelte dicendoci ciò che si può/non si può, si deve/non si deve, è giusto/sbagliato fare. La mente inizia così a limitare le nostre aspirazioni e a creare dubbi, grandi generatori di conflitti.
Abitudini comportamentali, ossia privilegiare il "come ho sempre fatto" rispetto al "come vorrei fare". Frenando il coraggio e la forza di cambiare.
Esperienze negative o traumatiche. Le esperienze che ci hanno provocato dolore vengono registrate dall'inconscio e possono trasformarsi in vere e proprie ancore che andranno a creare meccanismi di reazione automatici i quali, sebbene indesiderati, influenzeranno la nostra capacità di azione. Quindi potremmo voler fare una certa cosa, ma non riuscire perchè emotivamente e fisicamente ci blocchiamo a causa di queste neuroassociazioni negative.
Pensieri dicotomici. La nostra mente crea spesso delle dicotomie, contrapponendo il bianco al nero senza tener conto di tutte le sfumature di grigio che stanno tra i due. Una scelta, quando è tra due sole opzioni e quindi, inevitabilmente, decidere per una equivale a rinunciare all'altra, si tramuta in un dilemma.
(una scelta è veramente tale quando ci sono almeno tre opzioni. E, se la cerchi bene, la terza opzione la trovi sempre!)
Quando diamo spazio a uno o più di questi elementi, iniziamo a dare il via ai nostri conflitti interni, a quella sgradevole sensazione di una parte di noi che vuole andare in una direzione e un'altra che spinge in direzione opposta. Sensazione che spesso finiamo per somatizzare: generalmente è colpita la zona del diaframma, che si contrae generando dolori all'addome e alla schiena e, soprattutto, limitando la respirazione che diventa via via sempre meno profonda, nel tentativo appunto di bloccare le tensioni interne accumulate, frustrando le relazioni e le emozioni.
(Nelle discipline che insegnano a utilizzare tecniche di respirazione per gestire meglio le proprie emozioni e il rapporto con se stessi si dice spesso che il respiro rappresenta l'espansione dell'anima: più si amplifica il respiro più l'anima si espande e si rinforza, mentre la contrazione dei polmoni rappresenta la paura.)

Come uscire dai conflitti interni?
Come fare per ascoltare veramente il cuore e muoverci in direzione di ciò che è meglio per noi? Uno dei più grandi geni della storia, Albert Einstein, disse: "I problemi non possono essere risolti allo stesso livello di pensiero che li ha generati"
Ossia se abbiamo un problema del quale non riusciamo a trovare la soluzione, continuare a utilizzare gli stessi schemi di pensiero che si sono rilevati insufficienti a questo scopo, non potrà mai sbloccare la situazione. Per uscire dal problema è necessario vedere qualcosa che ancora non abbiamo esplorato, evolvendo il nostro pensiero da un livello nel quale non è in grado di risolvere il problema a uno più alto nel quale è in grado di comprenderne la soluzione. Se vogliamo uscire da un conflitto interno dobbiamo spostare il nostro punto di vista a un livello di pensiero più alto, pensare cioè come penseremmo se quel problema non fosse per noi tale, se avessimo la mentalità, le convinzioni, la consapevolezza di chi non vivrebbe mai, in nessun modo, quel tipo di conflitto. Quello che Einstein ci suggerisce è di spostare il focus e per farlo possiamo aiutarci attraverso le domande. Una buona domanda che sposti il nostro focus efficacemente, permettendoci di uscire da un conflitto interno osservandolo da un livello di pensiero diverso da quello che ha generato il problema, potrebbe essere: "Se fossi un individuo più evoluto, a un livello di pensiero più alto, senza le mie attuali paure e limitazioni. cosa farei in questa situazione"? Cosa riterrei più giusto fare per me adesso?"
L'efficacia di questa domanda è straordinaria!
(Ricorda che non sempre ciò che è più giusto corrisponde a ciò che è più piacevole a breve termine, ma è sempre la scelta migliore per noi sul lungo termine

Roberto Re
 
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postato da  Claudio Maffei alle  10:33 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



8 Ott 2010
Il DNA non ti fa intelligente
"La passione per la musica è nel DNA della mia famiglia. Invece il tuo DNA trasmette ai tuoi figli l’abilità matematica". Non è vero. Noi dal DNA ereditiamo i caratteri somatici (ma non quelli modificati da impatti ambientali o da esercizio fisico). Non dipende dal nostro DNA l’inclinazione per matematica, fisica, lingue straniere, informatica o studi superiori. I nostri figli possono eccellere in qualunque campo intellettuale, anche se noi non siamo tanto brillanti e non siamo riusciti a studiare. L'intelligenza non è ereditaria, ma è tratta dall'ambiente e dall'esperienza. Si dimostra facilmente. La nostra materia grigia contiene 1000 miliardi di neuroni che si scambiano segnali attraverso le sinapsi. Ogni neurone, in media, è collegato con migliaia di sinapsi. Il cervello umano, dunque, dispone di molti milioni di miliardi di elementi. Al confronto il nostro genoma è milioni di volte più semplice: non può specificare il progetto del cervello. Siamo noi stessi a costruire le diramazioni e la struttura del nostro cervello. Infatti produce più sinapsi il cervello di chi ha più esperienze, vive in ambienti più stimolanti, fa più cose. Dunque sono acquisiti e non innati i nostri bernoccoli, le cose per cui siamo "portati".

Non è vero, poi, che il numero dei neuroni nel nostro cervello a partire dall’età matura può solo calare perchè molti ne muoiono e non se ne producono di nuovi. Era un concetto comunemente accettato fino a circa 10 anni fa. Poi Peter Eriksson e altri constatarono che sia il numero delle sinapsi, sia quello dei neuroni cresce nel cervello anche adulto e perfino in persone affette dal morbo di Alzheimer. Le immagini del cervello ottenute con la risonanza magnetica mostrano che un’intensa attività cognitiva scatena nelle aree coinvolte un aumento del numero di neuroni e di sinapsi. Questi processi avvengono anche in età avanzata. Elkhonon Goldberg, professore di neurologia all’Università di New York, ha creato palestre cognitive in cui anziani si impegnano a risolvere problemi verbali, numerici, grafici da lui ideati. In conseguenza sono più motivati: conservano e aumentano la loro abilità mentale.. L’esercizio cognitivo conserva le funzioni mentali degli anziani perfino se presentano sintomi neuropatologici di demenza senile. Il paradosso di Goldberg è: "Il tuo cervello invecchia, ma la tua mente può diventare più forte."

Roberto Vacca

 
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postato da  Claudio Maffei alle  11:37 | aggiungi commento | commenti presenti [1]



23 Set 2010
Vi consiglio di leggere!
Mi è capitato tra le mani qualche mese fa uno di quei libri, di quelle storie autentiche che non ha prezzo: ” La forza dentro” di Max Calderan.
Max è entrato nella storia per aver realizzato imprese estreme nel deserto dell’Arabia Saudita. Personalmente stimo moltissimo Max!
Calderan scrive: “Pochi se ne accorgono, ancora meno lo capiscono. E’ il Grande Inganno, la truffa più colossale mai orchestrata, che ci vede tutti coinvolti e che continua a perpetrarsi silente, subendola incuneatasi così profondamente nei nostri cervelli da essersi fusa con il nostro DNA, dando origine ad ibridi pensieri, azioni e figli; sovvertendo completamente le leggi di Dio o per chi non crede, le leggi di un origine che, comunque la vogliate girare, è comune a tutti. Impedire il risveglio delle coscienze è il vero obiettivo del Grande inganno”.
Parole forti che picchiano duro allo stomaco e non possono non far riflettere….
Parole ancora più forti quelle di Stuart Wilde da Il Sesto senso: “La nostra società teledipendente ostacola la capacità immaginativa. La maggior parte delle gente è terribilmente ottusa. Acquiescenza sconfinata,discorsi futili, sempre le stesse cose, e tutto quel machismo, quella violenza e quelle porcherie in tivù…tutto questo vanifica il potere delle persone rendendole paurose, apatiche e facilmente manovrabili. Su questo pianeta ci sono individui davvero molto strani, motivati dal denaro e dal potere. Cercano di controllare e di adescare la gente comune in castrandola con debiti e droga, oltre che desensibilizzandola, controllando sottilmente la loro mente….”
Siamo stati programmati da qualche manipolo di “insensati” ad essere in uno stato di coma permanente. Siamo nella confusione più totale, viviamo un misto di paura, malessere, confusione, inconscienza.. Non mettiamo più impegno in quello che veramente conta, portiamo avanti delle battaglie insensate e dimentichiamo quello che fa la differenza.
UN DATO CHOC: VENDITE DEI MEDICINALI IN ITALIA + 60% NEGLI ULTIMI DIECI ANNI.
Questo è il frutto della paura e dello stress. Ci ammaliamo, ci stiamo ammalando.
Come dice Anthony De Mello: “stiamo perennemente in uno stato di sonno” ed io aggiungo di malattia. Siamo ipnotizzati collettivamente.
Altre parole di Max Calderan: “le nostre giornate oggi assecondano le regole commerciali imposte dalle esigenze commerciali del Pianeta“.
Pensa un attimo alla tua giornata. Rifletti su come è scandita, ti senti padrone dei tuoi ritmi? Hai tempo libero? Ti senti libero di scegliere? I nostri ritmi, i nostri orari, le nostre abitudini vanno contro tutte le leggi naturali. Ci hanno programmati per essere spremuti come limoni e per spendere quel poco tempo libero che abbiamo a rincoglionirci davanti alla televisione ed immersi nei Centri Commerciali. Oggi cerchiamo il tempo libero come fosse l’aria, siamo disposti a pagare qualsiasi cifra per avere tempo libero. Come sottolinea Calderan la necessità di spendere nasce dalla insoddisfazione derivante dal lavoro, dalle relazioni, dalla vita…
Impieghiamo ore per spostarci da una parte all’altra delle città per poi arrivar in un posto di lavoro a svolgere attività che non ci vedono affatto coinvolti, oppure peggio che ci mobbizzano o ci stressano fino a farci venire un esaurimento nervoso. E poi arriviamo a casa di sera e siamo esausti e non riusciamo neanche ad avere uno straccio di comunicazione con i famigliari. E poi nel week-end tutti fuori a fare la gita dopo ore ed ore di traffico per poi rimetterci in marcia la domenica e rifarsi le ore di traffico! Oppure ci chiudiamo nei centri commerciali, luoghi della follia collettiva, a comprare tutto quello che non ci serve, per placare la nostra ansia…spendendo quello che ci rimane di quei quattro soldi rimasti dopo aver pagato bollette, mutui, rate delle rate.
Questa è una follia collettiva! Siamo diventati degli automi
L’altro giorno ho passato mezz’ ora ad un incrocio a studiare i comportamenti degli automobilisti. Facce tesissime, bocca schiumosa, frenate compulsive, improperi, urla, desiderio di passare a tutti i costi sopra tutto e tutti.
Un vero delirio e siamo ancora a settembre… le ferie sono dietro l’angolo ma non bastano.
Questo meccanismo non può funzionare ancora, è completamente insensato per noi..
Siamo il frutto come dice Gregg Braden di secoli di attestati di impotenza. Ci hanno fatto credere che il nostro potere personale è tutto qui, scandito da queste giornate insensate alla ricerca del benessere materiale e poi? Noi dove siamo? Tu dove sei? Le cose che più contano per te? La tua libertà dove è finita?
Luigi Miano
www.quasifacile.com
 
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postato da  Claudio Maffei alle  16:01 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



17 Set 2010
Non esiste la sfiga!
"Secondo l'Antico Testamento - recita oggi la pubblicità di Eataly il giorno di venerdì 17 febbraio iniziò il Diluvio Universale. Non esiste la sfiga. A ciascuno di noi capitano mediamente il 50% di eventi negativi e il 50% di eventi positivi. C'è chi ricorda di più e racconta i primi e chi invece memorizza e si vanta dei secondi. Questi ultimi sono i cosiddetti fortunati. La gente sta più volentieri con loro, apprezza maggiormente la loro compagnia. In generale sono persone più felici, che vivono meglio. Ma se invece - conclude il manifesto - veramente pensate che esista la "sfiga" e, ancor più, che esistano accadimenti che la generino, oggi venerdì 17 avete un motivo in più per venire da Eataly, luogo fortunato che esorcizza la "sfiga".
Mi è piaciuta questa pubblicità. Tanto da dedicargli questo post. Fatto assolutamente eccezionale!

 
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postato da  Claudio Maffei alle  12:27 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



15 Set 2010
FaceBook pratica la censura?
Riceviamo e volentieri pubblichiamo

L’Art Directors Club Italiano vuole portare all’attenzione della Stampa un episodio di grave censura accaduto nei giorni scorsi e che riguarda direttamente il Past President ADCI (e Hall of Fame) Pasquale Barbella.

Da quasi un anno, Pasquale Barbella aveva dato vita a una interessantissima “pagina” sul social network FaceBook, dal nome ADVERTOWN, alla quale avevano aderito centinaia di professionisti della comunicazione, studenti, intellettuali, giornalisti, amici e curiosi. I contenuti, caricati sia dall’autore che dagli iscritti, riguardavano soprattutto campagne pubblicitarie famose, un archivio che è andato crescendo diventanto una vera biblioteca storica della Comunicazione e un luogo di cultura unico.

Nei giorni scorsi, a seguito di una sola e generica segnalazione da parte di un utente di FaceBook – non motivata da argomenti circostanziati – la pagina è stata rimossa e con essa tutto il suo patrimonio di memoria, commenti, scambio di idee e informazioni sulla storia della pubblicità.

Gli scopi statutari della nostra associazione sono quelli di migliorare gli standard della creatività nel campo della comunicazione e delle discipline ad essa collegate, nonché di promuovere la consapevolezza dell'importanza di questi standard all'interno della comunità aziendale, istituzionale e del pubblico in genere, in Italia e all'estero. Proprio per questo, riteniamo che l’opera svolta da Pasquale Barbella e dagli utenti e collaboratori di ADVERTOWN sia meritoria e perfettamente allineata ai nostri obiettivi. Pertanto l’ADCI intende sollevare il problema e portarlo all’attenzione dell’opinione pubblica, perché oramai troppi sono i dettagli di questi episodi che lasciano pensare a una deriva di stampo oscurantista da parte di chi gestisce questi nuovi strumenti di interazione, scambio o più precisamente “libera conversazione” tra le persone.

È infatti di dominio pubblico che altri inspiegabili episodi come questo sono accaduti sul più popolare social network attualmente esistente e che “normalmente” FaceBook applica degli automatismi che lasciano perlomeno perplessi.

Alla luce anche di questi altri episodi abbiamo ritenuto di non poter far finta di nulla, attivandoci attraverso diversi canali affinché questa vicenda sia risolta.

Attendiamo che da FaceBook arrivino al più presto precisazioni e chiarimenti su chi e perché si sia ritenuto danneggiato – chiarimenti richiesti più volte e da più parti, ma finora disattesi – in quanto l’autore si è già reso disponibile a rimuovere quei contenuti (finora mai precisati) che danneggerebbero qualcuno, ma soprattutto chiediamo che ADVERTOWN sia al più presto riattivata.



Marco Cremona – Presidente Art Directors Club Italiano
 
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postato da  Claudio Maffei alle  11:48 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



1 Set 2010
Le coincidenze – Deepak Chopra
Come ormai ben sappiamo, focalizzare la propria attenzione sulle coincidenze ci aiuta ad aumentarne la frequenza, e applicando l’intenzione riusciamo anche a comprenderne il significato.

Le coincidenze diventano così tracce che ci rivelano la volontà dell’universo, mostrandoci la sua sincronicità e consentendoci di approfittare delle infinite opportunità offerte dalla vita. Noi siamo però bombardati in continuazione da un flusso ininterrotto di informazioni: come possiamo scegliere quelle su cui vale la pena di soffermarsi? Come possiamo evitare di cercare un significato preciso in ogni tazza di tè che beviamo, in tutti gli spot pubblicitari che ci passano davanti agli occhi o nelle occhiate degli sconosciuti che incrociamo per strada? E, al tempo stesso, c’è un metodo per evitare di lasciarsi sfuggire le opportunità più valide?
Non esistono risposte facili a questi interrogativi.

Per imparare a vivere il sincrodestino bisogna prima di tutto diventare uno strumento sensibile al proprio ambiente. Chiudete ora gli occhi e cercate di percepire tutto ciò che vi circonda. Quali suoni sentite? Che cosa annusate, toccate o assaporate in questo preciso istante? Concentratevi sui vostri sensi, uno dopo l’altro, e diventatene pienamente consapevoli.

Se non avete mai eseguito prima d’ora questo esercizio, con ogni probabilità vi siete persi alcuni di questi stimoli, non perchè fossero deboli, ma solo perchè siamo così abituati alla loro presenza da non notarli più.
Che cosa avete percepito? Qual era la temperatura? C’era una brezza leggera o l’aria era immobile? Quali parti del vostro corpo erano in contatto con la sedia su cui eravate seduti? Avete avvertito più pressione sulla parte inferiore delle vostre cosce o su quella della schiena? A proposito di rumori: la maggior parte di noi sente l’abbaiare lontano di un cane o le grida di bambini che giocano nella stanza accanto, ma che mi dite del soffio dell’aria nel forno acceso o della folata che esce dal condizionatore?
Sentite il vostro respiro, il gorgoglio del vostro stomaco o il rumore sordo del traffico?
Coloro che sono sensibili agli eventi e agli stimoli che li circondano lo sono anche nei confronti delle coincidenze inviate dall’universo, che non arrivano sempre con la posta elettronica o su uno schermo televisivo.
Almeno una volta al giorno concentratevi per un paio di minuti su uno solo dei vostri cinque sensi e concedete a voi stessi di notare il maggior numero possibile di aspetti attraverso cui si manifesta.

In un primo momento questo compito potrebbe risultarvi difficoltoso, ma ben presto ci riuscirete con estrema naturalezza. Se avete l’impressione che possano in qualche modo distrarvi, escludete gli altri sensi dalla vostra percezione. Provate per esempio ad assaggiare pietanze differenti tenendo il naso tappato e gli occhi chiusi, focalizzandovi sulla struttura del cibo senza lasciarvi distrarre dal suo aspetto o dall’aroma.
Le stimolazioni più forti e insolite attirano immancabilmente la nostra attenzione. Tutto ciò che ci circonda di solito merita invece un’occhiata più attenta e approfondita.

Quando una coincidenza si presenta, chiedetevi sempre quale messaggio contiene. Non avete alcun bisogno di arrovellarvi per trovare risposte, che affiorano da sole come un’illuminazione improvvisa.
Basta prestare attenzione agli incontri più o meno casuali, alle circostanze che vi capitano.
A chi desidera andare a fondo della questione vorrei suggerire il processo della ricapitolazione: bisogna assumere la posizione dell’osservatore della propria vita e dei propri sogni, e subito connessioni, temi, immagini e coincidenze diventano più chiari. Poichè il nostro legame con l’anima universale è reso molto più evidente dall’attività onirica, questo procedimento ci consente di accedere a un nuovo livello di consapevolezza.

Alla sera, prima di addormentarvi, mettetevi seduti e immaginate di assistere alla visione di tutto ciò che vi è accaduto durante il giorno, e che viene ora proiettato sullo schermo della vostra coscienza. Considerate la vostra giornata come un film, e osservate voi stessi via via mentre vi svegliate al mattino, vi lavate i denti, fate colazione, andate a lavoro, sbrigate i vostri affari, tornate a casa, cenate …. in pratica rivedete tutti i gesti che avete compiuto.
Non dovete analizzare, valutare o formulare giudizi: limitatevi ad assistere allo spettacolo. E’ incredibile il numero di particolari che appaiono durante la proiezione della giornata, e che fino a quel momento non sono stati percepiti in maniera consapevole. Guardate le varie scene che si susseguono, e concedetevi l’opportunità di visionare con obiettività il vostro atteggiamento. Potreste così accorgervi di aver compiuto un gesto di cui siete orgogliosi oppure che vi mette in imbarazzo, ma lo scopo di tutto ciò non è dare giudizi, bensì raccogliere intuizioni circa il comportamento del protagonista, cioè il vostro sè.

Al vostro risveglio al mattino non dovrete far altro che riassumere la notte, così come avete fatto con la vostra giornata. Oltre a essere proiezioni della nostra coscienza, i sogni sono anche il modo in cui interpretiamo il sentiero della nostra vita. La meccanica del sogno e di ciò che ci accade nella cosiddetta realtà sono le stesse proiezioni dell’anima. Noi siamo semplici testimoni.

Pian piano cominciamo dunque a vedere correlazioni, immagini che si ripetono sia nei sogni sia nella vita quotidiana. E un numero più elevato di coincidenze ci fornisce una quantità maggiore di indizi. Iniziamo così a sperimentare più opportunità, e aumenta la dose di “fortuna” su cui possiamo fare affidamento. Le tracce ci forniscono la direzione che la nostra esistenza deve prendere. Grazie al processo di ricapitolazione noi individuiamo modelli ricorrenti, e sveliamo passo dopo passo il mistero della vita.

Tale processo è particolarmente utile quando si vogliono abbandonare certe abitudini negative.
Ogni giorno mettetevi seduti, immobili e in silenzio, per almeno cinque minuti e rivolgete alla vostra attenzione e al vostro cuore queste domande:
Chi sono io? Che cosa voglio per la mia vita? Che cosa desidero oggi dalla mia esistenza? Lasciatevi poi andare e consentite alla vostra tranquilla voce interiore, cioè al flusso della vostra coscienza, di fornire le risposte. Fatelo ogni giorno, e rimarrete sbalorditi dal modo in cui le situazioni, le circostanze, gli eventi e le persone si organizzeranno intorno alle risposte stesse. E’ così che inizia il sincrodestino.

Le coincidenze – Deepak Chopra
 
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postato da  Claudio Maffei alle  16:54 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



22 Lug 2010
Dal Corriere di ieri; massima diffusione
Caro Silvio, ecco che farei se fossi ministro per le imprese

Caro Presidente Berlusconi, Le scrivo perchè Lei è il Ministro dello Sviluppo Economico della Repubblica Italiana. Io sono uno scrittore che per quindici anni ha fatto l' imprenditore nel lanificio di famiglia, a Prato, e se è impossibile paragonare le nostre responsabilità, le nostre competenze, le nostre idee, so bene cosa farei se fossi al suo posto. Se fossi Ministro dello Sviluppo Economico, penserei solo a trovare un lavoro alle figlie e ai figli degli italiani, che oggi escono dalle scuole tecniche, dai licei, dalle università e cominciano a passare da un vuoto lavoro temporaneo all' altro, senza mai imparare un mestiere, rincorrendo i loro giorni in un grigio presente infinito nel quale la parola futuro non ha più senso, se non per spaventare. Se fossi Ministro dello Sviluppo Economico, comincerei a dire che l' Italia ha bisogno di nuove aziende. Aziende che assumano invece di licenziare. Aziende che ricordino la cruda lezione del declino del manifatturiero e siano capaci di superarla e sublimarla. Aziende che producano prodotti che non si possano fabbricare a prezzo più basso in Cina o in India. Aziende senza neanche una macchina, che vendano idee ed esistano solo su Internet. Migliaia e migliaia di aziende piccole e furbe e libere ancora tutte da inventare, che riescano a vendere prodotti che ancora non esistono e che io e lei faremmo fatica a capire. Aziende che possono essere create solo da quelle ragazze e quei ragazzi meritevoli che nemmeno le nostre scuole sono riuscite a fiaccare - magari dalle figlie e dai figli dei licenziati, dei cassintegrati, dei disoccupati: dai migliori di quella generazione dimenticata che oggi state consegnando a un futuro di inevitabile decadenza. S' io fossi Ministro dello Sviluppo Economico non direi che per aiutare la nascita di nuove aziende basta eliminare tutti i vincoli burocratici alla loro creazione, e non nominerei nemmeno il federalismo fiscale, che con lo sviluppo economico c' entra come il culo con le quarant' ore. E lascerei perdere l' idea balzana di cambiare l' articolo 41 della Costituzione. S' io fossi Ministro dello Sviluppo Economico direi, invece, che l' unico modo per far nascere queste aziende è metter loro a disposizione il capitale, poiché oggi il sistema è bloccato, e nè le famiglie nè le banche possono o vogliono rischiare il loro denaro su nuove aziende capitanate da chi oggi ha meno di trent' anni. Prenda il telefono e chiami il direttore di una filiale di una qualsiasi banca. Si presenti come il signor Beruschi, chieda di poter ottenere un prestito per far iniziare una nuova attività a suo figlio neolaureato, e poi cronometri quanti secondi passano prima che il direttore della banca, nel migliore dei casi, le chieda quale immobile vorrebbe dare in garanzia. Se io fossi Ministro dello Sviluppo Economico e Presidente del Consiglio com' è lei, andrei in televisione a reti unificate e ricorderei agli italiani, alle banche, all' Europa che un debito non è quel marchio d' infamia che par essere diventato oggi, ma il patto antichissimo tra chi ha i soldi e chi sa lavorare, il necessario compagno di viaggio di ogni impresa e d' ogni persona. Direi che la vita stessa è un processo d' indebitamento, poichè si cresce indebitandosi (di sapere, d' esperienze, d' amore, di soldi) con i genitori per poi restituire il nostro debito facendo credito delle stesse preziosissime cose ai nostri figli. Annuncerei che dar lavoro alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi diventa da subito la massima priorità dello stato, e che tutto il resto passa in secondo piano - prime tra tutte le dannate infrastrutture, visto il branco di lupi che vi si aduna intorno ogni volta che ne mettete in cantiere una. Se io fossi Ministro dello Sviluppo Economico farei una chiamata. Inviterei chiunque abbia meno di trent' anni e un' idea imprenditoriale a venire a esporla, perché le migliori verranno finanziate. I soldi li prenderei dai quei 95 miliardi di euro rimpatriati con lo scudo fiscale. Chiederei a quelle signore e a quei signori il moderatissimo sacrificio di pagare un altro 1%, oltre al 5% che hanno già versato per riportare i loro soldi in Italia. Non crede che con 950 milioni di euro si potrebbe fare molto, per i nostri figli? E non sarebbe una cosa profondamente giusta e morale, Presidente, usare proprio quei soldi bigi per far ridiventare artefici del proprio destino le nostre ragazze e i nostri ragazzi, invece di tagliare ogni sogno delle loro vite e condannarli a un' esistenza precaria? Diventerebbe la meritoria, necessaria, lungimirante apertura di credito che la sua generazione, la più ricca di sempre, farebbe a quella dei trentenni, che invece rischiano d' essere i primi italiani da secoli ad andare a star peggio dei loro padri. Se fossi Lei, Presidente, riprenderei in mano il potere unico e superiore della politica: quello di cambiare le cose, di dare speranza, di investire sul futuro delle generazioni più giovani con un grande atto di fiducia nella nostra gente - inclusi, certo, tutti quegli immigrati che sono venuti in Italia per lavorare e rispettare la legge, dai quali son convinto verrebbe una caterva di nuove idee imprenditoriali. Mi comporterei come un padre di famiglia. Troverei il coraggio di concedere fiducia a chi ancora non ha dimostrato di meritarla. Sarei generoso. Darei il buon esempio, per una volta, maledizione. Edoardo Nesi
 
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postato da  Claudio Maffei alle  15:35 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



5 Lug 2010
Lo stress
Il malessere contro cui l'individuo e la società debbono combattere

"La vita sul nostro pianeta e il suo sviluppo sono profondamente legati al quantum di eccitazioni sensoriali e motorie necessarie per vivere: è l'eccesso di queste eccitazioni che causa sofferenza, sconforto e malattia, ma non bisogna dimenticare che lo stress è anche vita".
Fenomeno quanto mai universale, lo stress costituisce il malessere contro cui l'individuo e la società debbono combattere. Lo stress colpisce sul luogo di lavoro, nel traffico cittadino, al rientro delle vacanze, persino quando si va a fare shopping! Ma cos'è lo stress?
Il termine stress, utilizzato già nell'Inghilterra del 1700, viene introdotto in Medicina e in Psicologia da W.B.Cannon; H. Selye ne ha dato una definizione univoca asserendo che "lo stress è la risposta non specifica dell'organismo ad ogni richiesta effettuata ad esso" (H. Seyle, 1976). Significativi per la definizione di stress sono gli studi condotti dallo stesso Selye sugli animali da laboratorio: iniettando degli agenti nocivi nei loro organismi, l'autore ne studiò gli effetti biochimici e morfologici.
I cambiamenti osservati, indicati con il termine General Adaptation Syndrome (Sindrome Generale di Adattamento), consistono in processi fisiologici che interessano la via nervosa ed endocrina. Gli agenti stressanti, detti anche stressor, indicano invece i fattori esterni o interni che inducono l'organismo all'adattamento. Questi fattori possono essere di natura biologica e fisica (alimentazione, inquinamento, rumore, temperatura), psicologica e sociale (separazioni coniugali, lutti, cambiamenti delle condizioni di vita lavorativa).
Attualmente sono soprattutto i fattori psico-sociali ad avere un forte incidenza nello sviluppo di situazioni di stress. La vita frenetica che l'individuo conduce, soprattutto in funzione dei ritmi di lavoro, spesso si accompagna all'aumento di disturbi psicosomatici e all'utilizzo sempre frequente di tranquillanti. I sintomi dello stress coinvolgono sia la dimensione fisica che quella psichica. Angoscia, insonnia, fatica, mal di testa, crisi di pianto, apatia, senso di frustrazione: ogni individuo percepisce in modo più o meno consapevole gli effetti provocati dallo stress.
Una situazione stressante viene dunque vissuta da in modo diverso dalle persone, a seconda di come sia percepita, pensata, analizzata. Frequente è l'attribuzione dello stato di malessere dell'individuo allo stress, soprattutto quando non si è in grado di identificarne le cause. E molteplici sono le strategie possibili per fronteggiare lo stress. La scelta dei metodi è comunque strettamente correlata alle capacità di reazione e di analisi dell'individuo.
In ogni caso, per affrontare lo stress in modo efficace, è indispensabile imparare a riconoscerlo e, soprattutto, individuare il problema che genera lo stress: ritmi pressanti sul lavoro ovvero disagi di relazione o altro. Del pari determinante è parlare del proprio disagio, chiudersi in se stessi non fa che cronicizzare lo stress.
Particolarmente utile è parlarne con il proprio medico di base che potrà valutare il livello di stress e indirizzare verso le strategie di risoluzione più adeguate. La gamma delle tecniche atte a fronteggiare lo stress è ampia, e comprende esercizi di rilassamento del corpo (es. lo yoga), metodi di rilassamento mentale (es. la meditazione), percorsi psicoterapici finalizzati a favorire la presa di coscienza fisica e psichica del corpo.
Non sempre i comportamenti adottati dall'individuo per contrastare lo stress sono efficaci: si pensi a coloro che, per rilassarsi, ricorrono a sigarette o ad alcool, senza rendersi conto che questi comportamenti potranno, a lungo andare, creare problemi di altra natura. Insomma, molto si può fare per gestire lo stress, anche se il sistema di contrasto più proficuo rimane pur sempre la prevenzione. Ma non è forse vero che lo stress è anche vita?
Isabella Corradini
Fonte: http://canali.libero.it
 
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26 Giu 2010
Ecco perche' ci arrabbiamo
I consigli su come controllare l'ira
Vecchi, giovani, uomini, e anche animali, tutti gli esseri umani ed a quattro zampe molto spesso si incavolano. Un meccanismo psichico comune ad ogni eta', che nasconde ansie e sofferenze, ma che quando si e' bambini e' ben piu' difficile da decodificare, capire, raccontare e quindi gestire.

''L'ira e' una delle emozioni piu' comuni'' sottolinea ''Focus Junior'', il periodico scientifico dedicato ai piu' piccoli che, nel numero di giugno, dedica un intero capitolo alla rabbia, per spiegarla ai bambini e aiutarli a farne i conti senza far danno. A se' stessi prima di tutto.

Attraverso le ricerche ed i commenti di due psicologhe, l'inglese Margot Sunderland e l'italiana Giuliana Proietti, l'inchiesta porta per mano i ragazzi a familiarizzare e riconoscere le situazioni e gli stati d'animo che portano alla rabbia, dal senso dell'ingiustizia alla solitudine, dalla gelosia all'invidia, sentimenti spesso repressi ma che il corpo racconta comunque. Ma che cos' e' che fa ribollire dentro un fuoco che sembra davvero cosi' difficile da contenere? ''La rabbia piu' tosta -spiega il giornale- viene quando offendono i nostri sentimenti''. Ma non solo. Anche il senso di ''ingiustizia'' o una mancata ''ricompensa'' possono portare un bambino, ma anche un adulto, a sentire dentro come una bomba ad orologeria, pronta a scoppiare.

''L'attacco di rabbia -spiega il periodico scientifico- e' spesso la conseguenza di un piacere negato, un gioco, per esempio, o di una mancata ricompensa che ti aspettavi di avere e che ti hanno 'soffiato'. E la stessa cosa puo' accadere quando, invece che cibi e giocattoli, la ricompensa riguarda i nostri affetti''. Margot Sunderland, una psicologa inglese che ha studiato molto questo argomento, nel servizio fa l'esempio di Tom ''che ha il cuore spezzato perche' la sua mamma e' incantata dal fratellino appena nato e guarda meno lui che, a quel punto, inizia a diventare sempre piu' aggressivo''.

''Anche quando l'amore verso un'altra persona, un genitore o un amico, e il conseguente bisogno di stare con lei non viene appagato, infatti, -sottolinea Sunderland- puo' nascere una rabbia ancora piu' difficile da controllare e che puo' portare a comportamenti violenti, come spaccare le cose e picchiare o agire comportamenti devianti''. Che fare?

''Parlatene'' e' il suggerimento avanzato ai giovani lettori incavolati. ''Anche stare molto tempo da soli, soprattutto quando non e' una libera scelta, -avverte il giornale- puo' far aumentare rabbia e aggressivita'''. Ed in questi casi, secondo la psicologa Giuliana Proietti, la prima cosa da fare ''e' sforzarsi di capire cosa sta succedendo e parlarne con qualcuno di cui si ha fiducia''. Dunque: sfogarsi. ''Se non vengono le parole, -spiega ancora la psicologa- si puo' anche provare a mettere fuori cio' che si prova con dei disegni o qualche altra attivita', come una bella corsa o uno sport faticoso''.

E se proprio l'ira straripa e non si riesce a contenerla, ''per evitare di far male a qualcun altro, -afferma la psicologa- meglio prendere a pugni un cuscino, accanirsi su un tamburo o qualcos'altro che produca rumore e provare a fare dei bei respironi profondi per rilassarsi''. ''Si' perche', contrariamente all'incredibile Hulk, magari potete anche diventare verdi di rabbia, ma non avrete alcun superpotere in piu' se iniziate a spaccare tutto'' avverte l'esperta.

Se le parole non escono, il corpo invece parla eccome. Dal cervello ai pugni chiusi ogni gesto, postura o tic rivelano l'ira che cova dentro. ''Tutto parte dal cervello e, in particolare, -dice ancora Proietti- da un organo che e' un po' il nostro sistema di allarme di fronte a eventuali pericoli esterni: l'amigdala e ne esiste una per ognuno dei 2 lati del cervello''. ''Di fronte a qualcosa che sentiamo come una minaccia fisica o psicologica, -prosegue- l'amigdala si attiva e predispone il nostro corpo a fuggire, se prevale la paura, oppure a difendersi e attaccare, se prevale la rabbia''. Il risultato e' che ''il battito del cuore, la sudorazione e la temperatura del corpo aumentano, la faccia si trasforma e diventa rossa, i muscoli iniziano a stringersi, si serrano i pugni, ci si irrigidisce. E a volte -conclude la psicologa Proietti- si arriva anche a tremare''.

Fonte: http://www.telefree.it
 
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14 Giu 2010
Auguri Francesco! Settant'anni ben portati.
Che la vita può essere anche dolore Francesco Guccini lo capì una mattina del ’44, quando i suoi compagni di giochi con la divisa e le stellette abbandonarono Pàvana, sull’Appennino tosco-emiliano, lasciandolo senza bubble-gum e senza cioccolate Hershey. Era un bimbo di quattro anni.

Per lui, nato il 14 giugno del 1940 appena quattro giorni dopo la fatidica «ora delle decisioni irrevocabili», quegli uomini coi nomi da divi della Fox erano stati i primi compagni di un cammino che libri e fantasia avrebbero spinto spesso verso Ovest, confondendo i sogni polverosi della Via Emilia con quelli in Technicolor di Hollywood.

E sulla soglia di quei settant’anni che compie lunedì prossimo, nell’uomo di Radici è ancora la nostalgia per la prateria immaginata da ragazzino a legare una vita fortunata, sfociata artisticamente in una quindicina di album di successo, tre romanzi «familiari» e un pugno di altre opere letterarie fra cui i gialli del Maresciallo Santovito scritti a quattro mani con Loriano Machiavelli. Tutto raccontato con dovizia di particolari dall’autobiografia Non so che viso avesse. La storia della mia vita, pubblicata per Mondadori e dal saggio Fiero del mio sognare appena dato alle stampe per Arcana. «Vengo da una famiglia che amava poco le ricorrenze e ancor meno i festeggiamenti» premette lui. «E poi se avessi compiuto 63 anni nessuno se ne sarebbe accorto».

Già, ma i settanta sono un traguardo da festeggiare.
Da giovani ti senti immortale, mentre più vai avanti e più acquisisci consapevolezza che prima o poi tutto finirà. Così ti ritrovi a prendere precauzioni e a cercare di migliorare la tua vita. Di amici in questi anni ne ho persi tanti, da Bonvi a Magnus, da Amilcare Rambaldi del Tenco a Victor Sogliani dell’Equipe 84, solo per restare ai più conosciuti.

L’ultimo è stato il suo manager Renzo Fantini. Una persona fuori dal comune.
È successo tutto così velocemente da rendere ancora più forte il dolore. Quando incontrai Fantini, nel ’75, non avevo mai avuto un manager degno di questo nome. Fu Sogliani a metterci in contatto. Mi colpì perché era una persona carismatica e perbene, insomma una figura anomala nell’ambiente musicale che non sempre brilla di specchiata onestà.

A Paolo Conte, che divideva con lei Fantini come manager, questo vuoto improvviso ha risvegliato la voglia di fare e il prossimo settembre pubblica un nuovo album.
Ricordo ancora quando in ospedale, una delle ultime volte che lo sono andato a trovare, Renzo mi disse: «guarda cosa mi tocca fare per farti scrivere una canzone». E forse una canzone arriverà per davvero, ma un album intero no. Non penso di farcela.

Dopo quarant’anni di palcoscenico passati a parlare alle «coscienze della gente», non è frustrante per uno come lei scoprire di non essere riuscito a cambiare nulla? De André ne soffriva.
No, perché i pezzi che scrivo non sono un manifesto, ma solo un racconto di quel che mi passa per la testa. D’altronde non sono proprio io a cantare che a canzoni non si fan rivoluzioni? Questo non vuol dire che non contino nulla; se qualcuno ci si riconosce, il risultato è raggiunto.

«Dio è morto» è stato il primo brano depositato a suo nome, senza pseudonimi, incontrando una storia singolare.
Già, i censori Rai si rivelarono più papisti del Papa. Perché mentre RadioRai decise di ignorare la canzone, quella Vaticana, che ne aveva capito il senso, non si fece problemi a trasmetterla. L’idea me la dette una copertina della rivista americana Time, che titolava nietzschianamente God is dead e una mia poesia intitolata Le tecniche da difendere. Avevo appena scoperto T.S. Eliot e provavo ad imitarlo. A quei tempi si parlava del Concilio Vaticano II e a molti, compresi i miei amici dell’Equipe 84, si tennero a distanza da una canzone così «sensibile». Non fecero altrettanto alcuni cattolici di Assisi che nell’inverno del ’68 mi chiesero addirittura di suonarla dal vivo. In quell’occasione oltre a Dio è morto cantai pure L’atomica cinese, Noi non ci saremo e Auschwitz. Quella sera avevo una fifa blu perché era la prima volta che mi esibivo fuori dalle osterie in qualcosa di assimilabile a un concerto.

In «My way» Sinatra cantava «rimpianti ne ho avuti pochi». E lei?
Di clamorosi non ne ho. Anche se a volte mi chiedo come sarebbero andate a finire le cose se certe sliding-doors, certe «porte girevoli» che la vita ci mette davanti avessero ruotato in un senso piuttosto che in un altro.

Come vede la sua vita tra dieci anni?
Una tragedia. Un tempo, ad esempio, ero un grandissimo camminatore, mentre oggi sono molto più sedentario, molto più pigro. Ho pochi stimoli e passerei tutto il mio tempo a leggere e basta.
Massimo Gatto per Avvenire
Ascolta: Canzone per un'amica
 
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postato da  Claudio Maffei alle  09:11 | aggiungi commento | commenti presenti [0]





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