1 Set 2010
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| Le coincidenze – Deepak Chopra | |
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Come ormai ben sappiamo, focalizzare la propria attenzione sulle coincidenze ci aiuta ad aumentarne la frequenza, e applicando l’intenzione riusciamo anche a comprenderne il significato.
Le coincidenze diventano così tracce che ci rivelano la volontà dell’universo, mostrandoci la sua sincronicità e consentendoci di approfittare delle infinite opportunità offerte dalla vita. Noi siamo però bombardati in continuazione da un flusso ininterrotto di informazioni: come possiamo scegliere quelle su cui vale la pena di soffermarsi? Come possiamo evitare di cercare un significato preciso in ogni tazza di tè che beviamo, in tutti gli spot pubblicitari che ci passano davanti agli occhi o nelle occhiate degli sconosciuti che incrociamo per strada? E, al tempo stesso, c’è un metodo per evitare di lasciarsi sfuggire le opportunità più valide? Non esistono risposte facili a questi interrogativi. Per imparare a vivere il sincrodestino bisogna prima di tutto diventare uno strumento sensibile al proprio ambiente. Chiudete ora gli occhi e cercate di percepire tutto ciò che vi circonda. Quali suoni sentite? Che cosa annusate, toccate o assaporate in questo preciso istante? Concentratevi sui vostri sensi, uno dopo l’altro, e diventatene pienamente consapevoli. Se non avete mai eseguito prima d’ora questo esercizio, con ogni probabilità vi siete persi alcuni di questi stimoli, non perchè fossero deboli, ma solo perchè siamo così abituati alla loro presenza da non notarli più. Che cosa avete percepito? Qual era la temperatura? C’era una brezza leggera o l’aria era immobile? Quali parti del vostro corpo erano in contatto con la sedia su cui eravate seduti? Avete avvertito più pressione sulla parte inferiore delle vostre cosce o su quella della schiena? A proposito di rumori: la maggior parte di noi sente l’abbaiare lontano di un cane o le grida di bambini che giocano nella stanza accanto, ma che mi dite del soffio dell’aria nel forno acceso o della folata che esce dal condizionatore? Sentite il vostro respiro, il gorgoglio del vostro stomaco o il rumore sordo del traffico? Coloro che sono sensibili agli eventi e agli stimoli che li circondano lo sono anche nei confronti delle coincidenze inviate dall’universo, che non arrivano sempre con la posta elettronica o su uno schermo televisivo. Almeno una volta al giorno concentratevi per un paio di minuti su uno solo dei vostri cinque sensi e concedete a voi stessi di notare il maggior numero possibile di aspetti attraverso cui si manifesta. In un primo momento questo compito potrebbe risultarvi difficoltoso, ma ben presto ci riuscirete con estrema naturalezza. Se avete l’impressione che possano in qualche modo distrarvi, escludete gli altri sensi dalla vostra percezione. Provate per esempio ad assaggiare pietanze differenti tenendo il naso tappato e gli occhi chiusi, focalizzandovi sulla struttura del cibo senza lasciarvi distrarre dal suo aspetto o dall’aroma. Le stimolazioni più forti e insolite attirano immancabilmente la nostra attenzione. Tutto ciò che ci circonda di solito merita invece un’occhiata più attenta e approfondita. Quando una coincidenza si presenta, chiedetevi sempre quale messaggio contiene. Non avete alcun bisogno di arrovellarvi per trovare risposte, che affiorano da sole come un’illuminazione improvvisa. Basta prestare attenzione agli incontri più o meno casuali, alle circostanze che vi capitano. A chi desidera andare a fondo della questione vorrei suggerire il processo della ricapitolazione: bisogna assumere la posizione dell’osservatore della propria vita e dei propri sogni, e subito connessioni, temi, immagini e coincidenze diventano più chiari. Poichè il nostro legame con l’anima universale è reso molto più evidente dall’attività onirica, questo procedimento ci consente di accedere a un nuovo livello di consapevolezza. Alla sera, prima di addormentarvi, mettetevi seduti e immaginate di assistere alla visione di tutto ciò che vi è accaduto durante il giorno, e che viene ora proiettato sullo schermo della vostra coscienza. Considerate la vostra giornata come un film, e osservate voi stessi via via mentre vi svegliate al mattino, vi lavate i denti, fate colazione, andate a lavoro, sbrigate i vostri affari, tornate a casa, cenate …. in pratica rivedete tutti i gesti che avete compiuto. Non dovete analizzare, valutare o formulare giudizi: limitatevi ad assistere allo spettacolo. E’ incredibile il numero di particolari che appaiono durante la proiezione della giornata, e che fino a quel momento non sono stati percepiti in maniera consapevole. Guardate le varie scene che si susseguono, e concedetevi l’opportunità di visionare con obiettività il vostro atteggiamento. Potreste così accorgervi di aver compiuto un gesto di cui siete orgogliosi oppure che vi mette in imbarazzo, ma lo scopo di tutto ciò non è dare giudizi, bensì raccogliere intuizioni circa il comportamento del protagonista, cioè il vostro sè. Al vostro risveglio al mattino non dovrete far altro che riassumere la notte, così come avete fatto con la vostra giornata. Oltre a essere proiezioni della nostra coscienza, i sogni sono anche il modo in cui interpretiamo il sentiero della nostra vita. La meccanica del sogno e di ciò che ci accade nella cosiddetta realtà sono le stesse proiezioni dell’anima. Noi siamo semplici testimoni. Pian piano cominciamo dunque a vedere correlazioni, immagini che si ripetono sia nei sogni sia nella vita quotidiana. E un numero più elevato di coincidenze ci fornisce una quantità maggiore di indizi. Iniziamo così a sperimentare più opportunità, e aumenta la dose di “fortuna” su cui possiamo fare affidamento. Le tracce ci forniscono la direzione che la nostra esistenza deve prendere. Grazie al processo di ricapitolazione noi individuiamo modelli ricorrenti, e sveliamo passo dopo passo il mistero della vita. Tale processo è particolarmente utile quando si vogliono abbandonare certe abitudini negative. Ogni giorno mettetevi seduti, immobili e in silenzio, per almeno cinque minuti e rivolgete alla vostra attenzione e al vostro cuore queste domande: Chi sono io? Che cosa voglio per la mia vita? Che cosa desidero oggi dalla mia esistenza? Lasciatevi poi andare e consentite alla vostra tranquilla voce interiore, cioè al flusso della vostra coscienza, di fornire le risposte. Fatelo ogni giorno, e rimarrete sbalorditi dal modo in cui le situazioni, le circostanze, gli eventi e le persone si organizzeranno intorno alle risposte stesse. E’ così che inizia il sincrodestino. Le coincidenze – Deepak Chopra |
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| postato da Claudio Maffei alle 16:54 | aggiungi commento | commenti presenti [0] | |
22 Lug 2010
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| Dal Corriere di ieri; massima diffusione | |
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Caro Silvio, ecco che farei se fossi ministro per le imprese
Caro Presidente Berlusconi, Le scrivo perchè Lei è il Ministro dello Sviluppo Economico della Repubblica Italiana. Io sono uno scrittore che per quindici anni ha fatto l' imprenditore nel lanificio di famiglia, a Prato, e se è impossibile paragonare le nostre responsabilità, le nostre competenze, le nostre idee, so bene cosa farei se fossi al suo posto. Se fossi Ministro dello Sviluppo Economico, penserei solo a trovare un lavoro alle figlie e ai figli degli italiani, che oggi escono dalle scuole tecniche, dai licei, dalle università e cominciano a passare da un vuoto lavoro temporaneo all' altro, senza mai imparare un mestiere, rincorrendo i loro giorni in un grigio presente infinito nel quale la parola futuro non ha più senso, se non per spaventare. Se fossi Ministro dello Sviluppo Economico, comincerei a dire che l' Italia ha bisogno di nuove aziende. Aziende che assumano invece di licenziare. Aziende che ricordino la cruda lezione del declino del manifatturiero e siano capaci di superarla e sublimarla. Aziende che producano prodotti che non si possano fabbricare a prezzo più basso in Cina o in India. Aziende senza neanche una macchina, che vendano idee ed esistano solo su Internet. Migliaia e migliaia di aziende piccole e furbe e libere ancora tutte da inventare, che riescano a vendere prodotti che ancora non esistono e che io e lei faremmo fatica a capire. Aziende che possono essere create solo da quelle ragazze e quei ragazzi meritevoli che nemmeno le nostre scuole sono riuscite a fiaccare - magari dalle figlie e dai figli dei licenziati, dei cassintegrati, dei disoccupati: dai migliori di quella generazione dimenticata che oggi state consegnando a un futuro di inevitabile decadenza. S' io fossi Ministro dello Sviluppo Economico non direi che per aiutare la nascita di nuove aziende basta eliminare tutti i vincoli burocratici alla loro creazione, e non nominerei nemmeno il federalismo fiscale, che con lo sviluppo economico c' entra come il culo con le quarant' ore. E lascerei perdere l' idea balzana di cambiare l' articolo 41 della Costituzione. S' io fossi Ministro dello Sviluppo Economico direi, invece, che l' unico modo per far nascere queste aziende è metter loro a disposizione il capitale, poiché oggi il sistema è bloccato, e nè le famiglie nè le banche possono o vogliono rischiare il loro denaro su nuove aziende capitanate da chi oggi ha meno di trent' anni. Prenda il telefono e chiami il direttore di una filiale di una qualsiasi banca. Si presenti come il signor Beruschi, chieda di poter ottenere un prestito per far iniziare una nuova attività a suo figlio neolaureato, e poi cronometri quanti secondi passano prima che il direttore della banca, nel migliore dei casi, le chieda quale immobile vorrebbe dare in garanzia. Se io fossi Ministro dello Sviluppo Economico e Presidente del Consiglio com' è lei, andrei in televisione a reti unificate e ricorderei agli italiani, alle banche, all' Europa che un debito non è quel marchio d' infamia che par essere diventato oggi, ma il patto antichissimo tra chi ha i soldi e chi sa lavorare, il necessario compagno di viaggio di ogni impresa e d' ogni persona. Direi che la vita stessa è un processo d' indebitamento, poichè si cresce indebitandosi (di sapere, d' esperienze, d' amore, di soldi) con i genitori per poi restituire il nostro debito facendo credito delle stesse preziosissime cose ai nostri figli. Annuncerei che dar lavoro alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi diventa da subito la massima priorità dello stato, e che tutto il resto passa in secondo piano - prime tra tutte le dannate infrastrutture, visto il branco di lupi che vi si aduna intorno ogni volta che ne mettete in cantiere una. Se io fossi Ministro dello Sviluppo Economico farei una chiamata. Inviterei chiunque abbia meno di trent' anni e un' idea imprenditoriale a venire a esporla, perché le migliori verranno finanziate. I soldi li prenderei dai quei 95 miliardi di euro rimpatriati con lo scudo fiscale. Chiederei a quelle signore e a quei signori il moderatissimo sacrificio di pagare un altro 1%, oltre al 5% che hanno già versato per riportare i loro soldi in Italia. Non crede che con 950 milioni di euro si potrebbe fare molto, per i nostri figli? E non sarebbe una cosa profondamente giusta e morale, Presidente, usare proprio quei soldi bigi per far ridiventare artefici del proprio destino le nostre ragazze e i nostri ragazzi, invece di tagliare ogni sogno delle loro vite e condannarli a un' esistenza precaria? Diventerebbe la meritoria, necessaria, lungimirante apertura di credito che la sua generazione, la più ricca di sempre, farebbe a quella dei trentenni, che invece rischiano d' essere i primi italiani da secoli ad andare a star peggio dei loro padri. Se fossi Lei, Presidente, riprenderei in mano il potere unico e superiore della politica: quello di cambiare le cose, di dare speranza, di investire sul futuro delle generazioni più giovani con un grande atto di fiducia nella nostra gente - inclusi, certo, tutti quegli immigrati che sono venuti in Italia per lavorare e rispettare la legge, dai quali son convinto verrebbe una caterva di nuove idee imprenditoriali. Mi comporterei come un padre di famiglia. Troverei il coraggio di concedere fiducia a chi ancora non ha dimostrato di meritarla. Sarei generoso. Darei il buon esempio, per una volta, maledizione. Edoardo Nesi |
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| postato da Claudio Maffei alle 15:35 | aggiungi commento | commenti presenti [0] | |
5 Lug 2010
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| Lo stress | |
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Il malessere contro cui l'individuo e la società debbono combattere
"La vita sul nostro pianeta e il suo sviluppo sono profondamente legati al quantum di eccitazioni sensoriali e motorie necessarie per vivere: è l'eccesso di queste eccitazioni che causa sofferenza, sconforto e malattia, ma non bisogna dimenticare che lo stress è anche vita". Fenomeno quanto mai universale, lo stress costituisce il malessere contro cui l'individuo e la società debbono combattere. Lo stress colpisce sul luogo di lavoro, nel traffico cittadino, al rientro delle vacanze, persino quando si va a fare shopping! Ma cos'è lo stress? Il termine stress, utilizzato già nell'Inghilterra del 1700, viene introdotto in Medicina e in Psicologia da W.B.Cannon; H. Selye ne ha dato una definizione univoca asserendo che "lo stress è la risposta non specifica dell'organismo ad ogni richiesta effettuata ad esso" (H. Seyle, 1976). Significativi per la definizione di stress sono gli studi condotti dallo stesso Selye sugli animali da laboratorio: iniettando degli agenti nocivi nei loro organismi, l'autore ne studiò gli effetti biochimici e morfologici. I cambiamenti osservati, indicati con il termine General Adaptation Syndrome (Sindrome Generale di Adattamento), consistono in processi fisiologici che interessano la via nervosa ed endocrina. Gli agenti stressanti, detti anche stressor, indicano invece i fattori esterni o interni che inducono l'organismo all'adattamento. Questi fattori possono essere di natura biologica e fisica (alimentazione, inquinamento, rumore, temperatura), psicologica e sociale (separazioni coniugali, lutti, cambiamenti delle condizioni di vita lavorativa). Attualmente sono soprattutto i fattori psico-sociali ad avere un forte incidenza nello sviluppo di situazioni di stress. La vita frenetica che l'individuo conduce, soprattutto in funzione dei ritmi di lavoro, spesso si accompagna all'aumento di disturbi psicosomatici e all'utilizzo sempre frequente di tranquillanti. I sintomi dello stress coinvolgono sia la dimensione fisica che quella psichica. Angoscia, insonnia, fatica, mal di testa, crisi di pianto, apatia, senso di frustrazione: ogni individuo percepisce in modo più o meno consapevole gli effetti provocati dallo stress. Una situazione stressante viene dunque vissuta da in modo diverso dalle persone, a seconda di come sia percepita, pensata, analizzata. Frequente è l'attribuzione dello stato di malessere dell'individuo allo stress, soprattutto quando non si è in grado di identificarne le cause. E molteplici sono le strategie possibili per fronteggiare lo stress. La scelta dei metodi è comunque strettamente correlata alle capacità di reazione e di analisi dell'individuo. In ogni caso, per affrontare lo stress in modo efficace, è indispensabile imparare a riconoscerlo e, soprattutto, individuare il problema che genera lo stress: ritmi pressanti sul lavoro ovvero disagi di relazione o altro. Del pari determinante è parlare del proprio disagio, chiudersi in se stessi non fa che cronicizzare lo stress. Particolarmente utile è parlarne con il proprio medico di base che potrà valutare il livello di stress e indirizzare verso le strategie di risoluzione più adeguate. La gamma delle tecniche atte a fronteggiare lo stress è ampia, e comprende esercizi di rilassamento del corpo (es. lo yoga), metodi di rilassamento mentale (es. la meditazione), percorsi psicoterapici finalizzati a favorire la presa di coscienza fisica e psichica del corpo. Non sempre i comportamenti adottati dall'individuo per contrastare lo stress sono efficaci: si pensi a coloro che, per rilassarsi, ricorrono a sigarette o ad alcool, senza rendersi conto che questi comportamenti potranno, a lungo andare, creare problemi di altra natura. Insomma, molto si può fare per gestire lo stress, anche se il sistema di contrasto più proficuo rimane pur sempre la prevenzione. Ma non è forse vero che lo stress è anche vita? Isabella Corradini Fonte: http://canali.libero.it |
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| postato da Claudio Maffei alle 08:30 | aggiungi commento | commenti presenti [0] | |
26 Giu 2010
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| Ecco perche' ci arrabbiamo | |
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I consigli su come controllare l'ira
Vecchi, giovani, uomini, e anche animali, tutti gli esseri umani ed a quattro zampe molto spesso si incavolano. Un meccanismo psichico comune ad ogni eta', che nasconde ansie e sofferenze, ma che quando si e' bambini e' ben piu' difficile da decodificare, capire, raccontare e quindi gestire. ''L'ira e' una delle emozioni piu' comuni'' sottolinea ''Focus Junior'', il periodico scientifico dedicato ai piu' piccoli che, nel numero di giugno, dedica un intero capitolo alla rabbia, per spiegarla ai bambini e aiutarli a farne i conti senza far danno. A se' stessi prima di tutto. Attraverso le ricerche ed i commenti di due psicologhe, l'inglese Margot Sunderland e l'italiana Giuliana Proietti, l'inchiesta porta per mano i ragazzi a familiarizzare e riconoscere le situazioni e gli stati d'animo che portano alla rabbia, dal senso dell'ingiustizia alla solitudine, dalla gelosia all'invidia, sentimenti spesso repressi ma che il corpo racconta comunque. Ma che cos' e' che fa ribollire dentro un fuoco che sembra davvero cosi' difficile da contenere? ''La rabbia piu' tosta -spiega il giornale- viene quando offendono i nostri sentimenti''. Ma non solo. Anche il senso di ''ingiustizia'' o una mancata ''ricompensa'' possono portare un bambino, ma anche un adulto, a sentire dentro come una bomba ad orologeria, pronta a scoppiare. ''L'attacco di rabbia -spiega il periodico scientifico- e' spesso la conseguenza di un piacere negato, un gioco, per esempio, o di una mancata ricompensa che ti aspettavi di avere e che ti hanno 'soffiato'. E la stessa cosa puo' accadere quando, invece che cibi e giocattoli, la ricompensa riguarda i nostri affetti''. Margot Sunderland, una psicologa inglese che ha studiato molto questo argomento, nel servizio fa l'esempio di Tom ''che ha il cuore spezzato perche' la sua mamma e' incantata dal fratellino appena nato e guarda meno lui che, a quel punto, inizia a diventare sempre piu' aggressivo''. ''Anche quando l'amore verso un'altra persona, un genitore o un amico, e il conseguente bisogno di stare con lei non viene appagato, infatti, -sottolinea Sunderland- puo' nascere una rabbia ancora piu' difficile da controllare e che puo' portare a comportamenti violenti, come spaccare le cose e picchiare o agire comportamenti devianti''. Che fare? ''Parlatene'' e' il suggerimento avanzato ai giovani lettori incavolati. ''Anche stare molto tempo da soli, soprattutto quando non e' una libera scelta, -avverte il giornale- puo' far aumentare rabbia e aggressivita'''. Ed in questi casi, secondo la psicologa Giuliana Proietti, la prima cosa da fare ''e' sforzarsi di capire cosa sta succedendo e parlarne con qualcuno di cui si ha fiducia''. Dunque: sfogarsi. ''Se non vengono le parole, -spiega ancora la psicologa- si puo' anche provare a mettere fuori cio' che si prova con dei disegni o qualche altra attivita', come una bella corsa o uno sport faticoso''. E se proprio l'ira straripa e non si riesce a contenerla, ''per evitare di far male a qualcun altro, -afferma la psicologa- meglio prendere a pugni un cuscino, accanirsi su un tamburo o qualcos'altro che produca rumore e provare a fare dei bei respironi profondi per rilassarsi''. ''Si' perche', contrariamente all'incredibile Hulk, magari potete anche diventare verdi di rabbia, ma non avrete alcun superpotere in piu' se iniziate a spaccare tutto'' avverte l'esperta. Se le parole non escono, il corpo invece parla eccome. Dal cervello ai pugni chiusi ogni gesto, postura o tic rivelano l'ira che cova dentro. ''Tutto parte dal cervello e, in particolare, -dice ancora Proietti- da un organo che e' un po' il nostro sistema di allarme di fronte a eventuali pericoli esterni: l'amigdala e ne esiste una per ognuno dei 2 lati del cervello''. ''Di fronte a qualcosa che sentiamo come una minaccia fisica o psicologica, -prosegue- l'amigdala si attiva e predispone il nostro corpo a fuggire, se prevale la paura, oppure a difendersi e attaccare, se prevale la rabbia''. Il risultato e' che ''il battito del cuore, la sudorazione e la temperatura del corpo aumentano, la faccia si trasforma e diventa rossa, i muscoli iniziano a stringersi, si serrano i pugni, ci si irrigidisce. E a volte -conclude la psicologa Proietti- si arriva anche a tremare''. Fonte: http://www.telefree.it |
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| postato da Claudio Maffei alle 10:53 | aggiungi commento | commenti presenti [0] | |
14 Giu 2010
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| Auguri Francesco! Settant'anni ben portati. | |
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Che la vita può essere anche dolore Francesco Guccini lo capì una mattina del ’44, quando i suoi compagni di giochi con la divisa e le stellette abbandonarono Pàvana, sull’Appennino tosco-emiliano, lasciandolo senza bubble-gum e senza cioccolate Hershey. Era un bimbo di quattro anni.
Per lui, nato il 14 giugno del 1940 appena quattro giorni dopo la fatidica «ora delle decisioni irrevocabili», quegli uomini coi nomi da divi della Fox erano stati i primi compagni di un cammino che libri e fantasia avrebbero spinto spesso verso Ovest, confondendo i sogni polverosi della Via Emilia con quelli in Technicolor di Hollywood. E sulla soglia di quei settant’anni che compie lunedì prossimo, nell’uomo di Radici è ancora la nostalgia per la prateria immaginata da ragazzino a legare una vita fortunata, sfociata artisticamente in una quindicina di album di successo, tre romanzi «familiari» e un pugno di altre opere letterarie fra cui i gialli del Maresciallo Santovito scritti a quattro mani con Loriano Machiavelli. Tutto raccontato con dovizia di particolari dall’autobiografia Non so che viso avesse. La storia della mia vita, pubblicata per Mondadori e dal saggio Fiero del mio sognare appena dato alle stampe per Arcana. «Vengo da una famiglia che amava poco le ricorrenze e ancor meno i festeggiamenti» premette lui. «E poi se avessi compiuto 63 anni nessuno se ne sarebbe accorto». Già, ma i settanta sono un traguardo da festeggiare. Da giovani ti senti immortale, mentre più vai avanti e più acquisisci consapevolezza che prima o poi tutto finirà. Così ti ritrovi a prendere precauzioni e a cercare di migliorare la tua vita. Di amici in questi anni ne ho persi tanti, da Bonvi a Magnus, da Amilcare Rambaldi del Tenco a Victor Sogliani dell’Equipe 84, solo per restare ai più conosciuti. L’ultimo è stato il suo manager Renzo Fantini. Una persona fuori dal comune. È successo tutto così velocemente da rendere ancora più forte il dolore. Quando incontrai Fantini, nel ’75, non avevo mai avuto un manager degno di questo nome. Fu Sogliani a metterci in contatto. Mi colpì perché era una persona carismatica e perbene, insomma una figura anomala nell’ambiente musicale che non sempre brilla di specchiata onestà. A Paolo Conte, che divideva con lei Fantini come manager, questo vuoto improvviso ha risvegliato la voglia di fare e il prossimo settembre pubblica un nuovo album. Ricordo ancora quando in ospedale, una delle ultime volte che lo sono andato a trovare, Renzo mi disse: «guarda cosa mi tocca fare per farti scrivere una canzone». E forse una canzone arriverà per davvero, ma un album intero no. Non penso di farcela. Dopo quarant’anni di palcoscenico passati a parlare alle «coscienze della gente», non è frustrante per uno come lei scoprire di non essere riuscito a cambiare nulla? De André ne soffriva. No, perché i pezzi che scrivo non sono un manifesto, ma solo un racconto di quel che mi passa per la testa. D’altronde non sono proprio io a cantare che a canzoni non si fan rivoluzioni? Questo non vuol dire che non contino nulla; se qualcuno ci si riconosce, il risultato è raggiunto. «Dio è morto» è stato il primo brano depositato a suo nome, senza pseudonimi, incontrando una storia singolare. Già, i censori Rai si rivelarono più papisti del Papa. Perché mentre RadioRai decise di ignorare la canzone, quella Vaticana, che ne aveva capito il senso, non si fece problemi a trasmetterla. L’idea me la dette una copertina della rivista americana Time, che titolava nietzschianamente God is dead e una mia poesia intitolata Le tecniche da difendere. Avevo appena scoperto T.S. Eliot e provavo ad imitarlo. A quei tempi si parlava del Concilio Vaticano II e a molti, compresi i miei amici dell’Equipe 84, si tennero a distanza da una canzone così «sensibile». Non fecero altrettanto alcuni cattolici di Assisi che nell’inverno del ’68 mi chiesero addirittura di suonarla dal vivo. In quell’occasione oltre a Dio è morto cantai pure L’atomica cinese, Noi non ci saremo e Auschwitz. Quella sera avevo una fifa blu perché era la prima volta che mi esibivo fuori dalle osterie in qualcosa di assimilabile a un concerto. In «My way» Sinatra cantava «rimpianti ne ho avuti pochi». E lei? Di clamorosi non ne ho. Anche se a volte mi chiedo come sarebbero andate a finire le cose se certe sliding-doors, certe «porte girevoli» che la vita ci mette davanti avessero ruotato in un senso piuttosto che in un altro. Come vede la sua vita tra dieci anni? Una tragedia. Un tempo, ad esempio, ero un grandissimo camminatore, mentre oggi sono molto più sedentario, molto più pigro. Ho pochi stimoli e passerei tutto il mio tempo a leggere e basta. Massimo Gatto per Avvenire Ascolta: Canzone per un'amica |
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| postato da Claudio Maffei alle 09:11 | aggiungi commento | commenti presenti [0] | |
4 Giu 2010
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| Intervista su Myliferadio | |
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La mia amica Debora Conti coach e trainer di PNL e autrice di splendidi libri, l’ultimo dei quali, “Ascolta i Grilli e scendi dall’Ottovolante” è un vero manuale di sopravvivenza emotiva, mi ha intervistato per Myliferadio. Chi vuole può ascoltare l’intervista cliccando qua sotto.
Buon ascolto! http://www.myliferadio.it/index.php?tag=Claudio_Maffei |
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| postato da Claudio Maffei alle 18:28 | aggiungi commento | commenti presenti [0] | |
20 Mag 2010
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| Gambe tagliate ai piccoli editori | |
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L' Italia è uno degli ultimi Paesi d' Europa in fatto di lettura. Ci lamentiamo che i giovani non leggono, che molti, troppi dipendono per la loro formazione e informazione solo dalla televisione ormai quasi del tutto omologata. Ma che facciamo per favorire la lettura? Una delle ultime mosse del governo è stata la promulgazione di un decreto (del 30 marzo 2010, pochi giorni prima della Pasqua) che elimina le tariffe postali agevolate per l' editoria. Il decreto ha causato di fatto, come lamentano gli editori, «un aumento del 700% nei costi di spedizione». Un favore fatto alle Poste? E per quali ragioni? Il decreto danneggia soprattutto le piccole case editrici che sopravvivono senza incentivi statali, che «scommettono sulle librerie e i lettori e diffondono cultura, pluralità di opinioni e di sapere», come è scritto in una lettera di protesta firmata da più di trecento piccoli editori e spedita al ministro dello Sviluppo economico e al ministro dell' Economia. Ormai i tagli stanno diventando selvaggi e indiscriminati, facilmente giustificati dalla mancanza di soldi. Ma contemporaneamente ci arrivano all' orecchio notizie di spese altrettanto indiscriminate, ci arrivano notizie di corruzioni diffuse, sprechi indicibili e incapacità di controllare le entrate del fisco. Possibile che i tagli debbano sempre andare a senso unico? In attesa di una legge seria a sostegno delle case editrici, cosa si vuole fare? Fiaccare quella rete di artigianato editoriale che si sta diffondendo con forza indipendente per tutto il Paese? Intanto tagliamo loro le gambe togliendo di mezzo uno dei pochi aiuti indiretti che avevano e poi vedremo. È questo il ragionamento miope di chi ha in uggia ogni pensiero indipendente, ogni esperimento di parola? Ora spedire un libro - a una biblioteca, a un venditore, a una libreria, a un cliente - costa molto di più e tale costo incide sulle spese come non era mai successo prima. Le grandi case editrici hanno le loro reti di distribuzione, per cui non saranno toccate che in parte, ma tutti quegli impresari di cultura che spesso lanciano i nuovi scrittori, che cercano di riempire i vuoti delle province più periferiche, che portano avanti progetti culturali dal basso, vengono puniti e messi a tacere con un decreto che li colpisce nella libertà di movimento. Certo ci sono anche i piccoli editori furbi che mettono su una piccola stamperia per speculare sulle diffusissime ambizioni dei tanti poeti e romanzieri disposti a pagare migliaia di euro per farsi stampare un libro che poi non circolerà, e finirà buttato nella carta straccia. Ma a parte i pochi furbi senza scrupoli ci sono tantissimi editori coraggiosi che rischiano continuamente il collo per scoprire nuovi talenti, per riempire quei buchi che i grandi editori evitano: l' editoria specializzata, i libri di studio, di approfondimento, di analisi che certamente si rivolgono a un pubblico ridotto ma importantissimo per la crescita del Paese. Sono questi che si vogliono scoraggiare? A favore di cosa? Della grande industria del libro? O di chi ha paura della circolazione delle idee? Dacia Maraini per Corriere della Sera. Il sito Relazioni Virtuose ha deciso di farsi carico dell'aumento delle tariffe postali lasciando invariati i costi di spedizione. |
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| postato da Claudio Maffei alle 10:20 | aggiungi commento | commenti presenti [0] | |
10 Mag 2010
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| Essere giovani | |
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La gioventù non è un periodo della vita, è uno stato d’animo; non è una questione di guance rosee, labbra rosse e ginocchia agili; è un fatto di volontà, forza di fantasia. Vigore di emozioni: è la freschezza delle sorgenti profonde della vita.
Gioventù significa istintivo dominio del coraggio sulla paura, del desiderio di avventura sull’amore per gli agi. E spesso se ne trova di più in un uomo di sessant’anni che in un giovane di venti. Nessuno invecchia semplicemente perché gli anni passano. Si invecchia quando si tradiscono i propri ideali. Gli anni possono far venire le rughe alla pelle, ma la rinuncia agli entusiasmi riempie di rughe l’anima. Le preoccupazioni, la paura, la sfiducia in se stessi fanno mancare il cuore e piombare lo spirito nella polvere. A sessant’anni o a sedici, c’è sempre nel cuore di ogni essere umano il desiderio di essere meravigliati, l’immancabile infantile curiosità di sapere cosa succederà ancora, la gioia di partecipare al grande gioco della vita. Al centro del vostro cuore e del mio cuore c’è una stazione del telegrafo senza fili: finché riceverà messaggi di bellezza, speranza, gioia, coraggio e forza dagli uomini e dall’infinito, resterete giovani. Quando le antenne riceventi sono abbassate, il vostro spirito è coperto dalla neve del cinismo e dal ghiaccio del pessimismo, allora siete vecchi, anche a vent’anni: ma finché le vostre antenne saranno alzate, per captare le onde dell’ottimismo, c’è speranza che possiate morire giovani a ottant’anni. Samuel Ullman |
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| postato da Claudio Maffei alle 17:57 | aggiungi commento | commenti presenti [0] | |
1 Mag 2010
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| Scatman John | |
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John Paul Larkin - noto come Scatman John (1942–1999) è stato un cantante statunitense di musica scat/jazz/pop/techno.
Una grave forma di balbuzie lo afflisse fin da quando iniziò a parlare e provocò profondi traumi emotivi nella sua infanzia. A dodici anni Larkin iniziò a imparare a suonare il pianoforte mentre due anni più tardi l'ascolto di Ella Fitzgerald e Louis Armstrong gli fecero nascere l'interesse per la musica scat. La musica permetteva finalmente a John di esprimersi. Nel 1996 dichiarò: "Suonare il pianoforte mi dava modo di parlare, mi nascondevo dietro il pianoforte per la paura di parlare." Larkin divenne un pianista di jazz professionista. Cominciò anche a fare pesante uso di alcol e di droghe, ma quando il suo amico Joe Farrell, anche lui tossicodipendente, morì, decise di cambiare il suo modo di vivere e ci riuscì grazie anche all’aiuto di Judy, sua moglie. Durante un suo spettacolo provò a cantare una canzone e l’ovazione del pubblico lo convinse a proseguire su quella strada. Scelse così il nome d’arte di Scatman John e registrò il suo primo singolo, Scatman (Ski Ba Bop Ba Dop Bop), una canzone che aveva l'obiettivo di convincere i bambini balbuzienti a superare la loro difficoltà di relazione con gli altri. Fu un successo mondiale: nel 1995, a cinquantadue anni, Larkin divenne una star internazionale. Scatman raccontò: "Quando una volta salii sul palco, in Spagna, i bambini cominciarono a urlare per cinque minuti di fila e io non potei iniziare a cantare". Nella sua carriera Scatman John ha ricevuto 14 dischi d'oro e 18 di platino. In Giappone era così celebre che i negozi di giocattoli vendevano bambolotti con le sue fattezze e la sua immagine appariva in molte schede telefoniche e sulle lattine di Coca-Cola. Nel 1999, Scatman John fece uscire il suo terzo e ultimo album, Take Your Time, ma già dall’anno prima era in lotta con un cancro al polmone, la malattia che lo avrebbe portato alla morte. Larkin continuò a lavorare nonostante il consiglio di ridurre il carico di impegni per curare meglio la propria salute. Durante il periodo della malattia mantenne un atteggiamento positivo. Un giorno dichiarò: "Qualunque cosa Dio vuole per me va bene...Ho avuto una bella vita. Ho provato la bellezza ". John Paul Larkin morì serenamente nel tardo pomeriggio del 3 dicembre 1999 nella sua casa di Los Angeles. In un'intervista del 1996 Larkin aveva detto: "Io spero che i bambini, mentre ascoltano le mie canzoni o ci ballano sopra, sentano che la vita non è tutta così brutta. Anche solo per un minuto". Di Scatman John, oltre alla sua musica, ci piace l’atteggiamento positivo, l’allegria, l’essere riuscito a superare problemi e momenti difficili e la voglia di trasmettere agli altri la sua forza e la sua gioia di vivere. Ma adesso è il momento di lasciare spazio alla musica è alla voce di Scatman John. Puoi ascoltarlo cliccando sui seguenti link: Scatman (Ski-Ba-Bop-Ba-Dop-Bop) http://www.youtube.com/watch?v=fEVUKofgNrU Scatman's World http://www.youtube.com/watch?v=yOtJqAlrjio Everybody Jam! http://www.youtube.com/watch?v=4VaJVDHRpvA Un grazie a Renato de Rosa FREE MIND Tecniche e corsi per combattere condizionamenti e barriere mentali con il gioco, il divertimento ed il sorriso |
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| postato da Claudio Maffei alle 11:22 | aggiungi commento | commenti presenti [1] | |
18 Apr 2010
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| Un bicchiere di latte | |
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Un giorno, un ragazzo in difficoltà economiche che vendeva prodotti porta a porta per pagarsi gli studi all’università, si trovò in tasca soltanto una moneta da 10 cents, e aveva una gran fame.
Decise che avrebbe chiesto qualcosa da mangiare nella prossima casa. Ma i suoi nervi lo tradirono quando gli aprì la porta una donna stupenda. Al posto di qualcosa da mangiare chiese soltanto un bicchiere d’acqua. Lei pensò che il giovane gli sembrava più affamato che assetato, e dunque gli portò un bel bicchiere di latte. Lui lo bevve piano, e poi le chiese: - Quanto le devo?- - Non mi devi niente – rispose lei - mia madre ci ha insegnato che dobbiamo essere sempre caritatevoli con coloro che hanno bisogno di noi. E lui rispose... Allora, la ringrazio di cuore! Quando Howard Kelly andò via da quella casa, non solo si sentì più sollevato, ma anche la sua fede in Dio e negli uomini era diventata più forte. Era stato sul punto di arrendersi e di lasciare gli studi a causa delle sue difficoltà economiche. Qualche anno dopo la donna si ammalò gravemente di cuore. I medici del paese erano preoccupati. Alla fine, la inviarono presso un centro della vicina città. Chiamarono il Dottor Howard Kelly per un consulto. Quando lui sentì il nome del paese da dove proveniva la paziente, sentì negli occhi una luce particolare e provò una gradevole sensazione. Immediatamente il Dottor Kelly salì dalla hall dell’ospedale fino alla stanza di lei, e vestito con il suo camice da dottore, entrò a visitarla. Scherzi della vita, era proprio lei, la riconobbe subito. Ritornò nel suo studio medico determinato a fare tutto il possibile per salvarle la vita. Da quel giorno seguì quel caso con attenzione molto particolare. Lei subì un’operazione a cuore aperto, che riuscì perfettamente e lentamente cominciò il periodo del recupero. Dopo una lunga lotta, lei vinse la battaglia! Era finalmente guarita! Giacché la paziente era fuori pericolo, il Dott. Kelly chiese all’ufficio amministrativo dell’ospedale che gli inviassero la fattura con il totale delle spese, per apporre la sua approvazione. La controllò e la firmò. Inoltre scrisse qualcosa sui margini della fattura e la inviò alla stanza della paziente. La fattura arrivò alla stanza della paziente, ma lei aveva paura di aprirla, perché sapeva che avrebbe dovuto lavorare per il resto della sua vita per pagare il conto di un intervento così complicato. Quando la aprì, qualcosa attirò la sua attenzione; sui margini della fattura lesse queste parole. Pagata completamente anni fa con un bicchiere di latte. Firmato Dottor Howard Kelly I suoi occhi si riempirono di lacrime di gioia, e il suo cuore fu felice, e benedisse il dottore per averle ridato la vita. Non dubitare mai, perché raccogli sempre quello che semini. Pare che esista una legge secondo cui ciascuno riceve quello che ha dato. È una bella legge, se la rispettiamo! |
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| postato da Claudio Maffei alle 16:18 | aggiungi commento | commenti presenti [0] | |
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