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	<title>Relazioni Virtuose</title>
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	<tagline>Benvenuti nel Blog di Relazioni Virtuose.</tagline>
	
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		<title><![CDATA[Zygmunt Bauman, il segreto della felicità ]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=388"><![CDATA[Secondo Bauman, la felicità non consiste in una vita senza problemi. La vita felice viene dal superamento dei problemi, dal risolvere le difficoltà…<br /><br />Ogni persona che abbia mai messo piede sulla terra nel corso della vita è stata ossessionata da un obiettivo preciso: essere felice. Le strade che ognuno di noi sceglie di prendere sono infinite ma, secondo i nostri piani, puntano tutte verso la medesima direzione. Il problema è che, una volta percorse, molte strade si sono rivelate sbagliate. Al riguardo si è interrogato molto Zygmunt Bauman.<br /><br />La vera felicità<br />Gran parte degli intellettuali ha considerato temi quali la felicità troppo disimpegnati per essere trattati. Bauman, al contrario, non ha avuto paura di parlare di quella che è, come dicevamo all’inizio, l’aspirazione che accomuna l’intera umanità. Spiegando cos’è la felicità nel documentario “La Teoria svedese dell’amore” andato in onda su Rai 3, il teorico della società fluida ha detto che “non è vero che la felicità significhi una vita senza problemi. La vita felice viene dal superamento dei problemi, dal risolvere le difficoltà. Bisogna affrontare le sfide, fare del proprio meglio. Si raggiunge la felicità quando ci si rende conto di riuscire a controllare le sfide poste dal fato, ci si sente persi se aumentano le comodità”. Tanto più siamo in grado di combattere, lottare, di fare scelte significative, tanto più si accorcerà la distanza che ci separa dalla felicità. Una lotta che, tuttavia, non va affrontata in modo solitario.<br /><br />La trappola dell’indipendenza<br />Negli ultimi decenni le persone hanno infatti imparato sempre più a essere indipendenti, a non dipendere dagli altri, facendo di tutto per star bene da soli, per star bene con sé stessi. Ma, secondo Bauman, questa è la direzione sbagliata. Le persone che sanno essere indipendenti stanno perdendo piano piano la capacità di convivere con gli altri, perché hanno perso l’abilità a socializzare. “Più sei indipendente – dice Bauman ne ‘La Teoria svedese dell’amore’ – meno sei in grado di controllare la tua indipendenza e rimpiazzarla con una piacevole interdipendenza”. D’altra parte è comprensibile: relazionarsi con le persone è terribilmente complicato, per farlo bisogna essere in grado di accettare compromessi, di andare incontro alle esigenze altrui, di avere pazienza. E’ complicato, certo, ma è dalle relazioni che nasce la felicità, non dall’indipendenza. Secondo Bauman, “alla fine l’indipendenza porta a una vita vuota, priva di senso, e a una completa assoluta inimmaginabile noia”.<br />Libreriamo<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Marina Salamon: solo le aziende in cui “la gente sta bene“ potranno vivere ]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=387"><![CDATA[Non amo teorizzare,  per cui proverò a raccontare la mia “ idea d’ impresa “ attraverso alcune storie concrete.<br /><br />Ieri,  mentre lavoravo in una nostra azienda, ho incontrato in un corridoio una studentessa di 18 anni, stagista per pochi giorni da noi, che sperimentava i nuovi programmi ministeriali di “alternanza scuola-lavoro”,  che richiedono agli studenti degli ultimi anni di liceo un’ esperienza aziendale di 40 ore. Ho avuto il desiderio di parlarle, di capire il suo sogno futuro, e come percepiva il suo rapporto con il lavoro. Era intelligente, tenera e un po’ spaventata rispetto alle sue prossime scelte universitarie: cinese, arrivata in Italia a 4 anni, mi interrogava su quali sarebbero state le professioni di domani. Grazie a lei, mi sono ricordata di quando, a 23 anni, mentre ero ancora una studentessa anch’io, avevo fondato l’impresa in cui ora lei sta. Sognavo, allora come oggi, un mondo ideale in cui le aziende fossero un luogo di costruzione di progetti, di condivisione, di incontri umani, di crescita umana e professionale delle persone, di realizzazione individuale e comunitaria.<br />Mentre scrivo, 35 anni dopo quell’inizio, so bene che ciò non è stato sempre vero, e oggi lo è raramente. Nella mia storia di imprenditrice, in questi anni, anch’io non ho potuto o saputo mantenere sempre vivo questo sogno. Per molti anni, mi ero illusa che quasi tutti gli imprenditori e i manager desiderassero, davvero, costruire ambienti positivi per i loro stakeholders, a partire dai collaboratori (non ho mai amato e non uso il termine “ dipendenti”). Oggi, percepisco intorno a noi timore e scetticismo crescente, anche su questi temi. Eppure, a costo di sembrare un’adolescente lontana dalla realtà, credo che solo le aziende in cui “la gente sta bene“ potranno vivere a lungo, perché solo esse sapranno sperimentare autentica innovazione di prodotto e di processo, coinvolgendo tutti coloro che in esse operano. Non basta: avranno futuro solo le aziende che sapranno costruire valore nel tempo, e non solo risultati economici di breve periodo, a favore di coloro che le guidano. Questo è il primo passaggio fondamentale dell’etica applicata alle imprese: l’etica al centro, e non certo per ssere buoni, ma perché è più intelligente, oltre che giusto, farlo.<br />Un altro punto fondamentale del mio sogno di impresa positiva è la coerenza morale dei capi, manager e/o azionisti. Anche qui, trovo che l’arroganza, la mancanza di sobrietà (show-off), l’incapacità di ascoltare e/o comunicare con i collaboratori, siano imperdonabili. Ancora peggio, segnalano la fragilità umana e l’insicurezza di chi guida senza esserne degno. In qualche modo, penso che ogni leader, in azienda,  porti con sé una responsabilità educativa, simile a quella di un genitore o di un fratello maggiore. Per me, che sono stata a lungo scout, un capo azienda che non identifica il potere con il servizio, non ha capito molto del suo ruolo.<br />Nel tempo, attribuisco un’importanza sempre maggiore alla capacità di “ fare squadra “ intorno a sé, e alla grande differenza fra l’autorevolezza e l’esercizio del potere. Le aziende sono diventate, negli ultimi anni, il più importante luogo di socialità delle nostre vite. Hanno, in pratica, sostituito molti altri luoghi di vita condivisa. In parallelo, le famiglie sono diventate sempre più piccole. Quindi, anche se imperfette e non destinate a ciò, in origine, le aziende sono diventate, di fatto, piccole o grandi comunità.<br />E questo pensiero mi porta ad Adriano Olivetti, che ho studiato e ammirato tanto, fin dai miei primi anni di giovane imprenditrice. Nei suoi scritti, le Comunità urbane avrebbero dovuto “possedere” almeno una fabbrica di medie dimensioni. Queste fabbriche (o aziende in senso lato, come potremmo definirle nell’era digitale…) non avrebbero dovuto essere né private né pubbliche, ma socializzate, cioè di proprietà mista. I consigli d’amministrazione sarebbero stati composti da manager, rappresentanti dei lavoratori, della Comunità e degli istituti culturali. Le aziende non avrebbero rischiato di indebolirsi per questo, perché manager scelti con rigore e meritocrazia avrebbero avuto la responsabilità degli investimenti produttivi, mentre i profitti eccedenti sarebbero stati reimpiegati per il bene della Comunità. Fabbriche e uffici sarebbero stati “aperti alla luce e rallegrati da fiori ed alberi”. Le scoperte della scienza avrebbero reso il lavoro né troppo lungo, né faticoso. Coloro che facevano parte di un’ azienda avrebbero avuto chiaro il senso ed il valore del proprio lavoro, poiché partecipavano realmente ad essa ed eleggevano propri rappresentanti nel governo dell’ impresa stessa e della Comunità.<br />Non credo che il pensiero di Adriano Olivetti sia superato. Gli imprenditori che scelgono di trasferire gran parte del proprio patrimonio ad una fondazione non profit ( Gates, Buffett, Zuckerberg ) attuano il desiderio di dar vita, anche se in modi diversi, un’impresa di responsabilità sociale.  “Yes,  we can“ era il primo, magnifico slogan di Barack Obama…<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[La gentilezza e le buone maniere nel mondo del lavoro]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=386"><![CDATA[I dieci punti fondamentali<br /><br /> <br /><br />1.Fai lo sforzo di ricordare il nome di chi ti sta davanti e pronuncialo spesso. <br /><br />Ricordati che per una persona il suo nome è il suono più importante in qualunque lingua.<br /><br />2.Arriva puntuale agli appuntamenti. Avere la fama di chi arriva sempre in ritardo, è come avere la fama di uno su cui non si può    contare.     <br /><br />3.Le presentazioni vanno fatte sempre, anche se ci si ferma solo un attimo a parlare. Devono    essere rapide e precise. Nome e cognome. Non esagerare con i fronzoli, titoli, non dire “il migliore…” “il più bravo…”. E’ fondamentale ricordare perfettamente il nome di chi si presenta altrimenti evita di essere tu a doverlo fare. Mai dire non mi ricordo il suo nome… Se vuoi proprio superarti, come ai vecchi tempi, si presenta l’uomo alla donna, il più giovane al più anziano, se si è seduti l’uomo si alza sempre, mentre la donna quasi mai. E sarebbe bene non dire “piacere”. Togliti gli occhiali da sole se le presentazioni avvengono all’esterno.<br /><br />4.La stretta di mano deve essere calorosa, non da frattura scomposta ma nemmeno da  mozzarella…e la mano possibilmente non sudaticcia. <br /><br />Stai ad ascoltare sinceramente ed attentamente il tuo interlocutore senza distrarti.<br /><br />5.Durante le riunioni ricordati che 3 persone su 4 ritengono maleducato controllare sms e mail e l’87% pensa che sia scortese rispondere a una telefonata (studio condotto dalla Marshall School of Business della University of Southern California). Infatti dare la precedenza agli stimoli provenienti dall’esterno è percepita come mancanza di rispetto per ciò che avviene all’interno della sala riunioni, mancanza di concentrazione e mancanza di ascolto.<br /><br />6.Non controllare compulsivamente mail-sms-chiamate, questa nevrosi non ti farà sembrare più importante, ma solo più scortese. <br /><br />7.Anche durante i business lunch, l’uso dello smartphone non è molto gradito. In questo caso il 50% degli uomini ritiene accettabile rispondere a una chiamata durante un pranzo di lavoro, contro il 26% delle donne. I professionisti più giovani sono 3 volte più tolleranti di quelli più anziani. Consiglio: prima di infastidire con il tuo comportamento chi ti sta davanti, rifletti. Le buone maniere sconsigliano anche di poggiare sul tavolo smartphone, chiavi, occhiali e borse. <br /><br />8.La pausa pranzo.<br /><br />La Career Builder elenca quattro categorie di “Mangiatori in ufficio”: il Puzzolente, il Rumoroso, lo Sporcaccione e il Rompiscatole. Fai in modo di essere nella quinta “Quello che mangia fuori”<br /><br />9.Ricordati che Grazie, Scusa e Per favore sono parole con effetti miracolosi, soprattutto se accompagnate da un sorriso.<br /><br />10.Look.  Fortunatamente non c’è più l’obbligo di quei rigidi tailleur da donna e completi rigorosi da uomo. E’ ammesso ormai in ogni ambiente un look informale purché curato. Alcune cose restano comunque da evitare assolutamente. Per gli uomini mai: i calzini corti, i calzini bianchi e le camicie a maniche corte. Per le donne tutto ciò che è troppo: troppo stretto, troppo corto, troppo scollato, troppo trucco, troppi accessori. Insomma il buon gusto non passa mai di moda. Magari con l’aggiunta di un guizzo eccentrico di piacevole distinzione!<br /><br />Non dimenticare che Oscar Wilde ha detto:<br /><br />“Con un abito da sera e una cravatta bianca, chiunque, anche un agente di cambio, può far credere di essere una persona civile.”<br /><br />e Coco Chanel:<br /><br />“Se una donna è malvestita si nota l’abito. Se impeccabile si nota la donna.”]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Il vento freddo della creatività]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=385"><![CDATA[Ho letto un paio di articoli dove ci si chiede se gli smartphone possono spegnere la creatività delle persone. Soprattutto quando se ne fa un uso eccessivo. In realtà si parte dal presupposto che la creatività sia qualcosa che appartiene a tutti, persino una dote innata. Quasi un diritto. E questa ossessione per la creatività ha generato come un vento freddo che poggia sulle terre calde del web. Nessuno può più sfuggire all’obbligo creativo, al dovere di raccontare. E chi non ha una storia, un qualcosa da dire, un qualcosa che piaccia è meglio che se la trovi al più presto. Perché la povertà creativa è diventato un disvalore, un segno intollerabile del vivere contemporaneo, del comunicare sul web e sui social.<br /><br />Dovremo fare i conti con la dittatura della creatività. Schiavi di un nuovo glamour, diventiamo tutti potenziali narratori cinematografici, autori di romanzi e poesie, compositori di musica, cesellatori di buone storie, in grado di raccontare, di vedere sempre un plot dove spesso non esiste, di saper trovare gli intrecci e le grandezze ovunque si nascondano.<br /><br />La dittatura della creatività è un problema molto serio. Non esistono più esistenze che non ambiscano a qualcosa che le evolva, le riscatti dalla quotidianità. Non esistono più luoghi normali, come tanti, paesaggi simili tra loro, nonni, nonne e zii all’incirca uguali per tutti. Non ci sono più lettere di famiglia che sono soltanto lettere, e che si conservano per affetto senza neppure andarle a rileggere. Ormai non ci sono racconti privati, storie tramandate, persino piccole leggende, che non diventino cose per gli altri, che non siano esportabili nel senso tecnologico del termine: ovvero cambiandogli il formato in modo che siano leggibili in un altrove indistinto. Persino i filmini della recita dei figli, abilmente manipolati, possono diventare ritratto, affresco, vicenda privata che ha qualcosa di collettivo, microstoria rivelatrice.<br /><br />È come un vento che sta mettendo una generazione di fronte alla frustrazione di non essere abbastanza narrativa, di non essere del tutto creativa. Le storie corrono per il mondo e bisogna afferrarle, capirle, ripensarle: quelle di ogni giorno come quelle antiche, che possono diventare un libro, un racconto lungo, un documentario.<br /><br />La dimensione privata del ricordo è diventata un affare emotivo, narcisistico, affettivo, esibizionista. Ogni gesto della propria vita, ogni pensiero, ogni fotografia, ogni video è vissuto non per essere condiviso, ma per diventare un mosaico narrativo, uno storytelling di esistenze semplici, normali, che non sono più capaci di restare in quella normalità, in quel privato che è sempre stato di tutti. Si sono rovesciati i propri cassetti dentro il web, per mostrarsi nudi, indifesi, fragili di fronte ad altri nudi, indifesi e fragili. E non si riesce più a ritrovare una dimensione privata dell’esistenza.<br /><br />Non tutto serve a diventare storia, non tutto si può mostrare come fosse un patrimonio collettivo. Non c’è bisogno di costellare il proprio tempo quotidiano di note continue che aggiungono, mostrano, spiegano, narrano. E questa dittatura della creatività è diventata una disperazione, una sorta di antifrasi concettuale: diamo un significato opposto a tutto quello che è di fronte a noi, come un tic nervoso. Obblighiamo le nuove generazioni a pensarsi creative ma solo a parole. Perché poi quando cercano di esserlo davvero vengono dissuase. Abbiamo trasformato l’arte, la letteratura, il cinema, la musica e tutte le espressioni dell’ingegno in qualcosa di necessario e al tempo stesso di non realizzabile se non in una forma ripetitiva e banale. Abbiamo legato la creatività al successo dei like, che finiscono per modificare, in corsa, la qualità delle opere, delle storie, attraverso un sondaggio continuo, un costante aggiustamento – spesso verso il basso – delle proprie intenzioni e volontà.<br /><br />La creatività obbligatoria è come un vento freddo, sottile e tagliente, ghiaccia il paesaggio e paralizza le coscienze. Mescolando plauso e indifferenza come fossero la stessa cosa.<br /><br />Roberto Cotroneo]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		</author>
		<title><![CDATA[Ricordi o pensi?]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=384"><![CDATA[Qualche tempo fa, durante un PNL Practitioner, il Dott. Richard Bandler disse una frase che mi è rimasta scolpita in mente: “Life is happening and if you spend your time remembering instead of thinking, you’re going in the wrong direction” (che tradotta suona così: “la vita sta accadendo e se spendi il tuo tempo a ricordare anziché pensare, stai andando nella direzione sbagliata”).<br /><br />Spesso mi chiedono: "cos’è la Programmazione Neuro Linguistica?". Io solitamente rispondo che è una disciplina che ti aiuta a PENSARE in modo più furbo.<br /><br />Infatti tante volte ci incasiniamo con pensieri stupidi e inutili, molti dei quali derivano da eventi passati e che ci impediscono di vivere al meglio il presente e il futuro: “è accaduta quella cosa, quindi… sono sempre stato così… non sono mai stato capace di…”<br /><br />Se hai già seguito un nostro corso di PNL mi avrai sicuramente sentito ripetere che la cosa bella del passato è che è successo (nota per i pract e master pract: uso appositamente l'ambiguità fonologica). Infatti ciò che mi piace di più della PNL e del coaching è che non sono interessati al passato, bensì al futuro della persona.<br /><br />Credo infatti che il nostro lavoro da coach, tramite la pnl o qualunque altro strumento, abbia l’obiettivo di aiutare le persone ad allargare i loro orizzonti per programmare un futuro degno di essere vissuto e decisamente invitante.<br /><br />Mi ricordo un amico che una volta mi disse: sai perché il parabrezza di un’auto è molto più grande rispetto allo specchietto retrovisore? Perché devi passare più tempo a guardare avanti invece che indietro!<br /><br />Domanda: hai in mente una situazione che sai già che ti creerà disagio non appena ricapiterà nel futuro? Ad esempio quando rivedrai quella persona, quando ti ritroverai in quel contesto, quando sarai in quel posto sai già che ci starai male?<br /><br />Bene, se lo puoi prevedere ora significa che lo stai semplicemente PROGRAMMANDO! Come dice sempre Richard Bandler “la delusione richiede una pianificazione adeguata” &amp;#128512;<br />Se puoi prevedere oggi che quella cosa ti metterà a disagio, significa che cambiando il tuo modo di pensare o percepire quella situazione, puoi cambiare la sensazione collegata!<br /><br />Come? Sottomodalità, Time Line, eliminazione di ancore negative (se ce ne sono), swish, spinning feeling... insomma tutti gli strumenti che hai iniziato a imparare dal secondo giorno del PNL Practitioner.<br /><br />Il problema è che il nostro istinto naturale più forte (ancora più di quello di sopravvivenza) è fare in modo che le cose siano familiari. Quindi, estremizzando il concetto, anche una brutta sensazione può essere più “accettabile” rispetto all’iniziare a fare qualcosa di diverso (e di più furbo): proprio perché il nuovo comportamento all’inizio ci risulta “strano” e sembra non appartenere al nostro carattere.<br /><br />E se mi conosci sai che io non credo nel carattere: il carattere a mio modo di vedere non è nient’altro che una serie di abitudini che mettiamo in atto ogni giorno e non qualcosa di immutabile che non puoi cambiare (come molti pensano!).<br /><br />Pensaci: non sei forse una persona diversa e con un carattere diverso rispetto a dieci anni fa o rispetto a quando eri bambino? Spero per te di sì! E sai come si chiama questo cambiamento? Apprendimento! &amp;#128521; Infatti hai imparato cose che oggi ti fanno vivere meglio e hai creato delle nuove abitudini (che poi sono diventate familiari :-) ). E così come hai fatto con queste, puoi iniziare a modificare tutti quei comportamenti o pensieri che oggi ancora ti limitano.<br /><br />Ricordati, tutto è in costante cambiamento: accettalo velocemente e sfruttalo.<br /><br />Alessandro Mora]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Le regole limitano la tua libertà]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=383"><![CDATA[Un giorno, in aula, stavo parlando di Paul Watzlawick, il grande maestro della comunicazione che ho avuto la fortuna di conoscere. <br />Riportai una sua frase che mi aveva molto colpito “Ognuno di noi costruisce ciò che poi subisce”. Un allievo alzò la mano e disse: sarebbe affascinante approfondire questo concetto, a che cosa si riferisce precisamente? E’ il “subisce” che mi lascia perplesso, perché l’uso di un termine così negativo?<br />Allora spiegai il mio approccio che è più bio-chimico che psicologico. <br />I pensieri che facciamo influiscono sulle sensazioni che proviamo, che a loro volta agiscono sulla chimica del nostro cervello e del nostro corpo. Ci rinchiudiamo all’interno dei limiti della nostra stessa mente, limiti che sono costituiti dalle nostre convinzioni, dai nostri pensieri e dalle nostre sensazioni.<br />Ho fatto molti corsi con Richard Bandler e lui spiega molto bene questa cosa.<br />Richard dice di non aver mai lavorato né per la terapia, né per il business. Ho lavorato, dice, solo per la libertà.  Prende ad esempio gli schizofrenici che hanno un modello del mondo limitato e si arrabbiano se le persone non si adeguano al loro modello del mondo.<br />E’ strano ma molte persone pensano che sia più importante avere ragione che essere felici.<br />Questo è pazzesco! <br />L’unica cosa importante è essere in grado di uscire dal proprio modello del mondo. Quando diamo eccessivo potere alle nostre convinzioni queste convinzioni possono farci soffrire.<br />Un esempio classico sono le persone  metodiche. Queste persone sono le più esposte alla sofferenza.<br />Dovremmo tutti smettere di credere alle nostre convinzioni negative. <br />Il  modo ideale per superare questo gap è ridere delle cose che ci fanno star male. Ma chi sa veramente usare l’autoironia?<br />I peggiori che ho incontrato, in questo senso sono i “precisini” e i “capi”: sono troppo analitici, vogliono avere il controllo di tutto e così stanno male.  Ho incontrato grandi capi di  multinazionali che, dopo avermi chiamato con lo scopo di per far lavorare meglio le loro aziende, mi hanno spiegato meticolosamente quello che avrei dovuto fare. Questo avviene perché sono abituati a comandare.<br />Gli insegnanti, spesso, sono troppo impegnati a dare i voti e si dimenticano di insegnare nuove possibilità.<br />Anche i medici sono troppo impegnati a fare delle diagnosi, a dare dei nomi alle cose che affliggono le persone, per poi dar loro delle medicine per curarsi. <br />Hai questo…zac…devi prendere questo.<br />Gli psicologi invece pensano che gli uomini siano molto complicati. Invece sono mooolto semplici!<br />La necessità spesso è la madre della capacità e della creatività. <br />Ogni giorno incontro persone che mi dicono: cosa pagherei per parlare bene l’inglese! In Brasile, a Salvador de Bahia, ho incontrato un bambino che sapeva cinque lingue e gli ho chiesto: Come le hai imparate? Le ho imparate per chiedere soldi!  Semplice no?<br />Richard Bandler dunque insegna alle persone a essere “libere”. Il contrario di essere “libero” non è essere “prigioniero” ma è essere “ostinato”. Le persone ostinate sono come gli schizofrenici.<br />Tutto, anche loro stessi, deve funzionare secondo  la loro mappa del mondo.<br />Einstein ha cambiato le leggi dell’universo perché quando era bambino e a scuola gli dicevano: “queste sono le regole dell’universo”, lui diceva: bah… può darsi… ma io non ci credo!<br />Quando una persona è diversa bisogna insegnargli le cose in modo diverso. La cosa peggiore è etichettare le persone. Etichettare è fare una diagnosi. Nessuno è qualcosa. Perché “è” è statico, e così non puoi cambiarlo. E’ paranoico, è schizofrenico. <br />Bisogna dimenticare le regole, i modelli limitanti. Provare cose nuove è forse la cosa più bella che possiamo fare. Ma le nostre convinzioni spesso ci impediscono di farlo.<br />Il fatto che uno provi paura anche solo immaginando di trovarsi di fronte a un serpente significa che la paura non ha nulla a che vedere con il serpente, ma sta solo nel cervello della persona.<br />Le nostre convinzioni limitanti ci mettono addosso un sacco di stupide paure che diventano vere e proprie catene che ci rendono prigionieri. Le uniche paure “naturali” sono la paura di cadere (del vuoto) e quella dei rumori forti. Tutte le altre ci sono state indotte e sono solo nella nostra mappa o modello del mondo.<br />]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Una scuola che non boccia è una scuola marcia]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=382"><![CDATA[Tutto quello che è comodo è stupido, scrivetelo nella camera dei vostri ragazzi. E una scuola che non boccia è una scuola marcia”. Lo psichiatra Paolo Crepet parla dei danni che gli adulti e la scuola fanno ai nostri ragazzi.<br /><br />“Una scuola che non boccia è una scuola marcia. Un quattro in un’interrogazione è per uno studente un’esperienza mistica. E invece…”. E invece “stiamo costruendo una società in cui gli adulti vogliono il male di coloro che hanno messo al mondo. La vera trasgressione oggi è studiare, fare le cose fatte bene”. E invece? E invece “un professore universitario mi ha appena detto che i libri di più di 400 pagine non devono passare. Vuol dire che abbiamo già detto ai nostri figli che non ce la faranno mai”. Non usa mezzi termini lo psichiatra Paolo Crepet, durante la presentazione del suo ultimo libro intitolato “Il coraggio”, edito da Mondadori, per descrivere la gravissima situazione in cui versano le più giovani generazioni. I<br /><br />l coraggio è quello che tutti, genitori e insegnanti dovrebbero oggi avere, quello di credere in sé stessi, nei propri figli e nei propri allievi, il coraggio che devono insegnare loro per superare le difficoltà di ogni giorno fuori e dentro la scuola, per affermare le proprie idee e le proprie vocazioni, la propria libertà e autonomia, per non rinunciare ai propri sogni e costruire la giusta dose di autostima.<br /><br />Perché coraggio significa agire sapendo che la propria fiducia nel successo è molto più forte della paura del fallimento. Un insegnamento importante per tutti coloro che hanno a cuore il proprio ruolo di adulti e il destino degli adulti di domani. E invece? “Ho scritto questo libro – spiega Crepet al folto pubblico accorso ad ascoltarlo ieri a Modena – perché sono molto preoccupato. Seriamente preoccupato di questo mondo, di questa terra. Basta andare indietro di una generazione e mezza: pensare al coraggio delle donne e degli uomini che sono riusciti a tirar su l’Italia e le aziende, quando al mercato nero non c’erano nemmeno le patate. Ora che ci siamo riempiti lo stomaco di tortellini le cose sono cambiate.<br /><br />A un certo punto si è cominciato a pensare che andava bene cosi, che è meglio sdraiarsi e vedere sdraiati i figli sul divano, tanto abbiamo tutto il necessario”. E’ cambiata l’educazione. “Una volta c’erano i genitori inflessibili ed erano diffuse le sberle anche quelle preventive, io stesso ne presi una bella collezione, poi s’è fatta largo una melassa, un’educazione liquida basata sul fà come ti pare, sul se lo fai, bene, altrimenti è uguale”. Crepet sa di toccare le corde delle centinaia di persone che affollano il Forum Monzani di Modena, pieno all’inverosimile com’è facile che succeda ogni volta che ad affacciarsi sulla scena pubblica è uno psichiatra. Roba da preoccuparsi sul serio. Succede oggi e tante altre volte con Crepet, succede con Vittorino Andreoli. La collettività sembra ormai psichicamente ammalata, “milioni di persone si alzano al mattino prendendo l’antidepressivo”, racconta Crepet, “e vanno a letto con le benzodazepine”. Sa di toccare le corde e va sul sicuro, lo psichiatra.<br /><br />Come un pugile, riempe di montanti l’avversario ma l’avversario applaude, quasi voglia sentirsi dire le cose che sa già per poterle metabolizzare e dimenticare. I pazienti non vogliono cambiare, dirà più avanti lo psichiatra, “sono venuto qui da lei solo per sfogarmi, cambiare la mia vita è faticoso, mi dicono i pazienti quasi sempre”. E lui insiste: ma se voi sapete che ho ragione io e cioè che la Costituzione obbliga sì i genitori a mantenere in vita i figli ma non li obbliga certo a regalare tutte quelle cose che ora invece vi apprestate a regalare a Natale, né li obbliga a dare i soldi al figliuolo per andare a Ibiza con gli amici mononeuronici come lui, o per ubbriacarsi di spritz la sera fino a finire al pronto soccorso, né la Costituzione vieta ai genitori di togliere il telefonino e internet quando non c’è reciprocità, e allora perché continuate a fare tutte queste cose? Io faccio una cosa per il ragazzo solo se il ragazzo fa qualcosa per sè.<br /><br />Altrimenti, cari signori, è come insegnare che nella vita tutto si può pretendere e nulla si deve dare”. Applausi. Il pugile colpisce, il pubblico applaude. “Se i vostri genitori vi hanno insegnato questo, per l’amor di Dio rispondete a questa domanda: come mai avete smesso di farlo con i vostri figli? Siete sul serio contenti di finanziare gli spritz e la marijuana ai vostri figli? Non sappiamo fare altro? Paghiamo perché camminino a quattro zampe, perché arrivino in coma etilico al pronto soccorso? Vogliamo questo? Il coraggio è quello di togliere, non quello di aggiungere”. Togliere, il nuovo verbo di una possibile rivoluzione culturale e antropologica. “Se a un ragazzino dài tutto, gli hai fatto un danno gravissimo, gli hai tolto il desiderio. Come fai a desiderare quello che hai? Come fai a non crescere depresso? La vita va scoperta. I bambini e i ragazzi sono iperprotetti, e invece devono sperimentare il dolore, le cadute, le delusioni, le frutrazioni”.<br /><br />E invece? E inevece “in tutti gli asili abbiamo fatto pavimenti antitrauma. Ma perché un bambino deve rimbalzare? Avete un problema con il bernoccolo? Il bernoccolo non è un problema, è anzi opportuno avere il bernoccolo! Occorre cadere dalla bici da piccoli, altrimenti la prima volta che cadi giù a trent’anni ti ammazzi”. E’ una società che angoscia i ragazzi con le angosce che gli adulti hanno per i problemi dei figli. “Ma lasciateli vivere, questi ragazzi. Li ricattate perché li volete far stare in casa con voi a costo che siano sempre interconnessi. Spingeteli ad andare via, a viaggiare, bisognerebbe vedere gli aeroporti pieni di ragazzi e invece sono pieni di anziani. Spingeteli a studiare all’estero, magari scopriranno che i professori hanno tutti un cognome diverso, che non si eredita. Spingeteli a essere curiosi, a voler morire curiosi, a studiare, la vera trasgressione è studiare”. Ci sono tre milioni di ragazzi con meno di trent’anni che non studiano e non lavorano. “Se pensate che saranno in grado di competere in un mondo globalizzato siete degli illusi. Ci sono migliaia di imprenditori terrorizzati all’idea di lasciare la propria azienda di successo ai propri figli, perché sono sicuri che la distruggeranno in poco tempo”.<br /><br />Non poteva mancare il riferimento alla scuola. “Il 99 percento dei ragazzi agli esami di maturità sono promossi. Cosa puoi fare per essere bocciato? Qualcuno ha un’idea? Non studiare non basta. Un quattro è un’esperienza mistica. E’ un’esperienza meravigliosa. Una volta presi uno. Uno. Mio padre mi stupì. Uno? Beh, fantastico, hai preso più di zero, ma vedi un po’ di recuperare quell’uno se no per te sarà un Vietnam: ciao, ciao ciao. Certo, non sono diventato un matematico, ma vi assicuro che quell’ammonimento mi servì. Una scuola che non boccia è una scuola marcia. Una scuola che insegna il principio che siamo tutti uguali insegna una grande bugia. Uno vale uno? E’ una sciocchezza. Non siamo tutti uguali. Il merito non si acquisisce in cinque giorni. Dov’è il coraggio nel dire che tutti sanno tutto e parlano di tutto? La vera trasgressione è studiare. Fare le cose fatte bene”.<br /><br />E invece? E invece “non sopportiamo neppure che i nostri ragazzi possano avere il dolore. È importante la malinconia. La malinconia non è il dramma della vita. Quelli che ridono in continuazione semmai sono dei perfetti imbecilli”. E le regole? Il rispetto delle regole e della buona convivenza? Per Crepet un adolescente che non sia inquieto è molto inquietante. Non è sbagliato del tutto non riuscire a stare nelle regole. Essere dei fuoriclasse tante volte sgnifica stare davvero fuori dalla classe. “Stare fuori dalla classe è un posto scomodo ma molto utile”, precisa Crepet che riprende il caso di Laszlo Birò che negli anni ’40 inventò la penna a sfera osservando dalla finestra i compagni che giocavano a biglie e che non lo facevano mai giocare. Le palle entravano e uscivano dalle pozzanghere lasciando dietro di sé una scia. Solo un talento, un fuoriclasse, un osservatore poteva vedere in quelle immagini visionarie la penna a sfera che avrebbe cambiato l’umanità. Come Steve Jobs, abbandonato dai suoi genitori, poi ritrovatosi in un garage con pochi dollari e un’idea geniale fatta di icone.<br /><br />“Altro che raccomandazioni e fortuna come sento lamentarsi tanti genitori: quale raccomanazione ebbe Birò e Jobs? La loro molla fu la rivalsa: non mi fate giocare e io qualcosa mi inventerò per farmi valere. Era il 1947 e voi oggi che cosa state facendo ai vostri ragazzi? Guardate ai risultati. Volete la società senza sognatori e senza visionari. Abbiamo ucciso l’ambizione quasi fosse un male. Ma se siamo qui è perché ci sono stati dei visionari. La verità è che tutto quello che è comodo è stupido. Scrivetelo nella camera dei vostri ragazzi e magari anche nella vostra. E dite ai vostri figli che se si iscrivono nell’università più vicina anche questo è stupido. Le cose semplici non sono le cose migliori che abbiamo fatto nella vita. La tua vita, caro ragazzo e cara ragazza, non è una maglietta da 9 euro e novanta che dopo tre lavaggi in lavatrice la puoi buttare. La tua vita è un vestito di Valentino fatto apposta per te.<br /><br />La tua vita è grande”. Come quella dell’amico Renzo Piano. “Renzo Piano mi ha raccontato che da piccolo saliva sul terrazzo del suo condominio, dove le donne portavano il bucato ad asciugare, per guardare l’infinito, nascosto dagli altri condomini che ostacolavano la vista. E mentre lui da piccolo guardava l’infinito, voi invitate i vostri figli a guardare il mondo in un tablet, idea esplicitata anche alla ministra dell’istruzione in una delle sue tante uscite? Ma io dico, se ha vinto Renzo Piano guardando l’infinito dal terrazzo all’ultimo piano, e voi lo sapete che ha vinto lui, mi spiegate perchè mai ai vostri figli fate vedere il mondo dentro quegli aggeggi che vi apprestate a regalare a Natale?”<br /><br />La verità è che vogliamo male a chi abbiamo messo al mondo. “Già da quando gattonano – conclude Crepet – risolviamo loro tutti i problemi. La verità è che li ricattiamo perché vogliamo che se ne stiano con noi, anche se interconnessi. Insegniamo invece ai nostri ragazzi che vadano in giro”. Non diciamo più ai nostri figli che all’estero c’è brutto tempo e che si mangia male “perché il meglio per i nostri figli non possono essere il meteo.it nè tripadvidsor per le serate al ristorante”<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Siamo ghiande felici]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=381"><![CDATA[<br /><br /><br />La sorte a volte schiaffeggia senza chiedere permesso e lascia guance rosse di vergogna o rabbia.<br /><br />A noi, manager ambiziosi, dipendenti in carriera o solo desiderosi di evadere verso altro e imprenditori pieni di progetti questa cosa suona drammaticamente illegittima.<br /><br />Stiamo guidando il nostro destino, non vogliamo essere disturbati.<br /><br />Il controllo di ciò che ci accade ma soprattutto di come reagiamo agli eventi è un paradigma che abbiamo assorbito fino al midollo.<br /><br />Abbiamo imparato a fare piani, impostare scadenze, creare condizioni, controllare.<br /><br />Sappiamo redigere diagrammi di flusso e di Gantt per evitare le sorprese.<br /><br />Ma poi queste strategie vengono frustrate, da sempre, dai colpi bassi del fato.<br /><br />Nulla tiene testa agli uragani del vivere.<br /><br />Nemmeno gli obiettivi S.M.A.R.T.<br /><br />Malattie, incidenti, cataclismi, crolli di borse e di aziende, rivoluzioni e guerre non sono interessati ai nostri progetti.<br /><br />Allora abbiamo imparato a reagire con la migliore soluzione possibile quando le cose vanno fuori controllo.<br /><br />Abbiamo studiato la resilienza e tradotto in manuali occidentali operativi e decaloghi di tutti i tipi le parole del maestro tantrico Padampa Sangye : “La gente può reggere solo un poco di felicità, mentre può reggere tantissima avversità . Come in molti hanno potuto constatare, le grandi difficoltà possono far sì che tiriamo fuori il meglio di noi” .<br /><br />Abbiamo poi sviluppato sistemi religiosi, schemi psicologici, paradigmi razionali che sottolineano e danno indicazioni per accettare ciò che il monaco buddista Shantideva riassumeva così: “Se c’è qualcosa che puoi fare rispetto a un problema, perchè sentirsi frustrati; e se non c’è nulla che si possa fare, perchè sentirsi sconvolti?”<br /><br />Insomma, sappiamo :<br /><br />1. come definire gli obiettivi;<br /><br />2. come procedere di fronte alle avversità modificabili;<br /><br />3. come accettare quelle immodificabili.<br /><br />Sappiamo tutto e abbiamo regole e raccomandazioni per tutto.<br /><br />Perché allora molti di noi si struggono costantemente con ansia, tristezza e preoccupazione?<br /><br />La mia ipotesi è quella che intimamente e in filigrana percepiamo la pressoché totale insensatezza dell’esistenza e la certezza che questa vita, sempre troppo presto, finirà.<br /><br />Sapere, anche se preferiamo delicatamente ignorarlo, che tutto questo terminerà per alcuni prima e per alcuni dopo, rende tesi e sostanzialmente sfiduciati.<br /><br />Nessuna tecnica ci salverà definitivamente, questo sentiamo in fondo all'animo o al cervello.<br /><br />Lo sentiamo soprattutto quando qualche amico ci lascia improvvisamente.<br /><br />Che senso ha tutto questo gran daffare che ci diamo?<br /><br />E questo che ci fa male e ci rende angosciati, per quanto disciplinati e preparati siamo.<br /><br />Alcuni sperano in un aldilà che sistemi le cose.<br /><br />Qualcuno si dispera e smarrisce il controllo sull’ambiente e, peggio, su di sé perdendosi per sempre.<br /><br />I più sopravvivono in un’amara e nervosa gara di velocità giornaliera contro un mondo in costante disgregazione, con la sensazione che in fin dei conti nulla valga veramente la pena.<br /><br />Io sono tra questi ultimi e continuo laicamente a chiedermi perché dovrei smettere di preoccuparmi e accettare serenamente il fatto che questa strano percorso non abbia poi questo gran senso.<br /><br />Perché dovrei continuare a fare del mio meglio per realizzare un potenziale, qualunque esso sia e qualunque cosa io intenda e senta come mio potenziale?<br /><br />La domanda è comprensibile ma potrebbe anche essere sbagliata e frutto solo della nostra coscienza e di qualche circuito neuronale di cui sappiamo ancora molto poco.<br /><br />La ghianda, esempio tipico di potenzialità nascosta, non credo si chieda quale sia la sua missione. <br /><br />Germoglia e cresce.<br /><br />Magari la mia domanda è solo frutto della superbia umana di credere di avere il diritto di sapere e di conoscere il perché di qualunque quesito un individuo si possa porre.<br /><br />Faccio finta di averlo questo diritto e provo a rispondermi.<br /><br />Perché dovrei continuare a fare del mio meglio per realizzare il mio potenziale?<br /><br />Perché io, con un atto di volontà, credo e accetto di essere né più né meno di una ghianda.<br /><br />E soprattutto decido di credere di essere una ghianda felice di essere una ghianda, in qualsiasi situazione mi possa trovare.<br /><br />E quindi credo che nel mio vivere quotidiano :<br /><br />1. Io dovrei realizzare il mio potenziale perché questo è quello che deve essere in natura.<br /><br />2. Io dovrei fare fronte alle avversità perché tutto ciò che impedisce o rallenta il mio pieno sviluppo è male.<br /><br />3. Io dovrei accettare le avversità non modificabili perché è quello che fa una quercia quando cresce e trova un sasso che ostacola le sue radici.<br /><br />Se poi aggiungiamo il prossimo in questa lista allora la cosa diventa ancora più semplice e io credo che :<br /><br />4. Io dovrei essere il mio meglio perché un mondo di gente al meglio è un mondo migliore per tutti.<br /><br />5. Io dovrei fare fronte alle avversità perché altri potrebbero avere bisogno e chiedere di essere stimolati ad affrontare le loro da chi ha già capito di essere una ghianda felice per definizione.<br /><br />6. Io dovrei accettare le avversità non modificabili perché altre ghiande attendono di comprendere con degli esempi perché e come essere felici nonostante tutto.<br /><br /><br /><br />Non mancano le informazioni, è la storia che ci raccontiamo che è debole.<br /><br />Non sono le tecniche che mancano, è il significato che latita.<br /><br />Non sono le ghiande potenziali ad essere scarse, è la consapevolezza che la lotta per essere quercia è la "via", che sfugge.<br /><br />Mi auguro, vi auguro, ci auguro, di essere ghiande felici solo per il fatto di essere ghiande.<br /><br />Buon lavoro.<br /><br />Sebastiano Zanolli<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[La comunicazione: specchio di una società]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=380"><![CDATA[Con l'amalgama di razze e culture differenti, che è ormai caratteristica di tutti i paesi avanzati, la comunicazione è diventata un elemento che concorre in maniera determinante a garantire rapporti corretti fra i membri di una collettività. E quindi la domanda è: come si comunica? Dirò subito - in genere, male.<br /><br />Tutti noi siamo dotati di un cervello, di un apparato respiratorio, fonatorio, uditivo, cinestetico e così via, elementi che formano un "tutto", ossia il corpo, che è il nostro strumento per comunicare. Ma perché il processo di comunicazione risulti funzionale, tutti gli elementi che lo compongono devono essere utilizzati in modo corretto e consapevole.<br /><br />Dopo parecchi anni di esperienza nel settore, credo di poter affermare che realmente poche persone abbiano maturato una sufficiente sensibilità ai problemi legati alla comunicazione, il che vuol dire ai problemi legati alla propria capacità di interagire con il prossimo. La maggior parte della gente, a prescindere dalla collocazione sociale e dalla cultura, risulta del tutto ignara dei meccanismi attraverso cui si comunica, convinta com'è che tutto avvenga in modo casuale e istintivo. Con i seguenti risultati:<br /><br />La qualità della comunicazione (senza riferimento ai contenuti, è ovvio) è inevitabilmente banale con una fastidiosa propensione alla volgarità.<br /><br />Le voci che ascoltiamo nella quotidianità sono in prevalenza stonate, opache, prive di energia oppure stridule, taglienti, aggressive. Si percepisce molto chiaramente, soprattutto in posti affollati, come un rumore di fondo, che talvolta sembra sconfinare in una sorta di nevrosi collettiva, determinata dalla assoluta incapacità di dosare volume, tono, respiro, ritmo, articolazione dei vocaboli e via di seguito.<br /><br />Il corpo è portato in giro come fosse un peso, privo di espressione e personalità, con posture rigide o ripiegato su se stesso.<br /><br />I gesti sono ripetitivi, disordinati, cadenzati nervosamente, mani e braccia buttati qua e là, con mancanza di connessione tra concetto espresso e significato gestuale.<br /><br />Lo sguardo è perso nel vuoto, oppure ostinatamente fisso sull'interlocutore, senza un giustificato motivo.<br /><br />Il volto mantiene un' espressione standard consolidata, privo di mobilità, o perennemente sorridente in disarmonia con l'emozione reale.<br /><br />L'abbigliamento (la cui funzione non si limita a coprire ma a completare), è per lo più uniformato alla moda del momento, oppure risulta banalmente contaminato da altre culture, con un' ulteriore difficoltà ad affermare la propria identità.<br /><br />Infine rilevo una sconsolante insensibilità dello spazio personale e sociale rispetto al nostro prossimo.<br /><br />Come porre rimedio a questa situazione che ai miei occhi appare così seriamente compromessa? Tanto per cominciare, credo che la comunicazione dovrebbe essere insegnata nelle scuole. Senza la consapevolezza dell'insieme di regole che governano il processo comunicativo, apprese appunto in età scolastica come una normale materia, diventa difficoltoso in età adulta mettere in atto cambiamenti radicali. Tutto ciò evidentemente non ha nulla a che vedere con il bon ton o altre leziosità!<br /><br />Penso che una società, oltre ai molteplici aspetti economici, sociali, culturali, religiosi, debba agire anche in questa direzione per un processo evolutivo dell'individuo, per migliorare le relazioni interpersonali e anche, perché no?, dare un certo stile al paese.<br /><br />Romana Garassini]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Consigli per l'estate]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=379"><![CDATA[Vivi nel presente<br />L’unico momento che esiste veramente è il presente. Ieri è passato e non può essere cambiato, domani deve ancora arrivare, ma non ne abbiamo la certezza.<br /><br />Lascia andare ciò che è già accaduto<br />Qualche volta il problema che ci angustia non riguarda il presente ma qualcosa che è accaduto «nel passato». Noi continuiamo a tenere nella mente quei pensieri e quelle sensazioni del passato. Ma quante energie e tempo sprechiamo per fare questo?<br /><br />Focalizza la tua attenzione su ciò che è importante per te<br />Se qualcosa non è in linea con i tuoi valori o semplicemente preferisci passare il tuo tempo in modo diverso, rispetta questa tua volontà. Molte volte ci ritroviamo a dire di sì solo per evitare il giudizio degli altri, per sentirci accettati, ma così facendo tradiamo noi stessi. Non preoccuparti del giudizio degli altri, spiega le tue ragioni con gentilezza e non sentirti in colpa se gli altri non capiscono, non è un tuo problema. Mettere le nostre priorità al centro non significa essere egoisti, ma rispettarsi.<br /><br />Programma le attività<br />Per organizzare il proprio tempo, potrebbe essere utile fare un programma giornaliero o settimanale delle attività. Segna le cose da fare, quanto tempo pensi ti debba servire per ciascuna di esse. In questo modo è più facile avere il controllo sulle cose da fare e sul tempo a disposizione.<br /><br />Passa del tempo con te stesso<br />Prima di essere padri, madri, mogli, mariti, impiegati, manager ecc., siamo persone con delle necessità. Trovare il tempo per noi stessi è importante per il nostro benessere e la nostra felicità. Può essere un trattamento di bellezza o tempo da dedicare alla lettura, a un nuovo hobby, a un nuovo sport, a te la scelta. Fare qualcosa per noi stessi e che ci nutre l’anima arricchisce la nostra vita.<br /><br />Passa del tempo con chi ami<br />Stare con chi amiamo e con chi ci ama è una grande fonte di forza e di motivazione. Programma una sera a settimana per una cena fuori, per andare al cinema o per fare qualcosa insieme alla tua famiglia, al tuo partner. Questo può essere anche un modo per rompere la routine e condividere un’esperienza insieme.<br /><br />E...buone vacanze!]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Gestire il personal branding ]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=378"><![CDATA[Il tema del trattare se stessi e il proprio nome come un marchio ed applicare le categorie del marketing alla propria vita è una attività che negli ultimi anni ha trovato grande diffusione e pratica.<br />Non è strano.<br />Quando i mercati sono alle strette e non hanno confini, se non quelli che metti tu, la competitività diventa parossistica.<br />Qualunque cosa è un’alternativa ai miei prodotti e servizi che sono in concorrenza con merce e prestazioni che fino a ieri avrei classificato come innocue e ininfluenti per la mia performance.<br />Come l’influenza aviaria si sposta dagli animali all’uomo, questa competitività si trasferisce dalle cose alle persone.<br />Siamo noi i prossimi a essere passibili di sostituibilità.<br />Noi che credevamo di essere gli unici giudici, ora ci ritroviamo a essere giudicati.<br />Poco male per i venditori coscienti.<br />Molto male per i venditori incoscienti, nel senso di chi non ha cognizione di sé e del significato dei propri atti.<br />La gara è così spietata che l’asset, il patrimonio, la caratteristica più idonea da sfruttare, la meno imitabile e la più monetizzabile è il proprio profilo personale.<br />Ecco allora la trasposizione di alcune mosse di marketing aziendale in campo personale.<br />Competenza. Sapere risolvere problemi reali.<br />Visibilità. Che la gente sia in grado di sapere che gli puoi risolvere questi problemi.<br />Una rete che trasmetta la tua capacità e generi opportunità, connettendo domanda e offerta e magari stimoli nuovi livelli d’intervento.<br />Essere punti di riferimento per un’audience definita e affogare tutto il movimento che fai nella vita reale e in quella digitale, con la glassa dei tuoi talenti e dei tuoi tratti caratteriali più interessanti e marcati.<br />Occultare punti di debolezza e porre l’accento sui punti di forza.<br />Sapere raccontare in modo avvincente, credibile e motivante la tua storia individuale.<br />Tutto questo, e altro, è curare il proprio marchio personale.<br />Funziona. Ne sono certo per averlo visto produrre i risultati economici e di immagine che promette.<br />Tra le tante invenzioni e panacee che il mercato consulenziale è costretto a mettere insieme con i più disparati acronimi e termini perlopiù inglesi, questo funziona davvero e ci tengo a sottolinearlo.<br />Ma la piccola riflessione che vorrei tentare di fare con queste righe è una altra.<br />Corre veloce verso l’alto.<br />Richiede un salto di grande portata.<br />Un salto di coscienza.<br />Vediamo se riesco a spiegarmi.<br />Il mercato è un gioco, crudele e spietato, ma pur sempre un gioco.<br />Frutto di regole, a volte comprensibili, a volte meno.<br />In questo gioco noi siamo immersi totalmente e, per potere giocare adeguatamente, accettiamo che il gioco non sia un gioco, ma che sia la realtà data.<br />Non c’è nulla di male in sé, ma confondere un’attività umana, creata per produrre risultati materiali ed economici, con il senso dell’esistenza ha in sé i semi di un possibile disagio.<br />Un po’ come se Robert De Niro fosse ancora convinto di essere Travis Bickle, il ventiseienne alienato, depresso, tassista notturno di taxi Driver.<br />Noi, come donne e uomini, esistiamo al di là del mercato e dei mercati.<br />Esistevamo prima ed esisteremo poi, come genere, come specie.<br />Questi mercati sono una soluzione temporanea a un problema eterno per l'umanità.<br />Come sopravvivere materialmente in un ambiente più o meno difficile.<br />La soluzione attuale, il capitalismo e il libero sono estremamente produttivi per il benessere materiale e l’evoluzione e diffusione del benessere fisico della specie.<br />Permette potenzialemente anche a chi abita in Alaska o nel Sahara di vivere con dignità.<br />Come fa’ un termosifone o un condizionatore, alterano le condizioni date.<br />Ma come sempre accade per qualcosa di artificiale, serve adattare chi deve giocare in modo che giochi bene, mano a mano che la specializzazione cresce.<br />Come i cani da combattimento o i tori da corrida.<br />I canarini da competizione, i gladiatori o i cavalli da corsa.<br />Non vanno bene tutti.<br />I mercati, oltre ad essere conversazioni, sono invenzioni umane.<br />Il profilo dei giocatori anche.<br />Qui è il nodo.<br />Noi siamo qualcosa in più.<br />Siamo un passo più in là della nostra idea di noi stessi.<br />Siamo un grumo di pensiero ed emozioni capaci di ragionamenti ma soprattutto di sensazioni e sentimenti.<br />Siamo individui nati con una coscienza che permette di osservare il nostro pensiero.<br />E il pensiero è la radice del mondo che abbiamo creato.<br />Siamo potenzialmente dei creatori di realtà.<br />Ma a volte, spesso a dire la verità, dimentichiamo e confondiamo causa ed effetto.<br />Rovesciandoli.<br />Una via verso l’insoddisfazione, che ricordiamolo è il meccanismo chiave del gioco di mercato, è dimenticare che possiamo essere ciò che desideriamo.<br />A prescindere da ciò che noi o altri crediamo di essere.<br />Capisco che sia un po’ complicato.<br />Mi rispiego.<br />Tutto parte dal pensiero, l’idea di noi, dei giochi che vogliamo mettere in piedi, delle regole, dei meccanismi.<br />A volte, dimentichiamo che i creatori di questa realtà siamo noi.<br />La costruiamo a partire dai nostri ricordi, sensazioni, giudizi, conoscenze.<br />Ma è pur sempre solo una tra le innumerevoli possibilità.<br />Se domani decidessimo di essere felici con altre regole potremmo farlo.<br />Purtroppo ci scordiamo spesso di questo particolare e crediamo che il gioco, la realtà , le circostanze siano più reali di noi.<br />Siamo enormemente più grandi e potenti del gioco che abbiamo messo in piedi.<br />Come De Niro è enormememente più potenziale di Travis Bickle che è solo una delle facce che può assumere o non assumere.<br />Il Personal Branding è uno strumento per giocare meglio al gioco.<br />Non per sostituirsi alla nostra esistenza più alta.<br />Infondere la propria personalità nella competizione economica funziona in termini di risultato. <br />Punto.<br />Non soddisfa la voglia di crescita personale, di essere persone che volano più alte per comprendere quale sia il destino che ci attende meno dopo questo passaggio sul pianeta.<br />Da risposta alla domanda “ chi devo essere io per funzionare bene nel gioco?”.<br />Non dà risposte alla domanda “Chi sono io in realtà, al di la del mercato?”.<br />Visto che spesso mi ritrovo in aula a parlare di Personal Branding, devo marcare questo importante fatto.<br />Qualcuno fa confusione e si espone a un pericolo grande.<br />Di essere qualcosa che è solo una tra le mille possibilità e rimanerci incastrato per tutta la vita, in un impeto di costretta coerenza.<br />Drammatico.<br />Per cercare la felicità si devono affrontare le domande alte e poi, strumentalmente e sapendo che tutto è una commedia che sembra quasi reale, affrontare le domande più materiali.<br />Le prime riguardano lo spirito, l’anima, o qualunque nome si voglia dare a quel qualcosa che è prima di noi e delle nostre invenzioni.<br />Le seconde sono le domande che ci servono a vivere, portare a casa il pane, a mantenere i figli a scuola o ad andare in vacanza.<br />E’ importante non confondere i livelli e cercare di fare il meglio su ambedue.<br />Non siamo solo quello che vogliamo dimostrare sul mercato.<br />Lì si pratica una parte, si ricopre un ruolo.<br />Recitiamo pure, e bene, godendoci i frutti dell’agonismo di mercato.<br />Ma non fermiamoci li.<br />Abbiamo un avvenire più grande se solo alzeremo lo sguardo per vedere le infinite strade che possiamo disegnare senza l’aiuto delle regole.<br />Sebastiano Zanolli]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Far diventare il cliente il nostro miglior venditore]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=377"><![CDATA[                                                                                             <br />Consideriamo i fatti. <br />Per quanto eccellenti siano le nostre campagne pubblicitarie o aggressive le nostre azioni di marketing le impressioni della gente sui nostri prodotti saranno basate, in larga misura, su quanto hanno sentito dire da altri. Questo, dopo tutto non sarebbe così tragico se potessimo condizionare quello che gli altri raccontano anzi sarebbe un canale meraviglioso.  <br />Non solo è possibile dirigere la vox populi, ma la cosa è più semplice di quanto si possa immaginare.<br />Il passaparola è sempre esistito, ma i cambiamenti avvenuti negli ultimi 10 anni, soprattutto per quanto riguarda il potere assunto dai consumatori nel loro rapporto con le imprese e le evoluzioni nelle tecnologie di comunicazione, ne hanno amplificato più che mai l’importanza. Bisogna fare i conti con la perdita di efficacia della pubblicità e del marketing tradizionale  strumenti che non stabiliscono dialogo ma che sono considerati dai consumatori troppo ripetitivi e invasivi. <br />Un altro concetto obsoleto è il concetto di target. Se c’è una caratteristica tipica di questi anni è l’estrema personalizzazione che rasenta l’individualismo. Possiamo dire che nel nostro Paese esistono 60milioni di target differenti. A tutto ciò si aggiunge la proliferazione dei siti web e dei social media che trasmettono opinioni di persone  ad altre persone. Nascono così i fenomeni  viral, buzz e il word of mouth. <br />Questi fenomeni nuovi fanno leva sul passaparola e sono le nuove forme di marketing non convenzionale che conquisteranno e contageranno i consumatori dei prossimi anni.<br />Il passaparola rappresenta una fonte imprescindibile di informazioni e un meccanismo di diffusione di messaggi ,accelerati dalle nuove tecnologie. E’ quindi importante attuare una forte strategia di personal brand, raggiungere e individuare le persone più influenti, studiare i processi di condivisione dei contenuti  e creare le occasioni giuste affinché i nostri messaggi possano essere veicolati adeguatamente. <br />Ovviamente i concetti basilari dai quali è necessario partire sono quelli di qualità, innovazione e relazione. E’ estremamente importante soddisfare il cliente ed evitare come la peste episodi che alimentino il passaparola negativo. Infatti solo prodotti che superino le aspettative del clienti e abbiamo veramente qualcosa di eccezionale possono essere in grado di creare quel chiacchiericcio, quel consiglio da amico, <br />quel la condivisione che ci porterà a prosperare anche in un momento particolare come questo.<br />Un decalogo:<br />	-Dovete avere un grande prodotto<br />	-Per  tre persone che parlano bene ce ne sono 33 che parlano male<br />	-Attenti alle relazioni interne, ogni membro del personale è veicolo di passaparola<br />	-Coltivate gli stakeholder<br />	-Disinnescate i clienti arrabbiati<br />	-Generare un passaparola positivo è frutto di atteggiamenti        positivi<br />	-Strabiliate i vostri clienti  superandone le aspettative<br />	-Create un vero e proprio piano di marketing del passaparola<br />	-Semplificate il tutto e puntate all’azione<br />	-Rendete le cose facili.<br />             Claudio Maffei<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Il giovane giocatore]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=376"><![CDATA[Ho un aneddoto carino che ricordo sempre con piacere. Che non ha influito direttamente sul mio business, ma ha avuto un impatto comunque molto importante sul mio lavoro.<br />Diversi anni fa, un Giovane Giocatore di una delle squadre di calcio più importanti d’Italia presso la quale lavoravo, non perdeva occasione per lamentarsi, a microfoni spenti e non, del fatto di rimanere sempre in panchina, di non avere l’opportunità di giocare, dell’ingiustizia con la quale, a suo dire, era trattato dall’allenatore. Queste dichiarazioni gli creavano problemi con il Club, con l’allenatore e anche con il Grande Giocatore che occupava stabilmente il posto cui il Giovane Giocatore ambiva. La sua immagine era quella non solo di un giocatore poco significativo, ma anche di un personaggio scomodo, di una persona scontrosa e dal cattivo carattere. Anche i rapporti con i colleghi ne erano danneggiati.<br />Lo presi da parte e gli spiegai che se avesse continuato così, quello cui sarebbe andato incontro sarebbe stata la cessione alla fine della stagione. Cessione che, stante la situazione, avrebbe significato soltanto una cosa: “retrocedere” ad una squadra senza dubbio meno prestigiosa di quella dove era da poco arrivato. Gli prospettai anche un diverso approccio, sia concreto, per il suo vivere quotidiano con la squadra, sia di comunicazione. Da quel momento, avrebbe dovuto considerare l’esperienza che stava vivendo, non più come un’ingiustizia e una gabbia alle sue possibilità, ma al contrario come un’opportunità: quella di essere la riserva di uno dei più grandi campioni della storia del nostro calcio. Un’occasione per imparare e per farsi trovare preparato nel momento, che prima o poi sarebbe sicuramente arrivato, nel quale fosse toccato a lui scendere in campo per sostituire il Grande Giocatore. Dal punto di vista della comunicazione, gli suggerii di dimenticare le rivendicazioni e le frasi dure che aveva utilizzato fino ad allora, per passare a trasmettere anche all’esterno il suo nuovo modo di vivere la sua posizione di riserva del Grande Giocatore. Doveva cogliere ogni occasione per dire come si sentisse orgoglioso e fortunato a vivere quell’esperienza, lui così giovane, dietro ad uno dei più grandi.<br />E così fece. L’occasione fu un’intervista ad una rete televisiva nazionale. Il Giovane Panchinaro era diventato una Giovane Speranza, ottimista e carico di buona volontà. Ora dipendeva soltanto dall’allenatore saper cogliere e valorizzare queste qualità. La Società si accorse del cambiamento di atteggiamento e cominciò a valorizzarlo maggiormente, se non ancora in campo, perlomeno nelle attività di comunicazione, offrendogli delle opportunità che prima gli venivano negate. In poco tempo, anche a causa di un leggero infortunio del Grande Giocatore, il Giovane dovette dare dimostrazione delle sue capacità in campo. E si fece trovare preparato. Ormai, anche il suo modo di interagire con i media era cambiato: i musi lunghi, le rivendicazioni e le risposte a monosillabi erano un ricordo.  E questo gli fu sicuramente determinante quando, finalmente, poté raccontare davanti ai microfoni la sua soddisfazione per le prestazioni sul campo di gioco e la sua ammirazione e riconoscenza per il Grande Giocatore “cui doveva tutto”. Dopo poco arrivò la chiamata in Nazionale, dove il Grande Giocatore da tempo non era più titolare, ma dove il Giovane Giocatore non sarebbe mai approdato senza quel cambiamento nel suo atteggiamento che  aveva portato anche ad una diversa percezione che gli altri avevano di lui. Ecco, credo che questo esempio, che a volte utilizzo anche con i miei clienti, possa essere illuminante per far comprendere come un diverso approccio e un diverso modo di comunicare possa far cambiare nella sostanza le cose.<br />Barbara Ricci - Sport Wide Group]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Giovanni Ferrero: &quot;La mia Nutella non va in Borsa&quot;]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=375"><![CDATA[TORINO - Padrone o imprenditore? "Senza arroganza mi definisco un operatore sociale nel campo economico. Vorrei riuscire a diventare l'interprete di un capitalismo non rapace ma illuminato". Giovanni Ferrero, 50 anni, è il signor Nutella. Amministratore delegato unico del gruppo di Alba dal 2011 è oggi il principale esponente della famiglia che guida il terzo gruppo mondiale nel settore del cioccolato. A 11 anni è stato iscritto alla scuola europea di Bruxelles, in un periodo, gli anni '70, in cui molte famiglie italiane mandavano a studiare all'estero i figli per timore dei rapimenti. Ama la letteratura, ha scritto diversi romanzi ambientati in Africa. È sposato, ha due figli. Questa è la sua prima intervista dopo la scomparsa del padre Michele.<br />Lei si trova oggi fuori Italia. Dove si sta godendo le vacanze?<br />"Non sono in vacanza. Sono al lavoro, in questo momento in Lussemburgo".<br />L'imprenditore non va mai in vacanza, è così?<br />"Questo è un mito da sfatare. Io non credo che sia utile lavorare senza soluzione di continuità. Penso anzi che sia necessaria, ogni tanto, una sana cultura del distacco. Le pause servono a creare un po' di lontananza critica. Prendendo le distanze da quel che si fa, si finisce per lavorare meglio ".<br />Guardiamo con distacco il capitalismo italiano. Da metà Novecento a oggi è stato dominato dalle imprese di famiglia, come la sua. Ha ancora senso il modello del capitalismo familiare nel mondo globale?<br />"Premetto che per me esistono la buona e la cattiva imprenditoria, al di là dei vincoli di sangue. Poi, certo, le imprese basate su una famiglia hanno il grande vantaggio di poter pianificare le loro strategie nel lungo termine. A noi è capitato. Le visioni di una generazione vengono portate avanti dalla successiva, senza doversi preoccupare del risultato finanziario del prossimo trimestre, come invece accade alle società dominate dai fondi di investimento. Questo è un grande vantaggio".<br />Ci sono anche gli svantaggi?<br />"Certo e sono evidenti. Noi Ferrero siamo sempre attenti ad evitare quegli svantaggi. Il capitalismo familiare è spesso ombelicale, guarda al suo interno e non si proietta all'esterno. Va assolutamente evitato il rischio di dover disperdere il capitale per mettere d'accordo tutti in famiglia perché questo indebolisce le società con il risultato di avere un nanocapitalismo che considera il mondo esterno come un nemico dal quale difendersi. Questo atteggiamento è quello che spesso ha fatto deflagrare il capitalismo familiare italiano. Naturalmente e per fortuna ci sono esempi virtuosi che dimostrano come si possa evitare questa deriva".<br />Lei ha promesso di mantenere le tradizioni di famiglia in un gruppo mondiale che si avvia a fatturare 10 miliardi di euro l'anno. Ma ha anche annunciato che è ormai arrivato il momento di "superare le colonne d'Ercole", insomma di cambiare la pelle della Ferrero. Come?<br />"Il rapporto con l'Italia e con le radici di Alba rimarrà inalterato. Alba è il nostro sancta sanctorum, lì è cominciato tutto. Ma se vogliamo crescere non possiamo accontentarci di conservare l'esistente. Vale per noi come per altre aziende. Per svilupparci dobbiamo diventare più grandi, cercare alleanze, fusioni. Per crescere dobbiamo cercare il valore dove si sta creando, andare fuori dall'Europa. Le do due sole cifre: dieci anni fa le sette principali aziende del nostro settore rappresentavano insieme il 35% del fatturato. Oggi le prime cinque superano da sole il 60%. Le aziende si concentrano perché questo è l'unico modo per avere a disposizione i capitali necessari a svilupparsi. E si cresce fuori dall'Europa dove i mercati salgono, in media, del 15%".<br />Qual è l'alternativa?<br />"Difendere il fortino esistente, combattere contro la storia. Un'assurdità. Noi Ferrero non lo abbiamo fatto. Mio padre cominciò a investire in Francia negli anni Cinquanta quando tutte le società si accontentavano di sfruttare il boom economico italiano. Vide lontano. Oggi la Francia è il nostro mercato più forte".<br />Verremo dopo a una questione che riguarda la Francia. Nelle scorse settimane lei ha rotto un tabù: ha annunciato l'acquisto di una società del cioccolato, l'inglese Throntons, un'operazione da 157 milioni di euro. Ferrero comincia a comperare altre società dopo aver trascorso mezzo secolo a crescere da sola. A che punto è l'operazione?<br />"Siamo quasi al 75 per cento di adesione all'offerta amichevole di acquisto. Questo significa che tra poco potremo togliere la società dal listino della Borsa, come annunciato. Siamo molto soddisfatti per le opportunità di crescita che l'acquisto di Thorntons ci offre sul mercato inglese".<br />Ecco, il tabù della Borsa resiste. Mai la Ferrero in un listino?<br />"Fino a qualche anno fa quotarsi presentava rischi e opportunità".<br />Sembra il modo più veloce per raccogliere capitali, non crede?<br />"Certo. Ma noi abbiamo le risorse necessarie a finanziare la nostra crescita da soli. E oggi andare in Borsa è più rischioso di qualche tempo fa per la pressione dei rappresentanti dei fondi di investimento nelle società quotate".<br />Dunque mai in un listino?<br />"Oggi non ne abbiamo bisogno. Se un giorno si ponesse il problema come conseguenza della partnership con una grande società, forse allora non ci potremmo più permettere il lusso di rifiutare la Borsa. Ma oggi non è un'ipotesi realistica".<br />La Ferrero è ancora una società italiana?<br />"Siamo orgogliosi di essere considerati uno dei fiori all'occhiello dell'Italia. Noi in verità siamo da tempo una società europea, l'Italia rappresenta il 17% del nostro fatturato. In prospettiva, diciamo entro i prossimi cinque anni, pensiamo di diventare una società mondiale che realizza fuori dall'Europa il 51% del fatturato".<br />Lei da giovane non ha dovuto risolvere il problema. Ma che cosa consiglierebbe ai ragazzi italiani che cercano un lavoro?<br />"Penso che la disoccupazione dei ragazzi sia la più grande negatività sociale dell'Europa e dell'Italia. Ammiro le riforme che sta portando avanti il governo italiano e questo mi lascia ben sperare. Consiglierei ai ragazzi di non lasciarsi spegnere le speranze: chi riesce a vincere in questo momento difficile è più forte delle generazioni che lo hanno preceduto".<br />Torniamo alla Francia. Ségolène Royal ha invitato a non mangiare più la Nutella per combattere la deforestazione legata al consumo di olio di palma. Come risponde?<br />"Innanzitutto noi siamo tra le aziende che hanno fatto di più sulla tracciabilità dei prodotti e nel rapporto con le popolazioni delle località di produzione. Abbiamo un welfare che estendiamo il più possibile ai nostri collaboratori nei paesi di produzione delle materie prime".<br />Queste scelte eviteranno la deforestazione per utilizzare l'olio di palma negli alimenti?<br />"Con le conoscenze scientifiche di oggi possiamo limitare la deforestazione, non eliminarla. Il potere nutritivo dell'olio di palma è sette volte superiore a quello di altri oli e la popolazione mondiale sottonutrita è di 850 milioni di persone".<br />Dunque che cosa risponde al ministro Royal?<br />"Che la sua caduta di stile mi ha un po'stupito. Pensavo che fosse una nostra affezionata cliente. Ci sono molte foto di famiglia che la ritraggono con un barattolo di Nutella in mezzo alla tavola. In ogni caso noi continueremo a fare tutto il possibile per rendere il mondo migliore e più dolce di come lo abbiamo trovato".<br />PAOLO GRISERI]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Ho visitato una scuola svizzera. E sono rimasto sconvolto]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=374"><![CDATA[Nelle scorse settimane mi è capitato di visitare una scuola secondaria di secondo grado svizzera. Un’esperienza sconvolgente.<br />Intanto ad accompagnarmi nel tardo pomeriggio di un giorno festivo è stata una professoressa perché lì tutti i docenti possono entrare a qualsiasi ora del giorno e della notte: con una chiave elettronica l’amica docente ha aperto ogni porta, da quella d’ingresso a quella del laboratorio d’arte a quella della mensa.<br />La prima tappa è stata l’aula insegnanti: un’accogliente stanza con divani, poltrone, quotidiani, riviste, una bacheca con gli appuntamenti culturali della città e della scuola, un angolo cottura e una scrivania con tanto di personal computer per ogni professore. “Prepariamo qui le nostre lezioni. Questo è un luogo dove possiamo studiare, formarci, scambiarci materiale e informazioni”, mi ha spiegato la collega elvetica.<br />Per loro c’è anche una mensa gestita insieme a quella dei ragazzi: tavoli e sedie comode, un self service all’avanguardia, un’illuminazione moderna e per chi non vuole spendere c’è una sala con dei forni a disposizione per riscaldare il cibo portato da casa.<br />Senza parlare del teatro, moderno, attrezzato e dell’elegante emeroteca con inclusa una ludoteca aperta ai ragazzi e gestita da un’addetta che si prodiga per trovare sempre nuove proposte per i giovani studenti. Il tutto in un contesto pensato e progettato non certo dal tecnico comunale o dall’amico del sindaco ma dall’architetto Santiago Calatrava che ha pensato questo spazio in funzione dei ragazzi. Insomma una scuola che nasce per essere uno spazio educativo e non un antico palazzo trasformato in edificio scolastico.<br />Senza parlare delle aule e del laboratorio d’arte attrezzato come se fosse l’Accademia. Ma la cosa che più mi ha stupito è stata quella di non trovare un cuore, un “Ti amo”, un Marco + Eva o una qualsiasi altra incisione “rupestre” sulle sedie, sopra o sotto il tavolo, sul muro.<br />Ad un certo punto ho chiesto alla mia amica di portarmi nei bagni. Almeno lì ero certo che avrei trovato una scritta: ho pensato che finalmente liberi dall’oppressione dei docenti svizzeri, nel segreto del cesso, i giovani svizzeri sarebbero stati uguali agli adolescenti italiani. Delusione: non una sola incisione. Nulla.<br />A quel punto ho iniziato a farmi qualche domanda: perché in Italia dalla scuola “media” alle superiori non c’è un solo banco o cesso senza scritte? Perché i nostri ragazzi non sentono “loro” la scuola dove trascorrono la maggior parte del tempo? Che accadrebbe se anche in Italia ogni insegnante avesse le chiavi per entrare a scuola quando vuole? Perché nel nostro Paese le scuole sono vecchie, insicure, pericolose e a poche centinaia di chilometri da Milano sono progettate da architetti all’avanguardia? Quanto conta la scuola per gli svizzeri e quanto per gli italiani? Eppure noi abbiamo la “Buona Scuola”.<br />di Alex Corlazzoli - IlFattoQuotidiano.it <br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Le regole limitano la tua libertà]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=373"><![CDATA[<br />Un giorno, in aula, stavo parlando di Paul Watzlawick, il grande maestro della comunicazione che ho avuto la fortuna di conoscere. <br />Riportai una sua frase che mi aveva molto colpito “Ognuno di noi costruisce ciò che poi subisce”. Un allievo alzò la mano e disse: sarebbe affascinante approfondire questo concetto, a che cosa si riferisce precisamente? E’ il “subisce” che mi lascia perplesso, perché l’uso di un termine così negativo?<br />Allora spiegai il mio approccio che è più bio-chimico che psicologico. <br />I pensieri che facciamo influiscono sulle sensazioni che proviamo, che a loro volta agiscono sulla chimica del nostro cervello e del nostro corpo. Ci rinchiudiamo all’interno dei limiti della nostra stessa mente, limiti che sono costituiti dalle nostre convinzioni, dai nostri pensieri e dalle nostre sensazioni.<br />Ho fatto molti corsi con Richard Bandler e lui spiega molto bene questa cosa.<br />Richard dice di non aver mai lavorato né per la terapia, né per il business. Ho lavorato, dice, solo per la libertà.  Prende ad esempio gli schizofrenici che hanno un modello del mondo limitato e si arrabbiano se le persone non si adeguano al loro modello del mondo.<br />E’ strano ma molte persone pensano che sia più importante avere ragione che essere felici.<br />Questo è pazzesco! <br />L’unica cosa importante è essere in grado di uscire dal proprio modello del mondo. Quando diamo eccessivo potere alle nostre convinzioni queste convinzioni possono farci soffrire.<br />Un esempio classico sono le persone  metodiche. Queste persone sono le più esposte alla sofferenza.<br />Dovremmo tutti smettere di credere alle nostre convinzioni negative. <br />Il  modo ideale per superare questo gap è ridere delle cose che ci fanno star male. Ma chi sa veramente usare l’autoironia?<br />I peggiori che ho incontrato, in questo senso sono i “precisini” e i “capi”: sono troppo analitici, vogliono avere il controllo di tutto e così stanno male.  Ho incontrato grandi capi di  multinazionali che, dopo avermi chiamato con lo scopo di per far lavorare meglio le loro aziende, mi hanno spiegato meticolosamente quello che avrei dovuto fare. Questo avviene perché sono abituati a comandare.<br />Gli insegnanti, spesso, sono troppo impegnati a dare i voti e si dimenticano di insegnare nuove possibilità.<br />Anche i medici sono troppo impegnati a fare delle diagnosi, a dare dei nomi alle cose che affliggono le persone, per poi dar loro delle medicine per curarsi. <br />Hai questo…zac…devi prendere questo.<br />Gli psicologi invece pensano che gli uomini siano molto complicati. Invece sono mooolto semplici!<br />La necessità spesso è la madre della capacità e della creatività. <br />Ogni giorno incontro persone che mi dicono: cosa pagherei per parlare bene l’inglese! In Brasile, a Salvador de Bahia, ho incontrato un bambino che sapeva cinque lingue e gli ho chiesto: Come le hai imparate? Le ho imparate per chiedere soldi!  Semplice no?<br />Richard Bandler dunque insegna alle persone a essere “libere”. Il contrario di essere “libero” non è essere “prigioniero” ma è essere “ostinato”. Le persone ostinate sono come gli schizofrenici.<br />Tutto, anche loro stessi, deve funzionare secondo  la loro mappa del mondo.<br />Einstein ha cambiato le leggi dell’universo perché quando era bambino e a scuola gli dicevano: “queste sono le regole dell’universo”, lui diceva: bah… può darsi… ma io non ci credo!<br />Quando una persona è diversa bisogna insegnargli le cose in modo diverso. La cosa peggiore è etichettare le persone. Etichettare è fare una diagnosi. Nessuno è qualcosa. Perché “è” è statico, e così non puoi cambiarlo. E’ paranoico, è schizofrenico. <br />Bisogna dimenticare le regole, i modelli limitanti. Provare cose nuove è forse la cosa più bella che possiamo fare. Ma le nostre convinzioni spesso ci impediscono di farlo.<br />Il fatto che uno provi paura anche solo immaginando di trovarsi di fronte a un serpente significa che la paura non ha nulla a che vedere con il serpente, ma sta solo nel cervello della persona.<br />Le nostre convinzioni limitanti ci mettono addosso un sacco di stupide paure che diventano vere e proprie catene che ci rendono prigionieri. Le uniche paure “naturali” sono la paura di cadere (del vuoto) e quella dei rumori forti. Tutte le altre ci sono state indotte e sono solo nella nostra mappa o modello del mondo.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Parlarsi nell'era digitale]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=372"><![CDATA[Anna ha 12 anni, litiga con un compagno di scuola, Luis, e posta su Facebook «spero proprio che Luis finisca come suo padre». Che si era appena suicidato. Il preside si infuria e la convoca per metterla di fronte alla gravità del gesto. Ma Anna sembra non rendersi conto: «Era solo su Facebook!». Il preside capisce che la ragazza non considera il suo gesto completamente reale. Come se gli altri, pensati via Facebook, non fossero del tutto umani. Luis era diventato un oggetto bidimensionale, una faccina sullo schermo incapace di soffrire davvero. Sì, Anna era stata crudele, ma di una crudeltà passeggera e senza importanza.<br /><br />Studiosa al confine tra psicologia e sociologia, Sherry Turkle insegna al MIT di Boston ed è un’esperta di digital culture. Decine di storie come quella di Anna e Luis, tutte raccolte personalmente sul campo, le hanno permesso di scrivere un libro importante che argomenta bene la tesi che vuole dimostrare: il trionfo delle tecnologie comunicative ha aumentato i nostri scambi ma ha ridotto le nostre conversazioni. Con ripercussioni profonde e durature: meno conversazione = meno empatia = meno introspezione = meno conoscenza. Non solo, la connessione continua impedisce l’esperienza della solitudine. E quindi della creatività.<br /><br />Stiamo cambiando. Una mutazione al tempo stesso impercettibile e evidente, come quella del clima. La «fuga dalla conversazione» mette in pericolo il concetto di relazione come lo abbiamo sempre concepito e vissuto. Nel dizionario inglese è entrato un nuovo termine: phubbing (da phone e snubbing), cioè trascurare chi sta di fronte a noi per dedicarsi al proprio smartphone. Con buona pace di Emmanuel Lévinas, il filosofo che afferma che è la presenza di un volto a sollecitare la creazione di un patto etico.<br /><br />Espansione continua dell’altrove digitale, la vita come distrazione dal telefono. Cene silenziose, tutta l’attenzione rivolta agli smartphone. Relazioni che nascono e muoiono con un messaggio. Tablet che custodiscono i nostri segreti ma basta una distrazione e si trasformano in smoking guns dei tradimenti. Amicizie senza abbracci, confinate in text di pochi caratteri. Coppie che scelgono di litigare solo via email per evitare le reazioni a caldo. I costi della fuga dalla conversazione iniziano a vedersi ovunque: in politica, nella vita privata, in quella scolastica. Parlando dei suoi alunni, un’insegnante dice: «se per caso condividono qualcosa, quel qualcosa si trova immancabilmente sui loro cellulari». Tra loro non si guardano, ma tutti guardano lo schermo.<br /><br />Sherry Turkle non è una luddista piena di nostalgia, semmai un’antropologa del cyber-spazio. Il suo messaggio non è «spegnete gli smartphone». Semmai «accendete la conversazione» e ricordate che la comunicazione chiede corpo e attenzione. Silenziare il cellulare mentre qualcuno ci parla è un gesto d’amicizia. E quando non desideri controllare le email in presenza dell’altro, forse ti sei innamorato.<br /><br />Il libro è piaciuto a Jonathan Franzen, che lo ha recensito sul New York Times scrivendo che il suo fascino sta «nell’evocazione di un’epoca, non molto lontana, in cui la conversazione, la privacy, la complessità delle discussioni non erano beni di lusso». Pagina dopo pagina, Reclaiming conversation, questo il titolo originale, aumenta le nostre preoccupazioni. Ma lancia anche una sfida: dimostrare a noi stessi e a chi ci sta attorno che una regolazione è possibile. Le addiction sono nocive: se abbiamo regolato l’uso delle sigarette, perché non dovremmo regolare anche quello di tablet e smartphone? <br />La legge del contrappasso può diventare anche la terapia: «la sola cura per le connessioni fallimentari del nostro mondo digitale – scrive Turkle – è parlare.<br />Vittorio Lingiardi]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Il vento freddo della creatività]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=371"><![CDATA[Ho letto un paio di articoli dove ci si chiede se gli smartphone possono spegnere la creatività delle persone. Soprattutto quando se ne fa un uso eccessivo. In realtà si parte dal presupposto che la creatività sia qualcosa che appartiene a tutti, persino una dote innata. Quasi un diritto. E questa ossessione per la creatività ha generato come un vento freddo che poggia sulle terre calde del web. Nessuno può più sfuggire all’obbligo creativo, al dovere di raccontare. E chi non ha una storia, un qualcosa da dire, un qualcosa che piaccia è meglio che se la trovi al più presto. Perché la povertà creativa è diventato un disvalore, un segno intollerabile del vivere contemporaneo, del comunicare sul web e sui social.<br />Dovremo fare i conti con la dittatura della creatività. Schiavi di un nuovo glamour, diventiamo tutti potenziali narratori cinematografici, autori di romanzi e poesie, compositori di musica, cesellatori di buone storie, in grado di raccontare, di vedere sempre un plot dove spesso non esiste, di saper trovare gli intrecci e le grandezze ovunque si nascondano.<br />La dittatura della creatività è un problema molto serio. Non esistono più esistenze che non ambiscano a qualcosa che le evolva, le riscatti dalla quotidianità. Non esistono più luoghi normali, come tanti, paesaggi simili tra loro, nonni, nonne e zii all’incirca uguali per tutti. Non ci sono più lettere di famiglia che sono soltanto lettere, e che si conservano per affetto senza neppure andarle a rileggere. Ormai non ci sono racconti privati, storie tramandate, persino piccole leggende, che non diventino cose per gli altri, che non siano esportabili nel senso tecnologico del termine: ovvero cambiandogli il formato in modo che siano leggibili in un altrove indistinto. Persino i filmini della recita dei figli, abilmente manipolati, possono diventare ritratto, affresco, vicenda privata che ha qualcosa di collettivo, microstoria rivelatrice.<br />È come un vento che sta mettendo una generazione di fronte alla frustrazione di non essere abbastanza narrativa, di non essere del tutto creativa. Le storie corrono per il mondo e bisogna afferrarle, capirle, ripensarle: quelle di ogni giorno come quelle antiche, che possono diventare un libro, un racconto lungo, un documentario.<br />La dimensione privata del ricordo è diventata un affare emotivo, narcisistico, affettivo, esibizionista. Ogni gesto della propria vita, ogni pensiero, ogni fotografia, ogni video è vissuto non per essere condiviso, ma per diventare un mosaico narrativo, uno storytelling di esistenze semplici, normali, che non sono più capaci di restare in quella normalità, in quel privato che è sempre stato di tutti. Si sono rovesciati i propri cassetti dentro il web, per mostrarsi nudi, indifesi, fragili di fronte ad altri nudi, indifesi e fragili. E non si riesce più a ritrovare una dimensione privata dell’esistenza.<br />Non tutto serve a diventare storia, non tutto si può mostrare come fosse un patrimonio collettivo. Non c’è bisogno di costellare il proprio tempo quotidiano di note continue che aggiungono, mostrano, spiegano, narrano. E questa dittatura della creatività è diventata una disperazione, una sorta di antifrasi concettuale: diamo un significato opposto a tutto quello che è di fronte a noi, come un tic nervoso. Obblighiamo le nuove generazioni a pensarsi creative ma solo a parole. Perché poi quando cercano di esserlo davvero vengono dissuase. Abbiamo trasformato l’arte, la letteratura, il cinema, la musica e tutte le espressioni dell’ingegno in qualcosa di necessario e al tempo stesso di non realizzabile se non in una forma ripetitiva e banale. Abbiamo legato la creatività al successo dei like, che finiscono per modificare, in corsa, la qualità delle opere, delle storie, attraverso un sondaggio continuo, un costante aggiustamento – spesso verso il basso – delle proprie intenzioni e volontà.<br />La creatività obbligatoria è come un vento freddo, sottile e tagliente, ghiaccia il paesaggio e paralizza le coscienze. Mescolando plauso e indifferenza come fossero la stessa cosa.<br />Roberto Cotroneo]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Ascoltare non è condividere]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=370"><![CDATA[In tutte le culture millenarie, e soprattutto nella maggior parte delle religioni, l’ascolto è un elemento fondante. L’ascolto è saggezza, l’ascolto è comprensione, alle volte è assoluzione o condanna, ma è sempre un punto di condivisione tra due persone singole, o tra un singolo e la collettività. Si ascoltano i figli, le persone che si amano, si ascoltano le comunità, i cittadini. Si chiede, si valuta, si decide dopo aver ascoltato, e non soltanto le ragioni o delle tesi ma anche qualcosa che viene prima di tutto questo: l’essenza del vivere.<br />Mettersi in ascolto è mettersi in cammino, regalare un luogo dove rifugiarsi, trovare conforto: ascoltano i confessori, gli psicoanalisti, i saggi.<br />Ascoltare non è necessariamente condividere, non è un modo per farsi approvare, per avere successo, per vincere con le proprie ragioni. Nell’ascolto non si vince e non si perde, non è un combattimento, non è consenso o dissenso, non è adesione o indifferenza. Nell’ascolto e nel farsi ascoltare il voler avere ragione, il voler colpire, impressionare, risultare popolari agli altri, serve a poco. Perché mettersi in ascolto è percorrere una strada di solitudine e di diversità che ci può isolare, renderci eccentrici.<br />L’ascolto è un karma, in un certo senso; parola sanscrita delle "upanisad" vediche che ormai è utilizzata nel linguaggio corrente per indicare all’incirca il destino, la predisposizione a qualcosa. Il karma è un agire nel mondo che porta al ciclo di morte e di rinascita del "samsara". Da come si agisce, come sanno ormai in molti, si avranno delle conseguenze, e il ciclo di morte e rinascita non è uguale per tutti, dipende da come si agisce, dalla capacità di sentire e di essere nel mondo; dal modo di ascoltarlo, in un certo senso, se intendiamo l’ascolto una delle modalità dell’agire, una modalità più evoluta.<br />Ma la modernità alle volte è fatalmente invasiva. Semplificare è molto bello, quando si riescono a spiegare concetti complessi con linearità, rendendoli fruibili a molti. Ma banalizzare non è semplificare, e soprattutto ci sono forme di banalizzazione pericolose. Da poco tempo esiste un nuovo social network, si chiama: Maadly. Non sarebbe una notizia se non avesse un aspetto particolare. Non mette in comunicazione persone che si conoscono, o addirittura amici, ma soltanto ed esclusivamente non conoscenti. Questi sconosciuti della rete leggono i tuoi post e i tuoi contenuti e possono mettere un “Like” o un “Dislike”. A ogni like sale il karma dell’utente (proprio così, è utilizzato questo concetto). A ogni dislike il karma scende.<br />Invenzione carina e persino originale quella di farsi giudicare da una massa di sconosciuti che possono determinare il tuo Karma. Se hai successo salirà e tu non ti reincarnerai in un insetto o in un verme, ma in un altro essere umano. Se invece non riesci a essere popolare la ruota del "samsara" girerà malissimo per te.<br />È difficile prevedere il successo, tra i ragazzi soprattutto, di questa applicazione che è già scaricabile sui dispositivi mobili. La banalizzazione del Karma non sarebbe un grande problema. Da anni lo fanno le dottrine New Age e ci siamo abituati. La cosa invece piuttosto grave è che si mette assieme il piacere, il successo, l’essere approvati, come fosse un percorso spirituale e di crescita. Il successo, per intenderci, l’esser popolari, l’avere molti like non è un cammino spirituale, non dovrebbe essere considerato un punto di arrivo. L’ambizione non è qualcosa di auspicabile in sé. La ragione e l’approvazione del mondo non sono valori, anzi alle volte sono dei disvalori.<br />Bertold Brecht scriveva: «ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati». Insegnare il coraggio di raccogliere molti dislike, farsi ascoltare per quello che si è veramente, e non per riscuotere assenso e successo è il modo migliore per prendersi cura del proprio karma.<br />Rocco Cotroneo - Corriere della Sera]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Mi do il permesso]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=369"><![CDATA["Mi do il permesso di non essere una vittima<br />Mi do il permesso di separarmi da persone che mi trattano bruscamente, con violenza, che mi ignorano, che mi negano un saluto, un bacio, un abbraccio…<br />Da questo preciso momento le persone brusche o violente sono fuori dalla mia vita.<br />Mi do il permesso di non costringermi ad essere “l’anima della festa”, la persona che mette entusiasmo in tutto o quella sempre disponibile al dialogo per risolvere conflitti quando gli altri nemmeno ci provano.<br />Mi do il permesso di non intrattenere ed incoraggiare gli altri a costo di stancarmi io: non sono nato per spingerli ad essere sempre al mio fianco.<br />La mia esistenza, il mio essere è già prezioso.<br />Se vogliono stare al mio fianco devono imparare a valorizzarmi.<br />Mi do il permesso di lasciar svanire le paure che mi hanno inculcato da bambino. Il mondo non è soltanto ostilità, inganno o aggressione. Ci sono anche tanta bellezza e gioia inesplorata.<br />Mi do il permesso di non stancarmi nel tentativo di essere perfetto. Non sono nato per essere la vittima di nessuno. Non sono perfetto, nessuno è perfetto e mi permetto di rifiutare gli schemi altrui: un uomo senza difetti, estremamente impeccabile ovvero disumano.<br />Mi permetto di non vivere nell’attesa di una telefonata, di una parola gentile o di un gesto di considerazione. Mi affermo come persona che non dipende dalla sofferenza. Non aspetto rinchiuso in casa e non dipendo da altre persone. Sono io stesso a valorizzarmi, mi accetto e mi apprezzo.<br />Mi permetto di non voler sapere tutto, per non essere sempre presente durante il giorno. Non ho bisogno di molte informazioni, di programmi per il pc, di film al cinema, di giornali, di musica.<br />Mi do il permesso di essere immune alle lodi o agli elogi smisurati: le persone che fanno troppi complimenti finiscono per sembrare opprimenti. Mi permetto di vivere con leggerezza, senza accuse o richieste eccessive. Non fa per me.<br />Mi do il permesso più importante di tutti, quello di essere autentico.<br />Non mi sforzo di compiacere gli altri. È semplice e liberatorio abituarsi a dire di no ogni tanto.<br />Non mi voglio giustificare: se sono felice, lo sono, se non sono felice, non lo sono. Se un giorno del calendario è considerato come quello in cui sentirsi obbligatoriamente felici, io mi sentirò esattamente come mi sentirò.<br />Mi permetto di sentirmi bene con me stesso e non come vogliono le usanze o quelli che mi stanno attorno: quello che è “normale” o “anormale” nei mie stati emotivi sarò io a deciderlo"<br />JOAQUÍN ARGENTE]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Non rinunciare mai alla felicità]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=368"><![CDATA[Discorso di Papa Francesco al Sinodo della Famiglia<br /> <br />"Puoi aver difetti, essere ansioso e vivere qualche volta irritato, ma non dimenticate che la tua vita è la più grande azienda al mondo. <br />Solo tu puoi impedirle che vada in declino. In molti ti apprezzano, ti ammirano e ti amano. <br />Mi piacerebbe che ricordassi che essere felice, non è avere un cielo senza tempeste, una strada senza incidenti stradali, lavoro senza fatica, relazioni senza delusioni.<br />Essere felici è trovare forza nel perdono, speranza nelle battaglie, sicurezza sul palcoscenico della paura, amore nei disaccordi.<br />Essere felici non è solo apprezzare il sorriso, ma anche riflettere sulla tristezza. Non è solo celebrare i successi, ma apprendere lezioni dai fallimenti. Non è solo sentirsi allegri con gli applausi, ma essere allegri nell'anonimato.        <br />Essere felici è riconoscere che vale la pena vivere la vita, nonostante tutte le sfide, incomprensioni e periodi di crisi. Essere felici non è una fatalità del destino, ma una conquista per coloro che sono in grado viaggiare dentro il proprio essere.<br />Essere felici è smettere di sentirsi vittima dei problemi e diventare attore della propria storia. È attraversare deserti fuori di sé, ma essere in grado di trovare un'oasi nei recessi della nostra anima.<br />È ringraziare Dio ogni mattina per il miracolo della vita. Essere felici non è avere paura dei propri sentimenti.<br />È saper parlare di sé.<br />È aver coraggio per ascoltare un "No".<br />È sentirsi sicuri nel ricevere una critica, anche se ingiusta.<br />È baciare i figli, coccolare i genitori, vivere momenti poetici con gli amici, anche se ci feriscono.<br />Essere felici è lasciar vivere la creatura che vive in ognuno di noi, libera, gioiosa e semplice.<br />È aver la maturità per poter dire: “Mi sono sbagliato”.<br />È avere il coraggio di dire: “Perdonami”.<br />È avere la sensibilità per esprimere: “Ho bisogno di te”.<br />È avere la capacità di dire: “Ti amo”.<br />Che la tua vita diventi un giardino di opportunità per essere felice ...<br />Che nelle tue primavere sii amante della gioia.<br />Che nei tuoi inverni sii amico della saggezza.<br />E che quando sbagli strada, inizi tutto daccapo.<br />Poiché così sarai più appassionato per la vita.<br />E scoprirai che essere felice non è avere una vita perfetta. Ma usare le lacrime per irrigare la tolleranza.<br />Utilizzare le perdite per affinare la pazienza.<br />Utilizzare gli errori per scolpire la serenità.<br />Utilizzare il dolore per lapidare il piacere.<br />Utilizzare gli ostacoli per aprire le finestre dell'intelligenza.<br />Non mollare mai ....<br />Non rinunciare mai alle persone che ami.<br />Non rinunciare mai alla felicità, poiché la vita è uno spettacolo incredibile!"]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Per riflettersi e riflettere]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=366"><![CDATA["Chi sono io?" <br />Chiese un giovane ad un maestro di spiritualità.<br />"Te lo spiego con una piccola storia" rispose il saggio.<br />Un giorno, dalle mura di una città, verso il tramonto si videro sulla linea dell'orizzonte due persone che si abbracciavano.<br />"Sono un papà e una mamma", pensò una bambina innocente.<br />"Sono due amanti", pensò un uomo dal cuore torbido.<br />"Sono due amici che s'incontrano dopo molti anni", pensò un uomo solo.<br />"Sono due mercanti che hanno concluso un buon affare", pensò un uomo avido di denaro.<br />"E' un padre che abbraccia un figlio di ritorno dalla guerra", pensò una donna dall'anima tenera.<br />"E' una figlia che abbraccia il padre di ritorno da un viaggio", pensò un uomo addolorato per la morte di una figlia.<br />"Sono due innamorati", pensò una ragazza che sognava l'amore.<br />"Sono due uomini che lottano all'ultimo sangue", pensò un assassino.<br />"Chissà perché si abbracciano", pensò un uomo dal cuore arido.<br />"Che bello vedere due persone che si abbracciano", pensò un uomo di Dio.<br />"Ogni pensiero", concluse il maestro, "rivela a te stesso quello che sei."<br />Esamina di frequente i tuoi pensieri: ti possono dire molte più cose su di te di qualsiasi maestro.<br />(Yogananda)]]></content>
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		<title><![CDATA[Un commento lucido]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=365"><![CDATA[Ieri a Nizza il trentunenne Mohamed Lahouaiej Bouhlel ha ucciso 84 persone investendole con un camion. L'attentatore aveva dei precedenti penali di criminalità comune, viene descritto come "poco religioso" e "taciturno", si stava separando dalla moglie e ancora non si conoscono le motivazioni del suo gesto.<br /><br />Nel luglio 2011 il trentunenne norvegese Anders Breivik uccise a sangue freddo 77 persone, molte delle quali tra i 15 e 19 anni, la maggior parte finite con un colpo alla nuca; nella visione del terrorista, che agì da solo, erano tutti colpevoli di battersi per una società "multiculturalista".<br /><br />Nel marzo 2015 il ventisettenne Andreas Lubitz, copilota della compagnia aerea German Wings, si è schiantato con il suo aereo di linea sulla alpi francesi: con lui sono rimaste uccise 144 persone. Secondo numerose testimonianze il pilota soffriva di una grave forme di depressione.<br /><br />Omar Ismail Mostefai, invece, prima di diventare uno dei kamikaze del Bataclan, aveva sognato una carriera da rapper. Stesso sogno per Cherif Kouachi, uno dei due fratelli uccisi dopo l'assalto a Charlie Hebdo.<br /><br />Tutti questi casi sembrano accomunati da un tratto psicologico più rilevante di quello ideologico o religioso. Disturbo narcisistico della personalità. Sono individui incapaci di percepire il dolore altrui e accomunati da un desiderio di fama e grandezza che non riesce a fare i conti con la vita grigia di ogni giorno. In queste menti disturbate, fallite la altre possibilità, la sola occasione di esprimere il proprio ego ipertrofico, sembra essere un suicidio spettacolare, tragico, che infligga dolore agli innocenti e apra le edizioni straordinarie dei Tg. La stessa motivazione sembra muovere i rich-kids autori della strage di Dacca, i foreign fighters che si uniscono all'Isis, i folli che assaltano cinema Usa indossando la maschera di Joker.<br /><br />Viviamo un tempo di solitudini. Viviamo un tempo di aspettative infinite e irrealizzabili. Siamo bombardati da un consumismo delle aspettative nutrito ogni momento dal mercato, da tanta politica, dal populismo, da buona parte del sistema mediatico, dai social network, da un senso comune che ci esorta ad esagerare, a desiderare troppo, che non ammette sconfitte, separazioni, dolore, perdenti. A mio avviso tutto ciò è alla base di tanto odio e di tanto orrore.<br /><br />Resistere oggi, personalmente e culturalmente, può vuol dire soltanto combattere questo consumismo, questo senso comune. Vuol dire far calare l'asticella dei desideri, interrogarsi su ciò che è importante davvero, allenarsi, allenarsi e allenarsi ancora, a gestire le nostre frustrazioni, imparare a perdere.<br /><br />Ne sono cosciente: è difficile che questo basti a fermare la follia che ci circonda. Eppure è qualcosa che possiamo fare subito, adesso. L'altra alternativa è rimanere immobili chiedendoci quando e dove dei pazzi narcisisti colpiranno ancora. E se lì in mezzo ci saremo anche noi.<br />Federico Mello]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[La gentilezza e le buone maniere nel mondo del lavoro]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=364"><![CDATA[La gentilezza e le buone maniere nel mondo del lavoro: i 10 punti fondamentali<br /><br />1. Fai lo sforzo di ricordare il nome di chi ti sta davanti e pronuncialo spesso.  <br />“Ricordatevi che per una persona il suo nome è il suono più importante in qualsivoglia lingua.”  Dale Carnegie<br /><br />2.  Agli appuntamenti bisogna arrivare puntuali.<br />“Avere la fama di chi arriva sempre in ritardo è come avere la fama di uno su cui non si può contare.”  Lina Sotis<br /><br />3. Le presentazioni vanno fatte sempre, anche se ci si ferma solo un attimo a parlare. Devono essere rapide, precise, nome e cognome. Non esagerate con i fronzoli, titoli, non dite “il migliore…” “il più bravo…”. E’ fondamentale ricordare perfettamente il NOME di chi si presenta altrimenti tenta di evitare di essere tu a doverlo fare. Mai dire non mi ricordo il suo nome… Se vuoi proprio superarti, come ai vecchi tempi: si presenta l’uomo alla donna, il più giovane al più anziano, se si è seduti l’uomo si alza sempre, mentre la donna quasi mai. E sarebbe bene non dire “piacere”. Togliti gli occhiali da sole se le presentazioni avvengono all’esterno.<br /><br /> 4. La stretta di mano raccomando che sia calorosa, non da frattura scomposta ma nemmeno da mozzarella…e la mano possibilmente non sudaticcia.  &amp;#128521;<br /><br />5. Stai ad ascoltare sinceramente ed attentamente il tuo interlocutore. <br />Non distrarti e non costringerlo ad attirare la tua attenzione.<br /><br />6. Durante le riunioni ricordati che 3 persone su 4 ritengono maleducato controllare sms e mail e l’87% pensa che sia scortese rispondere a una telefonata (studio condotto dalla Marshall School of Business della University of Southern California). Infatti dare la precedenza agli stimoli provenienti dall’esterno è percepita come mancanza di rispetto per ciò che avviene all’interno della sala riunioni, mancanza di concentrazione e mancanza di ascolto.<br /><br />Non controllare compulsivamente mail-sms-chiamate, questa nevrosi non ti farà sembrare più importante, ma solo più scortese.  <br /><br />7. Anche durante i business lunch, l’uso dello smartphone non è molto gradito. In questo caso il 50% degli uomini ritiene accettabile rispondere a una chiamata durante un pranzo di lavoro, contro il 26% delle donne. I professionisti più giovani sono 3 volte più tolleranti di quelli più anziani. Consiglio: prima di infastidire con il tuo comportamento chi ti sta davanti, RIFLETTI. Le buone maniere sconsigliano anche di poggiare sul tavolo smartphone, chiavi, occhiali e borse.  <br /><br /> 8. La pausa pranzo. La Career Builder elenca quattro categorie di “Mangiatori IN Ufficio”: il Puzzolente, il Rumoroso, lo Sporcaccione e il Rompiscatole. Fai in modo di essere nella quinta “Quello che mangia fuori” <br /><br />9. Ricordati che Grazie, Scusa e Per favore sono parole con effetti miracolosi, soprattutto se accompagnate da un sorriso;<br /><br />10. Look.  Fortunatamente non c’è più l’obbligo di quei rigidi tailleur da donna e completi rigorosi da uomo. E’ ammesso ormai in ogni ambiente un look informale purché curato. Alcune cose restano comunque da evitare assolutamente. Per gli uomini MAI: i calzini corti, i calzini bianchi e le camicie a maniche corte. Per le donne tutto ciò che è TROPPO: troppo stretto, troppo corto, troppo scollato, troppo trucco, troppi accessori. Insomma il buon gusto non passa mai di moda. Magari con l’aggiunta di un guizzo eccentrico di piacevole distinzione!<br /><br />Non dimenticare che Oscar Wilde ha detto:<br /><br />“Con un abito da sera e una cravatta bianca, chiunque, anche un agente di cambio, può far credere di essere una persona civile.”<br /><br />e Coco Chanel:<br /><br />“Se una donna è malvestita si nota l’abito. Se impeccabile si nota la donna.”<br /><br /><br />Mirna Pioli<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[5 modi per realizzare i propri obiettivi]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=363"><![CDATA[Immaginate di alzarvi ogni mattina ed essere consapevoli dell’identità della vostra essenza, di ciò che vi da sostanza e vi rende solidi, ma anche fluidi a tal punto da essere flessibili e potervi adattare ai cambiamenti. Guardare ogni mattina questo riflesso interiore e riconoscerne il tratteggio vi consente di affrontare il mondo con maggiore consapevolezza e pieni di risorse.<br /><br />Trovare un nuovo lavoro, migliorare le proprie prestazioni, realizzare un sogno o avere una promozione sono risultati che molte persone cercano ancor prima di prendere consapevolezza del proprio scopo. Ma, citando Zig Zaglar, “Ciò che ottieni nel realizzare i tuoi obiettivi non è importante come ciò che diventerai dopo averli realizzati”; parafrasando l’autore motivazionale, possiamo affermare che ciò che ottenete nel realizzare il vostro scopo non è importante come ciò che potreste essere mentre lo state inseguendo. Senza una nuova consapevolezza di sé, gli obiettivi che vi ponete rischiano di rimanere un vuoto da colmare; una volta raggiunto un obiettivo ecco di nuovo il vuoto e così via.<br /><br />Più che una serie di obiettivi è più efficace intraprendere una nuova direzione; stabilire semplicemente un obiettivo, seppur importante, non sempre basta a dare un’impronta diversa alla propria vita, ad evitare di ritrovarsi in situazioni analoghe. Individuare una direzione e un nuovo progetto di vita, invece, innesca un cambiamento duraturo. Se l’obiettivo non è collegato in modo significativo con uno scopo, un fine ultimo, manca della forza propulsiva del cambiamento; l’idea di una direzione da intraprendere, invece, consente di ampliare le prospettive.<br /><br />Quando formulate uno scopo, puntate il focus su ciò che dovrete far accadere di diverso per dirigervi proprio lì, verso lo stato desiderato. Il vissuto, l’emozione, le vibrazioni ottenute dal visualizzare il vostro obiettivo, rappresentano quel valore aggiunto che va perseguito come una mission personale; in altre parole, il modo di percorrere il sentiero è davvero importante nel percorso di sviluppo personale e professionale. La sfida creativa, la possibilità di continuare a imparare, l’orgoglio di portare a termine le cose, il network di relazioni significative, le l’opportunità di aiutare gli altri o di insegnare loro qualcosa, ad esempio, sono alcune tra le fonti più significative per mantenere alte le motivazioni verso uno scopo. A tale proposito Daniel Goleman, uno dei più noti studiosi dell’Intelligenza Emotiva, scrive: “Le emozioni sono, letteralmente, ciò che ci spinge a perseguire i nostri obiettivi; esse alimentano le motivazioni, le quali a loro volta guidano la percezione e danno forma alle azioni. Opere grandi, dunque, prendono le mosse da grandi emozioni”.<br /><br />Nel momento in cui si traccia la direzione e si pianificano i relativi obiettivi, è necessario attivare alcune risorse interne che, in qualche modo, “condiscono” ciò che si desidera ottenere. Riprendendo alcuni studi sull’Intelligenza Emotiva, vi sono alcuni elementi che fanno la differenza per mantenere la direzione verso il proprio scopo. Ogni scopo ha bisogno di un socio per far fronte ai vari impegni e uno dei migliori è il metodo S.O.C.I.O:<br /><br />S: spinta alla realizzazione;<br /><br />O: ottimismo e iniziativa per continuare a essere costanti;<br /><br />C: condivisione degli obiettivi e della visione con le altre persone;<br /><br />I: ingredienti di successo riguardanti gli scopi più elevati e il senso di realizzazione intrinseca agli obiettivi;<br /><br />O: organizzazione degli atteggiamenti e delle azioni più efficaci e strategiche.<br /><br />S: spinta alla realizzazione<br /><br />Scoprire in anticipo le fonti di gratificazione di uno scopo è un passo sostanziale per fornire alle azioni successive il giusto propellente. La spinta alla realizzazione può essere considerata come un impulso costante a migliorare non solo gli aspetti tecnico-professionali, ma la qualità della vita, gli aspetti più profondi e interni che riguardano il rapporto con se stessi e ciò che riguarda le relazioni con gli altri. Alcuni accorgimenti aiutano ad alimentare la spinta verso la realizzazione di sé:<br /><br />- riuscire a stabilire obiettivi stimolanti, assumendosi al contempo rischi calcolati;<br /><br />- procurarsi informazioni per ridurre l’incertezza e trovare il modo migliore di fare le cose;<br /><br />- imparare a migliorare le proprie prestazioni.<br /><br />O: ottimismo e iniziativa<br /><br />L’iniziativa e l’ottimismo sono stati studiati a lungo e, senza dubbio, costituiscono fattori decisivi per coloro che riescono a spianare la strada verso la realizzazione dei propri scopi. Anche gli ottimisti si scoraggiano, ma riescono a rendersene conto prontamente, cercano l’appoggio nelle altre persone e trovano modi per riattivare le proprie energie; incontrano ostacoli e difficoltà come tutti gli altri ma, invece di rinunciare ai propri obiettivi, cambiano rotta ogni volta che è necessario, pur di avvicinarsi alla meta. Per accompagnare il proprio scopo con ottimismo e spirito di iniziativa è opportuno:<br /><br />- cogliere anticipatamente le opportunità che l’obiettivo può riservare;<br /><br />- decidere di perseguire comunque l’obiettivo, anche in presenza di ostacoli, limiti, richieste esterne o insuccessi;<br /><br />- coinvolgere e mobilitare le altre persone necessarie al conseguimento dell’obiettivo.<br /><br />C: condivisione degli obiettivi e della visione<br /><br />L’impegno e la capacità di condividere ideali e obiettivi con altre persone o con un gruppo di lavoro, costituiscono aspetti motivazionali importanti che possono essere alimentati da specifiche azioni:<br /><br />- individuare gli aspetti di più ampia portata dell’obiettivo che riguardano l’ambiente intorno a sé, il gruppo, l’organizzazione e impegnarsi per portarli avanti;<br /><br />- trovare uno scopo più elevato nella missione collettiva;<br /><br />- condividere i valori-cardine con altri.<br /><br />I: ingredienti di successo<br /><br />Sviluppare la consapevolezza emotiva, in relazione alla direzione che si intende perseguire, trasforma sensazioni e sentimenti in una sorta di radar interiore che guida dritti verso la meta, riconoscendo in anticipo gli effetti delle decisioni. Uno dei fattori chiave, in tal senso, è prestare attenzione alle emozioni che suscita il proprio scopo, poiché ciò che si prova è una guida per esplorare, interpretare e valutare i diversi aspetti della direzione intrapresa. I valori personali, che riuscite a scorgere nel vostro progetto, si traducono in una risonanza emotiva positiva o negativa; pertanto la consapevolezza di sé ha la funzione di un barometro interiore, che valuta con precisione se vale la pena davvero spingersi in una direzione piuttosto che in un’altra. Uno dei principi più importanti per lavorare sugli obiettivi in modo emotivamente intelligente è saper scegliere, formulare, progettare le proprie mete in modo tale che siano in armonia con la guida interiore. Quando decidete di vivere le vostre esperienze portando alla luce le vostre attitudini ricordate di:<br /><br />- conservare intatto o aumentare il senso di significato della vostra vita;<br /><br />- ricercare il sentimento di realizzazione;<br /><br />- fornire un contributo a qualcuno o a qualcosa;<br /><br />- fare qualcosa di energizzante;<br /><br />- soddisfare il senso di sfida;<br /><br />- appagare la creatività, il talento.<br /><br />O: organizzazione<br /><br />Chi lavora con se stesso alla ricerca del proprio scopo per cambiare vita, trovare nuovi significati e realizzare qualcosa di diverso, ha bisogno di far leva sui punti di forza e non sui punti deboli, pertanto la pianificazione delle azioni deve essere flessibile, ossia consentire a ciascuno di predisporsi al futuro in modo diverso. Un metodo di “pianificazione” rigido può rivelarsi controproducente. I migliori piani d’azione sono fattibili e articolati in fasi gestibili: se un piano non si adatta alla vita, allo stile personale, alle attitudini, ai valori dell’individuo, viene abbandonato con facilità nell’arco di poche settimane o pochi mesi. I piani che non si addicono allo stile di apprendimento personale, inoltre, sono demotivanti e ben presto non susciteranno più interesse.<br />Massimo Del Monte-Manageritalia<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Far diventare il cliente il nostro miglior venditore]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=362"><![CDATA[Consideriamo i fatti. <br />Per quanto eccellenti siano le nostre campagne pubblicitarie o aggressive le nostre azioni di marketing le impressioni della gente sui nostri prodotti saranno basate, in larga misura, su quanto hanno sentito dire da altri. Questo, dopo tutto non sarebbe così tragico se potessimo condizionare quello che gli altri raccontano anzi sarebbe un canale meraviglioso.  <br />Non solo è possibile dirigere la vox populi, ma la cosa è più semplice di quanto si possa immaginare.<br />Il passaparola è sempre esistito, ma i cambiamenti avvenuti negli ultimi 10 anni, soprattutto per quanto riguarda il potere assunto dai consumatori nel loro rapporto con le imprese e le evoluzioni nelle tecnologie di comunicazione, ne hanno amplificato più che mai l’importanza. Bisogna fare i conti con la perdita di efficacia della pubblicità e del marketing tradizionale  strumenti che non stabiliscono dialogo ma che sono considerati dai consumatori troppo ripetitivi e invasivi. <br />Un altro concetto obsoleto è il concetto di target. Se c’è una caratteristica tipica di questi anni è l’estrema personalizzazione che rasenta l’individualismo. Possiamo dire che nel nostro Paese esistono 60milioni di target differenti. A tutto ciò si aggiunge la proliferazione dei siti web e dei social media che trasmettono opinioni di persone  ad altre persone. Nascono così i fenomeni  viral, buzz e il word of mouth. <br />Questi fenomeni nuovi fanno leva sul passaparola e sono le nuove forme di marketing non convenzionale che conquisteranno e contageranno i consumatori dei prossimi anni.<br />Il passaparola rappresenta una fonte imprescindibile di informazioni e un meccanismo di diffusione di messaggi ,accelerati dalle nuove tecnologie. E’ quindi importante attuare una forte strategia di personal brend, raggiungere e individuare le persone più influenti, studiare i processi di condivisione dei contenuti  e creare le occasioni giuste affinché i nostri messaggi possano essere veicolati adeguatamente. <br />Ovviamente i concetti basilari dai quali è necessario partire sono quelli di qualità, innovazione e relazione. E’ estremamente importante soddisfare il cliente ed evitare come la peste episodi che alimentino il passaparola negativo. Infatti solo prodotti che superino le aspettative del clienti e abbiamo veramente qualcosa di eccezionale possono essere in grado di creare quel chiacchiericcio, quel consiglio da amico, <br />quel la condivisione che ci porterà a prosperare anche in un momento particolare come questo.<br />Un decalogo:<br />1.	Dovete avere un grande prodotto<br />2.	Per  tre persone che parlano bene ce ne sono 33 che parlano male<br />3.	Attenti alle relazioni interne, ogni membro del personale è veicolo di passaparola<br />4.	Coltivate gli stakeholder<br />5.	Disinnescate i clienti arrabbiati<br />6.	Generare un passaparola positivo è frutto di atteggiamenti  positivi<br />7.	Strabiliate i vostri clienti  superandone le aspettative<br />8.	Create un vero e proprio piano di marketing del passaparola<br />9.	Semplificate il tutto e puntate all’azione<br />10.	Rendete le cose facili.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		</author>
		<title><![CDATA[Oggi il cretino è specializzato]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=361"><![CDATA[Sono sempre più numerosi i blogger che decidono di non permettere più i commenti in coda ai loro post.<br />Ormai il popolo dei commentatori del web stanno diventando irritanti, sono incattiviti e ritengono che la violenza verbale, l’opinione franca senza mediazione abbia un valore di per sé, in quanto genuina, arcaica, eppure tanto autentica.<br />Come fai a censurare un’opinione di un buon cittadino che si toglie sassolini e macigni dalle scarpe con quel meraviglioso strumento di democrazia diretta come il web? Non è possibile.<br />Le élites non vogliono commenti, si chiudono dentro i loro algidi consigli di amministrazione, nelle loro austere sale riunioni, nelle loro case editrici dove i volumi pubblicati sono in bell’ordine come fossero reliquie, nei loro giornali bugiardi, naturalmente, dove il rumore sommesso della verità e della folla verace arriva attutito, lontano, schermato. Il web permette la bestemmia, il turpiloquio, il lazzo, l’ironia pesante, la comicità greve. Non guarda in faccia nessuno: è una zona franca dove ognuno può impallinare chiunque, abbattere bersagli e obbiettivi sgraditi, utilizzando mezzi che non hanno necessariamente a che fare con la verità, con la correttezza, con la capacità di documentarsi, con l’equilibrio del giudizio, con l’etica.<br />Nella sua prolusione durante il conferimento di una laurea honoris causa all’Università di Torino, Umberto Eco ha detto che i commentatori del web, e per essere precisi le scorie del web 2.0, quello che permette una continua interazione tra chi posta chi commenta, sono degli imbecilli. Quegli stessi imbecilli che un tempo bofonchiavano nei bar sport e venivano zittiti il più possibile, e che oggi nessuno può zittire, perché il web non ha filtri, non ha censura, e puoi bestemmiare tutte le religioni monoteiste che nessuno ci fa caso, ma se poi posti un seno nudo per spiegare come cercare eventuali noduli ti bloccano l’account.<br />Apriti cielo, dopo le affermazioni di Eco è stato un diluvio di improperi, come si avesse di fronte un vecchio reazionario pronto alla marcia su Roma, un bieco antidemocratico, un uomo che vorrebbe far tacere gli spiriti liberi. E che importa se si può essere al tempo stesso liberi e imbecilli. E che anzi, la libertà può talvolta agevolare, essere terreno di coltura di certe imbecillità, perché nella sua bellezza è in grado stimolare al tempo stesso le migliori intelligenze e le peggiori idiozie.<br />È tutta gente che finalmente può parlare senza sapere quel che dice, senza rispondere di quello che dichiara, che può avvalersi del diritto all’anonimato, che scambia lo sberleffo di Cecco Angiolieri con l’insulto dei miserabili. Ogni volta che si verifica qualcosa di tragico, ogni volta che c’è bisogno di tutto il sapere, la saggezza, il buon senso che la libertà ci può concedere, assieme ai libri, alla cultura, alla capacità di discernere, alle grandi possibilità che il web permette, ai classici che si possono scaricare a gratis, o pagandoli meno di un euro per merito di internet, insomma con tutte queste cose a disposizione, il popolo del web, i missionari del social network, la coscienza civile della banda larga, gli opinionisti del mobile, riescono a trasformare i sistemi operativi, i loro computer di design, i loro smartphone argentati e cromati in strumenti per caverne, clave orrende, pietre adatte a essere scagliate per prime, cadute massi indecorose su soggetti inermi e incapaci di difendersi. Parlo degli imbecilli come quelli che hanno commentato per troppi giorni lo stupro della ragazzina a Roma. Un web pieno di: «ma non era troppo nuda?», «ma cosa ci faceva una ragazzina in giro a mezzanotte?». E mi fermo qui, perché è un’indecenza insopportabile.<br />La cretineria del web non è più un’infausta conseguenza della meraviglia che la comunicazione moderna può darci, ma è una componente fondamentale. Carlo Maria Cipolla, grandissimo storico e saggista, diceva che la stupidità è nella stessa percentuale ovunque, anche tra i premi Nobel. Ma l’idiozia non è più discreta e limitata come un tempo. Ora si fa leggere e si mostra. Il grande Ennio Flaiano scriveva: «oggi il cretino è specializzato». Certo, nel web 2.0.<br />Rocco Cotroneo Corriere della Sera ]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Le quattro regole per vivere felici]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=360"><![CDATA[<br /><br />1.    Responsabilità<br />2.    Proattività<br />3.    Acutezza sensoriale<br />4.    Adattabilità<br /><br /><br />La prima regola per vivere felici è la responsabilità<br />La verità nuda e cruda è che voi siete responsabili dei risultati che ottenete. <br />Questo non significa addossarsi la colpa di tutti i problemi, né rifiutare l’aiuto che si riceve lungo il cammino. Significa semplicemente che dovete smetterla – smetterla sul serio – di aspettarvi di essere il destinatario passivo del cambiamento.<br />A volte il cambiamento è un lavoro di squadra vostro e della persona che in quel momento vi sta facendo da guida, da coach o da mentore. <br />Altre volte è un lavoro solitario. <br />Ma, soprattutto, essere responsabili significa: nessuno può farlo al vostro posto. <br />Lo dovete comprare voi, quel libro; trovarlo voi, il vostro coach; decidere voi quali direzioni e quali obiettivi perseguire; e pensare voi stessi a un piano. <br />Spetta a voi diventare l’agente del vostro stesso cambiamento.<br /><br /><br />La seconda regola per vivere felici è la proattività<br />Le persone più naturalmente inclini a vivere felici sono quelle più orientate all’azione. <br />Una volta deciso cosa si vuole e come ottenerlo, la persona deve <br />assolutamente darsi da fare. <br />Per contro, i pessimisti e i depressi sono spesso inclini all’inattività. <br />Se è vero che talvolta è necessario prendersi del tempo per riflettere, riposare e recuperare le energie, è pur vero che il lasciarsi andare, l’abbandonarsi<br />in attesa che qualcosa o qualcuno ci venga a salvare non è<br />mai accettabile.<br /><br /><br /><br />La terza regola per vivere felici è l’acutezza sensoriale<br />Molte delle scoperte più straordinarie della PNL sono state possibili grazie alla capacità di prestare attenzione e di rispondere senza preconcetti a ciò che si stava osservando.<br />Negli anni, molte delle persone che si occupavano di salute e benessere – e tra queste anche gli psicologi – si sono fregiate di essere imparziali osservatori dei comportamenti umani. <br />Non era così. <br />All’inizio degli anni Settanta, gli psicologi si facevano la guerra per stabilire quale fosse il “giusto approccio” alla psicoterapia. <br />Dozzine, se non centinaia di scuole diverse lottavano per la supremazia. <br />La cosa interessante è che nessuna di queste produceva risultati.<br />Nessuno era davvero in grado di risolvere i problemi dei propri pazienti, ma la cosa sembrava irrilevante, fintanto che fossero riusciti a dimostrare di avere “ragione”.<br />Questo era potuto accadere perché il loro approccio era eminentemente teorico e limitato da schemi inconsci che li predisponevano al fallimento. <br />Erano tutti concentrati sui contenuti dell’esperienza dei loro pazienti: volevano <br />scoprire il perché delle cose, individuare cosa c’era di sbagliato. <br />Erano convinti che, scoprendo il motivo per cui quella persona stava male, tutto si sarebbe aggiustato come per magia. <br />Passavano il tempo a cercare di interpretare quello che dicevano i pazienti, invece di prestare attenzione a ciò che facevano. Non prestavano neppure particolare <br />attenzione agli effetti, intenzionali o meno, del loro interagire con il paziente.<br />L’acutezza sensoriale è un’abilità che si può imparare e migliorare. <br />Si comincia sviluppando la propria capacità di notare ciò che accade dentro (pensieri, azioni e reazioni) e fuori di sé: cosa crea o mantiene in vita i nostri problemi?<br />Qual è l’effetto delle nuove azioni che intervengono a modificare la situazione? Questo è anche il modo di ampliare la propria gamma di risposte.<br /><br /><br />La quarta regola per vivere felici è l’adattabilità<br />Questa è probabilmente la regola più importante. <br />Senza un’autentica propensione a cambiare comportamento, adottando risposte creative e appropriate alla situazione (che si tratti di un mutato stimolo ambientale o di un modo per raggiungere obiettivi che ancora non avere concretizzato),<br />diventerete vittime inermi del caso e delle circostanze.<br />Accettare di dover coltivare l’adattabilità e la flessibilità - oltre alla capacità di tollerare l’ambiguità derivante dal non conoscere sempre le risposte giuste - è un’altra parte del vostro impegno alla responsabilità.<br />Coltivare queste abilità non vi aiuterà solamente a sentirvi<br />meglio e a godervi di più la vita, potrebbe addirittura salvarvela.<br /><br /><br />Questo testo è tratto dal best-seller di Richard Bandler e Garner Thomson<br />PNL per il Benessere<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Dichiarazione shock del Dalai Lama]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=359"><![CDATA[Dopo l'attacco terroristico a Parigi, il Dalai Lama ha esordito con la frase: «Ci sono giorni in cui penso che sarebbe meglio se non ci fossero le religioni.» Alla domanda cosa intendesse dire ha continuato così :<br />«La conoscenza e la pratica della religione sono state utili, questo è vero per tutte le fedi. Oggi però non bastano più, spesso portano al fanatismo e all'intolleranza e in nome della religione si sono fatte e si fanno guerre. Nel 21° secolo abbiamo bisogno di una nuova etica che trascenda la religione. La nostra elementare spiritualità, la predisposizione verso l'amore, l'affetto e la gentilezza che tutti abbiamo dentro di noi a prescindere dalle nostre convinzioni sono molto più importanti della fede organizzata. A mio avviso, le persone possono fare a meno della religione, ma non possono stare senza i valori interiori e senza etica.» <br />Dalai-Lama]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[La mappa non è il territorio]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=358"><![CDATA[Un imprenditore del settore calzaturiero è prossimo a cedere il timone dell’azienda.<br />Per operare la scelta migliore decide di inviare i due figli in due<br />diversi paesi dell’Africa, promettendo loro che chi avrebbe venduto più<br />scarpe in un mese sarebbe diventato il suo successore.<br />Il primo figlio, appena arrivato, nota con disappunto che tutti gli abitanti<br />sono senza scarpe. Telefona subito al padre dicendo: «Qui tutti gli abitanti del<br />paese sono scalzi, non abbiamo alcuna possibilità di vendere scarpe, domani<br />ritorno in Italia».<br />Anche il secondo figlio nota che tutti gli abitanti sono senza scarpe. Telefona<br />al padre dicendo: «Papà, qui tutti gli abitanti fortunatamente sono<br />senza scarpe: mandamene subito un ingente quantitativo perché prevedo di<br />realizzare un grosso volume di vendite».<br />Mappa e territorio, intenzione e risposta<br />Uno dei più efficaci condizionamenti neuroassociativi è la ristrutturazione:<br />parte dal presupposto che nessuna esperienza che ci accade è positiva<br />o negativa in sé; ciò che la rende tale è il modo in cui la rappresentiamo a<br />noi stessi.<br />Una delle affermazioni fondanti della programmazione neurolinguistica<br />è infatti questa: la mappa non è il territorio. Il menu che sfogliate al ristorante<br />è una descrizione del cibo, non il cibo.<br />Se trasferiamo questo principio nell’ambito della vendita, capiamo che<br />uno degli errori di molti venditori è pensare che il cliente percepisca il prodotto<br />o servizio esattamente come essi stessi lo percepiscono. Il venditore che<br />conosce i condizionamenti neuroassociativi, invece, dimentica momentaneamente<br />la propria mappa del mondo per comprendere quella del cliente.<br />Il risultato di ogni comunicazione non sta nelle intenzioni di chi comunica,<br />ma nella risposta che si ottiene. Questo principio discende dall’enunciato<br />«la mappa non è il territorio».<br />Ogni persona possiede una propria mappa. Se rivolgete un complimento<br />a qualcuno (intenzione), e ricevete un insulto (risposta), non è l’altro che<br />non ha capito: siete voi che dovete modificare la vostra strategia.<br />Quando parlo di vendita, lo faccio nel senso più ampio del termine. Infatti<br />ognuno di noi, in ogni momento, vende qualcosa a qualcuno: la propria immagine,<br />le proprie idee, i propri sentimenti. Vendere significa soprattutto comunicare.<br />Infatti, il marketing esiste da cinquant’anni perché esistono le imprese;<br />la comunicazione esiste da un milione di anni perché esistono le persone.<br />Le relazioni sentimentali, l’amicizia, qualsiasi lavoro, tutti gli ambienti in<br />cui ci troviamo a vivere hanno profonde analogie con la vendita.<br />Un buon venditore è soprattutto una persona di buone capacità relazionali.<br />L’ascolto attivo, la flessibilità, la creatività e la disponibilità sono i pilastri<br />delle sue buone relazioni.<br />]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Morric One]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=357"><![CDATA[Sul palco degli Oscar Ennio Morricone ha parlato in italiano. Non si ha memoria che prima di lui lo avessero fatto altri. È molto probabile che sapesse l’inglese, quantomeno abbastanza da imbastire i ringraziamenti di rito. Inoltre leggeva da un foglietto rimasto scaramanticamente piegato per tutta la sera nella tasca dello smoking e quindi, se pure la sua conoscenza della lingua di Shakespeare e Tarantino si fosse fermata a «the cat is on the table», non avrebbe avuto alcuna difficoltà a farsi scrivere qualche frase. Invece ha usato l’italiano. Con consapevolezza di sé, senza ostentare orgoglio ma neanche tradire quel complesso di inferiorità tipico dei provinciali che induce tanti suoi connazionali a tuffarsi su ogni parola vagamente esotica e certi onorevoli a riempirsi la bocca di «stepchild adoption» storpiandone la pronuncia e ignorandone il significato.   <br /><br />Faceva effetto sentire risuonare la nostra lingua nel tempio delle divinità hollywoodiane, da Charlize Theron a Steven Spielberg tutte rigorosamente in piedi per rendere omaggio al Maestro. E faceva ancora più effetto cogliere il senso delle sue parole, piane e però non banali, mai sfiorate dalla retorica nemmeno nella dedica finale alla compagna di una vita. Sul palco più internazionale del mondo si aveva l’impressione di scorgere l’Altro Italiano. Quello che sa coniugare la gravità alla leggerezza, la normalità al talento e l’estro alla dignità. Di lui si parla poco perché non è pittoresco, ma ne esiste un esemplare quasi in ogni famiglia. E con la sua presenza dà un senso a tutte le altre. <br /><br /><br />massimo gramellini<br />]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Le 40 regole per parlare bene l'italiano]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=356"><![CDATA[1.	Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.<br />2.	Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.<br />3.	Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.<br />4.	Esprimiti siccome ti nutri.<br />5.	Non usare sigle commerciali &amp; abbreviazioni etc.<br />6.	Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del           discorso.<br />7.	Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.<br />8.	Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.<br />9.	Non generalizzare mai.<br />10.	Le parole straniere non fanno affatto bon ton.<br />11.	Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”<br />12.	I paragoni sono come le frasi fatte.<br />13.	Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza      s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).<br />14.	Solo gli stronzi usano parole volgari.<br />15.	Sii sempre più o meno specifico.<br />16.	L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.<br />17.	Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.<br />18.	Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.<br />19.	Metti, le virgole, al posto giusto.<br />20.	Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.<br />21.	Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.<br />22.	Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.<br />23.	C’è davvero bisogno di domande retoriche?<br />24.	Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.<br />25.	Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.<br />26.	Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.<br />27.	Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!<br />28.	Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.<br />29.	Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.<br />30.	Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.<br />31.	All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).<br />32.	Cura puntiliosamente l’ortograffia.<br />33.	Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.<br />34.	Non andare troppo sovente a capo. <br />Almeno, non quando non serve.<br />35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.<br />36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.<br />37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.<br />38. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.<br />39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.<br />40. Una frase compiuta deve avere.<br /><br />Umberto Eco<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[San Biagio e il panettone]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=355"><![CDATA[Il panettone di San Biagio è una tradizione di Milano poco conosciuta al di fuori dei confini della città, ma utilissima per finire i panettoni avanzati dalle feste di Natale.<br /><br />Perchè bisogna mangiare il panettone di San Biagio? E’ presto detto: il 3 febbraio è la giornata che la chiesa cattolica dedica alla celebrazione di San Biagio, una figura che secondo la tradizione popolare milanese ‘benedis la gola e él nas‘. I milanesi, infatti, sono soliti mangiare un panettone benedetto proprio in questa giornata (anche se non è freschissimo, anzi meglio).<br /><br />Chi era San Biagio<br /><br />San Biagio era un medico armeno, vissuto nel III secolo d.C.: si narra che compì un miracolo quando una madre disperata gli portò il figlio morente per una lisca conficcata in gola. San Biagio gli diede una grossa mollica di pane che, scendendo in gola, rimosse la lisca salvando il ragazzo. Inutile aggiungere che, dopo aver subito il martirio, Biagio venne fatto santo e dichiarato protettore della gola.<br /><br />La tradizione del panettone di San Biagio a Milano<br /><br />Il legame con la città di Milano, però, arrivò molto più tardi: una massaia prima di Natale portò a un frate un panettone perchè lo benedicesse. Essendo molto impegnato, il frate – che si chiamava Desiderio – le disse di lasciarglielo e passare nei giorni successivi a riprenderlo. Ma la donna se ne dimenticò e frate Desiderio, dopo averlo benedetto, iniziò a sbocconcellarlo finchè si accorse di averlo finito.<br /><br />La donna si ripresentò a chiedere il suo panettone benedetto proprio il 3 febbraio, giorno di San Biagio: il frate si preparò a consegnarle l’involucro vuoto e a scusarsi, ma al momento di consegnarglielo si accorse che nell’involucro era comparso un panettone grosso il doppio rispetto all’originale. Era stato un miracolo di San Biagio, che diede il via alla tradizione di portare un panettone avanzato a benedire ogni 3 febbraio e poi mangiarlo a colazione  per proteggere la gola.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Ascoltare non è condividere]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=354"><![CDATA[In tutte le culture millenarie, e soprattutto nella maggior parte delle religioni, l’ascolto è un elemento fondante. L’ascolto è saggezza, l’ascolto è comprensione, alle volte è assoluzione o condanna, ma è sempre un punto di condivisione tra due persone singole, o tra un singolo e la collettività. Si ascoltano i figli, le persone che si amano, si ascoltano le comunità, i cittadini. Si chiede, si valuta, si decide dopo aver ascoltato, e non soltanto le ragioni o delle tesi ma anche qualcosa che viene prima di tutto questo: l’essenza del vivere.<br />Mettersi in ascolto è mettersi in cammino, regalare un luogo dove rifugiarsi, trovare conforto: ascoltano i confessori, gli psicoanalisti, i saggi.<br />Ascoltare non è necessariamente condividere, non è un modo per farsi approvare, per avere successo, per vincere con le proprie ragioni. Nell’ascolto non si vince e non si perde, non è un combattimento, non è consenso o dissenso, non è adesione o indifferenza. Nell’ascolto e nel farsi ascoltare il voler avere ragione, il voler colpire, impressionare, risultare popolari agli altri, serve a poco. Perché mettersi in ascolto è percorrere una strada di solitudine e di diversità che ci può isolare, renderci eccentrici.<br />L’ascolto è un karma, in un certo senso; parola sanscrita delle Upanisad vediche che ormai è utilizzata nel linguaggio corrente per indicare all’incirca il destino, la predisposizione a qualcosa. Il karma è un agire nel mondo che porta al ciclo di morte e di rinascita del samsara. Da come si agisce, come sanno ormai in molti, si avranno delle conseguenze, e il ciclo di morte e rinascita non è uguale per tutti, dipende da come si agisce, dalla capacità di sentire e di essere nel mondo; dal modo di ascoltarlo, in un certo senso, se intendiamo l’ascolto una delle modalità dell’agire, una modalità più evoluta.<br />Ma la modernità alle volte è fatalmente invasiva. Semplificare è molto bello, quando si riescono a spiegare concetti complessi con linearità, rendendoli fruibili a molti. Ma banalizzare non è semplificare, e soprattutto ci sono forme di banalizzazione pericolose. Da poco tempo esiste un nuovo social network, si chiama: Maadly. Non sarebbe una notizia se non avesse un aspetto particolare. Non mette in comunicazione persone che si conoscono, o addirittura amici, ma soltanto ed esclusivamente non conoscenti. Questi sconosciuti della rete leggono i tuoi post e i tuoi contenuti e possono mettere un “Like” o un “Dislike”. A ogni like sale il karma dell’utente (proprio così, è utilizzato questo concetto). A ogni dislike il karma scende.<br />Invenzione carina e persino originale quella di farsi giudicare da una massa di sconosciuti che possono determinare il tuo Karma. Se hai successo salirà e tu non ti reincarnerai in un insetto o in un verme, ma in un altro essere umano. Se invece non riesci a essere popolare la ruota del samsara girerà malissimo per te.<br />È difficile prevedere il successo, tra i ragazzi soprattutto, di questa applicazione che è già scaricabile sui dispositivi mobili. La banalizzazione del Karma non sarebbe un grande problema. Da anni lo fanno le dottrine New Age e ci siamo abituati. La cosa invece piuttosto grave è che si mette assieme il piacere, il successo, l’essere approvati, come fosse un percorso spirituale e di crescita. Il successo, per intenderci, l’esser popolari, l’avere molti like non è un cammino spirituale, non dovrebbe essere considerato un punto di arrivo. L’ambizione non è qualcosa di auspicabile in sé. La ragione e l’approvazione del mondo non sono valori, anzi alle volte sono dei disvalori.<br />Bertold Brecht scriveva: «ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati». Insegnare il coraggio di raccogliere molti dislike, farsi ascoltare per quello che si è veramente, e non per riscuotere assenso e successo è il modo migliore per prendersi cura del proprio karma.<br />Rocco Cotroneo - Corriere della Sera]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Non rinunciare mai alla felicità]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=353"><![CDATA["Puoi aver difetti, essere ansioso e vivere qualche volta irritato, ma non dimenticate che la tua vita è la più grande azienda al mondo. <br />Solo tu puoi impedirle che vada in declino. In molti ti apprezzano, ti ammirano e ti amano. <br />Mi piacerebbe che ricordassi che essere felice, non è avere un cielo senza tempeste, una strada senza incidenti stradali, lavoro senza fatica, relazioni senza delusioni.<br />Essere felici è trovare forza nel perdono, speranza nelle battaglie, sicurezza sul palcoscenico della paura, amore nei disaccordi.<br />Essere felici non è solo apprezzare il sorriso, ma anche riflettere sulla tristezza. Non è solo celebrare i successi, ma apprendere lezioni dai fallimenti. Non è solo sentirsi allegri con gli applausi, ma essere allegri nell'anonimato.        <br />Essere felici è riconoscere che vale la pena vivere la vita, nonostante tutte le sfide, incomprensioni e periodi di crisi. Essere felici non è una fatalità del destino, ma una conquista per coloro che sono in grado viaggiare dentro il proprio essere.<br />Essere felici è smettere di sentirsi vittima dei problemi e diventare attore della propria storia. È attraversare deserti fuori di sé, ma essere in grado di trovare un'oasi nei recessi della nostra anima.<br />È ringraziare Dio ogni mattina per il miracolo della vita. Essere felici non è avere paura dei propri sentimenti.<br />È saper parlare di sé.<br />È aver coraggio per ascoltare un "No".<br />È sentirsi sicuri nel ricevere una critica, anche se ingiusta.<br />È baciare i figli, coccolare i genitori, vivere momenti poetici con gli amici, anche se ci feriscono.<br />Essere felici è lasciar vivere la creatura che vive in ognuno di noi, libera, gioiosa e semplice.<br />È aver la maturità per poter dire: “Mi sono sbagliato”.<br />È avere il coraggio di dire: “Perdonami”.<br />È avere la sensibilità per esprimere: “Ho bisogno di te”.<br />È avere la capacità di dire: “Ti amo”.<br />Che la tua vita diventi un giardino di opportunità per essere felice ...<br />Che nelle tue primavere sii amante della gioia.<br />Che nei tuoi inverni sii amico della saggezza.<br />E che quando sbagli strada, inizi tutto daccapo.<br />Poiché così sarai più appassionato per la vita.<br />E scoprirai che essere felice non è avere una vita perfetta. Ma usare le lacrime per irrigare la tolleranza.<br />Utilizzare le perdite per affinare la pazienza.<br />Utilizzare gli errori per scolpire la serenità.<br />Utilizzare il dolore per lapidare il piacere.<br />Utilizzare gli ostacoli per aprire le finestre dell'intelligenza.<br />Non mollare mai ....<br />Non rinunciare mai alle persone che ami.<br />Non rinunciare mai alla felicità, poiché la vita è uno spettacolo incredibile!"<br /><br />Discorso di Papa Francesco al Sinodo della famiglia]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Mi do il permesso]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=352"><![CDATA["Mi do il permesso di non essere una vittima<br />Mi do il permesso di separarmi da persone che mi trattano bruscamente, con violenza, che mi ignorano, che mi negano un saluto, un bacio, un abbraccio… Da questo preciso momento le persone brusche o violente sono fuori dalla mia vita.<br />Mi do il permesso di non costringermi ad essere “l’anima della festa”, la persona che mette entusiasmo in tutto o quella sempre disponibile al diagolo per risolvere conflitti quando gli altri nemmeno ci provano.<br />Mi do il permesso di non intrattenere ed incoraggiare gli altri a costo di stancarmi io: non sono nato per spingerli ad essere sempre al mio fianco.<br />La mia esistenza, il mio essere è già prezioso.<br />Se vogliono stare al mio fianco devono imparare a valorizzarmi.<br />Mi do il permesso di lasciar svanire le paure che mi hanno inculcato da bambino. Il mondo non è soltanto ostilità, inganno o aggressione. Ci sono anche tanta bellezza e gioa inesplorata.<br />Mi do il permesso di non stancarmi nel tentativo di essere perfetto. Non sono nato per essere la vittima di nessuno. Non sono perfetto, nessuno è perfetto e mi permetto di rifiutare gli schemi altrui: un uomo senza difetti, estremamente impeccabile ovvero disumano.<br />Mi permetto di non vivere nell’attesa di una telefonata, di una parola gentile o di un gesto di considerazione. Mi affermo come persona che non dipende dalla sofferenza. Non aspetto rinchiuso in casa e non dipendo da altre persone. Sono io stesso a valorizzarmi, mi accetto e mi apprezzo.<br />Mi permetto di non voler sapere tutto, per non essere sempre presente durante il giorno. Non ho bisogno di molte informazioni, di programmi per il pc, di film al cinema, di giornali, di musica.<br />Mi do il permesso di essere immune alle lodi o agli elogi smisurati: le persone che fanno troppi complimenti finiscono per sembrare opprimenti. Mi permetto di vivere con leggerezza, senza accuse o richieste eccessive. Non fa per me.<br />Mi do il permesso più importante di tutti, quello di essere autentico.<br />Non mi sforzo di compiacere gli altri. È semplice e liberatorio abituarsi a dire di no ogni tanto.<br />Non mi voglio giustificare: se sono felice, lo sono, se non sono felice, non lo sono. Se un giorno del calendario è considerato come quello in cui sentirsi obbligatoriamente felici, io mi sentirò esattamente come mi sentirò.<br />Mi permetto di sentirmi bene con me stesso e non come vogliono le usanze o quelli che mi stanno attorno: quello che è “normale” o “anormale” nei mie stati emotivi sarò io a deciderlo"<br />JOAQUÍN ARGENTE]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Colpa del Prof.]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=351"><![CDATA[Durante le lezioni i ragazzini di una media di San Francesco al Campo, nel Torinese, riprendono gli insegnanti con il telefonino (il cui uso in classe è severamente proibito, dunque tacitamente tollerato) per poi metterli alla berlina sui social. I prof si lamentano e ventidue teleoperatori in erba finiscono sospesi da scuola. Molti genitori insorgono. Per sgridare la spregiudicata prole? Giammai. Deprecano la rigidità degli insegnanti: perché prendersela per una ragazzata che alla peggio finirà sotto gli occhi di qualche milione di persone?  <br /> <br />Con l’assoluzione urbi et orbi, soprattutto orbi, dall’abuso di Instagram e Facebook, si restringe sempre più la sfera dei comportamenti scolastici attribuibili ai figli. Se tirano uno schiaffo al prof, la colpa è del prof che non ha saputo incutere nella scolaresca il dovuto rispetto. Se gli rubano il registro, la colpa è del prof che lo ha lasciato in vista: una sorta di istigazione a delinquere. Ma anche se gli mettono una mano di vernice sulla sedia e lui/lei ci spalma i pantaloni o la gonna sopra, la colpa è del prof che non ha controllato prima di sedersi. E se gli fratturano il malleolo con una mazza da baseball? Che domande: la colpa è del prof, anzi della scuola intera, che ha permesso a un oggetto contundente di circolare indisturbato per i corridoi. Se poi un angioletto di mamma e papà prende due in tutte le materie, la colpa è ovviamente e unicamente del prof che non ha saputo stimolare l’allievo e interessarlo alle lezioni. In realtà ci sarebbe una colpa che non si può dare ai figli (e tantomeno al prof): di avere dei genitori così. <br />Massimo Gramellini La Stampa]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Non restare a piangere sulla mia tomba]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=350"><![CDATA[Non restare a piangere sulla mia tomba.<br />Non sono lì, non dormo.<br />Sono mille venti che soffiano.<br />Sono la scintilla diamante sulla neve.<br />Sono la luce del sole sul grano maturo.<br />Sono la pioggerellina d’autunno.<br />Quando ti svegli nella quiete del mattino…<br />Sono le stelle che brillano la notte.<br />Non restare a piangere sulla mia tomba.<br />Non sono lì, non dormo.<br /><br />canto navajo]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Pepsi: il vecchio modello pubbliciterio è morto]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=349"><![CDATA[I modelli di agenzia pubblicitaria stanno andando in pezzi. I pre-roll sono inutili. I modelli di misurazione sono obsoleti. L’intero settore manca di varietà. E la locuzione “marketing digitale” dovrebbe essere eliminata.<br /><br />Queste affermazioni sono state tra le dichiarazioni rilasciate mercoledì (14 ottobre 2015 N.d.R.) da Brad Jakeman, dirigente di PepsiCo, in una impetuosa  e verace presentazione che si è tenuta alla conferenza annuale “Master of Marketing” dell’Association of National Advertising a Orlando, in Florida.<br /><br />Jakeman – che è presidente del gruppo globale del beverage PepsiCo – si è spinto fino a suggerire che anche la parola “advertising” dovrebbe essere eliminata. Lo ha fatto davanti a 2.700 professionisti di marketing ed agenzie pubblicitarie in un evento organizzato da una associazione che contiene del suo nome la parola “advertising”. “Possiamo smettere di usare il termine di advertising, che si basa su questo modello di [contenuto] inquinante,” ha affermato.<br /><br />“Provo una particolare irritazione per i pre-roll. Li odio”, ha aggiunto. “Quello che è peggio è che so che le persone che li stanno facendo sanno che li odio. Perché lo so? Perché mi dicono per quanto tempo devo sopportarli – 30 secondi, 20 secondi, 15 secondi. Devi solo guardare questa merda per altri 10 secondi e poi potrai raggiungere il contenuto che volevi davvero vedere. Questo è un modello di contenuti inquinante che non è più sostenibile”.<br /><br />Ma Jakeman, il cui discorso è stato intitolato “Designing for Disruption”, ha tenuto in serbo le parole più dure per le agenzie pubblicitarie. “Il modello di agenzia con cui sono cresciuto per gran parte della mia vita non è cambiato,” ha affermato, sottolineando come lavori nel settore pubblicitario da 25 anni. “Eppure, i CEO delle agenzie sono seduti lì a guardare i clienti sparire… li stanno guardando essere molto più eterogenei di quanto non siano mai stati”.<br /><br />Continuando lo sfogo, ha detto che “l’allineamento globale delle agenzie è un dinosauro” e ha messo in discussione il livello di innovazione. “Sono molto preoccupato per la mancanza di flessibilità di questo modello, che finirà per rompersi se non si pensa a fare innovazione”.<br /><br />Jakeman anche fatto a pezzi la mancanza di diversità del settore. “Come cliente sono stanco di stare seduto in meeting in cui un intero gruppo di maschi eterosessuali bianchi mi vogliono dire come fare a vendere il mio brand che viene acquistato per l’85% da donne”, ha detto. “L’innovazione e la rottura non possono provenire da gruppi omogenei di persone”.<br /><br />La presentazione di Jakeman è stata pressoché priva di marketing promozionale di Pepsi, fatta eccezione per una lattina di Pepsi blu che teneva nella mano destra. E mentre metteva in discussione i modelli di agenzia, è stato anche critico nei confronti del marketing aziendale, non in grado di stare al passo con i tempi.<br /><br />Ha raccontato di essere stato a molte conferenze, di avere  visto alcune cose davvero creative, definite “fantastiche”. Ma non ha visto “la nostra industry tirar fuori nulla di davvero dirompente”, ha aggiunto. “Stiamo ancora parlando di spot di 30 secondi. Sul serio?”<br /><br /> ]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Una storia zen]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=348"><![CDATA[Un maestro zen vide uno scorpione annegare e decise di tirarlo fuori dall'acqua.<br />Quando lo fece, lo scorpione lo punse.<br />Per l'effetto del dolore, il padrone lasciò l'animale che di nuovo cadde nell'acqua in procinto di annegare.<br />Il maestro tentò di tirarlo fuori nuovamente e l'animale lo punse ancora.<br /><br />Un giovane discepolo che era lì gli si avvicina e gli disse:<br />" mi scusi maestro, ma perché continuate??? Non capite che ogni volta che provate a tirarlo fuori dall'acqua vi punge? "<br />Il maestro rispose: <br />" la natura dello scorpione è di pungere e questo non cambierà la mia che è di aiutare."<br /><br />Allora, il maestro riflette e con l'aiuto di una foglia, tirò fuori lo scorpione dell'acqua e gli salvò la vita, poi rivolgendosi al suo giovane discepolo, continuò:<br />" non cambiare la tua natura se qualcuno ti fa male, prendi solo delle precauzioni. Perché, gli uomini sono quasi sempre ingrati del beneficio che gli stai facendo. Ma questo non è un motivo per smettere di fare del bene, di abbandonare l'amore che vive in te.<br />Gli uni perseguono la felicità, gli altri lo creano.<br />Preoccupati più della tua coscienza che della tua reputazione. <br />Perché la tua coscienza è quello che sei, e la tua reputazione è ciò che gli altri pensano di te...<br />Quando la vita ti presenta mille ragioni per piangere, mostrale che hai mille ragioni per sorridere."]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Lamentarsi rende stupidi]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=347"><![CDATA[Recenti ricerche scientifiche fatte anche alla Stanford Universityhanno dimostrato che ascoltare per più di 30 minuti al giornocontenuti intrisi di “negatività” nuoce a livello cerebrale. La lamentela viene processata in quella parte di cervello dedicata alle funzioni cognitive normalmente usata per risolvere i problemi e la sua presenza causa letteralmente una rimozione di neuroni.<br />Senza prestare attenzione al nutrimento che diamo al nostro cervello i neuroni sono a rischio e il malessere è garantito. Un ulteriore studio di Eurodap sostiene che il 90% degli italiani vive in un costante stato di allarme. I media mettono in primo piano informazioni allarmanti, tragiche e scabrose, fornendo una selezione che può solo incoraggiare gli stati d’ansia e tensione come concimi per la paura, la disillusione e la perdita di speranza. Ma, secondo quanto emerso dalle ultime ricerche, anche l’esporsi a negativitàdurante quella che dovrebbe essere una semplice pausa caffè, può avere lo stesso effetto “nocivo”. Basti pensare ai tipici monologhi tra colleghi:<br />Pubblicità<br />“Non se ne può più!” <br />“Qui non cambia mai niente!” <br />“Bisogna scappar via subito da questo Paese!”<br />Per una forma di cortesia o per desiderio di compiacere, ci ritroviamo ad annuire e a subire, e senza nemmeno rendercene conto a rinforzare e incoraggiare lo “stato di lamentela”. Che è molto diverso dal prendere coscienza e condividere la ricerca di soluzioni.<br />Ecco l’amara verità decretata dalla ricerca: le vibrazioni emesse da chi si “lamenta” in nostra presenza emettono onde magnetiche sui neuroni dell’ippocampo del ricevente (i neuroni risolutori di problemi) spegnendoli. I suoi e i nostri.<br />I neuroni, i nostri “paladini e soldati dell’intelligenza” vanno in modalità off perché il nostro cervello, che cataloga gli impulsi ricevuti, reputa la lamentela un contenuto di basso livello. E se i neuroni si spengono, non è difficile immaginare quanto questo sia a discapito delle capacità cognitive, intellettive, umorali. Conseguentemente sarà facile perdere colpi in creatività e in capacità di risolvere agilmente i problemi o uscire da situazioni critiche utilizzando inventiva e immaginazione di possibili soluzioni.<br /><br />Per confermare queste ultime ricerche e anche per avere qualche chiarimento in materia, ho intervistato la Dottoressa Erica Francesca Poli. La dottoressa mi ha raccontato che nutrire il cervello con pensieri negativi equivale a rinforzare le stesse reti neurali che hanno provocato il disagio iniziale, innescando un circolo vizioso da cui poi è difficilissimo uscire. Al contrario è proprio lo sforzo di superare un momento di crisi che crea nuove prospettive e nuove reti neurali.<br />Neuroplasticità come elisir di giovinezza<br />Le persone che scelgono consapevolmente di trasformare le cosiddette “crisi in opportunità” sono di fatto i benefattori della neuroplasticità del loro cervello. Veri e propri architetti di reti neurali.<br />Per sbloccare le situazioni difficili Dottoressa Poli sugerisce di evitare situazioni e persone lamentose per definizione. Oltre al danno cerebrale, più tempo passiamo con una persona negativa, più è probabile che imiteremo il suo comportamento.<br />E per prevenire quanti penseranno che questo sia il solito post di “positività gratuita”, e che qui non c’è niente di cui essere fiduciosi, e che i fatti sono sotto i nostri occhi… Ecco vorrei dire che: una cosa è avere la capacità di vedere le negatività che abbiamo intorno, e un’altra è vedere le cose negativamente. Abbiamo il nostro cervello, usiamolo per trovare soluzioni alle negatività.<br />Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare.<br />Giovanni Falcone<br />Il Fatto Quotidiano]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Buonisti un cazzo e...viva l'Italia!]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=346"><![CDATA[Un mese fa, o poco più, l’emergenza migranti è stata gestita dai cittadini milanesi con entusiasmo ed efficienza. La stazione era piena di persone comuni che distribuivano viveri, vestiti, informazioni. Attorno a loro lavoravano alacremente le forze dell’ordine.<br /><br />Ogni giorno navi della nostra Marina militare salvano vite umane nel Canale di Sicilia. Lo fanno pure ora che la missione Mare Nostrum è diventata Triton, anche sulla spinta di Merkel e C., e teoricamente avrebbe valenza ben poco umanitaria.<br /><br />Associazioni religiose, laiche, semplici cittadini si incaricano quotidianamente, in una sorta di Resistenza civile, di equilibrare l’Italia orrenda e diffusa che sfrutta i clandestini. Un’Italia trasversale che parte dai campi di pomodori del sud e arriva fino alle Langhe, dove i raccoglitori d’uva sono schiavi ucraini e moldavi.<br /><br />Siamo un Paese molto migliore di quel che crediamo di essere.<br /><br />Ma ce ne vergogniamo.<br /><br />Chiunque dica o anche faccia cose concrete per i più sfortunati viene deriso, tacciato di secondi fini, assimilato ai Buzzi, definito col più rotondo e sgraziato degli aggettivi: buonista.<br /><br />Beh, buonisti un cazzo.<br /><br />Buoni, semmai. Non perfetti, non santi, non intangibili. Ma buoni. O, se preferite, migliori. Migliori di chi gorgoglia razzismo più o meno mascherato e cerca sempre un nuovo pusher di palle – giornali, politici, buffoni vari che lucrano sull’intolleranza – con cui giustificare la propria coscienza livorosa.<br /><br />Gente che magari ciancia di patriottismo, di difesa della bandiera, di identità nazionale. Gente che deve sapere una cosa: proprio quella vergogna ha appena tenuto l’Italia fuori dai libri di Storia.<br /><br />Perché la Germania avrà certo operato – anche – un calcolo, aprendo ai profughi siriani. Avrà anche spalancato le frontiere perché con un’economia così solida l’impatto può essere retto più facilmente. Avrà anche deciso di ribaltare l’inerzia della propria percezione all’estero dopo essere stata vissuta in giro per il Mondo come la carnefice della Grecia e la punta di diamante della Troika o di chi volete voi.<br /><br />Fatto sta che ha reagito alla prima vera emergenza nazionale come umilmente mi ero permesso di suggerire al nostro amato Premier  “Accogliamoli tutti”.<br /><br />E che quella solidità, quell’economia intonsa, quell’orgoglio di popolo, vengono da un Paese che non evade 300 miliardi di tasse l’anno, che distribuisce diritti ai propri cittadini perché sa chiedere i doveri, in cui c’è qualcuno che prende una decisione impopolare sul fronte interno, a forte rischio terrorismo, semplicemente perché la considera inevitabile.<br /><br />Noi no. Noi titilliamo i ladri, soprattutto quelli della porta accanto, e accettiamo che un Paese largamente corrotto sia ineluttabile. Chiediamo loro il voto anche da sinistra, dando de facto dei babbei a chi si comporta decentemente. Nonostante tutto.<br /><br />Li deridiamo se siamo di destra. Dicendo che non ci sono i soldi. Quelli dell’Iva che ci teniamo in tasca.<br /><br />Per questo, su quei libri, ci sarà un poliziotto di Monaco e non un marinaio di Lampedusa. Per questo potevamo fare la Storia, e ancora una volta l’avremo subita. Per colpa di una minoranza vincente che applaudirebbe i migranti solo se sfilassero dentro a una cassa di legno.<br /><br />Viva l’Italia.<br /><br />Luca Bottura]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Il buon manager si vede nel momento della pausa]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=345"><![CDATA[C’è un brano musicale che dovrebbe avere all’incirca 60 anni, scritto da John Cage, musicista eclettico e per certi versi poco disposto a farsi costringere nei canoni della musica tradizionale, che si chiama 4’33”. Il brano, scritto per qualsiasi strumento, costringe il musicista a non suonare e dunque a prestare attenzione a tutti i suoni circostanti.<br /><br />Io lo interpreto come una forma di allontanamento da sé e di richiamo all’attenzione verso l’esterno: rumori, fruscii, risatine, bacchette, calpestii. Un foglio che cade, un colpo di tosse. C’erano anche prima, ma adesso li ascolti.<br /><br />John Cage usa la pausa per fermare il momento. Per concedere meno attenzione a se stesso e a ciò che si sta facendo (che nel caso di un direttore d’orchestra si tratta di interrompere l’attività più importante:  l’esecuzione di una sinfonia), per prestarla altrove.<br /><br />Viviamo una tradizione di manager super-impegnati sostenuti da scuse da scolaretto che vanno dal “dottore è in riunione” a “risentiamoci fra 3 mesi, adesso siamo sotto budget” (che una volta di queste vorrei chiederlo: ma se lei che è il direttore del personale ci mette 3 mesi a chiudere un budget, che vita farà mai il direttore amministrativo-finanziario?) sono lo specchio di un management molto concentrato su di se’, su obbiettivi sempre più personali e sempre meno aziendali più o meno chiari, attenti a dimostrare e sempre meno a ragionare, confrontare, relazionare. Sono quelli che continuano a guardare il computer quando sei di fronte a loro a spiegargli qualcosa di profondamente importante per te, mentre loro fanno “sì sì” con la testa.<br /><br />E questo fa male all’azienda, come dimostra l’intervento di Stefan Sagmeister, designer e titolare di uno degli studi più creativi di NewYork a un TedX del 2009 (che potete godervi nella magia del sottotitolo) dove si afferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che non è stando asserragliati in ufficio che si diventa più produttivi, ma bensì conoscendo persone e temi nuovi e respirando aria diversa.<br /><br />Ogni 7 anni Sagmeister chiude lo studio e si dedica ad un anno sabbatico dove viaggia alla ricerca di nuove ispirazioni, di nuove conoscenze, di nuove relazioni da far confluire nel suo lavoro, importando così nuove tendenze, attitudini, esperienze.<br /><br />Elementare, considerando le tendenze di tante aziende che negli ultimi anni teorizzano l’home office, l’auto-certificazione delle presenze o l’orario flessibile, l’equilibrio fra vita familiare e benessere aziendale.<br /><br />Complesso, considerando certi imprenditori che devono avere “sotto controllo” i propri dipendenti anche nei casi di figure professionali che potrebbero tranquillamente collaborare da casa una parte del loro tempo aumentando efficacia ed efficienza (è statistico che da casa si tenda a lavorare quasi il doppio rispetto all’ufficio) e diminuendo costi e spazi.<br /><br />Sebbene tirando un po’ di acqua al proprio (business) mulino, Expedia.it,  realizzò due anni fa uno spot pubblicitario molto azzeccato, dove Alex, bruttino, dall’aspetto generoso e con il nodo di cravatta fatto male, ride e socializza con il suo capo raccontando che i Bulgari scuotono la testa per dire sì e la chinano per dire no (“perché lui è appena stato in Bulgaria“), mentre il diligente “povero Christian”, vestito tutto in tiro, con in mano il suo caffè americano (particolare che lo certifica quasi sicuramente quale MilaneseImbruttito), rosica nel vedere la scena. (“Lui che probabilmente ha passato le ferie in ufficio”).<br /><br />I Christian devono sparire. Gente che risponde alle mail a mezzanotte o perennemente connessi per dimostrare attaccamento all’azienda e efficenza 24/24 non servono più a nessuno, nè mai sono serviti. Alimentano una catena di (im)produttività che esalta attività inutili generate di proposito in orari presidiati da nessuno (mail e ordini che verranno comunque lette ed eseguiti almeno 9 ore dopo) dove invece è più utile dedicarsi ad attività che ossigenino il cervello, alimentano la curiosità, stabilizzino la vita affettiva e familiare permettendo maggiore serenità sul posto di lavoro.<br /><br />Non c’è niente di più palloso, inutile e dannoso di un capo o un collega che a pranzo non abbia altri argomenti che i clienti, il budget, il business e le battute sulle colleghe. Niente è più imbarazzante di un interlocutore senza interessi, senza un libro da scambiare, un film di cui discutere, un Paese da suggerire per il prossimo viaggio.<br /><br />Si dice che il business spesso si fa a tavola, ma devi aver qualcosa di cui parlare. Forse è per questo che certi business-men si sono spostati sui campi da golf o nelle palestre.<br /><br />Stressati  dagli impegni mal gestiti e frustrati dalla totale mancanza di creatività, si finisce per confondere i valori aziendali con i propri interessi. E spesso le due cose non coincidono.<br /><br />“alla nostra azienda questa attività non interessa” / “splendida idea, per la nostra azienda questi sono valori importanti” mi hanno detto a dicembre due dirigenti della stessa azienda.<br /><br />Io stacco.<br /><br />Da quando sono consulente (ormai 5 anni), mi sono dato una regola: 40 giorni d’estate e 15 d’inverno mi fermo. Perché durante l’anno i clienti non possono aspettare e quindi macino 80.000 chilometri in macchina e 20.000 in treno. Perché durante l’anno mi alzo troppo presto e vado a letto troppo tardi. Perché durante l’anno faccio fatica a leggere libri. Perché durante l’anno ho poco tempo per la famiglia, gli amici di una vita, la scrittura, la chitarra, le playlist sull’Ipod, le passioni.<br /><br />Stacco perché voglio avere qualche argomento in più da condividere durante i miei pranzi (e odio il golf e la palestra), che sia un viaggio, un aneddoto, o anche solo qualche titolo di libro fra le decine che d’inverno compro e che affollano il mio comodino impolverati in attesa dell’estate.<br /><br />Anche se probabilmente non riuscirò a leggerli tutti, perché come diceva Troisi “loro sono un milione a scrivere e io uno solo a leggere“. Buone ferie.<br />Osvaldo Danzi]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[La passione costruisce la rilevanza di un brand]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=344"><![CDATA[Costruire la rilevanza e l’identità di una marca non può prescindere, a mio avviso, da quattro fondamentali linee guida: l’autenticità, la coerenza, un approccio olistico e quello che io chiamo “rigore flessibile”. Nei miei 17 anni come Global Public Relations Director e Chief Sustainability Officer di illycaffè ho delineato la teoria e la pratica di questo approccio che ho avuto la possibilità di sperimentare e perfezionare con i miei collaboratori. Il caso illy può aiutare a capire come questi quattro valori possano guidare il lavoro del comunicatore verso i risultati desiderati.<br /><br />Cominciamo con l’autenticità. Illy ha scelto l’arte come piattaforma strategica per la sua comunicazione, sulla base del fatto che il caffè è stata la bevanda della cultura per secoli. Una buona tazza di caffè è stato e rimane il modo ideale per suggellare la creazione di molti movimenti artistici. Si tratta anche di una questione di radici: i molti caffè storici di Trieste hanno da sempre sempre ospitato creativi d’ogni sorta. Così, quando illy chiede ad artisti contemporanei – sia star di fama mondiale come Marina Abramovich, Michelangelo Pistoletto! Jet Koons e Yoko Ono o giovani talenti all’inizio della propria carriera – di dipingere sulla superficie bianca di una tazza di caffè, si crea un legame indissolubile tra la comunicazione e il prodotto stesso. In poche parole, l’autenticità della comunicazione è l’urgenza che nasce dal DNA di una azienda, di un prodotto o di un marchio.<br /><br />Coerenza significa che una volta che si sceglie un determinato territorio per la propria strategia di comunicazione, si rimane legati ad esso. Se si ha a che fare con una brand globale, è necessario applicare la stessa strategia in ogni paese. Illy viene venduto in 140 paesi e l’approccio di comunicazione guidata dall’arte contemporanea è lo stesso ovunque. Ad esempio, è il caffè ufficiale delle maggiori fiere d’arte contemporanea non solo in Italia, ma anche negli Stati Uniti, Spagna, Regno Unito, Olanda, e così via. Tuttavia, coerenza non significa fare sempre le stesse cose altrimenti si rischia di diventare irrilevanti e noiosi. Ecco perché, quando l’azienda stabilisce relazioni a lungo termine con istituti d’arte, si fa in modo che ogni progetto o evento sia diverso, con sempre un tocco di innovazione e creatività. Ecco perché  in occasione della Biennale di Venezia, con la quale illy collabora dal 2003, la presenza della marca non è mai una mera sponsorizzazione. È sempre un vero e proprio progetto che aggiunge contenuti di valore e rilevanti per l’evento in sé. É stato così con l’installazione “Ascension” di Anish Kapoor   presso la chiesa di San Giorgio nel 2011 o con la mostra di fotografie dedicate ai Paesi coltivatori di caffè da Sebastiao Salgado alla Fondazione Bevilacqua La Masa nel 2015.<br /><br />Al fine di ottimizzare gli investimenti e migliorare la propria strategia di comunicazione, poi,  è di fondamentale importanza di adottare un approccio olistico. Questo significa lasciare che ciò che si sceglie di comunicare influenzi e plasmi ciò che l’azienda è. Sempre a titolo di esempio, l’arte contemporanea di illy si può trovare non solo le collezioni di tazze, ma anche sul packaging, sugli accessori, sui libri e riviste aziendali, nonché all’interno della catena di bar che l’azienda ha in tutto il mondo. L’apertura ufficiale di un coffee shop Espressamente illy a Parigi si è tenuta non a caso in occasione del vernissage della mostra “Le Paradis sur Terre” di Michelangelo Pistoletto al Louvre nel 2013. Michelangelo ha realizzato una tazza speciale per l’evento che è stata lanciato nel nuovo bar alla presenza dell’artista che ha firmato copie per gli ospiti e per i rappresentanti dei media presenti all’evento.<br /><br />Inoltre, particolare attenzione deve essere prestata ai dipendenti. Se si vuole avere successo con un approccio di comunicazione è necessario avere a bordo tutta l’organizzazione e non solo chi si occupa di comunicazione e marketing. Quindi bisogna lavorare anche sulla cultura interna al fine di diffondere gli stessi messaggi ovunque. Ad ogni Biennale, illy offre ai propri dipendenti la possibilità di partecipare a visite guidate, mentre molti artisti vengono spesso alla sede di Trieste a incontrare i collaboratori.<br /><br />Ultimo punto, ma non meno importante, è il rigore flessibile. Per me rigore flessibile significa che, sì, è sempre necessario essere coerenti. Tuttavia, allo stesso tempo, è necessario mantenere sempre la mente, gli occhi e il cuore aperti. E se si capisce che c’è un’opportunità interessante, anche se non è esattamente nel territorio si è scelto, si può decidere di coglierla e di raccontare una storia un po’ diversa ai propri stakeholder, purché &amp;#8203;&amp;#8203;coerente con la strategia di comunicazione. Dopo 12 anni di arte contemporanea in illy abbiamo deciso di diventare partner dell’evento letterario più importante d’Italia, Festivaletteratura, che raccoglie a Mantova 50.000 visitatori ogni anno. Di fatto la letteratura è un’altra forma di cultura molto vicina a caffè.<br /><br />Vorrei concludere con aggiungendo un quinto punto, che in realtà è, a mio avviso, il più importante: la passione. Si ha davvero bisogno di essere guidati dalla passione – direi dal’ ossessione – quando si vuole costruire la rilevanza e l’identità di una marca attraverso una strategia ed un approccio di comunicazione. È solo grazie alla passione, infatti che si può essere sicuri di percorrere le altre quattro tappe con successo.<br />Anna Adriani]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		</author>
		<title><![CDATA[«Realizzare l'avvenire è come viaggiare]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=343"><![CDATA[La comunicazione è inscindibile dalla vita, è l’elemento cardine di essa. Persiste dove vi è esistenza e non cessa di farlo, nemmeno a causa del silenzio: anche tacere diventa un relazionarsi. "Negli anni Settanta era impossibile vendere la comunicazione’’ afferma Claudio Maffei, oggi uno degli esperti più noti nel campo delle relazioni interpersonali, nonché scrittore. Ha infatti avuto luogo ieri, presso la sede Confindustria Ravenna,  la conferenza sul suo ultimo testo: ‘’il futuro non si prevede, lo si inventa’’, un’opera che vuole incoraggiare la concretizzazione  dei sogni di un domani. Egli paragona la realizzazione di ciò che verrà ad un viaggio sulla maestosa Route 66. Vede l’avvenire costituito da ogni singola parola-chiave scritta nelle pagine del libro, che ne incatena esattamente 66. Ad ognuna di esse  è dedicato un capitolo di riflessione e quasi giocando, l’autore presenta qualche dettaglio estrapolato da quello che viene scelto sul momento. Maffei parla a coloro che si vogliono realizzare e ai giovani, dando loro in modo molto spontaneo e profondo indicazioni per farlo. Affronta il tema dell’ascolto, lo trascina all’interno dell’azienda: capita che un subalterno chieda ad un suo superiore di poter parlare: probabilmente il secondo gli risponderà che non ha tempo. Non solo nel mondo del lavoro, ma in qualsiasi tipo di relazione molte volte ci imponiamo con la parola sugli altri, impedendo così alla loro di giungere a noi.‘’ Il nostro futuro sarà tanto più ricco quanto più sapremo esercitarci nell’arte dell’ascolto’’, scrive nel secondo capitolo. Discute poi di ‘’realtà’’ e ‘’rappresentazione della realtà’’. Dice che la colpa del non capirsi non sta nell’orecchio di chi intende, ma si nasconde tra le parole di chi parla: ‘ la mappa non è il  territorio’. Con ciò si vuole precisare che un’ opinione non può pretendere di essere verità. "Chiudi gli occhi, pensa ad un luogo della tua città. È reale? No. È come lo vedi tu. È una rappresentazione della realtà, ma non la realtà in sé.’’ Dice ad un ragazzo presente in sala. Per questo, spesso non troviamo un punto d’incontro quando parliamo con qualcuno:  vogliamo che gli altri abbiano una nostra stessa ottica  delle cose, ma ciò non è possibile. Indispensabile è poi il sogno, quell’immaginare la vita che si vuole. Nel libro vengono citati gli  ‘"ammazza-sogni’’, quelle persone così pessimiste e scettiche che diranno per invidia o troppo amore  che non ce la si può fare. No, mai permettere a chicchessia di affievolire una nostra fantasiosa certezza.  In PNL si dice: ‘’se c’è qualcuno che può fare questa cosa, allora la puoi fare anche tu’’ afferma Claudio. Paura e insicurezza diventano intimidazioni, sfide da vincere, forse le originarie curve pericolose di quella che veniva soprannominata ‘’Bloody 66’’ prima che la sicurezza venisse maggiormente garantita. Pochi ragazzi erano presenti in sala, ma Maffei parla anche a loro attraverso il libro o di persona nelle scuole. Lo caratterizza l’estrema profondità con cui tratta gli argomenti, approcciandosi ad essi con stupefacente sensibilità, emozionando e lasciando stupito chi lo sa ascoltare. "La nostra guida interiore si manifesta attraverso sogni o fantasie ad occhi aperti, quelle che teniamo segrete’’. Questa è la penultima frase del capitolo numero 57: "Sogno’’.<br />di Veronica Saglimbeni per Ravenna e dintorni.]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[L'esperimento delle banane]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=342"><![CDATA[ESPERIMENTO, PRIMA PARTE.<br /><br />Nel 1967 il Dott. Stephenson ha condotto un esperimento in cui erano coinvolte 10 scimmie, una gabbia, una banana, una scala e uno spruzzatore di acqua gelata.Stephenson rinchiude 5 scimmie in una grande gabbia. All’interno della gabbia mette una scala e sulla scala  un casco di banane.<br /><br />Le scimmie si accorgono immediatamente delle banane e una di loro si arrampica sulla scala. Appena lo fa, però, lo sperimentatore la spruzza con dell’acqua gelida.Poi riserva lo stesso trattamento alle altre 4 scimmie.<br /><br />La scimmia sulla scala torna a terra e tutte e 5 restano sul pavimento, bagnate, al freddo e disorientate. Presto però la tentazione delle banane è troppo forte e un’altra scimmia comincia ad arrampicarsi sulla scala. Di nuovo lo sperimentatore spruzza l’ambiziosa scimmia e le sue compagne con l’acqua gelata. Quando una terza scimmia prova ad arrampicarsi per arrivare alle banane le altre scimmie, volendo evitare di essere spruzzate, la tirano via dalla scala malmenandola. Da questo momento le scimmie non proveranno più a raggiungere le banane.<br /><br />La seconda parte dell’ esperimento prevede l’introduzione di una nuova scimmianella gabbia. Appena questa si accorge delle banane prova naturalmente a raggiungerle. Ma le altre scimmie, conoscendo l’esito, la obbligano a scendere e la picchiano. Alla fine anche lei, come le altre 4 scimmie, rinuncia a mangiare la banana senza mai essere stata spruzzata con l’acqua gelata, quindi senza sapere perché non potesse farlo.<br /><br />A questo punto un’altra scimmia scelta tra le 4 originarie rimaste, è stata sostituita con una nuova. Il nuovo gruppo era composto da 3 delle scimmie iniziali (che sapevano perché non tentare di prendere la banana), 1 scimmia che aveva imparato a rinunciare alla banana a causa della reazione violenta delle altre e 1 scimmia nuova.<br /><br />Qui la storia si fa interessante. La scimmia nuova, come previsto, tenta di raggiungere la banana. Come era avvenuto con la scimmia precedente, le altre scimmie le impediscono di raggiungere il frutto senza che il ricercatore dovesse spruzzare dell’acqua. Anche la prima scimmia sostituita, quella che non era mai stata spruzzata ma era stata dissuasa dalle altre, si è attivata per impedire che l’ultima arrivata afferrasse la banana.<br /><br />LA CONCLUSIONE DELL’ ESPERIMENTO<br /><br />La procedura della sostituzione delle scimmie viene ripetuta finché nella gabbia sono presenti solo scimmie “nuove”, che non sono mai state spruzzate con l’acqua.<br />L’ultima arrivata tenta naturalmente di avvicinarsi alle banane ma tutte le altre glielo impediscono:  nessuna di esse però conosce il motivo del divieto!<br /><br />Stephenson descrive l’atteggiamento inquisitore dell’ultima scimmia arrivata, come se cercasse di capire il perché del divieto di mangiare quella banana così invitante. Nel suo racconto le altre scimmie si sono guardate tra loro, quasi a cercare questa risposta. Il problema è che nessuna delle scimmie presenti la conosceva, perché nessuna era stata punita dallo sperimentatore per averci provato, era stato il gruppo a opporsi.<br />Una nuova regola era stata tramandata alla generazione successiva, ma le sue motivazioni erano scomparse con la scomparsa del gruppo che l’aveva appresa.<br /><br /> Se fosse stato possibile chiedere alle scimmie perché picchiavano le compagne che provavano a salire sulla scala, la risposta sarebbe stata più o meno questa: ” Non lo so, è così che si fa da queste parti!” Suona familiare?<br /><br />Non smettere di indagare, di chiedere, di trovare nuovi paradigmi. Spesso il nostro modo di agire è solo il frutto di azioni che ripetiamo perché l’abbiamo visto fare da altri, senza sapere bene il perché. Cambiate le vostre abitudini. Non abbiate paura. Sfuggite al più grande esperimento sociale mai visto nella storia, quello di consumare quello che altri (gli sperimentatori) vogliono che consumiamo, quello di evitare che ci poniamo domande, che troviamo nuove soluzioni per vecchi problemi.<br /><br />Bibliografia<br /><br />Stephenson, G. R. (1967). Cultural acquisition of a specific learned response among rhesus monkeys. In: Starek, D., Schneider, R., and Kuhn, H. J. (eds.), Progress in Primatology, Stuttgart: Fischer, pp. 279-288.<br /><br />Di Lucia Berdini]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Il futuro non si prevede, lo si inventa]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=341"><![CDATA[<br /><br /><br />Nel maggio del 2014 ero in vacanza negli Stati Uniti e stavo viaggiando sulla Route 66, la “Mother Road” che attraversa gli Stati Uniti, unendo Chicago a Los Angeles, attraversando tre fusi orari e otto stati: Illinois, Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Arizona e California. <br /><br />Come tante altre strade di questo genere, denominate Route, fu istituita negli anni venti del secolo scorso, nell'intento di creare una rete stradale che fosse adatta a soddisfare il sempre crescente traffico automobilistico che derivava dallo sviluppo dell’economia, soprattutto nell’Ovest. Negli anni settanta venne sostituita dalla Interstate, una rete di strade a quattro o anche più’ corsie, in grado di rispondere alle nuove esigenze che si erano venute a creare. <br /><br />Il mito della Route 66 però rimase sempre inalterato, perché la Route 66 non è  una strada, è un  museo a cielo aperto, è qualcosa di ineffabile, di indefinibile, piena com'è di ricordi, di simboli, di storia e di vita.<br /><br />Per questo motivo la Route 66 e’ rinata, diventando un parco nazionale, caso unico al mondo per una strada,  vincolata dal Ministero Federale dei Beni Culturali come un pezzo significativo della storia d’ America.<br /><br />Rappresenta la corsa verso ovest, la ricerca dell'Eldorado, la voglia di libertà.<br /><br />Steinbeck vi ambientò il suo capolavoro,  “Furore”,  dandole il nome di Mother Road, la Strada Madre di tutti gli americani,  e Kerouac vi ambientò le sue opere migliori.<br /><br />Rappresenta la voglia di cambiamento, di fuga dal presente verso un futuro migliore. Occorre ricordare che, per molti americani,  il sogno divenne realtà.  Uno di questi fortunati individui, Bobby Troup, durante il trasferimento con la famiglia,  scrisse una canzone “Get your Kicks on Route 66&amp;#8243; che vendette a Nat King Cole,  appena arrivato a Los Angeles. Il motivo ebbe un successo strepitoso e Bobby divenne ricco e famoso immediatamente.<br /><br />Get your Kicks on Route 66 , goditi il viaggio, divertiti alla grande sulla strada della tua vita.<br /><br />Questo è stato il primo spunto per una riflessione sull'inquietudine, quel sentimento che, se ben incanalato verso un obiettivo preciso, spinge a  creare, a costruire, a inventare. E, ciò che più conta, non è così importante tagliare il traguardo, quanto apprezzare ogni momento, ogni passo del percorso che ha portato fino a quel punto.<br /><br />Mentre percorrevo la Route 66, tornavo con la mente alla mia gioventù, a quando ascoltavo i dischi di Bob Dylan, di Jimi Hendrix, di Jim Morrison. Risentivo dentro di me la stessa ammirazione per i miei miti e, insieme, lo stesso slancio di allora, la stessa pulsione  verso qualcosa di nuovo, di migliore, in cui potessi finalmente ritrovarmi.<br /><br />La mia generazione sognava di cambiare il mondo e lo sognava intensamente. Qualcuno ha detto che non si è cambiato nulla, ma questo non ha importanza e, in ogni caso, non è vero. Ci siamo divertiti a sognare e questo già sarebbe bastato. Ma la cosa che più conta  è che il mondo è davvero cambiato,  e il cambiamento è stato velocissimo, addirittura travolgente, anche se non sempre è andato nella direzione che avevamo immaginato. Si cambia perché qualcuno lo vuole, qualcuno lo immagina, è capace cioè di sognare, di desiderare intensamente qualcosa ed è disposto ad agire per realizzare il proprio sogno.  E' vero che non tutti gli obiettivi sono stati raggiunti. Del resto, nemmeno Colombo arrivò mai alle Indie, si fermò prima e diede inizio a una nuova era.<br /><br />E' questo lo spirito con cui mi sono messo a collezionare sessantasei spunti di riflessione. Il perché di questo numero è lo stesso che diede origine alla grande strada che attraversa gli Stati Uniti. La Mother Road fu pensata, voluta e creata,  nella meta’ degli anni 20, da un certo Cyrus Stevens Avery, un ricco uomo d’ affari di Tulsa,  Oklahoma. <br /><br />La commissione federale per la viabilità’ aveva stabilito che le strade da Est a Ovest avessero numeri pari e quelle da Nord a Sud numeri dispari, mentre le decine erano assegnate alle vie più’ importanti. Stevens pretese che la sua strada si chiamasse Route 60,  ma incontrò una fortissima opposizione da un altro comitato,  che proponeva lo stesso numero per una strada proveniente da Atlanta in Georgia,  anch’essa diretta verso Ovest, che attraversava l'intero continente.<br /><br />Allora Stevens ripiegò sul numero 66 (sixty six), semplicemente perché’ aveva un bel suono. Aveva un suono così bello da portare fortuna alla strada e a tutto ciò che la Route significa.<br /><br />Ecco spiegata la ragione di questa scelta.<br /><br />Get your kicks on Route 66. Get your kicks, allora,  sulla strada della tua vita.<br /><br />Ho voluto divertirmi a immaginare il futuro, a crearlo a costruirlo pezzo per pezzo, scegliendo con cura i materiali, il necessario e l'accessorio.<br /><br />Ho deciso che il futuro non è qualcosa da prevedere, non lo si legge negli oroscopi o nei tarocchi. Il futuro è qualcosa da costruire giorno per giorno, pezzo per pezzo,  godendosi il viaggio come sulla Route 66, quella stessa Mother Road che gli americani, con il medesimo animo dei pionieri, percorrevano con entusiasmo, con fiducia, con spirito di avventura, alla ricerca della propria realizzazione, all'inseguimento di un sogno per se stessi e per le generazioni a venire. Una strada, insomma, che porti al futuro, e che ci permetta di arrivare alla meta in piena forma, felici di aver compiuto quel lungo viaggio.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Il suono di una sola mano]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=340"><![CDATA[Il maestro del tempio Kennin era Mokurai, Tuono Silenzioso. Aveva un piccolo protetto, un certo Toyo, un ragazzo appena dodicenne. Toyo vedeva che i discepoli piu&amp;#768; grandi andavano ogni mattina e ogni sera nella stanza del maestro per essere istruiti nel Sanzen o per avere privatamente qualche consiglio, e che il maestro dava loro dei koan per fermare le divagazioni della mente.<br /><br />Anche Toyo voleva fare il Sanzen.<br /><br />«Aspetta un poco» disse Mokurai. «Sei troppo giovane».<br /><br />Ma il piccolo insisteva, e l'insegnante fini&amp;#768; con l'acconsentire.<br /><br />Quella sera, all'ora giusta, il piccolo Toyo si presentò alla porta della stanza Sanzen di Mokurai. Batté il gong per annunciarsi, fece tre rispettosi inchini prima di entrare, poi andò a sedersi in riguardoso silenzio davanti al maestro.<br /><br />«Tu puoi sentire il suono di due mani quando battono l'una contro l'altra» disse Mokurai. «Ora mostrami il suono di una sola mano».<br /><br />Toyo fece un inchino e se ne andò nella sua stanza per riflettere su questo problema.<br /><br />Dalla sua finestra poteva sentire la musica delle geishe.<br /><br />«Ah, ho capito!» proruppe.<br /><br />La sera dopo, quando il suo insegnante gli chiese di illustrargli il suono di una sola mano, Toyo cominciò a suonare la musica delle geishe.<br /><br />«No, no» disse Mokurai. «Questo non serve. Questo non e&amp;#768; il suono di una sola mano. Non hai capito niente».<br /><br />Temendo che quella musica potesse disturbarlo, Toyo si trasferi&amp;#768; in un luogo tranquillo.<br /><br />Riprese a meditare. «Quale può essere il suono di una sola mano?». Per caso senti&amp;#768; gocciolare dell'acqua. «Stavolta ci sono» si figurò Toyo.<br /><br />Quando tornò davanti al suo insegnante, Toyo imitò il gocciolare dell'acqua.<br /><br />«Che cos'è?» disse Mokurai. «Questo è il suono dell'acqua che gocciola, non il suono di una sola mano. Prova ancora».<br /><br />Invano Toyo meditava per sentire il suono di una sola mano. Senti&amp;#768; il respiro del vento.<br /><br />Ma quel suono venne respinto.<br /><br />Sentì il grido di un gufo. Anche questo venne rifiutato.<br /><br />Nemmeno le locuste erano il suono di una sola mano.<br /><br />Più di dieci volte Toyo andò da Mokurai con suoni diversi. Erano tutti sbagliati. Per quasi un anno si domandò quale potesse essere il suono di una sola mano.<br /><br />Finalmente il piccolo Toyo entrò nella vera meditazione e superò tutti i suoni. «Non potevo mettere insieme nient'altro,» spiegò più tardi «così ho raggiunto il suono senza suono».<br /><br />Toyo aveva realizzato il suono di una sola mano.<br /><br />Da 101 storie zen]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Il topo, la trappola e il menefreghismo...]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=339"><![CDATA[Un topo, guardando da un buco che c’era nella parete, vide un contadino e sua moglie che stavano aprendo un pacchetto.<br />Pensò a cosa potesse contenere e restò terrorizzato quando vide che dentro il pacchetto c’era una trappola per topi. Corse subito nel cortile della fattoria per avvisare tutti:<br />“C’è una trappola per topi in casa, c’è una trappola per topi in casa!”<br />La gallina che stava raspando in cerca di cibo, alzò la testa e disse: “Scusi, signor topo, io capisco che è un grande problema per voi topi, ma a me che sono una gallina non dovrebbe succedere niente, quindi le chiedo di non importunarmi.”<br />Il topo, tutto preoccupato, andò dalla pecora e le gridò:<br />“C’è una trappola per topi in casa, una trappola !!! ”<br />“Senta, signor topo, – rispose la pecora – non c’è niente che io possa fare, mi resta solamente da pregare per lei. Stia tranquillo, la ricorderò nelle mie preghiere.”<br />Il topo, allora, andò dalla mucca, e questa gli disse: “Per caso, sono in pericolo? Penso proprio di no!”<br />Allora il topo, preoccupato ed abbattuto, ritornò in casa pensando al modo di difendersi da quella trappola.<br />Quella notte si sentì un grande fracasso, come quello di una trappola che scatta e afferra la sua vittima.<br />La moglie del contadino corse per vedere cosa fosse successo, e nell’oscurità vide che la trappola aveva afferrato per la coda un grosso serpente.<br />Il serpente velenoso, molto velocemente, morse la donna.<br />Subito il contadino, la trasportò all’ospedale per le prime cure: siccome la donna aveva la febbre molto alta le consigliarono una buona zuppa di brodo.<br />Il marito allora afferrò un coltello e andò a prendere l’ingrediente principale: la gallina.<br />Ma la malattia durò parecchi giorni e molti parenti andavano a far visita alla donna.<br />Il contadino, per dar loro da mangiare, fu costretto ad uccidere la pecora.<br />La donna non migliorò e rimase in ospedale più tempo del previsto, costringendo il marito a vendere la mucca al macellaio per poter far fronte a tutte le spese della malattia della moglie…<br />MORALE:<br />Il problema dell’altro, è anche il tuo. Pensaci!<br />Il mondo non va male solo per la malvagità dei cattivi, ma anche per l’indifferenza dei buoni!]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Come ascoltare veramente in 6 passi]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=338"><![CDATA[Uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano è ascoltare ed essere ascoltati. Molti casi di depressione nascono infatti quando non ci si sente capiti, un po’ per mancanza di tempo, pazienza o capacità di ascoltare.<br />Quando qualcuno ci ascolta, ci sentiamo accolti e accettati, siamo investiti di fiducia da parte dell’altra persona. Ascoltare con empatia è un’azione molto potente che può fare veramente una grande differenza. E questo è ancora più evidente quando si ha a che fare con persone particolarmente vulnerabili, pensiamo ad esempio a qualcuno che si accinge a fare una visita o un esame medico.<br /><br />Per comunicare con efficacia è necessario ascoltare. Ascoltare attivamente è il primo passo verso la guarigione. Questi 6 consigli sono pensati in particolare per chi si prende cura delle altre persone, ma sono validi per chiunque voglia migliorare la propria capacità di ascolto e stabilire un contatto più profondo e autentico con gli altri.<br /><br />1. Se siete in ritardo, avvisate<br />Aspettare un medico è una delle cose più snervanti e stressanti per un paziente. E se una persona è soggetta all’ansia, questo non la aiuterà di certo a iniziare la visita in modo rilassato.<br />Se siete in ritardo, fate in modo di avvisare chi vi sta aspettando. È una forma di rispetto e attenzione e significa prendersi cura dell’altra persona ancora prima di vederla.<br /><br />2. Sorridi<br />Entrare nella stanza con un sorriso e cercare il contatto diretto con gli occhi dà un senso di fiducia e sicurezza. Che senso ha aggiungere tensione nell’aria con una faccia cupa e preoccupata?<br /><br />3. Lascia parlare l’altro<br />Prima di dire qualcosa relativa al problema oggetto della visita o del colloquio, dì alla persona che hai davanti che sei lì per aiutarla. Lascia che sia lei a dirti ciò che succede. Ascolta fino a quando credi sia necessario e quando il tuo interlocutore ha finito di parlare chiedigli: “Ha altro da aggiungere?”.<br />Non interromperlo prima del tempo per non arrestare bruscamente il suo flusso di pensieri e del discorso.<br /><br />4. Riformula<br />Una delle tecniche comunicative più usate è quella della riformulazione. Riformulare significa ripetere quello che l’altro ha appena detto utilizzando le stesse parole, senza giudicare né aggiungere qualcosa di proprio al contenuto. Dire “Lei mi sta dicendo che…”, “Se ho capito bene, ….”, “In altre parole…” dà la conferma all’altra persona di essere ascoltata e compresa e consente di ottenere ancora più apertura e collaborazione dalla stessa.<br /><br />5. Presta attenzione alle parole<br />Ogni parola ha il potere di guarire o ferire. Una persona vulnerabile e spaventata è come un bambino nel corpo di un adulto. Evita di usare parole tecniche e complicate, quando non necessarie. Ogni singola parola può avere un impatto molto forte sulla psiche dell’altra persona, anche per tanto tempo. Come scrivo in Tutta un’Altra Vita, attraverso un uso proprio del linguaggio infatti possiamo promuovere nuove neuroconnessioni che danno vita a percezioni, stati d’animo ed azioni nuove: questa è la magia delle parole.<br />Si dice che nell’antica Cina esistessero due ordini di medici: il primo era formato da coloro che curavano con le erbe, al secondo, molto più potente ed elitario, appartenevano coloro che curavano con la parola. Man mano che modifichiamo il linguaggio, se anche non cambiano i fatti della nostra vita, cambia decisamente la maniera in cui li percepiamo.<br /><br />6. Fai le domande giuste<br />Se vuoi ispirare un cambiamento positivo, metti il paziente in grado di scegliere l’azione successiva.<br />Porre le domande giuste, a seconda della fase del colloquio, stimola l’azione positiva dell’interlocutore.<br />Le domande aperte, soprattutto all’inizio, lasciano ampia possibilità di risposta e permettono di ampliare e costruire la relazione di fiducia con l’interlocutore.<br />Le domande chiuse (Quando? Dove? Chi?) prevedono molto spesso una sola risposta limitata e sono da preferirsi quando vogliamo attenerci a fatti oggettivi.<br />Lucia Giovannini]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Renata e i suoi biscotti ]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=337"><![CDATA[Una ragazza stava aspettando il suo volo in una sala d'attesa di un grande aeroporto. Siccome avrebbe dovuto aspettare per molto tempo,decise di comprare unlibro per ammazzare il tempo. Comprò anche un pacchetto di biscotti. <br />Si sedette nella sala VIP per stare più tranquilla. <br />Accanto a lei c'era la sedia con i biscotti e dall'altro lato un signore che stava leggendo il giornale. Quando lei cominciò a prendere il primo biscotto, anche l'uomo ne prese uno, lei si sentì indignata ma non disse nulla e continuò a leggere il suo libro. <br />Tra lei e lei pensò "ma tu guarda se solo avessi un po' più di coraggio gli avrei già dato un pugno..." <br />Così ogni volta che lei prendeva un biscotto, l'uomo accanto a lei, senza fare un minimo cenno ne prendeva uno anche lui. <br />Continuarono fino a che non rimase solo un biscotto e la donna pensò:"ah, adesso voglio proprio vedere cosa mi dice quando saranno finiti tutti!!" L'uomo prima che lei prendesse l'ultimo biscotto lo divise a metà! "AH, questo è troppo" pensò e cominciò a sbuffare e indignata si prese le sue cose il libro e la sua borsa e si incamminò verso l'uscita della sala d'attesa. Quando si sentì un po' meglio e la rabbia era passata, si sedette in una sedia lungo il corridoio per non attirare troppo l'attenzione ed evitare altri dispiaceri. Chiuse il libro e aprì la borsa per infilarlo dentro quando... nell'aprire la borsa vide che il pacchetto di biscotti era ancora tutto intero nel suo interno. Sentì tanta vergogna e capì solo allora che il pacchetto di biscotti uguale al suo era di quel uomo seduto accanto a lei che però aveva diviso i suoi biscotti con lei senza sentirsi indignato, nervoso o superiore al contrario di lei che aveva sbuffato e addirittura si sentiva ferita nell'orgoglio.. <br />LA MORALE: <br />Quante volte nella nostra vita mangeremmo o avremo mangiato i biscotti di un altro senza saperlo? Prima di arrivare ad una conclusione affrettata e prima di pensare male delle persone, GUARDA attentamente le cose, molto spesso non sono come sembrano.]]></content>
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			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Lo Squalore]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=336"><![CDATA[Il blog «Dis.Amb.Iguando» della professoressa Giovanna Cosenza ospita la lettera di Paolo, un giovanotto laureatosi con lei e ora impegnato a macinare carriera dentro una multinazionale. Paolo racconta che un collega di 55 anni, Mario, si è appena dimesso per problemi con l’azienda. Gli vengono imputate lentezza e incapacità di adattamento al nuovo. In realtà, scrive Paolo, il problema di Mario sono io. Io che con vent’anni di meno mi sono ritrovato a vessarlo in veste di suo superiore. E che da quando lui si è licenziato per causa mia non dormo più la notte perché so di essere diventato uno squalo come gli altri.  <br /> <br />Ci vorrebbe una pagina, forse un libro intero, per sviscerare le questioni relative al significato moderno del lavoro che la confessione di Paolo porta in superficie. In questo spazio breve e poco serioso mi accontenterò di sfiorarne un aspetto. Detto tutto il male possibile dei pelandroni e dei cialtroni, si può chiedere a un uomo di mezza età, con energie in calo e familiari a carico, di avere la bava alla bocca di un trentenne concentrato soltanto sulla carriera? Si può immaginare un modello unico di società in cui la legge della giungla viene applicata indifferentemente a tutte le generazioni? Con il prolungamento della vita e l’inaridirsi delle pensioni il sistema produttivo del futuro non potrà più permettersi il lusso di rottamare i «diversamente giovani» ai primi cenni di cedimento. A meno di procedere a esecuzioni di massa, sarà costretto a riformare uno schema che accanto a quello dei giovani squali preveda ed esalti, in ruoli e con modalità diverse, il contributo delle sagge tartarughe. <br />Massimo Gramellini]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Amore, ricchezza e successo]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=335"><![CDATA[Una donna uscendo di casa vide seduti davanti al suo giardino tre uomini anziani con lunghe barbe bianche.<br />L’aspetto di questi tre uomini anziani rivelava la loro certa povertà e forse erano anche affamati.<br />Così la donna si diresse verso di loro e gentilmente li invitò dicendo:<br />«Gentili signori, vorreste entrare in casa e prendere un caffè e qualche biscotto?»<br />Uno degli uomini chiese: «C’è vostro marito in casa? Ci sono i vostri figli, o il resto della famiglia?»<br />La donna rispose: «NO. A quest’ora di mattina sono tutti via. Mio marito è al lavoro e i figli sono a scuola».<br />L’uomo rispose: «Allora non possiamo entrare». E la discussione terminò qui.<br />Alla sera, tornando a casa la donna notò che i tre anziani erano ancora là, allo stesso posto. Li salutò ed entrò in casa.<br />Quando rientrarono il marito ed i figli, davanti al loro giardino notarono, a loro volta quei tre personaggi e la donna raccontò loro l’accaduto della mattina.<br />A questo punto il marito le disse: «Bene! Ora siamo tutti a casa, puoi andare dai tre vecchietti e dir loro che, se lo desiderano, ora possono entrare ed avere qualcosa da mangiare e riscaldarsi un po’».<br />La donna si recò là fuori ed invitò i tre anziani ad entrare in casa.<br />«Noi, non entriamo mai tutti assieme in nessuna casa» -disse uno dei tre.<br />«Ma che strana storia è questa?» -replicò la donna.<br />«Vedi» -rispose uno degli anziani- «Il mio nome è Ricchezza» – ed indicando il compagno alla sua sinistra- «Il suo nome è Successo».<br />Ed indicando l’altro compagno: «Il suo nome è Amore. Non entriamo mai tutti e tre nella stessa casa!<br />Quindi vai a parlare con la tua famiglia e mettiti d’accordo con loro chi di noi tre deve entrare nella vostra casa».<br />La donna rientrò in casa e raccontò alla famiglia quanto era accaduto e, ovviamente cominciarono subito a discutere su quale dei tre vecchietti far entrare.<br />Per impulso immediato il marito disse subito: «Questa è un’opportunità più unica che rara. Facciamo entrare subito la ricchezza e lasciamo che riempia la nostra casa e la nostra vita».<br />Invece la moglie disse: «Ma caro, perché non invitiamo il successo? È chiaro che il successo ci porterà anche la ricchezza; inoltre col successo avremo molte soddisfazioni, riconoscimento sociale e un sacco di cose che certamente ci faranno piacere».<br />Intanto i figli ascoltavano ed essendo ancora piuttosto piccoli e, non avendo ancora la testa infarcita di stupidaggini sociali, vollero portare anche il loro parere sulla discussione dicendo: «Piuttosto, perché non facciamo entrare l’Amore? Così la nostra casa sarà piena d’Amore e saremo tutti felici!»<br />Dopo un attimo di silenzio meditabondo, la moglie esclamò: «Va bene. Visto che non riusciamo a metterci d’accordo fra di noi seguiamo il consiglio dei nostri figli e riempiamo la nostra vita d’Amore». A questo punto il marito disse: «Va bene. Allora facciamo entrare questo vecchietto che si chiama Amore» .<br />La moglie uscì e comunicò ai tre anziani la decisione presa e chiese: «Chi di voi è Amore?» Uno dei tre vecchietti fece un passo in avanti.<br />«Abbiamo deciso che sarai tu il nostro ospite! Prego, entra!».<br />Come Amore cominciò a camminare lo seguirono anche gli altri due. La donna sorpresa disse: «In base a quanto avete detto io ho invitato Amore. Come mai ora venite in casa anche voi?»<br />I tre uomini risposero: «Se tu avessi invitato Ricchezza, o Successo, gli altri due sarebbero rimasti fuori. Ma avendo invitato Amore, ovunque egli sia, noi siamo con lui.<br />Ovunque ci sia Amore, lì c’è anche Ricchezza e Successo».  <br />dal blog "ilgiardinodeimieisogni"]]></content>
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		<title><![CDATA[Grande Severgnini!]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=334"><![CDATA[Ho ricevuto, e pubblicato su «Italians», la lettera di Alessandro Prazzoli (a.prazzoli@libero.it), 25 anni, una laurea in scienze della comunicazione. «È mio (dis)piacere raccontarle l' esperienza al colloquio sostenuto presso una nota azienda milanese. Giunto in sede (prestigioso edificio d' epoca), il titolare - arrivato in netto ritardo - prende visione dei curricula dei candidati iniziando, in modo villano e ricorrendo spesso a parole volgari, a commentare le fotografie da noi utilizzate (...) Ci vengono poi presentate sbrigativamente l' azienda e la posizione aperta. Ed è qui che inizia il bello: cercano stagisti che gestiscano in autonomia progetti finalizzati a portare nuovi benefici all' azienda contribuendo ad aumentarne visibilità e business. Ma come? Lo stagista non deve, per legge, essere guidato e affiancato da un tutor?» Prosegue il candidato Alessandro: «L' imprenditore, dandoci del tu come da italica consuetudine, prosegue raccontandoci quant' è bello avere dagli stagisti un servizio a costo praticamente zero, o retribuito con mancette da 50/100 euro mensili. (...) Se sono tanti gli imprenditori che ragionano così, povera Italia! Post scriptum: chi scrive non è un bamboccione, ma un ragazzo adattabile che da due anni passa da un lavoro saltuario a un altro (talvolta molto umile), in attesa della sempre più insperata grande occasione». So che qualcuno, leggendo questo sfogo, penserà: «Certe esperienze formano il carattere, chi non ha mai avuto un capo odioso? I ragazzi italiani sono molli, sanno solo lamentarsi». Io penso invece siano fragili, che è un' altra cosa: e di questa fragilità siamo responsabili anche noi, che abbiamo il doppio dei loro anni. Li abbiamo spinti a studiare e convinti a sognare. Quando ci siamo accorti che, quel sogno, avremmo dovuto pagarlo anche noi, abbiamo detto: scusate, stavamo scherzando. Un esempio? Le resistenze alla riforma del lavoro, finalmente in dirittura d' arrivo. Difendere l' attuale situazione italiana - riempiendosi la bocca di belle parole, ovviamente - vuol dire accettare una dicotomia unica in Europa: rigidità integrale contro precarietà totale. Traduzione: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Accadeva anche nel Medioevo, durante un assedio. Ma almeno gli assediati, dall' alto delle mura, gettavano olio bollente. Non sfottevano gli assedianti. ]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Public Speaking: come rompere il ghiaccio ]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=333"><![CDATA[Ogni volta che si parla di rottura del ghiaccio nel public speaking, si inquadra un processo di maggior complessità rispetto alla presentazione di un contenuto di qualità.<br /><br />Discutere di questa sinergia significa inquadrare una vera e propria connessione emotiva tra l’oratore e la platea, che riesce a fidarsi di chi parla e ad accogliere i concetti in maniera più immediata.<br /><br />Rompere il ghiaccio quando si affronta un momento di public speaking non vuol dire semplicemente gestire bene i tre livelli strutturali del discorso efficace, ma andare più a fondo dal punto di vista tecnico. Ecco qualche veloce consiglio per riuscirci.<br /><br />INIZIA CON UNA DOMANDA (E FAI ATTENZIONE AL TEMA)<br />Iniziare con una domanda che prevede una risposta per alzata di mano è un’ottima strategia per rompere il ghiaccio durante un momento di public speaking. Risulta però importante porre attenzione al tema di tale domanda.<br /><br />Fare riferimento ad argomenti in grado di richiamare immagini negative alla mente del pubblico non è una strategia utile: le domande che creano nessi con concetti positivi e motivazionali assicurano invece dei buoni risultati quando si tratta di rompere il ghiaccio. Tutti desiderano una vita professionale soddisfacente e il raggiungimento di obiettivi di qualità a livello personale, ma è comunque sempre utile richiamare alla mente immagini positive, soprattutto quando ci si muove in contesti aziendali o di public speaking persuasivo.<br /><br />ASSEGNA UN ESERCIZIO<br />Per rompere il ghiaccio durante un’occasione di public speaking può essere utile coinvolgere il pubblico in maniera attiva, non solo attraverso la risposta a una domanda. L’assegnazione di un semplice esercizio in cui siano messe in gioco le abilità personali o il livello di conoscenza di uno specifico argomento può rappresentare un approccio strategico tecnicamente valido per rompere il ghiaccio con il pubblico, e per aumentare il valore della performance di public speaking, rendendola un momento formativo ancora più strutturato.<br /><br />RACCONTA QUALCOSA DI TE!<br />Raccontare dettagli poco noti relativi al proprio percorso personale o professionale costituisce una valida impostazione per rompere il ghiaccio quando si parla davanti a un pubblico. Il fatto di trovarsi su un palco per gestire un’occasione di public speaking significa essere in possesso di conoscenze importanti e utili alla platea in merito a uno specifico tema; ‘umanizzare’ la propria figura di esperto è un ottimo modo per far sì che i principali concetti possano essere compresi in maniera più facile dal pubblico, che riesce a fare in questo modo a sentirsi parte integrante del processo di comunicazione.<br /><br />Rompere il ghiaccio durante un’occasione di public speaking significa ottenere un risultato di grande rilevanza, predisponendo l’uditorio non solo ad ascoltare il discorso senza dare segni di cali di concentrazione, ma anche a cambiare il proprio punto di vista in merito a uno specifico tema, alle caratteristiche di un prodotto, ai contenuti di un programma politico.<br />Nicola Bonaccini]]></content>
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		<title><![CDATA[Dietro di noi un deserto digitale]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=332"><![CDATA[La tecnologia digitale rischia di trasformare il ventunesimo secolo in un nuovo Medioevo, un’epoca quasi inaccessibile alla storia. Un allarme paradossale, ancora di più considerandone l’origine: il Dottor Vinton “Vint” Cerf, uno dei "padri di internet", oggi vicepresidente di Google, dove lavora da dieci anni con la carica di “Chief Internet Evangelist” (letteralmente, Evangelista-Capo di Internet). Bene, ora Cerf ci mette in guardia sul “buco nero” verso cui, inconsapevolmente, ogni giorno spingiamo i nostri documenti più cari e importanti: testi, fotografie, video che parlano delle nostre vite, ma anche documenti legali, testimonianze, informazioni preziose per chi – nel secolo prossimo o in quelli a venire – cercherà di capire qualcosa di noi e della nostra storia. Ritrovandosi con un pugno di mosche in mano, a meno che il concetto di “preservazione digitale” non entri alla svelta nei nostri cervelli.<br />La questione, ha spiegato Cerf nel corso del meeting annuale della American Association for the Advancement of Science, è presto detta: via via che i sistemi operativi e i software vengono aggiornati, i documenti e le immagini salvate con le vecchie tecnologie diventano sempre più inaccessibili. Nei secoli che verranno, gli storici che si troveranno a guardare indietro alla nostra era potrebbero trovarsi davanti a un “deserto digitale” paragonabile al Medioevo, un’epoca di cui sappiamo relativamente poco a causa della scarsità di documenti scritti.<br />“Pensando a 1000, 3000 anni nel futuro, dobbiamo domandarci: come preserviamo tutti i bit di cui avremo bisogno per interpretare correttamente gli oggetti che abbiamo creato? Senza neanche rendercene conto, stiamo gettando tutti i nostri dati in quello che rischia di diventare un buco nero dell’informazione”, ragiona il numero due di Google. “Nei secoli a venire chi si farà delle domande su di noi incontrerà delle enormi difficoltà, dal momento in cui la maggior parte di ciò che ci lasceremo dietro potrebbe essere solo bit non interpretabili”.<br />Il problema – fa notare britannico The Guardian – è già qui. Negli anni Ottanta, era routine salvare i documenti sui floppy disk, caricare il videogioco “Jet Set Willy” da una cassetta al Sinclair ZX Spectrum, uccidere alieni con un joystick Quickfire II, e avere delle cartucce Atari Games in soffitta. Oggi, anche se i dischetti e le cassette sono in buone condizioni, in molti casi l’equipaggiamento necessario per utilizzarli si trova principalmente solo nei musei.<br />Detto in altri termini, il digitale ci ha sedotto con l’idea che il bit sia immortale, motivo per cui quando abbiamo qualcosa a cui davvero teniamo, corriamo subito a digitalizzarlo: foto, vecchi filmini di famiglia, lettere d’amore, documenti notarili, eccetera. Peccato, però, che anche i bit possano “marcire” e “putrefarsi” (Cerf parla espressamente di “putrefazione dei bit”) se leggerli diventa tecnicamente impossibile.<br />L’ Evangelista-Capo di Internet arriva a dare un consiglio a tutti noi, ignare potenziali vittime del “marciume digitale”: se c’è una foto che per noi rappresenta un tesoro, stampiamola; non affidiamoci soltanto alla memorizzazione digitale. “Nel nostro zelo, presi dall’entusiasmo per la digitalizzazione, convertiamo in digitale le nostre fotografie pensando che così le faremo durare più a lungo, ma in realtà potrebbe venir fuori che ci sbagliavamo”, ha detto Cerf. “Il mio consiglio è: se ci sono foto a cui davvero tenete, createne delle copie fisiche. Stampatele”.<br /><br />Per rendere ancora più chiaro il suo discorso, Cerf porta l’esempio di un libro scritto dalla storica premio Pulitzer Doris Kearns Goodwin sul presidente americano Abraham Lincoln (“Team Of Rivals: The Political Genius Of Abraham Lincoln”). Per scriverlo, Kearns ha consultato intere librerie contenenti copie della corrispondenza scritta tra Lincoln e le persone che lo circondavano.<br />“Immaginiamo che ci sia una Doris Kearns Goodwin del ventiduesimo secolo, che voglia scrivere un libro sull’inizio del ventunesimo secolo cercando di avvalersi delle conversazioni di quel tempo. Scoprirebbe che enormi quantità di contenuti digitali sono o evaporati, perché nessuno li ha salvati, o a disposizione ma non interpretabili, perché creati con software vecchi di cento anni”.<br />Secondo il guru di Google, l’unica via d’uscita è iniziare a pensare sul serio al problema della preservazione del digitale. Una soluzione possibile è ciò che ha definito “pergamena o manoscritto digitale”, un concetto su cui stanno lavorando gli ingegneri della Carnegie Mellon University di Pittsburgh. In sostanza si tratta di fare delle “istantanee digitali” (“snapshot”) – nel momento in cui un oggetto viene salvato – di tutti i processi che in futuro saranno necessari per riprodurlo, incluso il software e il sistema operativo. L’istantanea potrebbe poi essere utilizzata per visualizzare la foto, il testo o il gioco in un computer “moderno”, anche a distanza di secoli.<br />Certo, si potrebbe ribattere che, a livello di collettività, i documenti più importanti saranno comunque copiati e adattati per i nuovi media, e che quindi non dovremmo farci carico della preoccupazione storica. Ma Cerf ha una risposta anche per questo, prendendo in prestito una delle convinzioni più profonde degli storici: a distanza di secoli, anche documenti apparentemente irrilevanti possono rivelarsi importantissimi per la comprensione di un’epoca, con la sua sensibilità e il suo punto di vista. E di noi – oggi tanto preoccupati del diritto all’oblio - cosa resterà?<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Non insegnate ai bambini]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=330"><![CDATA[Un bambino risponde «grazie» perché ha sentito che è il tuo modo di replicare a una gentilezza, non perché gli insegni a dirlo.<br />Un bambino si muove sicuro nello spazio quando è consapevole che tu non lo trattieni, ma che sei lì nel caso lui abbia bisogno di te.<br />Un bambino quando si fa male piange molto di più se percepisce la tua paura.<br />Un bambino è un essere pensante, pieno di dignità, di orgoglio, di desiderio di autonomia, non sostituirti a lui, ricorda che la sua implicita richiesta è «aiutami a fare da solo».<br />Quando un bambino cade correndo e tu gli avevi appena detto di muoversi piano su quel terreno scivoloso, ha comunque bisogno di essere abbracciato e rassicurato; punirlo è un gesto crudele, purtroppo sono molte le madri che infieriscono in quei momenti. Avrai modo più tardi di spiegargli l’importanza del darti ascolto, soprattutto in situazioni che possono diventare pericolose. Lui capirà.<br />Un bambino non apre un libro perché riceve un’imposizione (quello è il modo più efficace per fargli detestare la letteratura), ma perché è spinto dalla curiosità di capire cosa ci sia di tanto meraviglioso nell’oggetto che voi tenete sempre in mano con quell’aria soddisfatta.<br />Un bambino crede nelle fate se ci credi anche tu.<br />Un bambino ha fiducia nell’amore quando cresce in un esempio di amore, anche se la coppia con cui vive non è quella dei suoi genitori. L’ipocrisia dello stare insieme per i figli alleva esseri umani terrorizzati dai sentimenti.<br />«Non sono nervosa, sei tu che mi rendi così» è una frase da non dire mai.<br />Un bambino sempre attivo è nella maggior parte dei casi un bambino pieno di energia che deve trovare uno sfogo, non è un paziente da curare con dei farmaci; provate a portarlo il più possibile nella natura.<br />Un bambino troppo pulito non è un bambino felice. La terra, il fango, la sabbia, le pozzanghere, gli animali, la neve, sono tutti elementi con cui lui vuole e deve entrare in contatto.<br />Un bambino che si veste da solo abbinando il rosso, l’azzurro e il giallo, non è malvestito ma è un bambino che sceglie secondo i propri gusti.<br />Un bambino pone sempre tante domande, ricorda che le tue parole sono importanti; meglio un «questo non lo so» se davvero non sai rispondere; quando ti arrampichi sugli specchi lui lo capisce e ti trova anche un po’ ridicola.<br />Inutile indossare un sorriso sul volto per celare la malinconia, il bambino percepisce il dolore, lo legge, attraverso la sua lente sensibile, nella luce velata dei tuoi occhi. Quando gli arrivano segnali contrastanti, resta confuso, spaventato, spiegagli perché sei triste, lui è dalla tua parte.<br />Un bambino merita sempre la verità, anche quando è difficile, vale la pena trovare il modo giusto per raccontare con delicatezza quello che accade utilizzando un linguaggio che lui possa comprendere.<br />Quando la vita è complicata, il bambino lo percepisce, e ha un gran bisogno di sentirsi dire che non è colpa sua.<br />Il bambino adora la confidenza, ma vuole una madre non un’amica.<br />Un bambino è il più potente miracolo che possiamo ricevere in dono, onoriamolo con cura.<br />Giorgio Gaber]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Luoghi comuni per consulenti]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=329"><![CDATA[Nella mia lunga esperienza di formatore e consulente, sono arrivato alla conclusione che potremmo utilizzare un po’ di creatività e le opportunità della crisi mondiale per rivedere i principi che andiamo predicando più o meno vanamente ad aziende refrattarie e preoccupate solo dell’oggi, e che quindi sono diventati poco più o poco meno di luoghi comuni staccati dalla realtà.<br />Eccone alcuni.<br />Creatività e cambiamento. Tutti li vogliono, tutti li cercano, purché però nulla cambi, e non si intacchino organizzazioni, poteri, gerarchie, procedure.<br />Profitto. Il fine dell’azienda è il profitto. Ma quale? Ma dove? La storia delle aziende italiane è un sequel di scelte politiche in cui il profitto non conta nulla. E comunque il profitto dovrebbe essere un valore secondario: le aziende che hanno come fine solo il profitto sono quelle mafiose come la produzione e lo spaccio di droga. Il profitto dovrebbe essere una conseguenza del fare cose buone, pulite e utili, non un fine. Il profitto come fine sta distruggendo il mondo.<br />Customer care. Il pilastro della qualità si trova solo nelle carte dei servizi, nelle dichiarazioni di qualche manager, nei testi dei siti web. Ma, nei fatti, del cliente non gliene frega niente a nessuno. Basti pensare a come sono gestiti i numeri verdi e le tariffe telefoniche, per non parlare di banche, assicurazioni, ecc. O ai percorsi tortuosi per uscire dagli empori degli autogrill.<br />Eccellenza. No, gli eccellenti vadano all’estero, noi ci teniamo solo i raccomandati.<br />Innovazione. Troppo costosa: meglio farla fare ad altri. Troppo pericolosa: ci costringerebbe a cambiare le nostre abitudini.<br />Visione. Guardare avanti, però non alla via da imboccare, ma nello specchietto retrovisore, per evitare di spaventarsi col futuro, e consolarsi col passato (si aiuta la produzione automobilistica, invece che quella ecologica e del riciclo).<br />Persona. Quando una persona ha raggiunto la maturità professionale, invece di mettere a frutto l’investimento fatto, la si manda via. Tanto, ce ne sono tante altre in attesa! Non ci viene in mente un certo Sisifo?<br />Team e leadership. Il leader carismatico è pericoloso e inquietante. Meglio un capo privo di leadership ma raccomandato politicamente, da obbedire solo per la sua carica. Quando c’è un buon team è meglio disgregarlo, altrimenti chissà cosa si mette in testa e che cosa combina…<br />Formazione. Tutti dicono che è una leva strategica di cambiamento. Meglio muoverla al minimo però, e solo quando siamo costretti dalla conquista di punteggi o di certificazioni. Meglio formare la propria carriera burocratica, piuttosto che sviluppare le proprie conoscenze. Si fa formazione solo quando non se ne può fare a meno, per evitare cambiamenti scomodi e proteggere lo statu quo, e possibilmente con fondi piovuti dall’alto. Quando un dirigente è inadeguato, si fa fare formazione ai quadri che ne dipendono invece di intervenire su di lui.<br />Progetto. Tutti fanno piani e progetti che restano sulla carta, perché poi si vive alla giornata. Oppure si fanno cose senza progetto, come giornate di formazione fine a se stesse, ponti che non si chiudono, autostrade che finiscono contro un muro, scuole che restano abbandonate prima ancora di finirle.<br />Comunicazione. Tutti dicono che è importantissima. Tutti siamo d’accordo sui principi base di una buona comunicazione: ascolta prima di parlare; comprendi l’interesse del tuo stakeholder e tienine conto; fai bene e fallo sapere, stabilisci un budget congruo in base al progetto di comunicazione che vuoi sviluppare. In realtà i primi tagli di budget colpiscono la comunicazione, che viene usata solo quando si deve rimediare a qualcosa che è andato storto.<br />Crescita. Non si dice mai che cosa deve crescere, ma basta parlarne per evitare di proporre altre soluzioni concrete. Bisogna tornare a crescere per produrre nuovi posti di lavoro, anche se da tempo sappiamo che l’aumento di fatturato porta all’automazione, e quindi all’eliminazione di posti di lavoro.<br />Confronto. Se sei d’accordo con me, sei imparziale ed aperto al confronto. Se non sei d’accordo, sei fazioso ed eviti il confronto.<br /> <br />Potrei continuare a lungo, ma ho pietà del lettore web e mi sto deprimendo sempre di più!<br />Umberto Santucci]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Auguri speciali]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=328"><![CDATA[“Scusatemi – ma vorrei dirvi un’altra cosa. <br />Vorrei augurarvi il coraggio di essere eretici…”<br />E’ un augurio inusuale, vivo, aperto.--<br />Un augurio da rilanciare proprio oggi, alla vigilia di un nuovo anno, <br />in un giorno dedicato alle promesse, alle speranze, <br />alla voglia di cambiarsi e di cambiare…<br />Vi auguro di essere eretici.<br />Eresia viene dal greco e vuol dire scelta. <br />Eretico è la persona che sceglie e, in questo senso è colui<br />che più della verità ama la ricerca della verità.<br />E allora io ve lo auguro di cuore questo coraggio dell’eresia. <br />Vi auguro l’eresia dei fatti prima che delle parole, <br />l’eresia che sta nell’etica prima che nei discorsi.<br />Vi auguro l’eresia della coerenza, del coraggio, della gratuità, <br />della responsabilità e dell’impegno.<br />Oggi è eretico chi mette la propria libertà al servizio degli altri. <br />Chi impegna la propria libertà per chi ancora libero non è.<br />Eretico è chi non si accontenta dei saperi di seconda mano, chi studia, <br />chi approfondisce, chi si mette in gioco in quello che fa.<br />Eretico è chi si ribella al sonno delle coscienze, <br />chi non si rassegna alle ingiustizie. <br />Chi non pensa che la povertà sia una fatalità.<br />Eretico è chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza.<br />Chi crede che solo nel noi, l’io possa trovare una realizzazione.<br />Eretico è chi ha il coraggio di avere più coraggio.<br /><br />Luigi Ciotti]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Se la città generosa è ladra di tempo]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=327"><![CDATA[A volte, senza che noi si abbia cliccato su «play», ci parte in testa un disco, una canzone, un motivo musicale, e non ci sono santi, inutile cliccare su «off», devi ascoltartelo finché pare a lui. Da un po? sono invece tallonata dal vecchio detto africano «voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo» e, nelle pause, da «non è il tempo che passa, lui resta, siamo noi che passiamo». Credo dipenda dai continui furti anzi rapine di tempo che subiamo da parte della città sotto forma di code sia agli sportelli che telefoniche per accedere ai servizi, di disguidi, di burocrazie elefantiache, di orari scoordinati tra scuola e scuola dei vari figli, ogni giorno uno scippo nuovo, specie nei confronti dei più deboli. Un vecchino lamenta che hanno chiuso la «sua» buca delle lettere, l'altra è lontana e il tram non riesce a scalarlo. «Le gambe mi fanno giacomo-giacomo, ci vorrebbero tanti seggiolini di pietra lungo le vie». Milano ci dà tanto, ma tanto ci toglie. Fuggire? Le scale mobili della stazione centrale la circumnavigano tutta prima di portarti ai binari.<br />Vivian Lamarque ]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[La prima pagina: intervista a Claudio Maffei]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=326"><![CDATA[Esperto di comunicazione, milanese di nascita, se non gradisce una domanda risponde in politichese preservando per se’ il suo reale pensiero. Si fida delle sensazioni iniziali, acuto osservatore, conserva un certo charme tipico degli showmen. Occhio a cenare con lui… Sara’ attento alla gestualita’ e svelera’ le vostre debolezze. Signore e signori a voi Claudio Maffei!<br /> Chi e’ Claudio Maffei?<br />Un attore mancato che si e’ riciclato, insegnando alle persone ad essere piu’ efficaci con le parole<br />Che cosa e’ la comunicazione?<br />Cum moenia ( stare dentro le stesse mura ), essere concittadini, navigare sulla stessa barca. E’ strano che la parola comunione e la parola comunismo abbiano la stessa radice<br /> Che differenza intercorre tra la comunicazione di ieri e la comunicazione di oggi?<br />Dalla psicologia in poi e’ cambiato il mondo. Pirandello nei suoi scritti risente di Freud. Negli ultimi anni a far diventare tutto piu’ veloce e’ stata l’informatica.<br /> Perche’ tutti si dimenano nel parlare di comunicazione ma, pochi sono in grado di comunicare?<br />Perche’ questa non e’ la grande epoca della comunicazione  come, erroneamente, molti credono. Ad esempio, se entri in qualsiasi vagone di metropolitana, gli adolescenti sono intenti ad essere storditi attraverso le cuffie o sono impegnati col cellulare. Altri indossano occhiali scuri. Cio’ dimostra una totale barriera verso l’esterno. Non si parla con nessuno, se non con elementi virtuali.<br /> Tre veloci segreti da suggerire ad un venditore per aumentare il numero di vendite?<br />Entrare nella mappa del cliente, ovvero capire davvero le sue necessita’; saper dire le parole giuste, rammentando che non esistono sinonimi; sorridere.<br /> Un augurio all’Italia<br />Dovremmo smettere di pronunciare la parola crisi ed essere consapevoli che per far accadere le cose esiste un solo modo: farle!<br /> Un augurio a se stesso<br />Che il mio prossimo libro dal titolo "Il futuro non si prevede, lo si inventa" vada bene. Lo considero il mio testamento per cui mi auguro sia letto da molti poiche’ come sosteneva Italo Calvino: “Scrivere e’ una fatica nera”.<br />La citazione che piu’ La rappresenta?<br />Signore dammi la capacita’ per vedere le cose che posso cambiare, dammi la capacita’ per sopportare le cose che non posso cambiare, dammi l’intelligenza per distinguere le une dalle altre. ( Sant’Agostino)<br />di Elvia Gregorace]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Le 9 balle sull’immigrazione (smentite dai numeri)]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=325"><![CDATA[Negli ultimi tempi fra le provocazioni di Salvini, i blitz di Borghezio e Casapound, le aggressioni in autobus o per strada ai danni di africani accusati di portare l’Ebola, gli scontri di Tor Sapienza, le esternazioni di Grillo circa il trattamento da riservare a chi arriva dal mare, il clima attorno agli stranieri si è di nuovo fatto abbietto e a tratti pericoloso. Ho voluto allora confutare punto per punto le argomentazioni più usate dai razzisti a vario titolo, tanto per fare chiarezza e dimostrare che il razzismo rimane un basso istinto che va semplicemente educato e soppresso e non ha alcuna ragione razionale per essere professato.<br /><br />1) “Vengono tutti in Italia”<br />Gli stranieri in Italia sono poco più di 5 milioni e mezzo, ossia l’8% della popolazione. Solo 300 mila sono gli irregolari. Il Regno Unito è il paese europeo al primo posto per numero di nuovi immigrati con circa 560.000 arrivi ogni anno. Seguono la Germania, la Spagna e poi l’Italia. La Germania è invece il Paese Ue con il maggior numero di stranieri residenti con 7,4 milioni di persone. Seguono la Spagna e poi l’Italia. Siamo sesti inoltre per numero di richieste d’asilo (27.800). Da notare che il Paese col più alto numero di immigrati è anche l’unico che in questo momento sta crescendo economicamente.<br /><br />2) “Li manteniamo con i nostri soldi”<br />Gli stranieri con il loro lavoro contribuiscono al Pil italiano per l’11% , mentre per loro lo Stato stanzia meno del 3% dell’intera spesa sociale. Inoltre gli immigrati ci pagano letteralmente le pensioni. L’età media dei lavoratori non italiani è 31 anni, mentre quella degli italiani 44 anni. Bisognerà aspettare il 2025 perché gli stranieri pensionati siano uno ogni 25, mentre gli italiani pensionati sono oggi 1 su 3. Ecco che i contributi versati dagli stranieri (circa 9 miliardi) oggi servono a pagare le pensioni degli italiani.<br /><br />3) “Ci rubano il lavoro”<br />“La crescita della presenza straniera non si è riflessa in minori opportunità occupazionali per gli italiani”, è la Banca d’Italia a parlare. Il lavoro straniero in Italia ha colmato un vuoto provocato da fattori demografici. Prendiamo il Veneto. Fra il 2004 e il 2008 ci sono stati 65.000 nuovi assunti all’anno, 43.000 giovani italiani e 22.000 giovani stranieri. Nel periodo in cui i nuovi assunti sono presumibilmente nati, negli anni dal 1979 al 1983, la natalità è stata di 43.000 unità all’anno. È facile vedere allora che se non ci fossero stati gli immigrati, 22.000 posti di lavoro sarebbero rimasti vacanti. Questo al Centro-Nord. La situazione è un po’ più problematica al Sud, perché in un’economia fragile e meno strutturata spesso gli stranieri accettano paghe più basse e condizioni lavorative massacranti, rubando qualche posto agli italiani. A livello nazionale, ad ogni modo, il fenomeno non è apprezzabile.<br /><br />4) “Non rispettano le leggi”<br />Negli ultimi 20 anni la presenza di stranieri in Italia è aumentata vertiginosamente, fra il 1998 e 2008 del 246% dice l’Istat. Eppure la delinquenza non è aumentata, ha avuto solo trascurabili variazioni: nel 2007 il numero dei reati è stato simile al 1991. Di solito si ha una percezione distorta del fenomeno perché si considerano fra i reati degli stranieri quelli degli irregolari che all’87% sono accusati di reato di clandestinità il quale consiste semplicemente nell’aver messo piede su territorio italiano.<br /><br />5) “Portano l’Ebola”<br />L’Africa è un continente enorme, non una nazione. Le zone in cui l’Ebola ha maggiormente colpito sono Liberia e Sierra Leone. Da queste zone non giungono immigrati in Italia dove invece arrivano da Libia, Eritrea, Egitto e Somalia. I sintomi dell’Ebola poi si manifestano in 3 o 4 giorni e un migrante contagiato non potrebbe mai viaggiare per settimane giungendo fino a noi. Infine il caso Ebola è scoppiato ad aprile 2014, nei primi 8 mesi del 2014 in Italia sono arrivati circa 100 mila immigrati e neanche uno che ci abbia trasmesso l’Ebola.<br /><br />6) “Aiutiamoli a casa loro”<br />È la frase con cui i razzisti di solito si autoassolvono, come se aiutarli a casa loro non abbia dei costi e dei rischi, e come se i nostri Governi non avessero già lavorato per affossare questa possibilità. Nel 2011, il Governo Italiano ha operato un taglio del 45% ai fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo, stanziando effettivamente 179 milioni di euro, la cifra più bassa degli ultimi 20 anni. Destiniamo a questo ambito lo 0,2 del Pil collocandoci agli ultimi posti per stanziamenti fra i Paesi occidentali. Nel 2013 il Servizio Civile ha messo a disposizione 16.373 posti di cui solo 502 all’estero, in sostanza il 19% di posti finanziati in meno rispetto al bando del 2011.<br /><br />7) “Sono avvantaggiati nelle graduatorie per la casa”<br />Ovviamente fra i criteri per l’assegnazione delle case popolari non compare la nazionalità. I parametri di cui si tiene conto sono il reddito, numero di componenti della famiglia se superiore a 5 unità, l’età, eventuali disabilità. Gli immigrati di solito sono svantaggiati perché giovani, in buona salute e con piccoli gruppi famigliari (poiché non ricongiunti). Nel bando del 2009 indetto dal comune di Torino, il 45% dei richiedenti era straniero, solo il 10% di essi si è visto assegnare una casa. Nel comune di Genova, su 185 abitazioni messe a disposizione, solo 9 sono andate ad immigrati. A Monza su 100 assegnazioni solo 22 agli stranieri. A Bologna su 12.458 alloggi popolari assegnati, 1.122 agli stranieri.<br /><br />8) “Prova a costruire una chiesa in un paese islamico”<br />È l’argomento che molti usano perché non si costruiscano moschee in Occidente o perché si lasci il crocifisso nei luoghi pubblici. È un argomento davvero bislacco: per quale motivo se gli altri sono incivili dovremmo esserlo anche noi? E comunque gli altri non sono incivili. In Marocco i cattolici sono meno dello 0,1% della popolazione eppure ci sono 3 cattedrali e 78 chiese. Si contano 32 cattedrali in Indonesia, 1 cattedrale in Tunisia, 7 cattedrali in Senegal, 5 cattedrali in Egitto, 4 cattedrali e 2 basiliche in Turchia, 4 cattedrali in Bosnia, 1 cattedrale negli Emirati Arabi Uniti, 3 monasteri in Siria, 7 cattedrali in Pakistan e così via.<br /><br />9) “I musulmani ci stanno invadendo”<br />Al primo posto fra gli stranieri presenti in Italia ci sono i rumeni che sono oltre un milione. I rumeni per la maggior parte sono ortodossi. In seconda posizione ci sono gli albanesi, quasi 600 mila, per il 70% non praticanti (lascito della dominazione sovietica) e, fra i rimanenti, al 60% musulmani e al 20% ortodossi. Seguono i marocchini, quasi 500 mila, quasi totalmente musulmani, e ancora i cinesi, circa 200 mila, quasi tutti atei. Dunque in larga parte gli stranieri in Italia sono cristiani, oppure atei, solo in piccola parte professanti l’Islam.<br /><br />“Un buon capro espiatorio vale quasi quanto una soluzione”: A. Bloch.<br /><br />Andrea Colasuonno]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Oggi: giornata mondiale della gentilezza]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=324"><![CDATA[UN DECALOGO DA SEGUIRE TUTTO L'ANNO<br /><br />1) SII GENTILE CON TE STESSO:	<br /><br />Non possiamo piacere agli altri se prima non piacciamo a noi stessi. <br /><br />2) FAI SENTIRE IMPORTANTE L'ALTRA PERSONA:<br /><br />Il modo migliore per dimostrare attenzione verso qualcuno è essere sinceramente interessati a lui e alla sua vita<br /><br />3) SORRIDI:<br /><br />“Un sorriso è un modo molto economico di migliorare il tuo aspetto". (Jean Toomer).<br />È innegabile che tutti noi siamo molto più attratti dalle persone sorridenti, positive, che trasmettono serenità e voglia di vivere, perché stare con loro ci fa stare bene. <br /><br />4) DIVENTA PIU' DIVERTENTE:<br /><br />Fai ridere gli altri e falli interessare alle tue storie in modo che a loro piaccia starti vicino.<br /><br />5) SORPRENDI:<br /><br />La sorpresa sarà più gradita quanto più corrisponderà ai  desideri del tuo interlocutore. Come conoscerli? Passa al prossimo punto. <br /><br />6) ASCOLTA:<br /><br />Se vuoi far colpo su una persona, ascoltala con attenzione e sincero interesse.  Solo ascoltando attentamente guadagni fiducia e confidenza. <br /><br />7) SCOPRI LE CORDE GIUSTE:<br /><br />Persone diverse sono attratte da cose diverse, perciò è opportuno sviluppare le capacità di ascolto e di osservazione.  Scopo di questo gioco è lasciare le persone in uno stato emozionale migliore di quello in cui si trovavano prima di incontrarle.<br /><br />8) RICORDATI I NOMI:<br /><br />Il nome di battesimo è il suono più bello che una persona possa sentire sulla bocca altrui. Quando ti viene presentato qualcuno sforzati di imparare il suo nome ripetendolo più volte mentalmente.<br /><br />9) SII TE STESSO:<br /><br />Ricorda il concetto di identità. Gentilezza non significa ipocrisia. Cercare di piacere a chi ci sta davanti non significa mettersi una maschera o recitare una parte. <br /><br />10) DAI ATTENZIONE TOTALE:<br /><br />Dimostra al tuo interlocutore la sua unicità. Dedicagli anche solo tre minuti della tua vita,  ma fallo con AMORE.<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[La presunta lettera di Albert Einstein a sua figlia Lieserl]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=323"><![CDATA[Quando proposi la teoria della relatività, pochissimi mi capirono, e anche quello che rivelerò a te ora, perché tu lo trasmetta all’umanità, si scontrerà con l’incomprensione e i pregiudizi del mondo. Comunque ti chiedo che tu lo custodisca per tutto il tempo necessario, anni, decenni, fino a quando la società sarà progredita abbastanza per accettare quel che ti spiego qui di seguito.<br />Vi è una forza estremamente potente per la quale la Scienza finora non ha trovato una spiegazione formale. È una forza che comprende e gestisce tutte le altre, ed è anche dietro qualsiasi fenomeno che opera nell’universo e che non è stato ancora individuato da noi. Questa forza universale è l’Amore. Quando gli scienziati erano alla ricerca di una teoria unificata dell’universo, dimenticarono la più invisibile potente delle forze. L’amore è Luce, visto che illumina chi lo dà e chi lo riceve.<br />L’amore è Gravità, perché fa in modo che alcune persone si sentano attratte da altre. L’amore è Potenza, perché moltiplica il meglio che è in noi, e permette che l’umanità non si estingua nel suo cieco egoismo. L’amore svela e rivela. Per amore si vive e si muore.<br />Questa forza spiega il tutto ed à un senso maiuscolo alla vita. Questa è la variabile che abbiamo ignorato per troppo tempo, forse perché l’amore ci fa paura, visto che è l’unica energia dell’universo che l’uomo non ha imparato a manovrare a suo piacimento. Per dare visibilità all’amore, ho fatto una semplice sostituzione nella mia più celebre equazione.<br />Se invece di E = mc2 accettiamo che l’energia per guarire il mondo può essere ottenuta attraverso l’amore moltiplicato per la velocità della luce al quadrato, giungeremo alla conclusione che l’amore è la forza più potente che esista, perché non ha limiti. <br />Dopo il fallimento dell’umanità nell’uso e il controllo delle altre forze dell’universo, che si sono rivolte contro di noi, è arrivato il momento di nutrirci di un altro tipo di energia. Se vogliamo che la nostra specie sopravviva, se vogliamo trovare un significato alla vita, se vogliamo salvare il mondo e ogni essere senziente che lo abita, l’amore è l’unica e l’ultima risposta. Forse non siamo ancora pronti per fabbricare una bomba d’amore, un artefatto abbastanza potente da distruggere tutto l’odio, l’egoismo e l’avidità che affliggono il pianeta.<br />Tuttavia, ogni individuo porta in sé un piccolo ma potente generatore d’amore la cui energia aspetta solo di essere rilasciata. Quando impareremo a dare e ricevere questa energia universale, Lieserl cara, vedremo come l’amore vince tutto, trascende tutto e può tutto, perché l’amore è la quintessenza della vita. <br />Sono profondamente dispiaciuto di non averti potuto esprimere ciò che contiene il mio cuore, che per tutta la mia vita ha battuto silenziosamente per te. Forse è troppo tardi per chiedere scusa, ma siccome il tempo è relativo, ho bisogno di dirti che ti amo e che grazie a te sono arrivato all’ultima risposta.<br />Tuo padre Albert Einstein<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=322"><![CDATA[IPOTETICA LETTERA A RENZI: magari prima o poi gliela spedisco. <br />Caro Presidente Renzi,<br />sono una ragazza di 29 anni, ex insegnante di scuola pubblica e privata, attualmente Coach e Trainer di PNL che si occupa anche di scuola. Sono infatti "scappata" dal sistema scolastico vecchio perché ne ho visto e percepito i limiti e i danni sui bimbi e sui ragazzi adolescenti. Ho voluto passare dalla parte di chi aiuta trovando e creando sol...uzioni rapide a problemi di approccio al sistema scolastico.<br />Occorre fare qualcosa subito e urgentemente. Occorre cambiare il paradigma con cui è pensata la scuola. Occorre cambiare contenuti e programmi. Con l'esperienza maturata e il percorso di formazione che ho seguito, mi pare logico ed evidente intervenire a monte, sull'impostazione generale della scuola e degli insegnanti. Non può essere valido un sistema scolastico che era valido più di un secolo fa. Siamo indietro, andiamo lenti rispetto all'evoluzione del mondo che ci circonda. <br />Cambiare paradigma vuol dire ripensare del tutto l'approccio allo studio: troppi ragazzi oggi sono vittime dell'attuale sistema . Non è possibile che siano loro sbagliati, è il sistema intero che va ripensato.<br /><br />Occorre ragionare per talenti, stimolare il pensiero divergente, la curiosità, l'intraprendenza personale, cambiare il metodo di valutazione, unire il benessere di mente e corpo, aggiornare i programmi, le materie, i metodi.<br /><br />Le scriverò tutti i giorni con la speranza di poterLa incontrare per portarle la mia esperienza, le mie idee, i progetti che sogno per il futuro di bimbi che altrimenti rischiano di non riuscire nemmeno a vederlo un futuro. La prego di considerare questa voce fuori dal coro, coraggiosa, che osa farsi avanti: ci riprenderemo come nazione solo se avremo coraggio di osare a cambiare davvero.<br /><br />Beatrice Raso]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Public speaking, come fare una buona visualizzazione]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=321"><![CDATA[Molte persone pensano che visualizzare una situazione come la seguente prima di parlare in pubblico - "Sto parlando tranquillamente davanti al mio pubblico, la mia presentazione sta andando bene, chi mi sta di fronte annuisce e sorride" – possa aiutarli sia a parlare in modo migliore sia a ridurre la paura del public speaking.<br /><br />Forse può farci sentire meglio per un po' ma alcuni studi contrastano il credo che possa rendere la nostra performance migliore o ridurre la paura di parlare in pubblico.<br /><br />In realtà, ci sono altri tipi di visualizzazione utili prima di parlare in pubblico.<br /><br />Visualizzazione per un'esposizione ottimale<br />La visualizzazione in questione è la visualizzazione del processo. Durante una visualizzazione del processo, visualizziamo tutti i passi necessari per ottenere il risultato che vogliamo.<br /><br />Proviamo a immaginarci:<br /><br />•Mentre prepariamo la presentazione o il discorso;<br />•Quando ripetiamo la presentazione o il discorso;<br />•Durante la presentazione davanti a un pubblico normale (persone che annuiscono, chi resta impassibile, chi gioca col proprio smartphone);<br />•Nel caso in cui risolviamo in maniera concreta i problemi che possono sorgere durante la presentazione.<br /><br /><br />Visualizzazione per ridurre la paura di parlare in pubblico<br />La visualizzazione classica può farci sentire bene per un breve periodo o quando la pratichiamo. Ci sono tuttavia tre aspetti negativi rispetto a questo tipo di visualizzazione per ridurre la paura di parlare in pubblico.<br /><br />Non è credibile<br />Vuol dire che avrà un impatto a breve termine, se ce l'avrà, sulle tue emozioni.<br /><br />Non è basata sulla realtà<br />Questo tipo di visualizzazione non ci aiuta quando siamo di fronte a un pubblico "normale". Un pubblico normale di solito è composto di persone che annuiscono e sorridono, di persone vagamente interessate e altre che nemmeno ti guardano negli occhi. Quando la realtà si scontra con ciò che abbiamo visualizzato, ogni sentimento positivo che avevamo tende a scomparire.<br /><br />Non ci prepara per i momenti di difficoltà<br />In particolare, questa visualizzazione non ci aiuta quando le cose si mettono male. E' come quando una squadra sportiva visualizza una partita facile, dove gli avversari scompaiono e segnano senza fare alcuno sforzo. Gli sportivi non fanno così. Studiano gli avversari nel dettaglio e preparano le strategie di cui hanno bisogno per controbattere alle mosse di chi starà di fronte loro.<br /><br />Visualizzazione razionale<br />Tuttavia c'è un tipo di visualizzazione che, secondo strategie già testate, può aiutarci a ridurre la paura di parlare in pubblico.<br /><br />Parliamo della visualizzazione razionale. In questo tipo di visualizzazione, visualizziamo noi stessi durante la nostra presentazione – incluso tutto ciò che può andar male. Per esempio, il proiettore o il pc che non funzionano, avere un vuoto di memoria, il pubblico che si annoia.<br /><br />Pianifichiamo una strategia che useremo in quella situazione e poi visualizziamo noi stessi che applichiamo le strategie pianificate durante la presentazione risolvendo efficacemente la situazione di disagio.<br /><br />Tutto ciò ci aiuta a ridurre la paura in due modi:<br /><br />•Sviluppiamo alcune strategie pratiche da usare quando le cose vanno male. Per esempio, ci assicuriamo di avere del materiale cartaceo qualora la tecnologia dovesse fare i capricci. Sapere di avere un "piano B" pronto ci darà la possibilità di essere meno preoccupati qualora il proiettore o un pc non dovessero funzionare.<br /><br /><br />•Nella nostra testa avremo ripetuto in maniera efficace le soluzioni per i problemi. Per esempio, se abbiamo rivisto come recuperare una situazione da vuoto di memoria, non avremo più una vocina in testa che ci dice "se ho un vuoto di memoria, sono rovinato". Invece, saremo capaci di dire a noi stessi "Spero di non avere un vuoto di memoria ma se dovesse succedere, so come risolverlo".<br />Quindi, non visualizziamo solo il successo. Visualizziamo i passi necessari per raggiungere il successo.<br /><br />Mario Grasso]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[I giovani cantano insieme?]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=320"><![CDATA[Grazie!<br />Grazie, in rigoroso ordine alfabetico a Claudio Baglioni,<br />Lucio Battisti, Edoardo Bennato, Adriano Celentano,<br />Riccardo Cocciante, Lucio Dalla, Pino Daniele, Fabrizio De Andrè,<br />Francesco De Gregori, Giorgio Gaber, Ricky Gianco,<br />Francesco Guccini, Enzo Jannacci, Bruno Lauzi ,<br />Domenico Modugno, Gianna Nannini, Gino Paoli, Luigi Te n c o ,<br />Roberto Vecchioni, Antonello Venditti.<br />Io volevo essere uno di loro.<br />Ci ho anche provato e, per un po’, ci sono riuscito contro tutti<br />e tutto.<br />Sono stato quello che si può definire un ottimo dilettante. Le<br />loro canzoni mi hanno permesso di ricevere applausi, di divertire<br />gli amici e anche... di far innamorare qualche ragazzina.<br />Una generazione speciale, la mia, quella che oggi verre b b e<br />definita la generazione del ’68.<br />Da quegli anni in poi, la musica ha avuto, per le giovani generazioni,<br />il ruolo di lingua mondiale, unificando i popoli molto più<br />della politica o delle religioni.<br />Giovani di tutte le nazionalità si sono incontrati a Woodstock o<br />all’Isola di Wight, fraternizzando in due ore come mai sarebbero<br />riusciti a fare, dibattendo i loro problemi per giorni e giorni.<br />In quegli anni, sull’onda del pacifismo e dell’amore per gli altri,<br />la musica era semplicemente comunicare con la gente, soprattutto<br />quella della nostra età.<br />E io mi ci sono buttato.<br />Già nel 1966, a soli 14 anni, partecipai al Festival studentesco<br />che coinvolse tutte le scuole superiori di Milano.<br />La totale ignoranza della lingua inglese mi portò, immediatamente,<br />a interpretare le canzoni dei principali complessi italiani, i<br />Camaleonti, i Dik Dik, l’Equipe 84, i Giganti. Subito dopo, sfasciati<br />due o tre complessi per il mio maledetto carattere anarchico e zingaresco,<br />iniziai a interpretare i cantautori, primi fra tutti Francesco<br />Guccini e Fabrizio De Andrè.<br />Quante notti sulla spiaggia, quanti fuochi, quante bottiglie di<br />vino e poi, finalmente un palcoscenico, microfoni, riflettori e... il<br />pubblico.<br />Naturalmente facevo tutto ciò solo e unicamente per passione:<br />"vendere non passava tra i miei rischi", per fare una dotta citazione.<br />Non mi sembra che gli adolescenti di oggi abbiano lo stesso amore per la musica, soprattutto per la musica condivisa, cantata insieme.<br />Oggi la musica è fruita singolarmente e perde, così, quella sua caratteristica di linguaggio universale che unisce e rende fratelli gli uomini di qualunque lingua, religione e appartenenza.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Non si tratta di guadagnare tempo ma di perderne]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=319"><![CDATA[Muovevo i primi passi nel mondo del lavoro quanto un manager rampante mi disse: “Chi lavora più degli altri fa più carriera degli altri”. Sinceramente questa dichiarazione mi sconvolse. Il giudizio può e s s e re solo quantitativo? Vale più la quantità della qualità? Oggi, dopo circa  trent’anni, ho confermato sempre più un’avversione nei confronti di questo tipo di mentalità. Quanto agiamo in fretta non abbiamo tempo per immaginare, per pensare, per creare. E chi crea si diverte, lavora meglio, è felice. Purtroppo, invece, questi sono gli anni della “occupazione globale”. Alleviamo i nostri bambini tra la scuola, la piscina, l’inglese e la TV. Tenersi sempre occupati, secondo me, è un modo per non p e n s a re, per non sentire l’angoscia e la solitudine che abbiamo dentro. Le persone usano la TV, il cellulare, e ora anche internet per non sentirsi isolate. La nostra cultura è talmente dedita al movimento, alla fretta e all’occupazione globale da renderci incapaci di fissare l’orologio lasciando correre le lancette anche per un solo minuto. Prima ci riempiamo la vita di impegni, e poi? Ci sentiamo troppo occupati e rinunciamo a vedere gli amici, ad andare a teatro, a passeggiare nei boschi. Il manager e l’imprenditore sono i massimi esponenti della categoria degli occupati; nelle aziende, infatti, non vieni giudicato per quello che sei, ma per quello che fai, per quanto guadagni e per la tua carriera. Io, fin da giovane, mi sono sempre rifiutato di identificarmi in ciò che faccio. Lo trovo estremamente limitativo. Poi, sinceramente, tutto ciò è fonte di stress. Alcuni sintomi? Vedere il lato negativo delle cose, sentirsi oppressi e avere ansie e timori, trovare irritanti gli altri, sentirsi tesi e cambiare umore. Pensare troppo al lavoro. Credo che dovremmo insegnare ai giovani altri valori. È bene che sappiano liberarsi dalla ricerca spasmodica del successo, dalle corse contro l’orologio, dal presenzialismo. Per essere felici e realizzati, i futuri manager e imprenditori dovranno organizzare cene dove sia proibito parlare di lavoro, coltivare amicizie disinteressate, fare passeggiate lungo la spiaggia, godersi una prima colazione in santa pace. Un’ora di pensiero libero porta più benefici di giornate di lavoro in ufficio. Avviciniamoci alla natura: boschi, cascate, onde del mare stimolano le capacità creative.]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Ma la comunicazione è ancora di moda?]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=318"><![CDATA[Relazioni umane: l’insieme delle attività che tendono a migliorare i rapporti tra i dirigenti di un’azienda e i loro dipendenti. Relazioni pubbliche: l’insieme dei mezzi che tendono a migliorare i rapporti non direttamente economici di un’azienda, o di un ente, con il pubblico. Era davanti a me in carne e ossa il Cardinale di Milano, Carlo Maria Martini, quando pronunciò una frase che mi colpì molto “non si possono ridurre a tecniche cose che riguardano la dignità e l’esistenza stessa, come le relazioni fra gli uomini”. Non si possono ridurre a tecniche... che bello! Che calcio negli stinchi a tutti i “tecnici della comunicazione o delle relazioni pubbliche”. Non si possono ridurre a tecniche... eppure sul vocabolario è scritto “l’insieme delle attività... l’insieme dei mezzi”. No, non è così; non basta parlare di mezzi e di attività, bisogna parlare di cuore, di sangue, di spirito. Purtroppo, nelle aziende, il cuore non c’è. Neppure l’ombra. Si è passati dal panettone e lo spumante regalati a Natale alle attività di comunicazione interna fatte solo per ridurre la conflittualità. La comunicazione è sempre stata strumentalizzata. Si è accettato di far comunicazione per controllare meglio gli altri, ma la comunicazione non è controllo o potere, è accogliere le idee altrui, cercare la critica più che il consenso. È compre n d e re le ragioni del dissenso per stabilire, appunto, sistemi di “relazione”. C o m u n i c a re vuol dire mettere in comune, non approfittare della dabbenaggine altrui attraverso raffinate tecniche. In un’azienda multinazionale che mi ha convocato per comunicare meglio esistevano tre mense. Quella dei dirigenti (tovaglioli di stoffa), quella degli impiegati (tovaglioli di carta), quella degli operai (senza tovaglioli). Quando dissi che la comunicazione doveva partire dall’eliminazione di queste differenze, mi presero per pazzo. Ovviamente non ho firmato il contratto di consulenza.  ]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Imparare la retorica]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=317"><![CDATA[Molti anni fa, ai tempi in cui un debitore insolvente poteva essere gettato in prigione, un mercante di Londra si trovò, per sua sfortuna, ad avere un grosso debito con un usuraio.<br />L'usuraio, che era vecchio e brutto, si invaghì della bella e giovanissima figlia del mercante, e propose un affare.<br />Disse che avrebbe condonato il debito se avesse avuto in cambio la ragazza. Il mercante e sua figlia rimasero inorriditi dalla proposta. Perciò l'astuto usuraio propose di lasciar decidere alla Provvidenza. Disse che avrebbe messo in una borsa vuota due sassolini, uno bianco e uno nero, e che poi la fanciulla avrebbe dovuto estrarne uno. Se fosse uscito il sassolino nero, sarebbe diventata sua moglie e il debito di suo padre sarebbe stato condonato. Se la fanciulla invece avesse estratto quello bianco, sarebbe rimasta con suo padre e anche in tal caso il debito sarebbe stato rimesso.<br />Ma se si fosse rifiutata di procedere all'estrazione, suo padre sarebbe stato gettato in prigione e lei sarebbe morta di stenti.<br />Il mercante, benché con riluttanza, finì con l'acconsentire. In quel momento si trovavano su un vialetto di ghiaia del giardino del mercante e l'usuraio si chinò a raccogliere i due sassolini. Mentre egli li sceglieva, gli occhi della fanciulla, resi ancor più acuti dal terrore, notarono che egli prendeva e metteva nella borsa due sassolini neri. Poi l' usuraio invitò la fanciulla a estrarre il sassolino che doveva decidere la sua sorte e quella di suo padre.<br />Che fare?<br />1. Rifiutarsi di estrarre il sassolino <br />2. mostrare che la borsa contiene due sassolini neri e smascherare l'usuraio imbroglione<br />3. estratte uno dei sassolini neri e sacrificarsi per salvare il padre dalla prigione.<br /> SONO QUESTE LE SOLUZIONI POSSIBILI? ALL'APPARENZA SI<br />La storia continua narrando che la ragazza introdusse la mano nella borsa ed estrasse un sassolino, ma senza neppure guardarlo se lo lasciò sfuggire di mano facendolo cadere sugli altri sassolini dei vialetto, fra i quali si confuse.<br /> "Oh, che sbadata! ¬ esclamò ¬ ma non vi preoccupate: se guardate nella borsa potrete immediatamente dedurre, dal colore del sassolino rimasto, il colore dell'altro".<br />Questo racconto è tratto da Il pensiero laterale, il famoso libro di Edward De Bono. Il Pensiero laterale è, secondo De Bono, l'opposto de pensiero verticale quello che noi definiremmo razionalità. <br />Ho stilato un decalogo per il comunicatore ideale.<br />Al primo punto ho scritto INNOVATORE. Infatti, per un oratore, il più grave difetto è la ripetitività. Inoltre, chi parla a un pubblico deve essere abilissimo in ciò che io definisco "la gestione della crisi". Ogni volta è diverso, cambiano i luoghi fisici, cambiano le persone, cambiano gli input da parte della platea. Va prestata grande attenzione anche all'uso dei mezzi tecnici ( videoproiettori, slide, filmati) che sono fantastici strumenti tecnologici ma possono abbandonarci per un guasto in qualunque momento.<br />Cosa dovrà fare in quel caso l'oratore? Ovviamente saper andare avanti.<br />Ma veniamo al nostro decalogo. Chi parla a un pubblico dovrà essere:<br /> <br />1. Innovatore<br />Idee, idee, idee. Non bisogna essere dei geni, basta rubarle. L'archivio è la miglior fonte di ispirazione di un oratore. Dovrà essere pieno di ritagli, di pagine strappate da riviste e quotidiani, di appunti suddivisi per ogni argomento. Il tutto, naturalmente, riordinato in modo originale.<br />2. Competente<br />La formazione permanente è, in questi anni, non solo necessaria ma indispensabile, il mondo va velocissimo, è necessario migliorare continuamente le nostre competenze.<br />3. Esperto<br />Migliorare le competenze non significa dimenticare il passato. Il nostro bagaglio di esperienze dovrà essere il punto da cui partire per migliorare il nostro lavoro senza ripetere errori già fatti.<br />4. Propositivo<br />Tenersi aggiornati è fondamentale per chiunque voglia incantare una platea. La funzione dell'ascolto viene sicuramente prima di quella della parola. Se ci porremo in una dimensione di ascolto potremo allargare a dismisura i nostri elementi di giudizio. Purtroppo l'egocentrismo che contraddistingue ognuno di noi non ci permette di prestare la dovuta attenzione.<br />5. Entusiasta<br />Scegliere gli obiettivi, trovare le idee, crederci, essere creativi, agire di conseguenza, avere fiducia in se stessi, questo è l'atteggiamento vincente. E' importante imparare a comunicare in modo da ottenere l'effetto desiderato. L'unico risultato della comunicazione ¬ dice la PNL ¬ è l'atteggiamento altrui.<br />6. Trasparente<br />La trasparenza è una richiesta che, in questi anni, viene dalla società civile. Per troppo tempo si sono usate le scorciatoie, i trucchi, i mezzucci. A volte l'oratore ricerca più l'efficacia che la verità, più il consenso che le critiche.  Non si tratta di cercare consenso ma aperture, prospettive, dialogo. Essere trasparenti significa anche accogliere le idee altrui senza preconcetti.<br />7. Determinato<br />Un grande maestro della comunicazione diceva: " Ho visto persone di successo piene di difetti. Alcuni erano bari, ladri, impostori ed altro ancora. Non ne ho mai visto uno che fosse ancora a letto alle sette della mattina".La determinazione è credere nel proprio successo, puntare decisi all'obiettivo, certi di farcela senza risparmiare energie. Qualcuno mi chiede, quanto tempo ci metto a diventare un grande oratore? La risposta è sempre la stessa: Se ti alleni tutti i giorni ci metterai poco.<br />8. Curioso<br />La curiosità non è un difetto, anzi. Senza la curiosità non esisterebbero inventori, scienziati, ricercatori. Le soluzioni vengono trovate attraverso la curiosità che è sempre accoppiata a concetti come fantasia, immaginazione, creatività. Mantenete vivo il vostro complesso di Peter Pan, siate eterni bambini a caccia di informazioni per crescere. Quindi non solo dibattiti, convegni e corsi, ma anche cinema, teatro, programmi televisivi e tanti, tanti libri<br />9. Paziente<br />La pazienza non è una dote, ma un atteggiamento, un modo di vivere. Non ci deriva dalla nascita, non è nel DNA, ma va coltivata giorno per giorno. In un epoca in cui il tempo corre veloce facciamo fatica a comprendere che la fretta è nemica della qualità. Un mio collega cita sempre un antico proverbio piemontese "fai in fretta, ma vai piano".            La pazienza è la dote fondamentale per le relazioni interpersonali. Rispettate i tempi altrui.<br />10. Tenace<br />La mancanza di costanza è un errore frequente, spesso quelli che giungono al successo non sono i migliori, ma sono quelli che ci hanno veramente creduto. Chi è veramente tenace può riuscire in tutto anche in quello che la gente normalmente chiama "miracoli"!. <br />La tenacia significa anche buona capacità organizzativa, mente aperta, intelligenza, originalità, cultura, dedizione e, quindi faticate, gente, faticate.<br /> Queste sono le caratteristiche del buon comunicatore , ma la caratteristica principale è quella contenuta nella storia che vi ho appena raccontato. Il buon comunicatore dovrà saper sviluppare il pensiero laterale per poter costantemente trovare soluzioni innovative. La qualità non può essere un obiettivo. La qualità è un dato di fatto da cui partire.  Un dato imprescindibile<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Lettere: se la legge vuole in cella i giornalisti &quot;abusivi&quot;]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=316"><![CDATA[Chissà, sarà in un sussulto di dignità che il sito ufficiale della Federazione nazionale della stampa, ultima scheggia brezneviana sopravvissuta al tracollo dell'89, ha deciso di nascondere lo sconsiderato elogio della legge grottesca e liberticida che stanno cuocendo in Parlamento.<br /><br />Con l'appoggio dell'Ordine dei giornalisti, istituito da Benito Mussolini ed ereditato, caso unico nel mondo dell'Occidente libero, nella Repubblica antifascista, si sta proponendo un avvitamento di manette a danno di "chiunque abusivamente eserciti" la professione di giornalista "per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato": il reo verrebbe "punito con la reclusione fino a 2 anni e con la multa da 10 mila a 50 mila euro".<br /><br />Non sono previsti umilianti riti di autocritica in appositi istituti per la riabilitazione ideologica e morale del nemico del popolo (sinora, ma non si può mai dire). È una legge semplicemente pazzesca. La si può prendere con ironia, come fa Carola Parisi sulla testata giornalistica online<br /><br />L'ultima ribattuta immaginando questa scena in un carcere già vergognosamente sovraffollato: "Come mai siete dentro?" "Io spaccio". "Io ho rubato una macchina". "Io non ho superato l'esame da giornalista". O con sgomento.<br /><br />E constatare in quale scarsa considerazione sia tenuta la libertà di stampa e di opinione per chi non dispone di un tesserino vidimato dallo Stato e con quanta ferocia corporativa si voglia tenere dall'informazione e dalla scrittura lontani gli esclusi, chi non fa parte della categoria controllata, chi non viene ritenuto degno di pubblicare e osa sfidare il monopolio della corporazione.<br /><br />Il carcere per chi scrive "abusivamente": ma vi rendete conto dell'enormità? E se un giorno, a legge liberticida approvata, qualcuno volesse pignolamente applicare le nuove norme, che fanno, si presentano a casa di un freelance, del collaboratore di un blog, per mettere ai ceppi un "abusivo"?<br /><br />E non c'è bisogno di essere entusiasti di You Reporter per capire che non si può trattare un sito come un covo di delinquenti. E non c'è bisogno di essere super-liberali, ma solo di avere un po' di buon senso, per capire che non si può essere così rozzi, grossolanamente autoritari, per indicare il carcere come punizione di un giornalista "abusivo". Tra l'altro è semplicemente ridicolo accostare, come indica la legge, i giornalisti "abusivi" ai medici "abusivi" o agli ingegneri "abusivi".<br /><br />Chi entra con il bisturi in sala operatoria spacciandosi per chirurgo, o chi costruisce ponti proclamandosi ingegnere è un criminale pericoloso. Chi fa del giornalismo senza essere iscritto all'Ordine, in un regime pluralistico dove le fonti di informazioni sono tante e diverse, non fa male a nessuno. E non sarà certo un timbro dello Stato, comunque, a neutralizzarne l'eventuale pericolo. Ma il buon senso scarseggia, le corporazioni sono aggrappate al loro monopolio e la libertà di opinione non sembra un valore forte. Questo è il vero pericolo.<br />Pierluigi Battista - Corriere della Sera<br /><br /><br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Le dieci categorie umane più insopportabili di Facebook]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=315"><![CDATA[Sempre più italiani passano ore e ore sul più amato dei Social, ma purtroppo Facebook è frequentato anche da pessimi soggetti. Pedofili a parte, ecco un elenco delle tipologie più noiose o moleste.<br /><br />10. Il Luddista<br />Si lamenta in continuazione di Facebook, scrivendolo su Facebook. Del resto chi mai leggerebbe le sue invettive tecnofobe se le vergasse con la stilografica sulle amatissime Moleskine?<br />Il luddista è un hipster che si sposta con costose biciclette a scatto fisso, un poser che porta i Ray-Ban Wayfarer anche se ha dieci decimi e colleziona vinili che non scarta neppure dal cellophane. È sempre in procinto di abbandonare i Social ma non lo fa mai, e il suo idolo è quell’idiota di Into the wild che è morto di diarrea in un bus sperduto dell’Alaska.<br />9. L’Esibizionista e il Dongiovanni<br />L’esibizionista la riconosci subito dalle foto più o meno svestite, più o meno fotoritoccate, più o meno provocanti. E dall’immancabile bocca a piccione (duckface per gli anglofoni). Il suo regno è il bagno in cui si scatta ogni giorno innumerevoli selfie da condividere su FB, Twitter, Instagram e Tumblr. Fidanzata o meno, l’esibizionista è patologicamente affamata di like e follower. Non le basta essere bella, ha bisogno di qualche centinaio di adolescenti adoranti e segaioli che glielo dimostri quotidianamente.<br />Il Dongiovanni è il suo corrispettivo maschile, ma più che i Mi piace cerca rapporti sessuali mordi e fuggi (gli uomini, si sa, sono più concreti). La sua foto profilo classica è quella con gli addominali tartarugati e l’abbronzatura esagerata anche il 25 dicembre.<br />Frequentateli a vostro rischio e pericolo, ma sappiate che l’esibizionista è quasi sempre una figa di legno e il Dongiovanni spesso è tutto fumo e niente arrosto.<br />8. La Polyanna<br />La Polyanna è la versione moderna del dottor Pangloss del Candido. Per lei viviamo nel migliore dei mondi possibili. E se accadono terremoti, epidemie o pestiamo una merda è solo in nome di uno sconosciuto “bene superiore”.<br />La riconosci dalle citazioni di Fabio Volo, Paulo Coelho o Papa Francesco (che per lei pari sono) e dalle foto di località bellissime, che può vedere solo in cartolina. Il suo ottimismo irrazionale inciterebbe chiunque a compiere una strage: ma secondo voi può essere sana di mente una persona che vi augura “Buon lunedì”?<br />7. La Coppietta<br />Uni e bini, non esistono senza il proprio partner. Nelle foto profilo si sbaciucchiano oppure indossano ancora l’abito del matrimonio. Magari hanno addirittura un profilo comune. In ogni caso ci tengono a precisare che sono “fidanzati ufficialmente” (ma che vuol dire? hanno depositato un atto registrato presso un notaio?) o peggio ancora sposati.<br />Passano il tempo scambiandosi pubblicamente messaggi sdolcinati e cornificandosi di nascosto. Più nauseanti di una canzone di Gigi D’Alessio.<br />6. L’Animalara<br />La sua ragione di vita è proteggere gli animali (rompere le balle agli umani). Sta su Facebook unicamente per spammare continui appelli all’adozione, raccolte fondi e campagne di boicottaggio. Prova un sadico gusto nell’appestarvi la bacheca con foto di animali straziati da incidenti stradali o di vivisezioni risalenti agli anni Venti.<br />Perennemente arrabbiata (probabilmente per la cronica insufficienza alimentare) ha una visione disneyana della natura (dove anche i leoni sono vegani), preferirebbe lasciar morire vostro figlio di morbillo pur di vaccinarlo o impedire i test medici sugli animali e nutre un odio smisurato per il genere umano, che è “cattivo” mentre gli animali sono “buoni”.<br />Quasi sempre donna e senza figli, giovanissima oppure zitellona over-40.<br />5. L’Artista<br />L’artista sui Social è per definizione incompreso. Del resto se fosse un artista di successo mica perderebbe tempo su Facebook o Tumblr. Lo riconosci al volo perché ha impostato come secondo nome “Pittore”, “Scrittrice” o “Attore”. Giusto per mettere in chiaro che non è un noioso borghesuccio come voi, anche se in realtà per campare consegna pizze a domicilio o si fa ancora mantenere dai genitori a quarant’anni suonati.<br />È sui Social unicamente per promuovere (spammare) l’ultimo libro di poesie stampato a pagamento o l’ennesima recita nella sala parrocchiale. E ovviamente per lamentarsi del pubblico, che preferisce giocare a Call of Duty o vedere Breaking Bad piuttosto che comprare i suoi capolavori. Da evitare come la peste.<br />4. Il Complottista<br />LO RICONOSCI SUBITO PERKE’ IL TASTO DELLE MAIUSCOLE SULLA SUA TASTIERA È BLOCCATO DAL 1995 E PER LA FOBIA VERSO IL CH (cosa faccia poi di tutti quei minuti risparmiati scrivendo ke al posto di che è ancora un mistero per i ricercatori di mezzo mondo).<br />Quasi sempre maschio, cresciuto a botte di Voyager e Mistero, è convinto che ogni male del mondo sia dovuto ai “gomblotti” degli Illuminati/Rettiliani riuniti nel malefico Club Bilderberg. Che le scie chimiche ci stiano avvelenando. Che i vaccini facciano male e Stamina invece bene. Che tutti i giornali dicano il falso e le bufale dei blog invece no. Che la biowashball e le stampanti 3D elimineranno il buco nell’ozono e la fame nel mondo.<br />Il suo font preferito è il Comic Sans e il grido di battaglia è FATE GIRARE!!!1!!!11!!!<br />3. Il Lagnoso<br />Medaglia di bronzo. Lo riconosci subito perché non fa altro che lagnarsi in continuazione di tutto e tutti. Si lamenta perché non ha il lavoro o, se ce l’ha, perché non ha la ragazza. E se ha pure quella perché gli amici o i genitori lo trattano male o perché fa troppo caldo o fa troppo freddo o non fa né caldo né freddo.<br />Queste persone tristerrime che si lamentano 24 ore al giorno sono frutto di una civiltà basata sul vittimismo come la nostra, dove la gente può permettersi di starsene sdraiata tutto il giorno sul divano invece di andare a zappare i campi per procurarsi un po’ di cibo.<br />A prima vista può ispirare anche compassione (se avete la sindrome delle crocerossine), ma la sua depressione è inguaribile e molto contagiosa.<br />2. Lo Stalker<br />Pericolosissimo, la sua unica missione è rovinarvi la vita. Perché? Mistero. Per un motivo qualsiasi siete entrati nel suo mirino e adesso vi perseguiterà all’infinito.<br />Forse è il vostro ex o forse non gliel’avete data. Forse vi invidia profondamente o magari – come indicano alcuni studi scientifici – è semplicemente un sociopatico sadico e anaffettivo alla continua ricerca di vittime da aggredire (di solito deboli, perché lo stalker nella vita reale è un codardo).<br />Discutere con questi soggetti è completamente inutile e controproducente. Bloccatelo e, se serve, denunciate tutto alle autorità competenti. La vita è troppo breve per perdere tempo e salute appresso a un troll.<br />1. Il Cinico<br />Ed ecco il peggiore di tutti. Il cinico è la vera star dei Social e il tipo umano in assoluto più detestabile. I suoi idoli (inconfessati e inconfessabili) sono Andrea Scanzi e Selvaggia Lucarelli, la sua missione criticare l’universo mondo.<br />Ogni giorno cerca un nuovo bersaglio da attaccare e di solito trova sempre parecchia gente che asseconda i suoi linciaggi quotidiani, perché il mondo è pieno di rosiconi che godono nello spruzzare fango addosso al prossimo. Più grosso è il bersaglio meglio è, l’ideale sono totem apparentemente intoccabili come Gandhi, Roberto Saviano o La Grande Bellezza.<br />Il cinico è una persona profondamente invidiosa del prossimo e molto narcisista. All’inizio il suo sarcasmo nichilista può essere divertente, ma dopo un po’ diventa ripetitivo e insopportabile, proprio come Scanzi e la Lucarelli.<br />Lo riconosci perché prima o poi scrive una lista come questa.<br />Valentino G. Colapinto<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Le Qualità che servono per essere un bravo Blogger]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=314"><![CDATA[Spesso mi si chiede “ma come si fa a diventare un bravo blogger?”, oppure “In quanto tempo posso ottenere ottimi risultati?“. Bene per rispondere a queste ed ad altre domande simili, è forse il caso di delineare quelle che possono essere alcune delle qualità per essere un bravo blogger. Molto spesso vedo naufragare progetti solo perchè i risultati non sono arrivati in poco tempo (pochi mesi o addirittura poche settimane), non è così che funziona. Aprire un blog oggi è sicuramente importante per costruire al meglio il proprio percorso di “Personal Branding”, per il fatto che questo è lo strumento principe attraverso il quale si può costruire un insieme di contenuti per tema che ci permettono di presentarci meglio e di specificare meglio le nostre competenze e conoscenze. E poi è rintracciabile nel tempo, cosa affatto non da poco. Nella mia esperienza ho elaborato alcuni accorgimenti che possono essere utili per essere davvero un bravo blogger, prima di tutto serve quello che io di solito chiamo il “Fattore PMD“, lo so è poco musicale, ma sta per Passione, Metodo e Determinazione.<br /><br />Senza Passione non si può essere Blogger e questo vale in qualsiasi campo voi vogliate agire; se non si ha un Metodo, allora si rischia di procedere a tentativi disperdendo risorse; e poi serve molta Determinazione, perchè la strada è lunga, ma il risultato alla fine di questa è certo.<br /><br />Ma ci sono altra qualità che servono per essere un bravo blogger e proviamo a vederle insieme:<br /><br />Una volta presa la decisione di aprire un blog, serve assolutamente specificare bene l’argomento che volete trattare, allora serve “essere precisi” e se possibile scegliere un argomento di nicchia, vi aiuterà molto. Vi capiterà di sicuro qualche notte insonne per scegliere il tema giusto, forse anche più di una, ma non vi preoccupate. Guardate alle vostre passioni, a ciò che davvero vi interessa davvero e vedrete che riuscirete a trovare il vostro argomento.<br /><br />Una volta scelto l’argomento che volete trattare, vi trovate di fronte la strada della creazione dei contenuti. Allora avete due modi per affrontare questo primo vero ostacolo: 1 – dotarvi di un piano editoriale che possa darvi il sentiero da seguire, sempre; 2 – se vi sentite intrappolati dal primo metodo, allora provate a seguire il vostro istinto, date libertà al vostro scrivere. Vedrete, in questa fase tutto filerà liscio, ma poi dopo un po’ ritornerà forte l’esigenza di dotarvi di un piano editoriale.<br /><br />Non è necessario essere professionisti della scrittura per essere un bravo Blogger. Certo, è necessario scrivere bene, questo sì, ma non spaventatevi, date piuttosto sfogo alla vostra voglia di scrivere, il resto verrà da sè e potrete correggere i vostri errore, le vostre imperfezioni strada facendo.<br /><br />Una volta che avete iniziato e avete intrapreso il vostro cammino, non dimenticate di guardarvi indietro ogni tanto, vi servirà per capire quello che state facendo e di aggiustare meglio il tiro del modo in cui state comunicando. E continuate sempre a scrivere, questo non deve mancare mai.<br /><br />Ricordatevi di mostrare sempre chi siete, la vostra genuinità, il vostro essere osservatori della realtà, il vostro essere obiettivi. Scrivete i vostri contenuti trasmettendo valore, informazioni, conoscenza. Cercate di attrarre i vostri lettori mostrando davvero chi siete, senza costruire inutili e dannosi orpelli.<br /><br />Infine, cercate davvero di capire cosa vuole la vostra Community. Un bravo blogger sa costruire attorno alla sua attività una propria community, ossia una rete di utenti che sono interessati a ciò che scrive. Bene, fate anche lo sforzo di andare incontro a ciò che vogliono i vostri lettori. Quindi, seguite le tendenze del tema che avete deciso di trattare all’interno del vostro blog, cercate di essere “sempre sul pezzo”, offrite dati freschi, numeri, se servono. In altre parole, dovrete diventare il punto di riferimento della vostra community. <br /><br />So che non è facile, ma queste qualità servono per essere un bravo blogger. Avendo però coscienza che i risultati non arriveranno subito, ci vorrà del tempo, la strada sarà lunga e insidiosa. Vi capiterà molte volte di chiedervi se siete sulla strada giusta e di voler abbandonare tutto. Ma voi continuerete, perchè siete determinati a farlo. E i risultati arriveranno.<br /><br />franzrusso.it]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Testo integrale dell'ultima lezione di Randy Pausch ultima parte ]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=313"><![CDATA[Divertiti e mostra gratitudine<br /><br />Il prossimo: è meglio che tu decida presto di essere “Tiger” o “Igor”. Tiger è energetico, ottimista, curioso, entusiasta e si diverte; e mai, mai sottovalutare l’importanza di divertirsi! Io sto per morire presto, e ho deciso di divertirmi oggi, domani e ogni altro giorno che mi rimane.<br /><br />Se vuoi realizzare i tuoi sogni, è meglio che giochi onestamente con gli altri.<br /><br />Un consiglio che è difficile seguire è dire la verità.<br />Seconda cosa: quando sbagli chiedi scusa! <br /><br />Una buona scusa è formata da tre parti: <br />1.	"Mi dispiace"<br />2.	"Era colpa mia"<br />3.	"Cosa posso fare per rimediare"? <br /><br />La maggior parte della gente salta le terza parte; è da questo che puoi capire chi è sincero. L’ultima cosa è che tutti abbiamo persone o cose che non ci piacciono.<br /><br />Io non ho mai incontrato persone che sono totalmente cattive. Se aspetti a sufficienza, ti mostrano il loro lato buono. Non puoi affrettare la cosa, ma puoi essere paziente.<br /><br />Mostra la gratitudine: quando raggiunsi i dieci anni come membro della facoltà, avevo ragazzi nel mio laboratorio di ricerca e li portai una settimana a Disneyworld a mie spese. I miei colleghi mi dissero: "Ti sarà costato un sacco; perché l’hai fatto?". Risposi: "Questi ragazzi hanno lavorato per me giorno e notti per anni e grazie a loro ho ottenuto il miglior lavoro della mia vita. Quindi, perché non avrei dovuto farlo?" La gratitudine è una cosa molto semplice e potente.<br /><br />Ultima cosa: non credo che preoccuparsi di tutto risolva veramente i problemi. Questo è Jackie Robinson, il primo giocatore nero della Lega Maggiore, e nel suo contratto c’era scritto che non doveva lamentarsi se la gente gli sputava addosso. Non importa se sei Jackie Robinson, o uno come me che ha ancora pochi mesi da vivere. Puoi scegliere se sfruttare il tempo che ti rimane per energia e sforzo, o spenderlo preoccupandoti, o spenderlo giocando il gioco duro che probabilmente ti aiuterebbe di più.<br /><br />Vi ho detto che questa era una parte della conferenza dell’Università, ed è importante perché ho tenuto questa conferenza. La conferenza non parla soltanto di come raggiungere i sogni d’infanzia. È molto più che questo, è come vivere la tua vita, perché se tu vivi la tua vita nella maniera corretta, i risultati si prenderanno cura di loro da soli. I sogni verranno da te. ”Se vivi adeguatamente i sogni verranno da te".<br /><br />Sarebbe bellissimo se qualche persona traesse beneficio da questa conferenza, ma la realtà è che io non ho tenuto questa conferenza per le quattrocento persone venute all’Università. Ho tenuto questa conferenza soltanto per tre persone, perché quando saranno grandi possano vederla. Grazie."<br /><br />Randy Pausch<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Testo integrale dell'ultima lezione di Randy Pausch seconda parte ]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=312"><![CDATA[<br /><br />L'importanza di avere buoni genitori<br /><br />Quali sogni volete realizzare? Ve ne suggerisco uno: avere buoni genitori! Io ho dei grandi genitori. Questa è mia madre nel suo settantesimo compleanno. Io sono quello sulla macchina blu e sono appena stato doppiato. Questo è mio padre nel giorno del suo ottantesimo compleanno. Viveva sempre con un sentimento di felicità, sempre. La felicità è un sentimento che dovrebbe mai andarsene.<br /><br />Mio papà: che uomo incredibile! Ha fatto la Seconda Guerra Mondiale, fece parte della Grande Generazione. Tristemente mio padre è morto un anno fa, e fu quando mia madre frugò nelle sue cose che scoprì che durante la Seconda Guerra Mondiale ricevette una medaglia di bronzo al valore. In cinquant’anni di matrimonio, non la mostrò mai. E’ un grande messaggio di umiltà che ho potuto imparare da mio padre.<br /><br />Ora mia mamma: le madri sono quelle persone che ti amano anche quando le tiri i capelli. Questo è il tipo di relazione che ho avuto con mia madre. E parlando di umiltà, lei era sempre li a mantenere in ordine. Quando mi stavo laureando a scuola, avevo esami veramente duri. E me ne stavo a casa preoccupandomi di quanto dure fossero le prove per il dottorato. Mia madre mi diceva: "Sappiamo come ti senti. Ricorda solo che alla tua età tuo padre stava combattendo contro i tedeschi nella Seconda Guerra Mondiale!".<br /><br />Il giorno in cui mi laureai era molto orgogliosa, e mia mamma mi presentava a tutti dicendo: "Questo è mio figlio! È un dottore, ma non di quelli che aiutano la gente". Probabilmente una delle cose più importanti che i miei genitori fecero, fu che mi lasciarono dipingere le pareti della mia camera da letto. Un giorno dissi loro che volevo dipingere le cose sulle pareti e loro dissero: "Ok!".<br /><br />Dipinsi una nave spaziale; vivevamo in un ranch e misi un ascensore per vedere dove mi avrebbe portato; potete vedere che fossi un secchione, misi un’equazione quadratica. Ma la cosa grande fu che me la lasciarono fare. Pensarono che lasciare che io esprimessi la mia creatività fosse più importante di avere una parete pulita. Fui davvero benedetto ad avere genitori che la pensassero così. I miei genitori mi insegnarono a rispettare le persone più delle cose. Quando comprai la mia auto ero molto emozionato, brillava incredibilmente.<br /><br />Questi sono i miei nipoti Christopher e Lara. Ogni mese li portavo via per un week-end per dare respiro a mia sorella e suo marito. E prima di salire sulla mia auto nuova mia sorella continuava a dirgli: "Questa è l'auto nuova dello zio Randy. Mi raccomando, non sporcatela, ecc.". E loro scoppiarono a ridere, perché nel frattempo io alle sue spalle avevo aperto una lattina e la stavo rovesciando incurante sui sedili posteriori. Lei corse verso di me gridandomi: "Cosa stai facendo?!" Le dissi: "È una 'cosa', soltanto una 'cosa'".<br /><br />Ne fui molto orgoglioso perché alla fine della settimana mentre stavamo tornando a casa, mio nipote si sentì male e vomitò tutto sui sedili posteriori della mia auto; e non mi importa quanto valore potesse avere una cosa pulita e brillante, perché non è paragonabile a quanto mi sono sentito bene sapendo di non aver fatto sentire in colpa un bambino di otto anni solo perché aveva il raffreddore.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Testo integrale dell'ultima lezione di Randy Pausch]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=311"><![CDATA[Se c'è un elefante nella stanza, è meglio presentarlo<br /><br />"Vi parlerò di una conferenza che ho tenuto a settembre. Nell’Università di Carnegie Mellon, c’è una tradizione accademica chiamata “Last Lecture”: se ipoteticamente sapessi che stai per morire e dovessi tenere un’ultima conferenza, cosa diresti ai tuoi studenti? Per me la cosa non è ipotetica. C'è un elefante nella stanza: avevo sconfitto un cancro al pancreas, ma ora è tornato dopo operazioni, chemioterapia, radiazioni. I medici mi hanno detto che non c’è più niente da fare e che ho solo qualche mese di vita.<br /><br />Queste sono le mie T.A.C. e mostrano che il cancro pancreatico si è espanso al fegato con una decina di tumori. A me questo non piace. Io ho tre bambini piccoli, sia chiaro: mi fa schifo. Ma non posso fare niente per evitare il fatto che morirò. Sto seguendo i trattamenti medici, ma so benissimo come andrà a finire questo film. E non posso controllare le parti della storia solo muovendo le mani.<br /><br />Se non vi sembro abbastanza triste per la mia situazione, me ne scuso. Ma ho deciso di non essere oggetto di pietà. Infatti anche se sto per morire presto, sono molto forte fisicamente. Probabilmente più forte della maggior parte delle persone che sono in questa sala.<br /><br />Vivere i sogni dell'infanzia<br /><br />Quindi oggi non parleremo della morte, parleremo della vita e di come viverla. Nello specifico, di sogni d’infanzia e come fare per realizzarli. Posso dire di aver avuto un’infanzia felicissima. Riguardando gli album fotografici devo dire che non sono riuscito a trovare una foto in cui non stessi ridendo.<br /><br />Ho avuto un’infanzia veramente felice. Io sognavo, sognavo sempre. Era un tempo facile per sognare. Quando tu accendi la TV e vedi degli uomini atterrare sulla Luna, tutto è possibile, e non dovremmo mai perdere questo spirito.<br /><br />Quali erano i miei sogni da bambino? Giocare nella NFL, la Lega Nazionale di Footbal. Questo è uno di quei sogni che ho realizzato. Ed è importante farlo notare perché anche se non riesci a realizzare un sogno, puoi ottenere molto tentando di realizzarlo. C’è un detto che adoro: “L’esperienza è quella che ottieni, quando non ottieni quello che desideri”.<br /><br />Giocai in una lega per molto tempo. Avevo un grande allenatore, Jim Gram. Era un allenatore alla vecchia maniera, e mentre ci allenavamo mi rimproverava per tutto il tempo: Così per tutte le due ore. E alla fine di un allenamento, uno dei suoi assistenti mi disse: "Coach Gram è molto duro con te!" io dissi. "Sì". Mi disse: "Quando fai un lavoro fatto male e nessuno te lo dice, vuol dire che si sono arresi con te; quando qualcuno continua a correggerti per due ore, lo fa perché ci tiene che tu lo faccia meglio".<br /><br />Il prossimo sogno è “Walt Disney Imagineering”. Quando avevo otto anni, la mia famiglia mi portò a Disneyland, in California. Fu un’esperienza incredibile: le passeggiate, gli show, le attrazioni. Mi dissi: "Wow, mi piacerebbe costruire cose del genere quando sarò grande!". Così mi laureai e cercai di fare parte del gruppo di persone che crea la magia. Quello che ottenni fu un’amabile lettera di rifiuto. Guardo questa lettera tutt’ora, dà una tale ispirazione! Queste cose passano, lavorai duro e diventai un giovane ingegnere di ricerca visuale nella mia facoltà.<br /><br />Questo sono io. Sviluppai le abilità che erano valide per Disney, e trovai l’opportunità di lavorare lì e far parte del gruppo di immaginaria dove lavorammo nella “Passeggiata sul tappeto magico di Aladino”. Mi portò via più di quindici anni per farlo e moltissimi tentativi. Imparai che quando un muro si presenta sul nostro cammino è per una ragione; non è lì per impedirci di fare qualcosa, ma perché noi possiamo mostrare quanto vogliamo quella cosa.<br />Continua...]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Felicità(tra balle presunzioni e cotillons)]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=310"><![CDATA[Presunzioni perchè sto probabilmente esternando un momento di privata onniscenza... Balle perchè probabilmente so tutte stronzate... Cotillons ve lo spiego dopo..!! Una cosa è certa... Parlare di Felicità non è mai sufficiente, poichè è inequivocabilmente la cosa da raggiungere più appetibile per ognuno di noi... E parliamo allora: Cos'è praticamente la felicità:Secondo me è il raggiungimento dell'equilibrio tra lo star bene dentro e fuori... Molto molto praticamente..!! Non è mai duratura, poichè ogni equilibrio non può durare a lungo... Troppi sono i fattori che accompagnano la nostra vita, che contribuiscono a spezzarlo, magari quando meno te lo aspetti..!! Si vive felici, quando non si hanno desideri, in quanto si ritiene di avere tutto ciò di cui si ha realmente bisogno... Ma è condizione rarissima. un po' poichè il non desiderare, contrasta efficacemente con la natura umana... Ma sempre perchè l'accontentarsi, si sposa bene col concetto di dover comunque rinunciare... E non è quindi l'accontentarsi, l'elisir della felicità.. Potremmo dire in breve che basterebbe riuscire a vivere, nel modo che si ritiene giusto per se stessi?? Gia è meglio, perchè il vivere una vita scelta è cosa piacevolissima... Al netto contrapposto è il vivere una vita imposta... E quando si parla d'imposizioni, si può svariare in qualsiasi campo dell'umano scibile. Conclusione la felicità esiste, ma per un tempo limitato... Bisogna goderne finchè si può... Altro tipo d'infelicità è quello di non riuscire a fare quanto magari si vorrebbe, per la felicità degli altri... Spesso però è letteralmente impossibile, quanto estremamente appagante... Esempio pratico...:Io non regalerei la mia vita per niente e nessuno... E non sarei nemmeno capace d'un gesto eroico, che potrebbe annientarla... La ritengo un bene troppo prezioso, che non si può donare.. Forse per un figlio... Forse si... Ma lo ritengo sempre più facile dirlo, che farlo.. Però quando vedi, o percepisci la sofferenza degli altri, la voglia di far qualcosa contribuisce comunque al raggiungimento del maggior grado della tua felicità. E... I cotillons?? I cotillons son scherzo, ed ironia... Componenti che stazionano in un punto molto alto dell'arco della felicità... In conclusione, ritengo che dare una definizione certa alla felicità, sia impossibile... Un qualcosa di genericamente indefinibile, perchè troppo personale.. Forse si è felici nei momenti in cui si sorride... Ma è troppo riduttivo.. Forse ha più senso dire che si è felici nel quando si riesce a percepire in toto il propio sorriso... E concludo con il detto di uno buono:Vivi malinconico anche sempre, triste mai..!!]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[la potenza delle emozioni]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=309"><![CDATA[Le emozioni sono qualcosa di antico, potente, universale e inafferrabile.<br />Tu chiamale, se vuoi, emozioni, cantava l’indimenticabile Lucio Battisti nei primissimi anni Settanta ma di che roba è fatta un’emozione?<br />Oggi sappiamo che si tratta di un complesso sistema di risposte istantanee, in parte innate e in parte acquisite culturalmente, a uno stimolo esterno o interno (per esempio, un ricordo).<br />Sappiamo che le risposte sono in parte fisiologiche (cuore e respiro che cambiano ritmo, peli che si rizzano, tremore, rossore…) e in parte cognitive: questo riguarda il modo in cui interpretiamo lo stimolo e gli strumenti che abbiamo per farlo. Per esempio, la nostra reazione a un rumore improvviso nella notte cambia molto se sappiamo già di che si tratta o no. E ancora: la nostra risposta emotiva a quella che riteniamo essere una dichiarazione offensiva cambia in relazione al fatto che abbiamo le risorse necessarie per reagire argomentando, o che l’unica cosa che sappiamo fare sia mollare un cazzotto.<br />E ancora: una parte delle risposte emozionali riguarda i cambiamenti di postura, di voce (risposte espressive) e, infine, il comportamento: per esempio, fight or flight, cioè attacco o fuga.<br />Sappiamo che le emozioni fanno parte del nostro corredo evolutivo, che hanno funzione adattativa (ci permettono di interagire meglio con l’ambiente) e che sono fondamentali per la sopravvivenza: e poi, diciamolo, una vita del tutto priva di emozioni non sarebbe vita.<br />Sappiamo che tutto ruota attorno all’amigdala, la parte rettiliana del nostro cervello, e che c’entrano ormoni e neurotrasmettitori come la dopamina, la serotonina, l’ossitocina.<br />Per esempio l’ossitocina – definita l’”ormone dell’amore e delle coccole”, quello che stimola l’attaccamento tra madri e figli, la generosità e la fiducia e riduce lo stress – è connessa con le relazioni sociali: favorisce il riconoscimento dei volti e potrebbe aiutare a ridurre i disturbi legati all’autismo. Uno spray all’ossitocina potrebbe dunque rendere migliore il mondo? Forse, ma non ne siamo sicuri: possibili effetti negativi sono ancora sotto indagine.<br />Sappiamo che anche gli animali provano emozioni, e che queste sono – ma solo nei loro tratti fondamentali –  transculturali. Sappiamo infine, che le emozioni, anche se condivise nei loro elementi fondamentali, restano risposte soggettive: ciascuno, cioè, si emoziona alla sua maniera, e al medesimo stimolo due diversi individui possono rispondere in modo differente sia per qualità sia per intensità provando, per esempio, una rabbia irrefrenabile o una blanda tristezza. Per questo le emozioni sembrano sfuggire le descrizioni troppo nette e sono così difficili da catalogare e da comunicare.<br />E poi, quando si tratta delle nostre, ci sembrano sempre più autentiche, più intense, più nobili e giustificabili di quelle degli altri (anche perché, oplà, qualche volta basta cambiargli nome: per esempio, si può chiamare “legittima indignazione” quella che non è altro che rabbia cieca).<br />Rabbia e paura, gioia e tristezza, sorpresa e attesa, disgusto e accettazione: queste sono, secondo il medico e psicologo Robert Plutchick (e non solo secondo lui) le quattro coppie di emozioni primarie, che possono a loro volta mescolarsi in cocktail di emozioni più complesse, con diversi livelli di intensità.  Plutchick ha anche costruito una ruota delle emozioni che ci permette di cogliere le relazioni tra l’una e l’altra: suggestivo, per esempio, il fatto che “amore” faccia capo a un’area che comprende serenità e accettazione, gioia e fiducia, estasi ed ammirazione.<br />Creatività, apprendimento e sfera emozionale sono connesse? Sì, e da mille fili, alcuni piuttosto aggrovigliati. Per esempio, se è vero che emozioni positive possono accrescere la capacità creativa (c’entra, ancora una volta, l’amigdala), è anche vero che emozioni negative possono essere forti catalizzatori per la creatività.<br />Anche (ma non solo) per questo conviene saperne di più.<br />Dunque, prometto di riprendere l’argomento tra qualche giorno. Intanto: quanto frequentate le vostre emozioni? Ce n’è una che percepite come dominante in questo periodo, e qual è?<br />Annamaria Testa]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Storytelling aziendale: cos’è e come può migliorare l’immagine del tuo brand]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=308"><![CDATA[Perché le storie sono innate nell’uomo: dalla notte dei tempi gli uomini si tramandano i racconti, le memorie, le esperienze passate, prima attraverso le storie orali, poi anche figurative, fino a giungere ai video in tempi recenti.<br />L’autoanalisi<br />Anche le aziende, tutte le aziende, hanno una storia da raccontare, una propria identità che la contraddistingue dalle altre. Per meglio focalizzarla e narrarla, occorre innanzitutto che le aziende compiano un viaggio introspettivo, seguano un processo di auto-analisi, una riflessione su se stesse, per definire chiaramente la propria identità, per capire meglio i propri punti di forza e quelli di debolezza e per rilevare anche quali siano i bisogni espressi o inespressi degli interlocutori, per poterli così soddisfare mediante i propri prodotti o servizi offerti.<br />La liquidità dell’identità<br />Recuperata ed individuata la propria identità, occorre scendere a patti con il “diavolo”, ossia con il mercato in continua evoluzione, sempre più competitivo e fortemente frammentato, caratterizzato da un lato da un consumo bulimico, esasperato e sovrapposto dei media, dall’altro da persone che da “target” (a cui mirare per colpire) si trasformano in community, in “prosumer”, promotori-consumatori, che richiedono una comunicazione bidirezionale con le aziende e che, se soddisfatti, si trasformano in evangelizzatori, portavoce del prodotto o del brand presso i propri amici e conoscenti. Se insoddisfatti, invece, si possono trasformare in micidiali killer anche dei brand preferiti, in quanto detentori della potente “arma della viralità”.<br />In questo contesto frammentato, l’azienda deve sapersi rivolgere in modo appropriato a ciascun pubblico, utilizzando narrazioni e canali diversi in base all’audience a cui si rivolge: deve pertanto imparare a dare alla propria identità una forma liquida, nel senso che deve essere in grado di mantenere invariata la propria storia, narrandola però in forme diverse, mirate, che si adattano alle diverse comunità a cui si rivolgono. Le aziende devono pertanto imparare a creare tante narrazioni all’interno della loro narrazione principale. Una continuità nel racconto della marca, coerente, lineare, che non crei confusione.<br />Il veicolo transmediale<br />La liquidità della personalità di un brand, la sua resilienza, deve emergere anche nella capacità di interpretare narrazioni diverse in base al canale scelto per veicolarle. Le aziende devono pertanto imparare ad utilizzare abilmente le piattaforme mediali: Facebook, Twitter, Pinterest, Youtube, il sito web, sono solo alcuni esempi di canali per comunicare con il proprio pubblico, ciascuno dei quali può veicolare meglio un aspetto dell’identità del brand. Si parla pertanto di cross-medialità di un brand, ossia, l’utilizzo in modo trasversale dei diversi mezzi di comunicazione (digitali e non), in quanto ciascuno di essi contribuisce in un modo originale allo svolgimento della storia globale del brand, creando un’esperienza di intrattenimento unica e coordinata (come le singole tessere di un puzzle, uniche ma in grado di generare complessivamente uno stupendo quadro finale).<br />L’arte di coinvolgere le emozioni<br />Affinché il racconto di un brand sia in grado di differenziarsi dalle altre narrazioni, deve essere traboccante di personalità, deve saper incuriosire, coinvolgere e connettersi emotivamente con i consumatori, destando sensazioni forti (come paura, felicità, sorpresa, meraviglia) e facendo leva su valori ed ideali condivisi e condivisibili dai suoi interlocutori. Deve essere in grado di coinvolgere emotivamente l’audience, immergendola e travolgendola nella storia stessa. Le storie, infatti, hanno il grande potere di attrarci, di coinvolgerci: si pensi ad un film del genere che più ci piace. Quando lo guardiamo, ci caliamo noi stessi nel film, ci identifichiamo con i protagonisti fino a viverne le loro emozioni. Come accade in un film, pertanto, chi ascolta la narrazione del brand deve riconoscersi in questa storia, deve seguire lo stesso percorso narrato, deve poter assorbire gli stessi valori, vivere le stesse sensazioni e uscire dal racconto trasformato dalla narrazione stessa.<br />Un’attenzione particolare poi deve essere riposta nel linguaggio, che deve prediligere una terminologia semplice, di tutti i giorni, diretto e familiare, in grado di veicolare meglio il senso di condivisione delle emozioni proposte. E’ così che il Brand entra in relazione con la sfera emotiva del suo pubblico, creando un forte legame “di pancia” tra il consumatore e un prodotto, o un’azienda.<br />Riflessioni finali<br />Il Brand narrativo sarà pertanto in grado di fare la differenza, specie in un mercato colmo di messaggi e contenuti; sarà la molla che indurrà le persone a scegliere un prodotto piuttosto che un altro.<br />Le persone, infatti, filtreranno sempre di più le informazioni disponibili, saranno sempre meno attente ad alcune forme di messaggio, orientandosi verso prodotti con i quali condividono una storia, verso ciò che è in grado di suscitare in loro più emozioni, con i quali si identificano di più, in quanto si tratta di un brand che ascolta la sua audience, che risponde ai suoi bisogni ed è in grado di mutare alcune sfaccettature della propria personalità, per corrispondere meglio alle esigenze rilevate.<br />Il Brand, la storia del Brand, la sua unicità, il modo in cui viene raccontato si trasforma quindi un valore economico aziendale, in quanto in grado di generare ciò che è stato definito “capitale narrativo” (cit. Andrea Fontana).<br />Simona Tovaglieri<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Come preparare un Discorso da Oscar ]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=307"><![CDATA[Sì lo ammetto, sono stata folgorata dalla Grande Bellezza.<br />Ciononostante rassicuratevi: in questo post non intendo certo parlare del film; voglio invece trarre spunti di riflessione dall’asciutto ringraziamento che Sorrentino ha pronunciato alla consegna degli Oscar.<br />Il suo, è stato un discorso diretto all’essenza: essenza pura.<br />I molti “grazie”, doverosi, sono partiti in primis per l’Academy, per poi procedere all’indietro verso i produttori e gli attori, le sue fonti d’ispirazione (ha citato Federico Fellini, Talking Heads, Martin Scorsese e Diego Armando Maradona), Roma, Napoli, la sua “personale Grande Bellezza”(moglie e figli), fratelli e sorelle e, infine, i suoi genitori. Una sorta di indietro tutta all’origine. Dalle foglie alle radici. E Sorrentino stesso nel film fa dichiarare dal personaggio della Santa che: “le radici sono importanti”!<br />Cosa c’è d’interessante in questo discorso da OSCAR, a fini professionali?<br />Nella sua semplicità densa, o densità semplice, – come preferite – ci fornisce un modello per allenarci ai cosiddetti “elevator pitches”, anche detti “discorsi da ascensore”, ovvero quelli con cui ci si presenta per motivi professionali ad un’altra persona od organizzazione, con lo scopo di lasciare il segno in pochi minuti (immaginiamo appunto il tempo di salire con l’ascensore). A cosa possono servirci?<br />A trovare lavoro, convincere della bontà di un progetto, fare colpo su qualcuno a livello professionale o personale, celebrare nel debito modo un proprio successo, come nel caso di Sorrentino.<br />Vediamo meglio la tecnica usata.<br />Sorrentino ha esordito con “Ok”, come a dire: “siamo qui – in situazione”, ma anche “negli USA” (fotografia attuale). Poi, senza alcuna retorica, e a tutta birra, è partito all’indietro. Da ottimo regista qual è, ci ha acciuffati velocemente e guidati – di nuovo – dentro una storia.<br />La storia della sua storia. La storia che racconta la sua professionalità e il conseguente prodotto, premiato con l’Oscar. Nessun orpello o giustificazione: solo uno storytelling potente, asciutto, e traboccante di consapevolezza. Tale impostazione, oltre ad essere perfetta per una presentazione, è molto utile anche per un colloquio di lavoro e nella scrittura di un curriculum vitae.<br />Sì, perché anche un Curriculum deve “raccontarci” partendo dalla fotografia attuale e andando indietro secondo una cronologia inversa. Inoltre, la cristallina lezione di Sorrentino, ci insegna anche quanto sia importante focalizzare pochi – ma importanti – aspetti che danno senso alla nostra storia e, più di tanto altro, la raccontano.<br />Se si ha poco tempo a disposizione e occorre colpire il bersaglio, è fondamentale puntare sugli aspetti essenziali. Ma per fare ciò, occorre consapevolezza. Ed è questo il punto dolente. Spesso, siamo noi stesse le prime a non essere consce dei nostri punti di forza, di cosa ci contraddistingue, e non sappiamo dare loro il giusto peso.<br />L’errore n. 1 è credere che parlare delle proprie passioni ed interessi non sia “inerente” o importante. Di conseguenza, la strategia adottata, e che riflette questa convinzione, ci porta a muoverci a caso, sparando nel mucchio, nel più generico ed inefficace modo possibile, anziché ricercare opportunità in linea con chi siamo, cosa ci piace, ci riesce bene, ci scalda il cuore e fa luccicare gli occhi.<br />Andare alla radice, all’essenza, vuol dire invece: partire dal sé, perdere un po’ di tempo con noi stesse. Imparare a conoscerci. E poi, e solo allora, iniziare a ricamarci intorno. Creare…il lavoro.<br />È fondamentale ripensare a cosa ci piace, ci ha ispirato – spesso negli anni giovanili. Sì perché è in quegli anni che scegliamo molte attività senza porci troppe domande, per il puro piacere o interesse a sperimentare in forma libera, o semplicemente perché, anche se nessuno ce lo ha mai insegnato, di fatto sentiamo di poterci provare.  Alla gran parte di quelle capacità continueremo ad attingere, spesso senza accorgercene, lungo tutto l’arco di vita professionale. Si tratta di personali, specifiche, autentiche modalità di sentire e agire, che gli altri notano e ci riconoscono, nonostante noi tendiamo a dare per scontate o a tenere soffocate come dentro uno scrigno segreto di cui vergognarci.<br />Le persone, o le esperienze che ci hanno più influenzato, possono arrivare inaspettatamente e, come Maradona per Sorrentino, non sempre appartenere al nostro stesso ambito professionale. Da quella modalità di giocarsi artisticamente la partita, che Maradona aveva, Sorrentino ha appreso un modello, un’abilità, un movimento che poi quantomeno lo hanno ispirato nella sua professione.<br />Per la ricerca del lavoro è interessante seguire l’indicazione di Sorrentino quando spiega come occorre essere rispetto al cinema: “realisti, ricorrendo al massimo grado di invenzione possibile”.<br />Realisti. Badate bene, non pessimisti. Essere realisti vuol dire osservare lucidamente la realtà. E per farlo occorre mappare, osservare, prendere informazioni, chiedere, essere curiosi (anche verso se stessi). Non vuol dire procedere a caso, senza strategia, senza un’idea di quante e quali siano le aziende potenzialmente interessanti per il proprio profilo. Non vuol dire indirizzarsi alle sempre troppo poche realtà aziendali di cui si è a conoscenza, quando intorno ce ne sarebbero molte di più. Non vuol dire basarsi solo sul passaparola, su quanto si sente dire dai media, su quanto pubblicato in rete. Di attività giuste per noi ce ne sono più di quanto immaginiamo, ma per scoprirle dobbiamo ampliare realisticamente la mappatura del mercato e conoscerci.<br />Ricorrere all’invenzione. Sì perché è vero quando si sente dire che il lavoro bisogna crearlo. E perché non dovrebbe essere così? Sono io che lavoro, sono io che mi esprimo attraverso il lavoro, si tratta della mia vita. E quindi come potrebbe non trattarsi di un processo (sia nella ricerca che nella pratica) creativo e responsabile? Ci metto comunque del mio, anche se non me ne rendo conto. Non è cercando UN lavoro – uno qualsiasi – che si possono avere maggiori chance. È esattamente al contrario che vanno le cose. La Grande Bellezza non è piaciuto a tutti. Forse ha spaccato l’Italia proprio a metà. Ma di certo non è passato inosservato. Primo ottimo risultato.<br />È un’opera d’arte. È il frutto di un processo creativo. C’è un mondo dentro o tanti mondi. Di certo c’è quello di Sorrentino e anche qualcosa di chi ne ha ispirato la personalissima visione.<br />Partiamo dunque dalla nostra “grande bellezza”, la nostra unicità ed essenza! Tempo mai perso. Tempo sempre ottimamente investito.<br />E se anche voi doveste in pochi minuti citare le vostre fonti di ispirazione od ossessioni giovanili da trasportare oggi nel vostro lavoro o nella ricerca del lavoro, sapreste indicarle?<br />(Potete immaginare qualsiasi cosa, Sorrentino insegna  )<br />Serenella Panaro<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Come mangiavamo negli anni 70]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=306"><![CDATA[Come mangiavamo negli anni 70<br />E’ il tema del “mi ricordo” di Ugo Savoia. Ne viene fuori uno struggente “come eravamo”<br />“Caro Totò, la tua pagina di chicche mnemoniche mi ha fatto riaffiorare alla mente- data la mia antica vocazione golosa – la svolta degli anni ’70, quando la nostra tradizione gastronomica – culinaria – ristorantizia di ossibuchivori milanesi fatta di paste, risotti, minestroni, arrosti, bolliti, cotolette e qualche pizza all’antica, venne travolta dalle novità che arrivavano sulla tavola da ogni parte.<br />Cominciamo dalla panna. Uno tsunami partito da chissà dove che portava nel menù famigerate pennette panna e salmone, tortellini panna e prosciutto, panna e funghi, panna e piselli, panna e panna, fino ad arrivare all’Alexander, uno dei cocktail che andavano per la maggiore a Milano e nei luoghi di villeggiatura. <br />Era un imbevibile intruglio, se non ricordo male, a base di gin, panna e una spolverata di cacao. Lo bevevi e lo digerivi il giorno dopo.<br />Erano anche gli anni in cui il palato scoprì l’altrettanto famigerato cocktail di scampi, uscito dalla mente di qualche chef internazionale, che, se ti ricordi, prevedeva degli insipidi gamberetti conditi con una urfida salsa a base di maionese e ketchup adagiati su un’intristita foglia di lattuga in una coppa di campagne . Faceva figo, ma era di una tristezza infinita. Nei ristoranti e nei locali andavano per la maggiore il Mateus rosé e il Vinho verde Lancers, vinelli portoghesi senza lode e con qualche infamia che venivano proposti con tutto, dall’antipasto al dolce.<br />Sugli scaffali di un supermercato ne ho rivisto di recente qualche bottiglia e mi è preso un’ondata di nostalgia. Gli aperitivi erano il Carpano Punt e mes, l’amaro Cora (anche gli occhi possono impazzire…) e Campari non era ancora assurto a icona del bere figo stile red passion.<br />In Tv girava la réclam del Nano ghiacciato, credo uno dei più grossi flop della Cinzano.<br />Io, milanese di nascita e di cultura, di pesce conoscevo soltanto la sogliola e il peperoncino piccante pensavo che fosse una droga pesante come l’eroina o la cocaina.<br />La mozzarella di bufala la mangiava chi aveva qualche amico napoletano e i gamberoni conosciuti erano soltanto quelli parlanti dei film di Walt Disney.<br />E non tocco il tasto della rucola solo perché non voglio tediarti ulteriormente.<br />Antonio D’Orrico- Sette<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Perché con un curriculum in formato europeo non troverete mai lavoro]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=305"><![CDATA[Una delle cose che maggiormente mi infastidiscono quando devo leggere dei curriculum è il cosiddetto formato europeo e le sue varianti. Il fastidio che provo nel ricevere dei curriculum in tale formato è così grande da aver invitato tutti a non inviarlo mai di propria volontà, ma di ricorrerci solamente obtorto collo laddove venga esplicitamente richiesto e si è nella spiacevole condizione di dover necessariamente trovare un lavoro, accettando anche la produzione di siffatto curriculum come onesto compromesso per ottenerlo.<br /><br />In quest’ultimo caso, comunque, consiglio sempre di guardare con sospetto chi richieda tale formato e, laddove si venga assunti, cercare di capire se la richiesta nasce da un responsabile delle risorse umane incapace, e a quel punto il tempo che verrà impiegato per licenziarlo sarà una buona misura dell’efficienza dei processi dell’azienda nella quale si è entrati, oppure è una vera e propria perversione dell’azienda stessa, e in questo caso si potrà iniziare immediatamente la ricerca di un nuovo posto di lavoro con la tranquillità però di chi non è così disperato da produrre un CV europeo per ottenerlo.<br /><br />Ma quali sono i motivi di tale repulsione?<br /><br />Nel mondo nel quale sono cresciuto tanti anni fa, un buon curriculum vitae aveva due caratteristiche:<br /><br />1.dava le informazioni fondamentali sul candidato (ad esempio: età? Stato civile? Ha figli? Ha fatto il servizio militare? Dove abita?);<br />2.doveva far capire quali fossero le competenze e le esperienze del candidato (ad esempio: ha titoli di studio superiori? Quale università ha frequentato? Con quale voto ha ottenuto la laurea? Cosa ha fatto dopo gli studi? Dove ha lavorato? Quando? Con quali mansioni e quali risultati?).<br />Ma oggi quel mondo è finito per via della competizione. Quel modo di fare un CV, infatti, aveva senso quando, per fare un esempio, per un posto di lavoro si ricevevano 100 candidature di cui solo 10 erano di persone con i requisiti realmente aderenti alla posizione offerta. Lo scopo del selezionatore era dunque quello di individuare questi 10 candidati, chiamarli per un colloquio e poi effettuare la selezione. Erano i tempi in cui, per fare un esempio, un laureato in ingegneria era raro; se poi sapeva pure progettare qualcosa era un plus non trascurabile; se per caso sapeva anche parlare un inglese sufficiente aveva un vantaggio competitivo mostruoso sulla concorrenza.<br /><br />Ma oggi?<br /><br />Qualche tempo fa mi sono trovato a ricevere, in pochi giorni, 400 candidature per un posto di analista nel fondo per il quale lavoro. Dei 400 curriculum ricevuti, almeno la metà erano sulla carta perfettamente qualificati per la posizione offerta: età giusta, laurea giusta con votazione lusinghiera, inglese perfetto, seconda lingua piuttosto buona, esperienza pregressa interessante. Cosa fare, allora, passare a fare i colloqui a 200 candidati?<br /><br />In realtà ne ho chiamati solo una dozzina: perché?<br /><br />Perché in un contesto come quello attuale è di capitale importanza la capacità di far capire, dal semplice CV, non solamente chi siamo e cosa sappiamo fare, ma anche che tipo di persona siamo: siamo attenti ai dettagli, o no? Quando suona la campanella, stacchiamo dal lavoro oppure non molliamo la presa sino a quando non lo abbiamo portato a termine? Abbiamo una mentalità imprenditoriale o permettiamo alla nostra job description di essere un ostacolo tra noi e ciò che andrebbe fatto? Sappiamo intergrarci con i colleghi? Cosa ci aspettiamo dal lavoro per il quale stiamo candidandoci: ci interessa realmente, o è solo un mezzo onesto per pagare le spese?<br /><br />Queste sono solo alcune delle domande a cui un curriculum scritto con chiarezza, formattato e strutturato con il nostro stile, riesce a rispondere agli occhi di chi lo sa leggere. Ognuno di noi ha un suo stile di comunicazione e ognuno è libero di decidere cosa comunicare, come e quando: come può un qualsiasi standard, uguale per tutti e deciso in qualche ufficio lontano, riesca a cogliere le infinite sfumature del nostro carattere, delle nostre ambizioni e speranze?<br /><br />Quello che potrà cogliere sarà, nel migliore dei casi, solamente chi siamo e cosa sappiamo fare. E’ il formato perfetto per chi effettua selezioni del personale con criteri burocratici, criteri per i quali la selezione è effettuata dando dei pesi ad ogni voce del formato europeo (e questo spiega anche l’incredibile prolissità che viene indotta dal formato stesso), per poi selezionare il candidato che ha più punti, senza prendersi il rischio di scegliere e selezionare il candidato migliore per quel lavoro o per quella specifica necessità.<br /><br />E’ l’approccio originato dalla utopia dell’iper-oggettivismo che nasce dalla ipertrofia burocratica che sta uccidendo il nostro paese. Ma forse questo è un altro discorso.<br /><br />Augusto Coppola]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[La lingua italiana, così bella da spiccare]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=304"><![CDATA[Giovanni Galetta mi invia un ricordo esilarante.  Ve lo ripropongo.<br />Corso di marketing in Bocconi. Fra i tanti partecipanti ce n’è uno, il direttore commerciale di un’azienda di rivestimenti, che trascrive avidamente (e poi ripete a bassa voce) tutti i termini anglosassoni, brand strategy, feedback, customer care… con l’ovvio intento di sfoggiarli poi coi suoi venditori.<br />Quando coglie il termine ambaradan, usato dal docente milanese per indicare un generico “tutto”, gli si accende chissà quale lampadina nella testa: interrompe la lezione ed esige spiegazioni dettagliate senza cogliere, poveretto, i mormorii ironici che riempirono l’aula né l’acidità del docente, che gli consiglia di non confondere ambaradan con ambarabà (quello che poi ciccì coccò, tre civette sul comò).<br />Lui non fa una piega: annuisce e trascrive tutto.<br />Per inciso: brand strategy = strategia di marca, feedback = commento, opinione, risposta, riscontro o (più tecnicamente) retroazione, customer care = assistenza clienti.<br />Ho sempre avuto il sospetto che i massimi tifosi dei termini inglesi sparsi a caso nel discorso, come petali di rose sulla strada della processione, fossero persone che non sanno l’inglese.<br />Così, la parola esotica assume una potenza misteriosa, che trascende il suo significato, e per esempio meeting appare infinitamente più moderno, tecnologico ed efficace di una qualsiasi riunione nostrana.<br />Giuseppe Antonelli, invece, condivide (grazie!) l’articolo di Gianni Mura, che se la piglia con il profluvio di spending review, red carpet e jobs act sui quotidiani, e poi segnala la recente richiesta dell’Accademia della Crusca di considerare l’italiano lingua costituzionale. <br />Chiariamoci: non ce l’ho su con l’inglese, né con alcuna altra lingua straniera. Ho anche scritto di recente un elogio sfegatato dell’essere bilingui. Non ce l’ho su nemmeno con chi non parla inglese alla perfezione: anch’io lo mastico peggio di quanto vorrei e mi porto a casa di buon grado i miei strafalcioni sia quando parlo, sia quando scrivo.<br />Infine, non ce l’ho su neanche coi molti termini inglesi, da toast a mouse, che usiamo correntemente: del resto anche l’inglese comprende molte più parole di origine italiana di quanto possiamo immaginare.<br />Quella che mi sembra deplorevole è la debordante marmellata di termini inglesi sparsi del tutto a capocchia e inutilmente (essendo vivi, vegeti e precisi i corrispondenti termini nella nostra lingua) all’interno di un discorso in italiano.<br />Tra l’altro: segnalo che la deleteria idea di tenere tutti (tutti!) i corsi di laurea specialistica in inglese potrebbe avere la conseguenza di azzerare, dopo un po’, l’impiego e la memoria di una quantità di termini specialistici in italiano. Così, potremmo avere ingegneri civili che, nei cantieri, discutono (auguri!) coi muratori bergamaschi o albanesi della posa in opera di un joist perché non sanno dire “putrella”, e non hanno idea di quale sia la differenza italiana tra joist, balk e cantilever. Se no, chirurghi che non sanno che cosa domandare in italiano allo strumentista. E magari linguisti che usano termini inglesi a proposito della lingua italiana medesima. La questione è, a oggi, ancora aperta.<br />Infine: sono stata poche settimane fa a New York, che letteralmente trabocca di parole italiane, E che adesso ha un sindaco con un nome italiano, il quale parla (bene) in italiano, e ha un figlio che si chiama Dante. Aggiungo che la lingua italiana è non solo la sesta al mondo tra le più parlate, ma è anche la quarta lingua più studiata. Tutti buoni motivi per cui, se uno nasce, studia, lavora, vive e respira in Italia, è buono e giusto, oibò, che spicchi l’italiano.<br />Lingua la quale, di suo, ha tutti i numeri e le qualità per spiccare.<br />Annamaria Testa<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Autorete]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=303"><![CDATA[Un calciatore del Cagliari, Daniele Dessena, è stato pesantemente insultato sul web da alcuni tifosi della sua squadra per avere indossato dei lacci color arcobaleno a sostegno della campagna contro l’omofobia. Una vicenda che ha subito propiziato nuovi sermoni contro l’arretratezza del maschio italiota. Sono andato a leggere i commenti incriminati: saranno stati una ventina. I tifosi del Cagliari sono almeno cinquecentomila. Se quella manciata di omofobi avesse scritto i propri pensieri sulla parete di un orinatoio, la questione sarebbe rimasta circoscritta ai frequentatori del luogo. Ma poiché i beceri hanno usato la Rete, la loro bravata è diventata una notizia. Senza che nessuno si fermasse a riflettere che sul web non interviene un campione significativo dell’opinione pubblica, ma solo chi è fortemente motivato a esprimersi sull’argomento in questione, perché ne è toccato in prima persona. E chi mai sarà toccato in prima persona dalle campagne contro l’omofobia, se non gli omofobi?  <br /><br /> <br />La sudditanza culturale dei giornalisti (e dei politici) verso la Rete sta cominciando ad assumere le forme di una malattia. Si vive appesi agli umori di minoranze infinitesimali, dilatandoli arbitrariamente a giudizi universali. Si scambia il salotto esclusivo di twitter per una piazza collettiva, quando la stragrande maggioranza degli italiani di twitter ignora persino l’esistenza. Come tutte le novità, il fenomeno è stato sopravvalutato proprio da chi dovrebbe avere gli strumenti intellettuali per filtrarlo. E adesso scusate, ma devo correre sui social network a leggere i commenti.  <br /><br />Massimo Gramellini - La Stampa]]></content>
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			<name>claudio maffei</name>
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		<title><![CDATA[Ai professori e ai formatori]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=302"><![CDATA[Ho finito di leggere l'autobiografia di Margherita Hack, ho trovato queste sue riflessioni che mi sembrano interessanti per tutti gli insegnanti e formatori... <br />I miei professori non furono quasi mai dei maestri di vita. Erano solo persone che facevano – chi meglio chi peggio – il proprio lavoro (…). Posso capire che non tutti sono portati per l’insegnamento, perché oltre alla conoscenza della materia richiede anche una certa dose di capacità relazionali, di linearità espositiva e – perché no – di presenza scenica. Non è un mestiere per tutti (..). Saper spiegare con efficacia a se stessi e agli altri le cause e gli effetti di un fenomeno è una gran cosa. È un sintomo di una mente funzionante e ricettiva. Ben disposta a capire quello che gli era sfuggito in un primo momento. E c’è un ulteriore passaggio da non sottovalutare. Se io voglio prendere un concetto molto complesso e ridurlo ai minimi termini in modo da poterlo illustrare senza troppi paroloni al primo che incontro per strada, è indispensabile prima di tutto che io abbia capito in pieno quel concetto iniziale, che lo abbia fatto mio (…). Senza contare che divulgare ha una profonda valenza democratica, poiché prima di tutto vuol dire condividere.<br />Margherita Hack 9 vite come i gatti. i miei primi 90 anni laici e ribelli<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Assolutamente si]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=301"><![CDATA[Ma cosa gli è preso a tutti, sono rinscemiti?  <br /><br />Ogni intervistato, sia egli viceministro agli affari ingarbugliati, che esperto di deburocratizzazione rampante, ormai rispondono alle domande dirette con un rassicurante… assolutamente sì.<br /><br />Salvo poi aggiungere tutti quegli argomenti olofrastici che ne sminuiscono la sicurezza, a prescindere dai quali, certo.  <br /><br />Poi, ai giornalisti e alle starlettes, si sono aggiunti gli interpreti illetterati dei reality show e i mentitori professionali che affollano i salotti serali dei talk show.<br /><br />Ieri  pomeriggi chiedevo telefonicamente ad un collega se ritenesse utile incontrarci di persona… assolutamente sì, la pronta risposta, a prescindere dal fatto che fosse molto occupato, quindi quasi no.  <br /><br />Già Dante realizzava che l’Italiano di allora fosse la lingua del sì. Sì lo farò, sì vengo domani, sì certo ci mancherebbe… sì, yes, da, certamente e ora… assolutamente sì.<br /><br />Abbiamo sentito dire sì, tante volte a vanvera, che ora non basta più o almeno non basta più da solo.<br /><br />Basta ascoltare un po’ Simona Ventura e i suoi emuli.<br /><br />- Mi passi il sale? – Assolutamente sì – Passalo e stai zitto! -<br /><br />- Sai che ora è? – Assolutamente sì – Chi se ne frega se lo sai assolutamente sì, dimmi l’ora, assolutamente cretino! -<br /><br />Può darsi che sia arrivato dalle traduzioni letterali dei colloqui americani, dove l’originale absolutely viene spesso usato, senza yes però.<br /><br />Del resto i traduttori dei film non sono mai stati in USA e non sanno che i pepperoni sulla pizza non sono le note verdure, ma salciccia piccante.<br /><br />Che i tempi, così insicuri, abbiano contribuito a formare un vago senso di inadeguatezza alla semplice e breve affermazione Sì?<br /><br />E’ già tranchant, SI vuol dire sì, non forse o quasi e magari,<br /><br />NO vuol dire no, stop.<br /><br />Personalmente mi rifiuterò, radicalmente, di ascoltare chicchessia usi a sproposito tale allocuzione.<br /><br />Assolutamente sì, lo giuro.<br /><br />Marcello Cividini<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Ne conosco tanti!]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=300"><![CDATA[Il direttore generale di un’azienda riceve un invito per un grande concerto, dove sarà eseguita l’Incompiuta di Schubert.<br />Purtroppo, per un precedente impegno, gli sarà impossibile accettare l’invito. Essendo però un amante della musica classica, non vuole che l’invito vada perduto. Così lo regala al suo direttore dell’organizzazione e delle risorse umane, il quale accetta con entusiasmo.<br />Il giorno dopo al direttore generale viene spontaneo chiedere come fosse andato il concerto.<br />Grande la sorpresa nel sentire la freddezza da parte del collaboratore: “Le invierò una mia relazione appena possibile”.<br />Questa, puntuale, arriva il giorno dopo.<br />Il contenuto è, più o meno, questo:<br />“Primo: durante considerevoli periodi di tempo i 4 oboe non fanno nulla, quindi si potrebbe ridurne il numero e distribuire il lavoro al resto dell’orchestra.<br />Secondo: i dodici violini suonano le medesime note, quindi l’organico dei violinisti dovrebbe essere drasticamente ridotto.<br />Terzo: non serve a nulla che gli ottoni ripetano i suoni che sono già stati eseguiti dagli altri”.<br />E conclude: “Se tali passaggi, ridondanti,fossero eliminati, il concerto potrebbe essere ridotto di un quarto, con evidente risparmio di tempo e risorse. <br />Se Schubert avesse potuto tener conto di tali indicazioni avrebbe terminato la sinfonia prima di morire”.<br /><br />Questa storia mi ha fatto sorridere e mi ha fatto pensare che c’è bisogno di recuperare la dimensione della bellezza del lavoro e il suo significato più profondo, per non cadere nella disperazione del lavoro che non c'è o nella frustrazione di un lavoro per forza.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>laudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[15 cose da sacrificare per essere felici]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=299"><![CDATA[Questo articolo è stato scritto da un membro del nostro team internazionale: Dana.<br />Dopo aver collezionato un milione di share su Facebook (si, proprio un milione) abbiamo pensato fosse un peccato non condividerlo in italiano con tutti i membri della community di Omnama.<br />Si tratta di 15 abitudini, pensieri o azioni che ci impediscono di essere felici.<br />Non è brevissimo, si, ma ne vale davvero la pena!<br /> Ecco una lista di 15 cose senza le quali la tua vita diventerà molto più semplice e soprattutto più felice.<br />Troppo spesso la nostra vita si cristallizza intorno ad abitudini che non ci provocano altro che stress, dolore e sofferenza.<br />E invece di lasciarle andare e permetterci di essere più sereni, ci aggrappiamo ad esse con tutte le nostre forze.<br />Bè, non più! A partire da oggi abbandoneremo tutto quello che non ci serve e abbracceremo insieme il cambiamento.<br />Pronto? Si parte!<br /> 1.  Lascia andare il bisogno di avere sempre ragione.<br />Siamo in così tanti a non sopportare l’idea di avere torto. Anche a costo di distruggere grandi amicizie o rapporti e causare grosso dolore a noi e agli altri.<br />Non ne vale la pena. Punto!<br />La prossima volta che senti l’urgenza di tuffarti in una zuffa su chi ha torto o ragione, chiediti quello che Dr Wayne Dyer suggerisce:<br />‘‘Preferisci aver ragione a tutti i costi…oppure essere gentile?’’.<br />Che differenza farà davvero alla fine? Il tuo ego è davvero così grande?<br /> 2. Lascia andare il bisogno di avere tutto sotto controllo.<br />Accetta di non ascoltare il tuo bisogno di essere sempre in controllo di situazioni, persone, ecc. Che si tratti di amici, familiari conoscenti o passanti che incontri per strada, lasciali vivere.<br />Permetti a ciascuno intorno a te di rivelarsi per quello che è e vedrai quanto ti sentirai meglio quasi istantaneamente.<br />“Lasciando andare, si ottiene tutto. Il vero vincitore è chi lascia andare.” Lao Tzu<br /> 3. Lascia andare il bisogno di trovare un colpevole.<br />Smettila di considerare altre persone o circostanze i responsabili di quello che hai e noi hai, di come ti senti o non ti senti. Smetti di diluire il tuo potere e comincia ad assumerti la responsabilità della tua vita.<br /> 4. Lascia andare quelle controproducenti chiacchiere mentali.<br />Quante persone continuano a farsi del male con la loro spirale di pensieri negativi e controproducenti.<br /><br />Non credere a tutto quello che la tua mente ti dice – specialmente se è qualcosa di negativo e controproducente.<br />Tu sei molto meglio di così. Credimi!<br />“La mente è uno strumento superbo, se usato correttamente. Usato male, tuttavia, può avere effetti distruttivi.”  Eckhart Tolle<br /> 5. Lascia andare le tue credenze limitanti.<br />Su quello che puoi o non puoi fare, su quello che credi sia possibile o impossibile. D’ora in poi, non permetterai più ai tuoi pensieri limitanti di bloccarti nel posto sbagliato. Apri le tue ali e vola!<br />“Una credenza non è un’idea trattenuta nella mente, è un’idea che trattiene la mente. ” Elly Roselle<br /> 6. Smettila di lamentarti.<br />Abbandona una volta per tutte il continuo bisogno di lamentarti per tuuuutte quelle cose – persone, situazioni e circostanze che ti rendono infelice, triste e depresso.<br />Nessuno ha il potere di renderti infelice a meno che tu non glielo permetti. Non è la situazione a scatenare quella sensazione in te, ma è come tu decidi di guardarla.<br />Non sottovalutare mai il potere del pensiero positivo!<br /> 7. Lascia andare il lusso di criticare.<br />Lascia andare il bisogno di criticare cose, eventi persone che sono diverse da te o da come te le aspettavi. Siamo tutti diversi, eppure siamo anche tutti uguali.<br />Tutti vogliamo essere felici. Tutti vogliamo amare ed essere amati, e tutti vogliamo essere compresi. Tutti desideriamo qualcosa e quel qualcosa è desiderato da noi tutti.<br />8. Lascia andare il bisogno di impressionare gli altri.<br />Smettila di tentare così disperatamente di sembrare qualcuno che non sei solo per piacere agi altri. Non funziona così.<br />Nel momento in cui ti spogli di tutte le maschere, il momento in cui accetti il vero te, ti accorgerai che le persone saranno attratte a te senza nessuna fatica.<br /> 9. Lascia andare la tua resistenza al cambiamento.<br />Il cambiamento è buono. Il cambiamento ti aiuterà a muoverti dal punto A a punto B. Il cambiamento ti aiuterà migliorare la tua vita e anche quella di chi ti circonda. Segui ciò che ti rende felice, abbraccia il cambiamento, no resistergli.<br />“Segui ciò che ti rende felice e l’universo aprirà porte per te dove c’erano solo muri. ” Joseph Campbell<br /> 10. Lascia andare le etichette.<br />Smettila di incollare etichette a cose, persone o situazioni che non comprendi in quanto diverse o strane e prova ad aprire la tua mente, a poco a poco. La mente funziona solo quando è aperta.<br />“La forma più alta di ignoranza si ha quando rifiuti qualcosa solo perché non la conosci affatto.” Dr. Wayne Dyer<br /> 11. Abbandona le tue paure.<br />La paura è solo un’illusione. Non esiste – è creata da te. Nella tua mente. Aggiusta l’interno e l’esterno si aggiusterò da sé.<br />“L’unica cosa che dobbiamo temere, è la paura stessa.” Franklin D. Roosevelt<br /> 12. Lascia andare le scuse. <br />Invitale a fare i bagagli e dì loro che sono licenziate! Non hai più bisogno di loro.<br />Troppo spesso ci limitiamo a causa delle scuse che produciamo. Invece di crescere e sforzarci di migliorare noi stessi e la nostra vita, restiamo bloccati e mentiamo a noi stessi, usando tutte le scuse possibili e immaginabili…<br />… scuse che il 99.9% delle volte non sono nemmeno reali.<br /> 13. Lascia andare il passato. <br />Lo so, lo so. Questo non è facile. Specialmente quando il passato appare molto più sicuro e confortevole del presente, mentre il futuro sembra così spaventoso. Ma quello che devi sforzarti di pensare è che il momento presente è tutto ciò che hai e che avrai sempre.<br />Il passato che tanto desideri – quel passato che adesso continui a sognare – è stato da te ignorato quando era presente. Smettila di ingannarti.<br />Sii presente in ogni singolo momento della tua vita. Dopo tutto la vita è un viaggio non una destinazione.<br />Abbi una visione chiara del futuro, sii pronto, ma sii anche sempre presente nel momento che stai vivendo.<br />14.  Lascia andare l’attaccamento.<br />Questo concetto è uno dei più difficile da afferrare per la maggior parte di noi, e devo ammettere che lo è stato anche per me (lo è ancora, per la verità).<br />Ma comprenderlo non è impossibile. Migliorerai gradualmente con il tempo e la pratica.<br />Il momento in cui ti separi da tutte le cose, diventi così sereno, così tollerante, così gentile e così tranquillo. Il che non significa che smetti di amarle, perché amore e attaccamento non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro.<br />L’attaccamento nasce dalla paura, mentre l’amore…bè il vero amore è puro, gentile, e generoso; dove c’è amore non può esserci paura e alla luce di questo, amore e paura non possono coesistere.<br />Raggiungerai un luogo da dove sarai in grado di comprendere tutto senza nemmeno provarci. Uno stadio che va ben oltre le parole.<br /> 15. Smettila di vivere una vita all’altezza delle aspettative degli altri.<br />Troppe persone vivono una vita che non appartiene loro. Vivono la propria vita sulla base di cosa gli altri pensano sia meglio per loro. Ignorano la loro voce interiore. Sono così occupati ad accontentare tutti che perdono controllo sulle loro stesse vite.<br />Dimenticano che cosa li rende felici, di che cosa hanno bisogno ed eventualmente.. di sé stessi.<br />Ricorda che hai una sola vita da vivere: quella che stai vivendo in questo momento.<br /> Vivila!<br />Possiedila!<br /> E specialmente non lasciare che altrui opinioni ti distraggano dal tuo percorso.<br /> <br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[10 preziosi insegnamenti di Albert Einstein]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=298"><![CDATA[Albert Einstein: fisico teorico, filosofo, uno degli scienziati più influenti di sempre.<br />Nel 1921 premio Nobel per la fisica.<br />Il suo nome è noto tra la gente come sinonimo di grande intelligenza e genialità.<br />Ecco, per te, una raccolta di alcuni tra i suoi migliori insegnamenti:<br />•	Segui la tua curiosità: “Non ho alcun talento particolare. Io sono solo appassionatamente curioso”<br />•	Sii perseverante: ”Non è che io sia così intelligente, è solo che affronto i problemi più a lungo.”<br />•	Concentrati sul qui ed ora: ”Ogni uomo che può guidare in modo sicuro mentre bacia una bella ragazza semplicemente non sta dando al bacio l’attenzione che merita.”<br />•	Vivi il presente: ”Non penso mai al futuro – arriva già abbastanza presto.”<br />•	L’immaginazione è potente, allenala ogni giorno: ”L’immaginazione è tutto. E’ l’anteprima di ciò che stai attraendo nella vita. L’immaginazione è più importante della conoscenza ” “Il vero segno dell’intelligenza non è la conoscenza, ma l’immaginazione”.<br />•	Fai esperienza, metti in pratica perché la conoscenza nasce dall’esperienza: “L’informazione non è conoscenza. L’unica fonte di conoscenza è l’esperienza “.<br />•	Se vuoi una vita migliore, modifica le tue azioni e i tuoi pensieri: ”Follia: fare la stessa cosa più e più volte e aspettarsi risultati diversi”.<br />•	Dai il massimo: “Devi imparare le regole del gioco. E poi devi giocare meglio di chiunque altro”.<br />•	Sbaglia: ”La persona che non ha mai fatto un errore, non ha mai tentato qualcosa di nuovo”.<br />•	Crea valore e attirerai il successo: ”Non sforzarti di essere una persona di successo, quanto piuttosto di essere una persona di valore”.<br />In questi primi giorni del 2014 probabilmente ti ritroverai a fare un bilancio di ciò che è stato, ed a guardare al nuovo anno con nuovi obiettivi, nuovi sogni da realizzare; così ho deciso di condividere con te questa raccolta di preziose lezioni di vita di Albert Einstein, spero siano anche per te spunto di riflessione e fonte di ispirazione.<br />Che il 2014 sia, per te, il miglior anno di sempre!<br /><br /><br />Grazie a Marta De Cristan - iomemorizzo.it<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Non auguratemi più buon natale via mail]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=297"><![CDATA[Alberelli con migliaia di lucine intermittenti, enormi palle di Natale che pendono a perpendicolo sullo schermo con malinconiche musichette in sottofondo, presepi rinascimentali, natività naïf, sacre famiglie a fumetti, Babbi Natale postmoderni, pupazzi neogotici animati, cieli stellati d’après van Gogh, e comete ovunque, su pini innevati, su profili metropolitani, su poetici paesaggi montani. Rime improvvisate e parole ispirate seguite da schiere inquietanti di puntini sospensivi o da triplici punti esclamativi!!! Citazioni colte: da poeti illustri (Gozzano e Saba i più gettonati) e Padri della Chiesa e filosofi e santi. Il tutto rigorosamente incorniciato dal logo dell’azienda che coglie l’occasione per annunciare la natività non di Gesù Bambino, ma della sua prossima iniziativa: una nuova collana editoriale per l’anno che verrà, una nuova mostra per aprile, un convegno a gennaio, una geniale idea regalo, la proposta di un viaggio transoceanico low cost, il raduno annuale degli allevatori di suini, l’apertura di un agriturismo-discoteca per la notte di san Silvestro... <br /><br />Una slavina di auguri, una valanga, il diluvio via mail. Due-trecento al giorno, auguri che si posano a migliaia come fiocchi di neve sulla coltre ormai liquefatta della posta elettronica. Da rimanerne sommersi come nella nevicata storica del febbraio 1956. E tutti giù a spalare, elimina elimina elimina... A Natale siamo diventati tutti spalatori di spam e affini. Si tende a eliminare tutto, per sopravvivere, per disperazione, nella fretta anche i pochi auguri degli amici che invece volevano davvero augurarti, semplicemente, sentitamente e con tutto il cuore, Buon Natale e Buon Anno Nuovo, con le maiuscole. È l’apoteosi della quantità, il consumo globale di frasi fatte e di invii a buon mercato. Tanto non costa niente, neanche il disturbo di scegliere un bigliettino in cartoleria, di scriverci su un pensierino, di imbustarlo, affrancarlo e imbucarlo. A utilizzare l’intera mailing list si fa prima. Un clic e via, il messaggio augurale si irradia verso l’ignoto, centinaia di migliaia di messaggi in bottiglia: chi li piglia li piglia. <br /><br />Eliminarli è già una fatica: mittenti mai visti, nomi mai sentiti, sigle nebulose (di che cosa?) che non vedrai mai più per dodici mesi esatti o forse per ventiquattro. Leggerli neanche pensarci, bisognerebbe prendersi dalle tre alle quattro ore al giorno e forse di più: dovresti rinunciare al pranzo, alla cena, alla pausa caffè o alla domenica in famiglia. Figurarsi rispondere. Neanche per sogno. Così ogni Natale è diventato una nevicata storica di messaggi ipocriti inviati alla cieca. E allora per quanto mi riguarda chiedo una tregua. Quest’anno è andata così, un paio di settimane da spalatore. Ma per il prossimo Natale prego tutti i neoauguranti possibili e potenziali di stralciare la mia mail dall’invio indiscriminato di Babbi Natale postmoderni e di presepi neogotici. A tutti auguro sentitamente e preventivamente un ottimo Natale 2014 e un felice 2015.<br />Paolo Di Stefano - Corsera<br />]]></content>
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	  	<author>
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		<title><![CDATA[Le storie]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=296"><![CDATA[Per 15 anni della mia vita ho fatto il regista: solo in seguito ho seguito il mio istinto di“aiutatore” e mi sono occupato del disagio. Oggi mi occupo, se possibile, solo diaumentare l’agio.<br />Ma mi è rimasta una piccola mania da regista: le storie degli altri. Per questo ho apprezzato questo libro: è pieno di storie di altri…<br />Le storie del nostro passato sono come il velo di una sposa che la segue all’altare: attaccate a questo velo ci sono immagini, memorie, emozioni, racconti immaginari…<br />La persona che abbiamo davanti e che ci sta raccontando di se stessa non sta dicendo la “verità”. Non può dirla. Sta usando per i suoi ricordi la stessa materia dei sogni…e della sua storia non sapremo mai tre cose: quello che non CI dice, quello che non SI dice e quello che è successo veramente.<br />Ma non è da biasimare: lo facciamo anche noi mentre lo ascoltiamo. Selezioniamo, cancelliamo, distorciamo, generalizziamo, traiamo conclusioni attraverso i nostri propri pregiudizi.<br />In realtà non stiamo ascoltando la SUA storia, ma la NOSTRA. Se dieci persone ascoltano una storia, ciascun ascoltatore sente cose diverse. Questo avviene anche al cinema.<br />Naturalmente nella psicoterapia c’è un lungo allenamento all’ascolto attivo e all’osservazione dei nostri pregiudizi mentre ascoltiamo.<br />E tuttavia, malgrado tutto, il terapeuta va in supervisione perché i suoi fantasmi si agitano come tende al vento del temporale, mentre la persona parla di sé, sembra che parli sempre di lui.<br />La persona che abbiamo davanti è come una valanga: da piccolo feto ha rotolato nella sua storia, ingrandendosi e diventando adulta, rotolandosi nei fatti e nei racconti suoi propri ha costruito strutture, credenze, certezze che ci propone come se fossero vere davvero.<br />E noi rispondiamo con le nostre. Come se fossero vere davvero.<br />E, per quello che mi riguarda, sono tutte illusioni.<br />Quando dico che se non ti piace la tua infanzia puoi cambiarla, mi guardano con gli occhi sgranati, come se fosse impossibile farlo.<br />In realtà è impossibile NON farlo. E dunque tanto vale governare il processo di ricontestualizzazione delle storie del nostro passato in una cornice che sia utile e non dannosa.<br />Questo fa uno sciamano moderno: cambia le cornici in cui vengono guardate, volta dopo volta, le sbiadite e fasulle immagini di un passato che pretendiamo veritiero e spesso doloroso.<br />Lo sciamano urbano usa le nuvole di parole per farle diventare temporali di nuove idee, che nutrano il campo dell’impossibile, sgombrando il campo del probabile.<br />Così una violenza subita da bambini diventa un “pareggio di conti in sospeso”, la perdita di un figlio nei primi mesi di gravidanza diventa “la prima volta che quell’anima ha bussato per potersi incarnare, ricevendo una risposta – momentaneamente – negativa.<br />Busserà ancora, a costo di attendere molte vite, per potersi incarnare attraverso quel corpo”. Una malattia diventa una “benattia"…che consente di rivalutare attentamente che cosa sia davvero importante nella vita” e così via…<br />La guarigione non ha a che vedere con il “cambiare le cose”, ma con la capacità di interpretarle correttamente. Le emozioni non ci dicono CHE COSA stiamo guardando, ma COME lo stiamo guardando: i pensieri sono creativi e NOI siamo i pensatori.<br />E ciascuno pensa (e ripensa) alle proprie storie creativamente. In modo divinamente creativo. Con le nostre storie creiamo la nostra realtà. Possiamo cambiare le storie e con questo cambiare la realtà che si piega sempre al nostro libero arbitrio.<br />Per diritto di nascita.<br />Tante storie, insomma, tutte intense e sorprendenti. Come lucciole nella notte della coscienza.<br />Belle queste storie di altri che sono la storia di ciascuno di noi.<br />Max Damioli<br /><br /><br /><br />.]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		</author>
		<title><![CDATA[In-decenti, in-docenti, docenti]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=295"><![CDATA[In-decenti, in-docenti, docenti6 dic 48 Un libro li definisce “sdraiati”. I ragazzi di oggi. Una generazione che non sa tenere la schiena dritta, ma spalma sulla vita la propria spina dorsale liquida. Avrei la schiena come la loro se mi avessero dotato di una comodissima sedia a sdraio, dalla quale avrei mandato a quel paese chi dopo averla fornita ora, pentito, la rivuole indietro. Moralismo. Nostalgia del tempo andato. Paternalismo sornione.<br /><br />Gli sdraiati invece li vedo tendersi quando offri loro qualcosa di cui non possono fare a meno e che abbiamo sostituito con surrogati tecnologici, assenza di “no” e limiti, ma soprattutto di mete non autoreferenziali e narcisistiche. Raddrizzano la schiena quando al moralismo sostituisci la morale: facendo loro toccare cosa è bene e cosa è male, non a parole; quando alla nostalgia del tempo andato sostituisci la nostalgia del futuro, sudando lo stesso loro sudore, non metaforico; quando al paternalismo sostituisci la paternità, difendendoli dalle paure ma sfidando le loro risorse migliori, dedicando loro tempo al di fuori di quello stabilito.<br /><br />La spina dorsale cresce dritta a chi è teso verso la luce, come quelle piante a cui mia nonna metteva accanto un bastone fissato con uno spago, che le lasciava abbastanza libere da slanciarsi verso l’alto e non troppo libere da curvarsi su se stesse. Come si slanciavano verso il sole affondando proporzionalmente le loro radici! Dopo un po’, eliminati spago e bastone, rimanevano dritte, perché la fisica vuole che più ti slanci in alto più hai bisogno di radici profonde. Incolpare la pianta di non avere radici salde è incolpare se stessi, ma questo è duro da ammettere, e la colpa finisce sempre per cadere fuori dal recinto della responsabilità personale: loro, la tv, il consumismo, la scuola, la playstation (che abbiamo comprato con la sdraio).<br /><br />Solo la vita e l’esempio educano, le parole non bastano. Non basta dire tieni su la schiena, se non additiamo il panorama da guardare oltre la soglia. Il nostro modo di vivere autoreferenziale lancia spesso proclami contraddittori rispetto alla schiena dritta che esigiamo. I bambini allo stadio fanno lo stesso che fanno i padri: e ci scandalizziamo pure? O li multiamo?<br /><br />C’è però chi reagisce, cito da una delle tante lettere di contenuto analogo che ricevo:<br /><br />Mi dica, le piace essere un professore? Pensa che abbia ancora un valore, per un professore, essere tale? Io sinceramente odio la scuola e non perché non ami studiare, imparare cose nuove, ma perché mi sento soffocare, quando la prospettiva è entrare in classe ed ascoltare passivamente persone che nel loro mestiere non mettono impegno, che sembrano sempre sull’orlo di una crisi isterica, che non fanno amare ciò che si vantano di insegnare.<br /><br />Ho solo diciotto anni, che ne so io della vita, di come si svolge un mestiere? Potrebbe chiedermi e dirmi che tutto ciò è una scusa per giustificare il fatto che di studiare non mi va. Sì è vero, non mi va di studiare un argomento che non mi appassiona. Ma non dovrebbe essere proprio quello, il ruolo del professore? Far amare la cultura? Far amare lo studio? No, perché quello che nel mio liceo si fa è imparare a memoria. Ma a Lei non sembrano sbagliati i verbi che vengono usati per capire se si è studiato o meno? Interrogare e ripetere.<br /><br />Io li odio questi due verbi, Professore, perché interrogare ha perso il suo significato latino, è diventata una minaccia, e alla domanda “La misoginia nella Medea di Euripide” – che neanche è una domanda a dirla tutta – si deve ripetere, come un automa, quello che il professore ha “pazientemente” dettato in classe per un’ora (50 minuti, nei primi dieci era a prendere il caffè col collega di turno) e le altre cinquanta pagine che invece avresti dovuto imparare a memoria a casa.<br /><br />Io invece vorrei che un professore mi chiedesse “Ma tu della Medea cosa hai capito?”, “Ma perché secondo te Manzoni ha rinnovato completamente il genere del romanzo?”, “Ma quindi a te cosa è rimasto di Hegel?”, e vorrei lo facesse con quella luce che si ha negli occhi quando si fa qualcosa che si ama, per guidarci verso la maturità, quella vera, verso la capacità di guardare con occhio critico la realtà, quella luce che fa scattare dentro la curiosità, una volta a casa, di aprire il libro e capire “Ma quindi cosa voleva trasmettermi D’Annunzio, con tutta ‘sta pioggia?”.<br /><br />Io guardo i miei professori e in loro vedo tante cose, tranne l’amore verso il proprio mestiere. Più che odiare la scuola, io odio i miei professori. Preferisco passare i pomeriggi a scrivere o visitare una mostra che hanno appena allestito o andare in quella libreria, un po’ nascosta tra le vie del centro, dove posso comprare un libro e sedermi a leggerlo. <br /><br />Lei la vede intorno a sé la voglia di insegnare, di trasmettere qualcosa a coloro ci si aspetta siano il futuro del nostro Paese? Le vede le loro anime accese, vive, piene di voglia di fare, di dire?<br /><br />Questa non è una lettera sdraiata, ma la lettera ben dritta di una ragazza all’ultimo anno di liceo, delusa, polemica, in uscita con un cumulo di nozioni in testa e la certezza di sapere chi non diventare. Eppure ne voleva di cultura, di quella che trasforma la vita, cultura indicata infatti come “luce che fa scattare”. Non basterà rispondere che la vita è la fatica di fare “anche” ciò che non appassiona, perché lei la passione non l’ha vista proprio e le sembra di dover fare “solo” ciò che non appassiona, la morte in vita per chiunque, figuriamoci per un diciottenne.<br /><br />Chiedete ad un ragazzo di oggi quali lezioni frequenta volentieri: vi citerà non l’“in-decente” (professore amicone, complice, che parla di sé e non fa lezione), non l’“in-docente” (colto ma freddissimo), ma il docente che li mette alla prova, che li sfida, che dà molto ed esige molto, che si occupa della loro crescita e non solo dei loro voti, il docente che amano e odiano, e che sceglierebbero autonomamente, se fosse loro consentito. I ragazzi si sdraiano nella scuola degli “in-decenti”, e odiano quella degli “in-docenti” (letteralmente coloro che non-in-segnano anche se conoscono in modo ineccepibile la materia). L’in-docenza si nasconde dietro la ripetizione, la formula vuota, il dovere per il dovere, evita la vita, non la seduce, non per portare gli sdraiati verso noi stessi (triste e inutile beffa), ma per raccontare loro il sole, attraverso la luce di occhi posati sì sulle carte ma altrettanto sulle vite, perché raggiungano -singolarmente e insieme- la loro altezza. Prima di discettare sul ridurre di un anno la scuola italiana, per uniformarci (verso il basso) al resto dei paesi europei (se la sognano una scuola con contenuti come la nostra), dovremmo provare a costruire scuole in cui sia consentito scegliere insegnanti decenti e docenti, come prova a fare qualsiasi mamma che vuole iscrivere il figlio in prima elementare.<br /><br />Prof 2.0]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[La virtù della felicità]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=294"><![CDATA[Possiamo affermare che la felicità non dipende dagli eventi esterni; siamo noi che la creiamo con il nostro atteggiamento, prima dentro di noi e poi all'esterno. Che si stia morendo o che si stia nascendo, che ci si stia addormentando o svegliando, che si stia guarendo o che ci si stia ammalando, in un certo senso non cambia assolutamente niente.<br /><br />È un vizio pernicioso ritenere che la nostra felicità dipenda dagli altri, da qualcosa fuori di noi, e come tutti i vizi anche questo distrugge le buone qualità e rallenta i tempi per realizzare i nostri obiettivi.<br /><br />Sentirsi soddisfatti non è frutto di mera fortuna, e nemmeno è semplicemente la conseguenza di attività pie o la ricompensa per non essersi abbandonati ad atti empi. La vera felicità è di per sé una virtù da coltivare, parte integrante della nostra intima natura. Quando una persona si sente autenticamente appagata, non subisce il fascino della trasgressione; quando invece è insoddisfatta viene attratta e agganciata da azioni che infrangono l'ordine cosmico; in effetti è quando si soffre che, nel tentativo di lenire il proprio dolore o la propria frustrazione, ci si avvicina a ciò che è pericoloso, moltiplicando le nostre sofferenze.<br /><br />È sotto l'influsso del dolore che si corre più frequentemente il rischio di prendere decisioni sbagliate, non quando siamo autenticamente felici.<br /><br />Marco Ferrini]]></content>
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	  	<author>
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		<title><![CDATA[“Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo. ]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=293"><![CDATA[<br />“Dobbiamo ripensare tutta l’organizzazione sociale. Le nostre società non sono preparate ad avere una popolazione così vasta di “anziani giovani”, pieni di energia, di capacità e voglia di fare. Questa vasta popolazione è una risorsa: le “pantere grigie” diventeranno il nostro petrolio. Se sapremo usare la loro materia grigia, avremo a disposizione una risorsa abbondante di qualità, che potrà essere una leva per lo sviluppo, potrà darci una marcia in più per il nostro futuro. Per me, un vero e proprio choc culturale è la differenza di discorso su questo tema dell’invecchiamento, del passare degli anni.<br /><br />Gli inglesi usano il termine ageing, che non ha alcuna connotazione negativa, ma che indica proprio il proseguire dell’età. <br /><br />Lo choc culturale, dicevo, è la differenza tra il modo in cui se ne discute in America piuttosto che in Italia. Io, ogni volta che torno in Italia, all’età di 56 anni, ho la sensazione di essere di troppo, perché si parla di me, di quelli come me, della mia generazione, o come un costo o come… un tappo.<br /><br />Come un costo, perché abbiamo i cosiddetti privilegi (posto fisso, remunerazioni ancora relativamente elevate, ecc.). Soprattutto, ci accingiamo a entrar nell’età della pensione e, quando andremo in pensione noi, sembra che sfasceremo tutto.<br /><br />Quindi siamo visti come un costo, oppure come un tappo, perché saremmo di ostacolo ai giovani. E’ colpa nostra se i giovani soffrono, non trovano lavoro o vivono nel precariato, perché saremmo noi a occupare i posti a loro destinati.<br /><br />Io vengo da un paese, gli Stati Uniti, anzi, ho passato un bel pezzo della mia vita in un’area degli USA, la California, San Francisco, la Silicon Valley, che è la patria del giovanilismo per eccellenza. In particolare, vado regolarmente a visitare un luogo che si chiama “The Centre for Longevity” (il Centro per la Longevità), dove non si trovano medici specializzati in geriatria, che si preoccupano dei problemi di prostata. No, al contrario, questo centro, situato presso l’Università di Stanford, è un luogo dove si mettono insieme intelligenze di economia, tecnologia, sociologia, per immaginare come la società debba cambiare in modo da accogliere questa rivoluzione positiva: l’arrivo di una vasta popolazione di pantere grigie (siamo noi), che diventerà il prossimo motore di rilancio.<br /><br />Ecco, questo mi appassiona: il fatto che proprio in una zona della California, che non è certamente ostile ai giovani (anzi, tutt’altro!), l’avvento della seconda età dei baby-boomer non è ostacolato, anzi, è pensato, studiato, immaginato come una straordinaria opportunità positiva, al punto che dobbiamo metterci insieme, per pensare che cosa farne, di questa risorsa. <br /><br />Ciò che è assurdo dell’approccio italiano sta proprio nel fatto che il fenomeno demografico sia stato sequestrato dai tecnici della finanza previdenziale. Un’angolatura ridottissima, un immiserimento di un tema gigantesco, che viene visto solo attraverso questa lente: che cosa succederà ai conti dell’Inps?<br /><br />Con il paradosso che, in Italia,  un evento positivo, come il fatto che si viva più a lungo, diventi lugubre, che se ne dia una lettura cupa e opprimente. <br /><br />Gli americani, al contrario, lo vedono semplicemente facendo i conti: l’allungamento della speranza di vita,  spalmata su questa popolazione, significa che abbiamo a disposizione centinaia di migliaia di anni di vita umana. E’ una ricchezza meravigliosa.<br /><br />Ecco, non ha senso che, in Italia, la si veda soltanto come una catastrofe prossima ventura.<br /><br />Intanto, voglio, prima di tutto, sgomberare il campo da un tragico equivoco italiano. E’ quasi una impostura, una frode, quella che rappresenta, nel nostro paese, la situazione economica attuale, la situazione del mercato del lavoro, come una guerra tra generazioni, con questa idea, che, per fare largo ai giovani, dobbiamo per forza cacciar via i cinquantenni. Dico che è passata nei fatti perché fior di settori industriali, tante aziende importanti, confrontandosi con la crisi, hanno scelto la leva dei prepensionamenti, decidendo di cacciar via i cinquantenni, come ammortizzatore sociale, proprio mentre l’età legale della pensionabilità si stava allungando.<br /><br />Quante di queste aziende hanno poi scelto effettivamente di assumere ventenni? <br /><br />Non a caso, i paesi dove c’è meno disoccupazione giovanile sono quelli dove si lavora più a lungo, perché il lavoro non è una torta fissa  da spartire, in una logica della scarsità e della penuria. Viceversa, il lavoro è una ricchezza elastica. Più a lungo si lavora, più quelli che lavorano a lungo riescono a creare ricchezza, e questa ricchezza va a vantaggio di altri, crea potere d’acquisto, nuove idee di cui i giovani si possono avvalere. <br /><br />L’America, vista dal mercato del lavoro, è il paese che già sposta l’età pensionabile ai settant’anni. Soprattutto, sta di fatto eliminando l’idea stessa di età pensionabile. In America, un’età obbligatoria, per legge, per andare in pensione, non esiste più, salvo in pochi settori di pubblico impiego.<br /><br />La pensione è “à la carte”: si lavora finché si ha voglia o bisogno.<br /><br />Naturalmente, ci sono le due facce della medaglia. L’impatto dell’ultima recessione è stato tale che, facendosi i conti in tasca, alcuni sessantenni hanno deciso che dovevano lavorare a lungo per aumentare la consistenza del proprio fondo pensione, mentre, più spesso, c’è la scelta, per volontà, di allungare l’età lavorativa. Ci sono poi altri fenomeni interessanti. <br /><br />Prima di tutto, c’è il ritorno delle pantere grigie all’università, la formazione permanente, prolungata ben oltre i cinquanta-sessant’anni.<br /><br />Solo nell’ultimo biennio, è aumentata del 17% la percentuale di iscritti all’università che hanno più di 55 anni. Questi tornano all’università, in vista di una seconda età lavorativa, per fare il pieno di conoscenze professionali che servono  rientrare nel circuito produttivo, a cambiare lavoro, a immaginare una seconda età adulta,  in cui l’attività professionale sarà diversa da quella svolta nella prima età adulta.<br /><br />Di questa idea, vedo applicazioni interessanti in Italia, se solo riuscissimo a liberarci della distorsione italiana che vede gli ultra cinquantenni-sessantenni come un tappo che impedisce ai giovani di emergere. Al contrario, dalle idee, dalle iniziative delle pantere grigie possono nascere, in tanti settori dormienti dell’economia italiana, nuove imprese, nuove attività, che potranno finalmente fornire ai giovani uno sbocco.<br /><br />Perdere il lavoro a cinquant’anni non è mai facile, sotto ogni latitudine. Non è mai una situazione facile. Tuttavia, la differenza di impatto tra America e Italia è molto forte. Negli Stati Uniti, il mercato del lavoro ha attraversato una fase pesante dopo la recessione del 2009. Tuttavia, non è facilissimo neanche lì, per un cinquantenne, ritrovare lavoro, dopo averlo perso. L’atteggiamento è però profondamente diverso.  Intanto, non c’è quella dicotomia tragica tra l’idea del posto fisso e del precariato:  il paradiso e l’inferno.<br /><br />In realtà, negli USA, un po’ tutti siamo precari. Il posto fisso non esiste per nessuno: tutti sono licenziabili. Questo fatto di insicurezza, un po’ universale, al tempo stesso ne riduce la drammaticità. Ma soprattutto, il cinquantenne che perde il lavoro, in America, è abituato a vedersi come una risorsa molto valida, spendibile, e allora una delle prime idee che vengono in mente è di tornare a scuola, di arricchire se stesso di nuovo valore, di conoscenze, di nuove skill, nuovi talenti, andando ad attingere dove ci sono, per esempio all’università, e una forte spiccata attitudine a immaginare una seconda età adulta, in un’ottica di imprenditorialità. <br /><br />Il pensiero è del tipo: “Non lavoro più in una grande azienda, però so bene  tante cose che potrei fare da solo. Posso fare l’imprenditore, posso diventare un consulente, posso distribuire ad altri le mie conoscenze.”. C’è anche una vasta industria di consulenti che insegnano proprio questo. Siccome le opportunità ci sono, il mercato non è razzista nei confronti delle pantere grigie. Esiste, in inglese, il termine “ageism”, il razzismo per età, che è perseguibile per legge. In America, se si viene licenziati per la sola ragione dell’età, in altre parole, è possibile fare causa al proprio datore di lavoro. “<br />Federico Rampini<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Francesco Tesei, il mentalista su SKY]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=292"><![CDATA[«Non faccio miracoli, non sono un mago», dice. Quella di Francesco Tesei è rappresentazione. E’ magia. E’ illusione. E’ condizionamento. E’ gioco. E’ divertimento. Non c’è niente di divinatorio nel mentalismo; niente che non si possa spiegare con la tecnica. Quello che lui propone a teatro, e dall’altra sera su Sky Uno, è una fusione di psicologia, tecniche di comunicazione e illusionismo. Per tre giovedì vanno in onda tre puntate, poi la serie completa di 12 tornerà a gennaio. Nella ripresa dopo la pubblicità, sarebbe bello fosse evitato lo stucchevole riassunto di quel che si è visto all’inizio. E’ un vezzo di molti format, una cosa all’americana da cui sarebbe bello affrancarci. Non siamo mica scemi, che non ricordiamo ciò che abbiamo seguito dieci minuti prima. E se ci agganciamo, capiamo lo stesso. Ma evidentemente la stessa formula si ripete perché, come dice Tesei, siamo prevedibili, simili gli uni agli altri, gli stessi meccanismi cerebrali sono applicabili a tutti. Eppure, il nostro mentalista è didascalico nei suoi esperimenti. Spiega quello che succede, naturalmente non come succede. Qualcosa svela, ma poco: l’altra sera, a esempio, ha raccontato perché il paracadutista con cui si era lanciato aveva scelto per l’atterraggio proprio il telo arancione. Per le restanti «magie», siamo rimasti lì, a bocca aperta e senza comprensione. <br />Alessandra Comazzi - La Stampa<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Conoscete i vicini di casa e non sprecate il cibo]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=291"><![CDATA[Papa Francesco festeggia il suo gregge elettronico, che ha raggiunto 10 milioni di pecorelle. La<br />somma dei follower nelle varie lingue ha infatti superato quella cifra, e ieri mattina il Pontefice l’ha<br />annunciato. Non l’ha fatto con un’enciclica, ovviamente, ma con un tweet. Lo stesso in tutte le<br />lingue, compreso il latino: «Fautores dilecti, centies centum milium numerum vobis<br />praetergredientibus ex animo gratis ago vosque precor ut pro me orare pergat ». Traduzione: «Cari<br />Follower ho saputo che siete più di 10 milioni ormai! Vi ringrazio di cuore e vi chiedo di continuare<br />a pregare per me».<br />Papa Francesco comunica. Non perché usa Twitter, ma per come lo usa, e per quello che dice.<br />Consapevole di non avere a disposizione un pulpito, un sagrato o un’aula, ma solo 140 caratteri,<br />sceglie la brevità, consapevole che lo sforzo della sintesi è un regalo che facciamo a chi legge e chi<br />ascolta: ce ne sarà riconoscente.<br />Qualche esempio? «La cultura dello scarto produce molti frutti amari, dallo spreco di alimenti<br />all’isolamento di tanti anziani» (25 ottobre). «Abbi pietà Signore! Tante volte siamo accecati dalla<br />nostra vita comoda e non vediamo quelli che muoiono vicino a noi. #Lampedusa» (12 ottobre).<br />«Cercare la propria felicità nell’avere cose materiali è un modo sicuro per non essere felici» (15<br />settembre). «A volte si può vivere senza conoscere i vicini di casa: questo non è vivere da cristiani»<br />(14 settembre). «Non esiste un Cristianesimo “low cost”. Seguire Gesù vuol dire andare contro<br />corrente, rinunciando al male e all’egoismo» (5 settembre).<br />Si può fare la differenza con un tweet? Certo: «Mai più la guerra! Mai più la guerra!» (2 settembre,<br />4.340 retweet) ha contato quanto un discorso alle Nazioni Unite, durante la crisi siriana. Che<br />differenza con il predecessore! Dal papa tedesco, anche via social network, i cattolici ricevevano<br />un’incessante lezione di teologia. Dal papa argentino sentono di ottenere stimoli, comprensione e<br />rassicurazione. Ho scritto qualche giorno (per lettori di lingua inglese): «All you need is love : se<br />Francesco un giorno citasse John Lennon, non stupitevi».<br />L’aria nuova, bisogna dire, l’hanno fiutata prima i parroci dei vescovi. Nelle parrocchie — dove la<br />frequenza alle messe domenicali è scesa sotto il 30% della popolazione — l’hanno capito in fretta:<br />il nuovo Pontefice riesce a motivare i credenti e provoca il rispetto dei non credenti. Alcuni, per<br />questione di età e cultura, vengono raggiunti con mezzi tradizionali (dall’associazionismo cattolico<br />a Eugenio Scalfari). Per altri occorrono mezzi nuovi: le pecore si possono ritrovare anche con lo<br />scooter, se sono smarrite. Avessero conosciuto il motore a scoppio, gli Evangelisti sarebbero stati<br />d’accordo.<br />Papa Francesco sa usare Twitter (uno smartphone, la televisione) perché non ne ha paura. Ha capito<br />che sono strumenti. Siamo noi a decidere cosa farne, e possiamo farne — tutti, da Papa Francesco<br />all’ultimo di noi follower — cose ottime; oppure utilizzarli per fare del male e combinare guai. La<br />Chiesa ha sempre temuto le novità, in tutti i campi, e spesso si è trovata a rincorrere. È vero: non<br />tutto ciò che è nuovo è buono. E non tutto ciò che è buono è nuovo. Ma molte volte è così.<br />Il Pontefice non è l’unico, ai vertici della Chiesa cattolica, ad aver capito questo. Anche Gianfranco<br />Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, usa Twitter con efficacia. «Sacerdote<br />&amp;amp; Cardinale» recita il suo profilo. Il tweet più recente, datato 25 ottobre: «Non ho mai visto un<br />fanatico religioso avere senso dell’umorismo. Né una persona con senso dell’umorismo diventare<br />un fanatico. (Amos Oz)”». @CardRavasi ha solo 56mila follower in italiano e 6mila in inglese: se si<br />mantiene su questi standard, merita di più.<br />Appartengono alla Chiesa cattolica oltre un miliardo di persone, circa la metà dei cristiani del<br />mondo. C’è ancora molto da twittare, da rincuorare e da rincorrere, caro @Pontifex.<br />Beppe Severgnini - Corsera]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Chi è libero di gestire il proprio tempo, di solito, è felice.]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=290"><![CDATA[Come si fa ad aumentare la produttività?<br />Semplice: un lavoro si giudica dal risultato, non dal tempo o dal modo impiegato per raggiungerlo.<br />Ai miei collaboratori, quand’è possibile, e spesso è possibile, non impongo un orario: facciano quel che vogliono, quando vogliono, come vogliono.<br />L’importante è che lo facciano: in tempo, e bene.<br />Se una persona trascorre la giornata giochicchiando col tablet, non porterà a termine l’incarico, o lo realizzerà in maniera sciatta.<br />Il problema, spesso, è nella testa dei datori di lavoro.<br />Controllare costantemente i dipendenti, per alcuni, è un sottile piacere (con risvolti sadici).<br />Per altri è solo un errore, che nasce dall’insicurezza.<br />Se il tipo di lavoro lo consente, meglio lasciare libero chi lavora.<br />Con me è stato fatto: detesto essere controllato, voglio venir giudicato dai risultati; e i miei capi<br />(a cominciare da Montanelli) lo hanno sempre capito.<br />Non solo.<br />Chi è libero di gestire il proprio tempo, di solito, è felice.<br />Chi è felice, lavora bene. Chi lavora bene, quasi sempre, produce buoni risultati.<br /><br />Beppe Severgnini<br />]]></content>
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		<title><![CDATA[Lettera di Dario Fo a Guido Barilla]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=288"><![CDATA["Caro Guido Barilla,<br /><br />Ricordo i primi spot televisivi di Barilla, a cui ho partecipato non solo come attore ma anche come autore dei testi e della sceneggiatura nonché del montaggio. Ebbero un enorme successo e, in quel tempo, ho avuto anche l'occasione di conoscere Pietro, vostro padre.<br /><br />Una persona piena di creatività ed intelligenza, appassionato d'arte e di cultura.<br /><br />In quegli spot abbiamo raccontato di prodotti che sono diventati simbolo dell'Italia e degli italiani tutti, nelle nostre case e nel mondo. La pasta soprattutto è sinonimo d'Italia, di casa e di famiglia. Per tutti.<br /><br />Ecco: oggi il nostro Paese è fatto di tante famiglie unite solo dall'amore delle persone che ne fanno parte. Amore che non è in grado di discriminare, che non ha confini: e l'amore, in tutto il mondo, può nascere tra un uomo e una donna, due donne, due uomini. <br /><br />Sull'amore si fonda una famiglia, quella che la vostra azienda racconta nella sua comunicazione. Sull'amore si fonda una casa. <br /><br />Alla domanda sul perché la sua azienda non faccia spot pubblicitari con famiglie gay, lei ha risposto: "Non farei mai uno spot con una famiglia omosessuale. Noi abbiamo un concetto differente rispetto alla famiglia gay. Per noi il concetto di famiglia sacrale rimane un valore fondamentale dell'azienda". Poi, in seguito alle polemiche che si sono scatenate, ha specificato: “Volevo semplicemente sottolineare la centralità del ruolo della donna all'interno della famiglia”. E ancora: “Ho il massimo rispetto per qualunque persona, senza distinzione alcuna. Ho il massimo rispetto per i gay e per la libertà di espressione di chiunque. Ho anche detto e ribadisco che rispetto i matrimoni tra gay. Barilla nelle sue pubblicità rappresenta la famiglia perché questa accoglie chiunque e da sempre si identifica con la nostra marca”<br /><br />Ecco, Guido. La sua azienda rappresenta l'Italia: nel nostro Paese e in tutto il mondo. Un'Italia che è fatta anche di coppie di fatto, di famiglie allargate, di famiglie con genitori omosessuali e transgender.<br /><br />Ecco perché le chiedo di cogliere questa occasione e di ritornare allo spirito di quegli spot degli anni '50 dove io stesso interpretavo uno spaccato della società in profondo mutamento. Ecco perché le chiedo di uscire dalla dimensione delle polemiche e farsi ambasciatore della libertà di espressione di tutti.<br /><br />Mi appello a lei, caro Guido, perchè ha modo di ridare all'Italia di oggi la possibilità di rispecchiarsi nuovamente in uno dei suoi simboli e alla sua azienda di diventare ambasciatore di integrazione e voce del presente. E chiedo quindi che lo faccia con le prossime campagne pubblicitarie del gruppo Barilla, dove la famiglia potrà finalmente essere rappresentata nelle sue infinite e meravigliose forme di questi nostri tempi.<br /><br />Come ho già scritto: "Buttiamoci con la testa sotto il getto del lavandino e facciamo capire ai briganti che qui siamo ancora in molti in grado di dimostrare di far parte di un contesto di uomini e donne libere e pensanti".<br /><br />DARIO FO<br /><br />]]></content>
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		<title><![CDATA[Non video più]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=286"><![CDATA[La prima volta che lo sentii gridare Forza Italia al riparo di una siepe di finti libri rilegati in pelle, ero preoccupato ma incuriosito. Ancora non sapevo che il set era stato montato in un cantiere: se la telecamera avesse allargato l’inquadratura, avremmo scoperto che la scrivania si affacciava su un cumulo profetico di macerie. Quell’uomo d’affari uscito da un telefilm degli Anni Ottanta rappresentava la novità, la sorpresa, per molti la speranza. Ma quando di lì a qualche mese lo rividi arringare il popolo da una videocassetta, lo stupore aveva già ceduto alla delusione. Il terzo filmato produsse sconforto, il quarto fastidio. Non ricordo quando il fastidio si sia trasformato in noia. Io e i suoi video siamo invecchiati insieme: a me cadevano i capelli che crescevano a lui, nella mia libreria i volumi cambiavano mentre nella sua erano sempre gli stessi, miracolosamente intonsi. Logore, invece, le parole: promesse e minacce, sempre più vaghe. Sempre meno riusciva a farmi sorridere e spaventare, alternando la maschera tragica con quella comica sullo sfondo di arredamenti barocchi e bandieroni pomposi.  <br /><br /> <br /><br />Ora è tornato a Forza Italia, ma i suoi proclami mi rimbalzano addosso come palline di pongo scagliate da una fionda sfibrata. Vedo le rughe infittirsi, le labbra spezzarsi al pari della voce. Sento parole d’amore che sprizzano livore. Dovrebbe farmi paura e invece non mi fa neanche pena. Solo tanta tristezza: per lui, per me, per noi che da vent’anni scandiamo il tempo delle nostre vite con i videomessaggi di un tizio che ha sostituito la politica con l’epica dei fatti suoi.  <br /><br />Massimo Gramellini - La Stampa]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Quale leadership per il futuro?]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=285"><![CDATA[Oltre trent’anni di mistica della leadership e, per chi vive in azienda, centinaia di ore di corsi di formazione, ci hanno abituato a pensare che questa qualità sia fondamentale per il successo. I manager devono essere leader, leader si nasce o si diventa? e altri aforismi simili ci hanno fedelmente accompagnato mentre tutta l’attenzione veniva focalizzata sulla persona al comando.<br />Ma è ancora valido questo assioma? L’affondamento della Costa Concordia è solo il caso più recente di fallimento della leadership. Oggi, a guardarsi intorno, si fa veramente fatica a trovare leader di successo che reggano alla prova del tempo. Quasi nessun leader politico del G20 è riuscito a sopravvivere al primo mandato. Persino i più osannati – basti pensare a Obama – vengono rapidamente logorati. Anche i mega manager delle multinazionali cambiano spesso al ritmo delle porte girevoli dell’ingresso. Non mancano poi i casi di imprenditori delle PMI, come di manager di multinazionali (due casi emblematici sono Nokia e Kodak) che portano le proprie imprese sull’orlo del fallimento o anche più in la.<br />Quale scenario futuro ci aspetta? Quale modello di leadership possiamo ipotizzare?Potremo avere novelli JFK o Henri Ford o De Gasperi o Willy Brandt? O avremo bisogno di questo modello di leader? Quasi sicuramente no, perché il mondo è profondamente cambiato negli ultimi dieci anni.<br />Due sono i principali aspetti da considerare: la crescita esponenziale della complessità economica, politica, sociale e tecnologica e la democratizzazione della comunicazione garantita dalle tecnologie digitali.<br />La crescita della complessità, innescata dalla  globalizzazione, ha moltiplicato le variabili togliendo qualsiasi certezza ai nessi di causalità:  economie  totalmente interconnesse, società più fluide e mobili, regole variabili a livello planetario aprono molteplicità di scelte impensabili fino a poco tempo fa. Per esempio, per le aziende italiane è più facile aprire stabilimenti dove il mercato del lavoro è più flessibile piuttosto che discutere sull’Art. 18 in Italia.<br />Ma la complessità, oltre alla moltiplicazione delle opportunità, ha portato anche la moltiplicazione delle incertezze. Se fino a venti o trent’anni fa un leader, politico o di azienda, poteva ragionevolmente padroneggiare le variabili chiave del proprio incarico, oggi è sempre più difficile. Per gestire un’azienda, grande o piccola che sia, non basta più conoscere il proprio prodotto e mercato ma occorre avere competenze di finanza, di tecnologia, di marketing e di molto altro.<br />Certo, le grandi aziende, come i governi, hanno – o dovrebbero avere –  tutte queste competenze al proprio interno, ma è ancora il leader a plasmarne la strategia sulla base della propria visione, più o meno olistica e con modalità più o meno dirigiste. Il risultato è che, qualsiasi indicazione o consiglio viene comunque filtrato dal leader designato, che decide sulla base delle proprie competenze, esperienze e, fatto più importante, propensione al rischio e a seguire indicazioni di altri in territori che non conosce.<br />Il secondo aspetto rilevante è la democratizzazione della comunicazione consentito dalle tecnologie digitali e dai Social Network. Oggi il leader è nudo! Non ci sono più rendite di posizione o di status. Controllare e manipolare la comunicazione è diventato impossibile e l’approccio top down unidirezionale che ha creato e sostenuto molti leader nel passato non è più un modello replicabile. Le chiacchiere e le critiche, una volta limitate alla macchina del caffé, oggi hanno portata planetaria. Le primavere arabe hanno mostrato come anche stati in cui il controllo della comunicazione e dell’opinione era ritenuto ferreo, si sono sgretolati in poche settimane sulla spinta della libera circolazione delle informazioni.<br />L’autorevolezza – per tornare a un altro dei miti fondanti della leadership – non basta più. O meglio, il concetto di autorevolezza è diventato più articolato fino a includere anche etica, apertura al dialogo, capacità di ascolto, onestà, capacità di tenere fede alle promesse, trasparenza, umiltà. Essere leader autorevoli e mantenere questa autorevolezza nel tempo, oggi è estremamente più difficile di venti o trent’anni fa.<br />La rete ha cambiato i paradigmi sociali e organizzativi. Oggi i modelli vincenti sono quelli basati sulla collaborazione, sulla libera circolazione delle informazioni e sulle reti in cui non esiste un vero e proprio leader, bensì una leadership diffusa in cui le competenze e la credibilità acquisita determinano l’autorevolezza di una persona. In modo destrutturato e flessibile. Una stessa community può così avere più persone di riferimento a seconda delle necessità dei propri membri. E’ l’intelligenza collettiva espressa dalla community nel suo insieme a divenire l’elemento vincente. Sono le persone che dimostrano competenza, spirito di servizio e capacità relazionale a emergere come leader.<br />A dire il vero non è un modello nato con la Rete. Alcune società arcaiche, come i Boscimani, seguono da millenni questo schema: se la tribù deve andare a caccia, è la persona riconosciuta come più esperta a decidere come muoversi, ma se la tribù deve cercare l’acqua, sarà un’altra persona a guidarla, mentre lo spostamento del villaggio da un punto a un altro è gestito da un’altra persona ancora. Un modello vincente? Beh, i Boscimani esistono da migliaia di anni e non si sono estinti. Sembra un buon punto a favore.<br />Il concetto chiave, quindi, è divenuto quello della credibilità. Essere leader significa essere credibili, per la propria community di riferimento, rispetto al compito da svolgere. La credibilità, però, non necessariamente si estende a tutto lo scibile e altre persone saranno più credibili su altri compiti. Tante sfide da affrontare, tanti leader credibili per farlo. E’ una rivoluzione copernicana in cui le organizzazioni vincenti saranno sempre meno quelle che si affideranno a un leader globale e sempre più alla leadership diffusa, basata sulla credibilità dimostrata e riconosciuta. In grado quindi di attingere e ottimizzare l’intelligenza collettiva espressa dall’insieme.<br />Quindi come dovrà essere il leader del futuro? Non sarà più chi ha le risposte giuste, ma chi sa fare le domande giuste. Non più chi ha il know how, ma chi possiede il know who per capire quale sia la risorsa migliore da attivare e ascoltare a seconda del compito e degli obiettivi. Non più chi ha la voce più alta, ma chi ha le orecchie più aperte per cogliere segnali e suggerimenti.<br />La credibilità – sostituto dell’autorevolezza - deriverà sempre meno dall’ambito professionale e sempre più da quello relazionale, dalla capacità, quindi, non solo di mostrare competenza ma anche di fare da ponte, di connettere e facilitare e, soprattutto, di operare una sintesi efficace.<br />Il leader del futuro non sarà più una persona sola bensì una comunità di persone in grado di interagire a pari livello per identificare la soluzione più idonea, mettendo in campo le proprie competenze professionali e relazionali. Siamo pronti a questa sfida?<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Perchè non diciamo più per cortesia]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=284"><![CDATA[Contate quanti tra di voi usano spesso parole o frasi come «prudenza», «virtù», «decenza», «per cortesia», «forza d’animo» e «gratitudine». Ora invece pensate a chi frequentemente dice «io», «personalizzata», «unico», «disciplina», «posso farlo io», «io vengo prima». Secondo uno studio condotto da Google su un database di parole estratte da 5 milioni di libri pubblicati in tutto il mondo tra il 1500 e il 2008 si è scoperto come alcune parole siano lentamente state dimenticate e altre si siano invece imposte nel linguaggio comune.<br /><br />La ricerca, pubblicata dal Wall Street Journal in un articolo dal titolo «What words tell us» («Cosa le parole raccontano di noi»), restituisce l’istantanea di una società individualista, competitiva e poco educata.<br /><br />Parole come famiglia, collettivo, tribù, sono lentamente sfumate: il senso di comunità è stato sostituito da uno spirito competitivo che ci fa preferire i termini «auto», «mio», «personalizzata» oltre a inglesismi performanti come «standout».<br /><br />La coppia di studiosi americani Pelin e Selin Kesebir hanno scoperto che l’uso di parole come «coraggio» e «forza d’animo» è diminuito del 66 per cento, quello di «gratitudine» e «apprezzamento» del 49 per cento. Nel frattempo, l’utilizzo di parole associate con la capacità di produrre, come «disciplina» e «affidabilità» è invece aumentato.<br /><br />Usando un immaginario contaparole durante le nostre conversazioni quotidiane potremmo probabilmente mettere al primo posto la parola «io» (incipit di molte conversazioni), seguita da avverbi perentori come «assolutamente» (sì e no, vale in ogni direzione). Con il risultato di rimanere sorpresi quando ci imbattiamo in parole come «compassione», «gratitudine», «cortesia» e «umiltà».<br /><br />«Qualche sera fa ero al concerto di Cat Power ed è stato toccante sentire il mio vicino chiedermi, prima di accendere una sigaretta: “permette?”», racconta lo scrittore Mauro Covacich mentre passa in rassegna la scomparsa di altre parole cortesi. «C’è ancora qualcuno che quando risponde al telefono dice “pronto”? Riconoscendo già il nostro interlocutore dal nome che appare sul display abbiamo abbandonato quella formula di attenzione e esclusiva disponibilità che l’essere “pronti” prevedeva».<br /><br />Dietro alla scomparsa di alcuni termini e delle formule cortesi, «che fanno tanto azzimato», c’è la logica efficientista. «È come se parlassimo un linguaggio “palestrato”, tecnofunzionale, un modo di esprimersi che somiglia a un corpo costruito in laboratorio: dobbiamo mostrare i muscoli e certi modi di esprimersi sono utili a questo», osserva lo scrittore triestino.<br /><br />Al punto che anche l’uso di parole sconvenienti può diventare un modo incisivo di esprimersi. È fresco di stampa il libro della studiosa britannica Melissa Mohr (una laurea in letteratura inglese e a una specializzazione su Medioevo e Rinascimento) «Holy Sh*t», in cui si cerca di capire come le oscenità si siano impossessate del nostro modo di comunicare: la conclusione è a sorpresa assolutoria, l’imprecazione ha un suo scopo sociale e insultare una persona evita di canalizzare la rabbia in modi più gravi.<br /><br />La parola colorita può imporsi anche in contesti più che formali: la cancelliera Angela Merkel parlando di una polemica ha usato pubblicamente la parola «Shitstorm» (tempesta di m…), appena ammessa anche nell’autorevole dizionario Duden, che registra i mutamenti della lingua tedesca.<br /><br />«L’uso in politica di termini “giovani” è uno stratagemma per sembrare meno distanti, più alla mano», osserva Covacich. «Ma in realtà, quello che in ambito letterario può essere funzionale al tratteggio di un personaggio, nel colloquio di tutti i giorni è una caduta rispetto alla proprietà di linguaggio».<br /><br />Anche nei salotti, cartina di tornasole del buon conversare, si prende nota dei cambiamenti. «Colpa dell’uso improprio della tecnologia: difficilmente vengo compresa quando dico “mi rincresce” a un adolescente, persino se educato al collegio Mondragone o al Lycée Chateaubriand!», nota Marisela Federici, animatrice di un noto circolo di conversazione. «Solo in Toscana ancora resiste l’italiano gentile ma paradossalmente un delizioso “ti garba?” viene confuso con una formula dialettale e buffa». Assicura che le bastano pochi minuti per scoprire un eloquio sciatto dietro una facciata contemporanea e efficace. «Certe persone sono come un grande pacco: si toglie un fiocco, poi una velina, poi un incarto, poi ancora una velina, alla fine dietro al loro bla-bla non rimane che una misera sorpresa».<br /><br />Già nel 2010 lo Zingarelli denunciava l’estinzione di quasi 2.800 lemmi delle 120 mila parole presenti nel dizionario. Agiato, madido, ineffabile, ceruleo, blando: parole che secondo il curatore Mario Cannella potrebbero ancora essere in uso, ma di fatto stanno diventando desuete col rischio di andare perdute. Un linguaggio opportunista, figlio dei tempi, ma non così diverso da quello del passato: così il presidente dell’Accademia della Crusca Francesco Sabatini invita alla cautela nel decretare la morte di un linguaggio a favore di un altro.<br /><br />«Indagini come quelle di Google spesso non tengono conto della diversità delle fonti: la lingua del ’500 per esempio, ci è nota attraverso chi all’epoca scriveva libri, per la maggior parte religiosi, che sicuramente avevano un vocabolario ricco di parole come “pietà”, “umiltà” e “grazia”», osserva lo studioso, che rintraccia nei media e nelle molteplici fonti la causa della propagazione di certe espressioni aggressive e individualiste. «Esistevano anche una volta, ma rimanevano nelle cronache municipali. Mica vorremo immaginare una strage degli Ugonotti fatta a suon di “grazie” e “prego”… chissà che parole sono volate anche allora!».<br /><br />di Michela Proietti - Corsera]]></content>
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	  	<author>
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		<title><![CDATA[Quando ho cominciato ad amarmi davvero]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=283"><![CDATA[Quando ho cominciato ad amarmi davvero,<br />mi sono reso conto che la sofferenza e il dolore emozionali<br />sono solo un avvertimento che mi dice di non vivere contro la mia verità.<br />Oggi so che questo si chiama<br />AUTENTICITA’<br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito<br />com’è imbarazzante aver voluto imporre a qualcuno i miei desideri,<br />pur sapendo che i tempi non erano maturi e la persona non era pronta,<br />... anche se quella persona ero io.<br />Oggi so che questo si chiama<br />RISPETTO PER SE STESSI.<br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso<br />di desiderare un’altra vita e mi sono accorto che tutto ciò che mi circonda<br />é un invito a crescere.<br />Oggi so che questo si chiama<br />MATURITA’.<br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito di trovarmi sempre<br />ed in ogni occasione al posto giusto nel momento giusto e che tutto quello<br />che succede va bene.<br />Da allora ho potuto stare tranquillo.<br />Oggi so che questo si chiama<br />RISPETTO PER SE STESSI.<br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero,<br />ho smesso di privarmi del mio tempo libero<br />e di concepire progetti grandiosi per il futuro.<br />Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e divertimento,<br />ciò che amo e che mi fa ridere, a modo mio e con i miei ritmi.<br />Oggi so che questo si chiama<br />SINCERITA’.<br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono liberato di tutto ciò<br />che non mi faceva del bene: cibi, persone, cose, situazioni e da tutto ciò<br />che mi tirava verso il basso allontanandomi da me stesso,<br />all’inizio lo chiamavo “sano egoismo”, ma oggi so che questo è<br />AMORE DI SE’<br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero,<br />ho smesso di voler avere sempre ragione.<br />E cosi ho commesso meno errori.<br />Oggi mi sono reso conto che questo si chiama<br />SEMPLICITA’.<br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero,<br />mi sono rifiutato di vivere nel passato<br />e di preoccuparmi del mio futuro.<br />Ora vivo di piu nel momento presente, in cui TUTTO ha un luogo.<br />E’ la mia condizione di vita quotidiana e la chiamo<br />PERFEZIONE.<br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero,<br />mi sono reso conto che il mio pensiero può<br />rendermi miserabile e malato.<br />Ma quando ho chiamato a raccolta le energie del mio cuore,<br />l’intelletto è diventato un compagno importante.<br />Oggi a questa unione do il nome di<br />SAGGEZZA DEL CUORE.<br />Non dobbiamo continuare a temere i contrasti,<br />i conflitti e i problemi con noi stessi e con gli altri<br />perché perfino le stelle, a volte, si scontrarno fra loro dando origine<br />a nuovi mondi.<br />Oggi so che QUESTO è LA VITA!<br />Grazie a Nicoletta Todesco]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[La maturità non vale una pizza]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=282"><![CDATA[Insegna italiano in un istituto tecnico della periferia romana ed è commissaria interna agli esami di maturità. Da quando ha ricevuto quella telefonata, le si è rovesciato il mondo. «Professoressa? Sono il padre di Andrea». Uno dei suoi maturandi migliori. Un adolescente caparbio che per tutto l’anno si è diviso fra lo studio e il lavoro in nero ai tavoli di una pizzeria. «Professoressa, la chiamo per la maturità di mio figlio...». «Non si preoccupi, Andrea la supererà senza problemi». «E’ proprio questo il punto… Ho bisogno che lei me lo bocci».  <br /><br /> <br /><br />La prof ha abbozzato un sorriso. In tanti anni di onorata carriera aveva dovuto fronteggiare ogni genere di richieste da parte dei genitori. Ma un padre che ti chiama a casa per chiederti di bocciare suo figlio non le era mai capitato. Si trattava chiaramente di una battuta… «Non sto scherzando, professoressa. La pizzeria ha detto ad Andrea che può assumerlo in pianta stabile grazie alla nuova legge sul lavoro: però le agevolazioni valgono solo per i ragazzi senza diploma». La prof ha deglutito: «Lei mi sta chiedendo…» «… di aiutare mio figlio. Il diploma potrà sempre prenderlo l’anno prossimo». Così la prof ha cominciato a covare in solitudine il suo dubbio amletico. Fare il proprio dovere e promuovere Andrea, trasformandolo in un disoccupato? O bocciare un ragazzo meritevole per consentirgli di ottenere il posto? Consapevole che in questo caso boccerebbe anche se stessa, accettando il principio che l’insegnamento a cui ha dedicato la vita non rappresenta più un vantaggio, ma un handicap? Ci sarebbe da diventare pazzi, se non lo fossimo già.<br />Massimo Gramellini-La Stampa]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Si vince per quel che si sa]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=281"><![CDATA[.Un ingegnere fu chiamato a riparare un computer molto grande ed estremamente complesso, un computer del valore di 12 milioni di dollari.<br />Sedutosi di fronte allo schermo, premuti alcuni tasti, annuì, mormorò qualcosa tra sé e lo spense.<br />Pres...e un piccolo cacciavite dalla tasca e girò a metà a una piccola vite. Poi accese di nuovo il computer e scoprì che funzionava perfettamente.<br />Il presidente della società fu felice e si offrì di pagare il conto sul posto.<br />- Quanto le devo? chiese.<br />- Viene mille di dollari, se non vi dispiace.<br />- Mille dollari? Mille dollari per un paio di minuti di lavoro? Mille dollari, semplicemente girando una piccola vite? Io so che il mio computer costa 12 milioni di dollari, ma mille dollari è un importo pazzesco! Pagherò solo se mi invia una fattura dettagliata a giustificare perfettamente questa cifra.<br />Il tecnico annuì e se ne andò.<br />La mattina dopo, il Presidente ricevette la fattura, lesse attentamente, scosse la testa e procedette a pagare, senza indugio..<br />La fattura diceva:<br />Servizi offerti:<br />-Serrare una vite ............................Dollari 1<br />-Sapere quale vite serrare .............Dollari 999<br />Per i professionisti che ogni giorno affrontano il disprezzo di coloro che per la loro stessa ignoranza non riescono a capire.<br />RICORDA --- " Si vince per quel che si sa, non per quel che si fa"]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Consigli inattuali per la maturità]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=280"><![CDATA[Se Freud fosse stato italiano avrebbe dedicato gran parte del suo trattato sull’interpretazione dei sogni all’esame di maturità. <br /><br />La sogniamo per tutta la vita, al contrario di altri esami che dimentichiamo un mese dopo averli sostenuti. No, la maturità è incubo per la vita, un incubo capace persino camaleonticamente di aggiornarsi. Se un tempo sognavo di dover sostenere l’interrogazione di matematica al posto di quella di greco (la mia maturità era quella da due materie con i commissari esterni), recentemente ho sognato che dovevo sostenere l’interrogazione di greco con la fu ministra Fornero che, di fronte al mio mutismo, stizzita mi garantiva che avrei pagato più tasse. <br /><br />L’esame di maturità: un incubo multiforme, proiezione e sintesi di mille altre paure che si sedimentano nei meandri dell’inconscio sotto forma sognata di cangiante commissione inquisitoria e di sempre e comunque fatale inadeguatezza del candidato. Non c’è via di scampo, non ci sono consigli che vi salveranno da quest’esame. Ve la farete sotto, almeno un poco. Ed è giusto così.<br /><br />Sì, perché non se ne può più di consigli per lenire la sofferenza fisica e psichica quasi si trattasse di un orrore. Quella sofferenza, quella paura, sono giustificate. Perché? Perché si tratta del primo vero serio esame della vita. E la vita è dolce e amara, altrimenti annoierebbe. <br /><br />Non vi darò consigli su come allentare la tensione: tisane oppiacee, ore di sonno calcolate da algoritmi salutisti, trucchi per suggerire degni del miglior illusionista. Queste cose le sapete prima più e meglio di me. Ogni generazione ha trovato i suoi stratagemmi per superare queste Scilla e Cariddi senza lasciarci la pelle, lo scafo magari sì, ma la pelle no.<br /><br />Il consiglio è uno solo ed è inattuale: studiate.<br /><br />Studiate meglio e più che potete. <br /><br />Preparate la tesina come un vero e proprio capolavoro, come se doveste scolpire la Pietà michelangiolesca. <br /><br />E non fatelo per il voto o per fregare la commissione.<br /><br />Fatelo per voi, per essere all’altezza di 13 anni di studi che vi hanno portato fino a lì e – si spera – vi trampolineranno nel futuro.<br /><br />Fatelo per i vostri genitori che per 13 anni vi hanno seguito e hanno sofferto con voi, sobbarcandosi colloqui, ansie, paure e solenni incazzature.<br /><br />Fatelo per i vostri insegnanti, quelli bravi, quelli che in questi 13 anni vi hanno dato qualcosa che non dimenticherete e che voi avete l’obbligo gioioso di restituire. <br /><br />E ricordate il verso di Shakespeare che ho usato come motto per la maturità dei miei ragazzi: “Quando l’anima è pronta, allora le cose sono pronte”.<br /><br />Ma gli incubi li avrete lo stesso. <br /><br />GRAZIA, 14 giugno 2013<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Robert Dilts e la sua evoluzione della PNL]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=279"><![CDATA[Robert Dilts è uno dei maggiori esponenti della PNL a livello mondiale. È stato per un lungo periodo studente e collega di Richard Bandler e John Grinder (creatori della PNL) e ha studiato personalmente con Milton Erickson e Gregory Bateson.<br />Oltre agli studi sulle applicazioni della PNL nella formazione, leadership, salute, creatività, Dilts ha contribuito moltissimo all’evoluzione della PNL con i suoi lavori eccezionali sulle “Strategie” e sulle “Convinzioni”. Robert Dilts è autore di numerosi bestseller internazionali non solo riguardo alla Programmazione NeuroLinguistica, ma anche su coaching, public speaking, creatività, salute, apprendimento e leadership.<br /><br />In passato è stato consulente di aziende internazionali quali la Apple e la Telecom. I top manager si rivolgono a lui per potenziare le competenze di leadership dei propri dirigenti con il metodo “alpha leadership” (dove “alpha” sta per “primo”).<br />Nel 1982 ha fondato il Dynamic Learning Center, e nel 1991 la NLP University in California, dove tiene corsi di PNL e continua il suo lavoro di ricerca. Negli ultimi anni è venuto diverse volte in Italia e i suoi seminari sono sempre affollatissimi.<br /><br /><br />Da anni Robert Dilts studia la “fenomenologia del genio” e ha messo a punto una teoria in grado di riconoscere i modelli di comportamento ricorrenti in questo tipo di persone.<br />L’idea di fondo è che la genialità non è una dote unica e irripetibile, ma un modo di pensare e di agire che può essere emulato (o meglio “modellato”).<br />Naturalmente non si arriva ad affermare che chiunque può diventare come Mozart o Caravaggio, ma scoprire le nostre doti, quello possiamo tranquillamente farlo.<br />Ecco la definizione di PNL nel sito di Robert Dilts:<br /><br />“La PNL è un processo multidimensionale che coinvolge lo sviluppo di competenze comportamentali e di flessibilità, ma include anche il pensiero strategico e la comprensione dei processi mentali e cognitivi che stanno dietro al comportamento. La PNL fornisce strumenti e abilità per stati di eccellenza individuale, ma riguarda anche la scoperta di se stessi, l’esplorazione della propria identità e missione. Fornisce anche un quadro di riferimento per comprendere e relazionarsi con la parte spirituale dell’esperienza umana che si estende, al di là di noi come individui, alla nostra famiglia, comunità e sistema globale. La PNL non riguarda solo la competenza e l’eccellenza ma anche la saggezza e la visione.”<br />Ecco alcuni metodi suggeriti da Robert Dilts per iniziare una “nuova vita”:<br /><br />Diventare più disponibili  e creare feeling con gli altri e soprattutto con se stessi <br />migliorare sia le relazioni personali che professionali <br />Essere maggiormente in grado di gestire situazioni difficili con più eleganza e facilità <br />Aumentare l’energia, la creatività e la volontà di migliorare <br />Costruire una solida base per il miglioramento e il successo in tutti i settori della vostra vita <br />Approfondire la capacità di autentica empatia e compassione <br />Vivere con amore,  gratitudine e pienezza la vostra vita e le relazioni <br />Nella PNL Robert Dilts ha sviluppato 6 livelli logici (o livelli neurologici):<br />1. L’AMBIENTE<br />Il primo livello è quello dell’ambiente, del contesto nel quale ci evolviamo o delle costrizioni interiori. E’ dunque importante raccogliere l’informazione: dove, quando, con chi desideriamo raggiungere il nostro obiettivo?<br />2. IL COMPORTAMENTO<br />Si tratta delle azioni che mettiamo in atto nel nostro ambiente. Questo termine può essere allargato ai comportamenti “interni” o mentali, che sono l’anticipazione dei nostri comportamenti esterni.<br />Il comportamento rinvia alla domanda:  Cosa? E più esattamente: cosa fare?<br />3. LE CAPACITA’<br />Sono le competenze e il saper-fare che impieghiamo per acquisire e mettere in opera i nostri comportamenti. Costitutiscono un livello molto importante. Uno dei presupposti della PNL è che noi possediamo delle “risorse”.<br />Si potrebbe anche dire che possediamo delle capacità e, tra queste, la capacità di imparare è la più essenziale perchè condiziona anche le altre.<br />A livello di capacità la domanda è: Come fare? Che risorse utilizzare?<br />4. LE CREDENZE E I VALORI<br />Una credenza è un’affermazione personale che noi riteniamo vera. I valori sono ciò che consideriamo importante per noi. Le credenze guidano la percezione che abbiamo di noi stessi, degli altri e del mondo in generale. Le nostre convinzioni hanno un’influenza determinante sulle nostre capacità. Le credenze e i valori riportano alla domanda: perché?<br />5. L’IDENTITA’<br />La rappresentazione che ciascuno ha di se stesso influenza tutti gli altri livelli logici. Noi mettiamo in discussione comportamenti, capacità, valori e credenze, misurandole attraverso la domanda: “è coerente con quello che sono?” La domanda è: Chi?<br />6. La SPIRITUALITA’ (o MISSION): per chi e per che cosa?<br />Che senso ha la mia vita? (significato profondo) Per quale motivo sto al mondo?<br /><br /> <br /><br />Concludo con alcune citazioni di Robert Dilts:<br />“Attraverso le parole ognuno di noi può dare a qualcun altro la massima felicità oppure portarlo alla totale disperazione.<br />Le parole giuste al momento giusto possono creare effetti importanti e positivi. Sfortunatamente le parole possono anche confonderci e limitarci con la stessa facilità con cui possono renderci più capaci.<br />Per avere successo le persone hanno bisogno di cambiare le convinzioni limitanti nella convinzione di poter sperare nel futuro, di essere capaci e responsabili, ed un senso di autostima e di appartenenza.<br />Le convinzioni limitanti qualche volta operano come un “virus della mente” ed hanno una capacità distruttiva simile a quella di un virus dei computer o biologico.”<br />Robert Dilts, dal libro Il potere delle parole e della PNL<br /><br />Raffaele Ciruolo<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[La leadership è diventata dolce]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=278"><![CDATA[Ragazzi di oggi e leader di domani.. c’è una buona notizia: la leadership è diventata “dolce” ! <br />I modelli autoritari, la manipolazione, l’arroganza, l’arrivismo, i prepotenti.. ormai sono fuori moda, superati, obsoleti. <br />In ogni scuola, in ogni libro di management, in ogni istituzione, il modello riconosciuto è quello di una nuova figura di manager e leader, sicuramente più evoluta, anche se ancora “rara” da incontrare negli uffici delle aziende. <br />Umanità, empatia, ascolto sono le qualità oggi più apprezzate e riconosciute come vincenti, fino a spingersi all’ “amore” considerato come l’arma più forte anche nel contesto lavorativo (vedi il recente testo: “L’amore è la killer App!” di Tim Sander, chief solutions officer di Yahoo!). <br />Strano vero? <br />Però è così: competenze e conoscenze sono e rimangono importanti, ma ciò che fa la differenza sono, e saranno sempre più, le qualità umane della persona: il resto è in qualche modo sostituibile o “automatizzabile”: sentimenti e valori invece rimangono esclusiva del singolo e ne costituiscono a pieno titolo la personalità unica e originale. <br /><br />Ai giovani che si affacciano per la prima volta nel mondo del lavoro ecco allora 7 consigli utili per essere leader fin da subito: <br />• essere se stessi: meglio un autentico indeciso che un falso sicuro di sé, meglio un sincero “non lo so” che una falsa ostentazione di conoscenza presto smascherabile, meglio esprimere una reale preferenza piuttosto che un generico “mi piace tutto” per essere certi di non contraddire un superiore. Quando siete voi stessi in qualche modo la vostra autenticità e umanità raggiunge gli altri e le lacune, se ci sono, potranno facilmente essere perdonate. Quando siete voi stessi siete in realtà al massimo del vostro potenziale! <br />• essere umili: non significa essere sottomessi, ma semplicemente essere consci dei propri limiti e non avere paura di mostrarli, anzi fare leva su di essi per essere disponibili e aperti ai consigli, per non temere di chiedere aiuto ai propri referenti e responsabili. Tutti, un giorno, abbiamo iniziato e tutti all’inizio abbiamo commesso errori e non sapevamo muoverci. Umiltà significa rispetto ed è segno di grande maturità <br />• essere curiosi: non guardate solo al vostro lavoro, la curiosità di conoscere quello che accade intorno, nel resto dell’azienda e fuori dall’azienda; conoscere prima ancora di contattarle, capire cosa producono che servizi offrono, chi sono i clienti, il mercato.. curiosità è segno di un’intelligenza fresca e viva. Internet è un ottimo mezzo per conoscere e curiosare. Ma anche curiosi e voraci di letture, curiosi delle persone che vi circondano, delle culture diverse dalla vostra… <br />• condividere la conoscenza: all’inizio sarete riconoscenti verso chi sarà disposto a condividere con voi la propria conoscenza, maturata con anni di esperienza. Imparate fin da subito a condividere la vostra con lo stagista arrivato dopo di voi: c’è ancora chi crede che trattenere le informazioni sia un trucco per restare indispensabili all’azienda, per non “farsi rubare” i meriti, ma in realtà chi non condivide finisce isolato e presto inutile. <br />• essere responsabili: non è necessaria nessuna carica aziendale per essere responsabili. Potete essere responsabili del vostro lavoro dal primo giorno imputando a voi stessi e non agli altri (colleghi, capi, azienda, clienti) i vostri risultati, quelli del vostro reparto e anche quelli dell’azienda. Assumersi la responsabilità di un errore, di una decisione, di una proposta di miglioramento, di far funzionare meglio le cose, di capire e di agire. Questo significa anche accettare le critiche e sbagliare, ma sempre presuppone un atteggiamento attivo. Le persone che si “muovono” sono responsabili! <br />• coltivare relazioni positive: gli altri sono la cosa più importante! Coltivate relazioni positive con colleghi clienti e superiori: vi aiuterà sempre nel vostro lavoro. Questo non significa “arruffianarsi” il capo, significa piuttosto tenere in alta considerazione gli altri, essere disposti ad aiutare il collega anche se questo non è a vostro diretto vantaggio nel conseguimento degli obiettivi, significa essere aperti all’ascolto e alla comprensione delle difficoltà altrui, anche quelle dei propri superiori.. e ne hanno sempre tante! <br />• sviluppare la crescita personale: avete studiato fino adesso e solo ora forse incomincia la vostra crescita personale: non sarà più aula, non saranno più esami scolastici, ma sicuramente saranno libri, corsi, esperienze. L’obiettivo è quello di conoscersi sempre meglio per realizzare la vostra professionalità e personalità in un lavoro che vi assomigli, che sia in linea con le vostre aspirazioni ed i vostri valori, che vi consenta di esprimere al meglio i vostri magici talenti, quali essi siano! <br />Il nuovo modello di leadership dolce, affermato in tutte le aule di management, deve tuttavia ancora diffondersi nelle situazioni lavorative e questo è un vostro compito! Non sarà facile: dovrete convivere con qualche manager della vecchia guardia e toccherà a voi dare l’esempio positivo.<br />E allora, cari nuovi manager e nuove leader, il futuro è vostro, rendetelo migliore! <br />managerzen<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[La realtà esiste?]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=277"><![CDATA[Recenti studi scientifici hanno dimostrato come le cose che vediamo, sentiamo, proviamo, siano in realtà mediate dal cervello e non esistano come realtà oggettive all’infuori di noi. Il cervello agisce quindi come un emulatore di realtà, restituendo una sensazione a uno specifico stimolo che viene da fuori. I colori sono l'interpretazione che il nostro cervello fa di particolari informazioni provenienti dalla retina; i suoni sono l’interpretazione delle vibrazioni dell'aria provocate dalle onde sonore; il tatto è una sensazione legata alla deformazione, pressione, espansione, temperatura. <br />Tutti questi frammenti di realtà sono processati in modo da ottenere un’unica immagine cognitiva. Per restituirla in tutte le sue sfaccettature, ogni area del cervello si occupa dell’analisi di un dato specifico: alcune parti analizzano il colore, altre il movimento, altre ancora il peso o la risposta tattile. Questi input modificano lo stato funzionale di grandi aree come il talamo e la corteccia e i loro collegamenti creando sensazioni che, verificate attraverso la consapevolezza e i riferimenti condivisi, danno infine luogo alle emozioni. <br />Conoscere il cervello e le sue dinamiche rappresenta un’evoluzione verso la conoscenza di noi stessi e degli altri, una strada per migliorare il nostro rapporto con il mondo.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[C’e’ un mago in ognuno di noi, che vede e conosce tutto]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=276"><![CDATA[ C’e’ un mago in ognuno di noi, che vede e conosce tutto.<br />Published on February 15, 2012, in La Visione Alchemica. <br /><br /><br />Cercalo e trovalo: questo e’ lo scopo della tua vita. Osserva il mondo con innocenza, come un bambino, perchè è l’unico modo grazie al quale il mondo ha vita. I tuoi occhi danno vita a tutto cio’ che vedono.<br /><br />Sii testimone vigile del tuo tempo. A volte costruiamo, senza rendercene conto, delle barriere tra noi e la realtà. Anche se non è facile, bisogna trovarle e abbatterle. Nomi, etichette e definizioni sono limiti che ci sono imposti. Molti di questi limiti appartengono solo al nostro corpo: ma noi siamo molto di più. Dai più ascolto ai tuoi dubbi. Dietro ognuno di essi si nasconde un granello di coscienza e di consapevolezza, che ti aiuta a capire chi sei veramente.<br /><br />Metti da parte l’egoismo e i ricordi negativi che ti allontanano dagli altri. Cerca di dimenticare le vecchie immagini. Svegliati ogni giorno e guarda tutto e tutti in maniera nuova. Il più raffinato dei lavori si realizza nel puro silenzio. Ogni attimo fuggente di silenzio, senza pensieri, desideri e sentimenti, è un faccia a faccia con noi stessi.<br /><br />Finché avrai paura, non potrai amare veramente. L’amore dev’ essere scoperto, liberato dagli starti di paura, ira ed egoismo che lo incrostano. Dedica un po’ di tempo, ogni giorno, alla conoscenza di te stesso. Fermati ed osserva il contenuto della tua mente. Sebbene molto semplice, questo è uno dei passi più potenti verso il cambiamento.<br /><br />Non farti imprigionare mai dai ruoli che ti hanno (o che ti sei) dato: figlio, fratello, sorella, maschio o femmina, medico, avvocato, prete. Cerca di essere fedele solo a te stesso.<br /><br />Tu sei il mondo. Se trasformi te stesso, anche il mondo in cui viviamo sarà trasformato. Non inseguire la perfezione. Il discepolo incespica sempre, ma non cade mai. Accetta l’incertezza. Mantenersi nelle certezze significa vivere entro dei confini. Le cose di cui ci sentiamo sicuri hanno, in realtà, nuove qualità da mostrare. Una forza universale mantiene in equilibrio ogni cosa. Siamo tutti soggetti alla natura e dobbiamo avere fiducia. Cerca sempre l’altra faccia dei disastri e delle perdite. Se vuoi sentire l’amore come lo sente Dio, devi riempire ogni tuo vuoto. Si può amare solo in uno stato di pienezza.<br /><br />Immagina un avvenire perfetto, il migliore che tu possa desiderare. Non agire mai sulla base di rabbie passate, ma dei desideri per il futuro. Cerca la tua vera natura, e non trascurare nessun indizio. Ogni volta che un indizio viene riconosciuto, la vita ha sempre qualcosa in più da offrire.<br /><br />Sii paziente con te stesso: il bene o il male lottano dentro di te, e ci vuole tempo per ritrovare la propria unità. Il denaro non ha valore spirituale: non e’ mai stato, e non lo sara’ mai, la porta del paradiso.<br /><br />Apprezza la vita. E’ dalla sua silenziosa accettazione che arriva l’energia.<br /><br />Deepak Chopra<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Motivazione]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=275"><![CDATA[Dal momento che lavorare bisogna, è meglio fare un lavoro che piace. Questa affermazione può sembrare banale, non tutti nella vita riescono a fare l’astronauta, lo scrittore, il calciatore. I più devono accontentarsi di un impiego che non si sono scelti e che sicuramente non rappresentava l’obiettivo ottimale. Tuttavia, anche costoro, i più, possono lavorare in tranquillità, in serenità ed essere motivati. Questo è il compito della comunicazione interna, una strategia aziendale volta a coinvolgere le persone, ottenendo il massimo consenso sugli obiettivi conseguiti, la massima responsabilità individuale, la massima partecipazione nelle azioni comuni. La comunicazione interna è il risultato del dialogo che chi lavora in un’azienda ha con i propri colleghi. Essa riflette il come l’impresa è percepita, pensata e interiorizzata da tutti gli addetti. Tutta l’impresa è coinvolta in questo processo, tutti dovrebbero essere sensibilizzati. Tutti i dipendenti, infatti, dal management agli operatori, in misura più o meno complessa, contribuiscono al raggiungimento dei fini e degli obiettivi aziendali costituendo autentici, e viventi, veicoli di comunicazione. Una corretta politica di comunicazione nei loro confronti consolida il senso di appartenenza all’azienda, favorisce atteggiamenti e comportamenti che incidono poi positivamente sull’immagine dell’organizzazione stessa. E non solo sull’immagine, anche e soprattutto sulla reale efficienza organizzativa! Tuttavia, per fare ciò bisogna mettersi in una dimensione di ascolto; infatti non si possono giudicare le persone senza conoscerle. A volte lo si fa solo attraverso un curriculum o alcuni dati statistici. Non è dai numeri che si giudica una persona, ma soltanto ascoltando le sue ragioni sarà possibile allargare a dismisura gli elementi di giudizio. Heidegger diceva che il silenzio è la condizione per ogni tipo di comunicazione, che il silenzio è all’origine dell’ascolto. Questo significa che forse oggi abbiamo esagerato, che forse il top management dell’azienda è talmente preso a comunicare da non avere più il tempo per ascoltare. Invece è proprio attraverso un censimento meticoloso delle aspirazioni, delle attitudini e delle motivazioni dei singoli che si creerà un nuovo sistema di valori, comprendendo che il più grande valore che appartiene alla gente è la soluzione dei suoi problemi. Nelle aziende, troppo spesso, ho sentito parlare dei problemi e quasi mai delle loro soluzioni. Maria Ludovica Varvelli, grande psicologa e consulente di organizzazione, dice: “Ciò che contraddistingue un’organizzazione di successo non è il fatto di non avere problemi, ma è il fatto di non avere più quelli dell’anno scorso”. E, soprattutto, aggiungo io, l’azienda non è e non può essere più importante delle persone, poiché è fatta dalle persone che la vivono ogni giorno e, senza di esse, non esisterebbe neppure.   <br /><br />Il saggio non si espone al pericolo senza motivo, poiché sono poche le cose di cui gl’importi abbastanza; ma è disposto, nelle grandi prove, a dare perfino la vita, sapendo che a certe condizioni non vale la pena di vivere. Aristotele]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Il linguaggio non verbale]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=274"><![CDATA[Vi sono alcuni segnali di comunicazione non verbale che esprimono dei significati veri e propri che ben oltre il semplice gradimento e rifiuto. È molto importante collegare i segnali alla parola o concetto espresso nel momento stesso in cui il gesto è stato inviato. Infatti vi consiglio sempre di fare delle verifiche e di non dare per scontato tutto quello che viene espresso.<br />Per alcuni di questi segnali bisogna fare una distinzione tra la parte sinistra del corpo e quella destra: la propria sinistra indica l’ambiente esterno, gli altri; la parte destra indica noi stessi.<br />Volta per volta esamineremo più nei dettagli il significato. I segnali di comunicazione non verbale vengono comunicati con massaggi o grattamenti di alcune parti del corpo dovuti a vaso dilatazioni collegate a carichi tensionali che superano la soglia di tolleranza e quindi vengono scaricati. Ogni segnale ha un significato ben preciso e non è possibile non comunicare: Si comunica anche in silenzio.<br />1.“Grattamento” del capo.<br />La frase o la tematica espressa crea tensione nell’interlocutore in quanto rappresenta per lui vero e proprio gratta capo.<br />2.Grattarsi o massaggiarsi la fronte.<br />Il soggetto non ha ben chiaro l’argomento o la tematica espressa e inconsciamente ci chiede di approfondirla e rendergliela più chiara.<br />3.Grattarsi o massaggiarsi l’occhio sinistro o gli angoli dello stesso.<br />Il soggetto non ha capito la tematica o argomento trattato a causa del suo interlocutore (ambiente esterno) che è stato poco chiaro.<br />4.Grattarsi o massaggiarsi l’occhio destro o gli angoli dello stesso.<br />Il soggetto non capisce la tematica o argomento espresso per sua causa in quanto non è in grado di capirlo in quel momento (noi stessi).<br />5.Grattarsi o massaggiarsi il lato sinistro del naso.<br />Il soggetto esprime insicurezza che gli scaturisce dall’ambiente esterno. Se ad esempio chiediamo ad un nostro amico di prestarci la macchina e notiamo che si massaggia la parte sinistra del naso, vuol dire che è insicuro di poter farci questo favore in quanto probabilmente altri potrebbero impedirglielo (la moglie, la madre o altri che utilizzano il mezzo). Quindi non dipende da lui.<br />6.Grattarsi o massaggiarsi il lato destro del naso.<br />Chi abbiamo di fronte esprime insicurezza derivante de se stesso. Quindi ritornando all’esempio della macchina in prestito, se viene espresso questo segnale, significa che il nostro amico probabilmente non potrà farci questo favore in quanto gli da fastidio o ha degli impegni che di fatto gli impediscono di soddisfare le nostre esigenze. Naturalmente qui parliamo di segnali inconsci e questo vuol dire che il soggetto potrebbe non essere consapevole della situazione di disagio. Infatti, la parte logica potrebbe fargli dire che può prestarci la macchina. Poi, in seguito, quasi sicuramente ci comunicherà che non può farlo perché si è ricordato che, ad esempio, aveva già preso un impegno che richiedeva l’utilizzo dell’autovettura.<br />7.Mordicchiamento del labbro superiore.<br />Abbiamo già esaminato questo segnale tra quelli che esprimono gradimento ma, bisogna fare una distinzione tra labbro superiore e quello inferiore. La parte superiore indica una carenza di tipo sessuale. Quindi il nostro interlocutore inconsciamente ci comunica che l’argomento trattato o noi evocano pulsioni sessuali e che probabilmente potremmo compensare. Quindi, se riferito ad una persona, vuol dire che l’interlocutore è inconsciamente attratto sessualmente. Attenzione, però, a non commettere l’errore di pensare che ne sia consapevole da un punto di vista logico. Infatti qui stiamo parlando di parte inconscia e non è detto che la parte razionale accetti di riconoscere questa esigenza. Quindi se una persona vi manda più volte segnali di questo tipo, siate cauti e non lanciatevi come mandrilli in calore su di lei. Potreste avere una brutta sorpresa. Anche se la parte logica ha un’importanza pari al 7% in una comunicazione, non va trascurata in quanto se si pone reattiva, può sopprimere le esigenze inconsce. Infatti. Se seguissimo l’intuito e accontentassimo quasi tutte le esigenza della nostra parte emotiva, non esisterebbero malattie psicosomatiche. Datevi un’occhiata in giro per rendervi conto di quanto incide la parte razionale.<br />8.Moridicchiamento del labbro inferiore.<br />Il soggetto esprime una carenza energetica di tipo affettivo e comunica inconsciamente che potenzialmente potremmo compensarla.<br />9.Grattamento o massaggio dell’orecchio o della zona circostante.<br />Il nostro interlocutore esprime pulsione represse di tipo sessuali sull’argomento o nei nostri confronti.<br />10.Giocare con la collana.<br />Il soggetto esprime una carenza di tipo affettivo-sessuale. Il segnale diventa molto più inteso se effettua una suzione del pendaglio della collana.<br />11.Giocare con l’anello o il bracciale.<br />Occorre fare una distinzione tra il semplice girare l’anello o bracciale attorno al dito o al polso e il giocarci compiendo un’azione ascendente e discendete (su e giù) quasi cercando di sfilare via l’oggetto dall’arto. Nel primo caso indica una carenza energetica di tipo affettivo; nel secondo caso, invece, di tipo sessuale: infatti, quest’ultimo, simboleggia inconsciamente il rapporto sessuale.<br />12.Toccarsi o giocare con la cravatta.<br />Il nostro interlocutore ci segnala che ha una carenza energetica di tipo sessuale. Quindi, ad esempio, se un uomo dialoga con una donna e ripetutamente si tocca o gioca con la propria cravatta, indica che inconsciamente è attratto sessualmente da lei. Naturalmente, se una donna, tocca la cravatta del suo interlocutore, vuol dire che è attratta sessualmente da lui.<br />13.Alzare la punta del piede sinistro tenendo il tallone a terra.<br />Il nostro interlocutore ci segnala che nell’interazione preferisce far parlare noi.<br />14.Alzare la punta del piede destro tenendo il tallone per terra.<br />Il nostro interlocutore ci segnala che nell’interazione preferisce parlare o prendere la parola.<br />15.Puntare il piede destro verso una persona.<br />Il soggetto segnala interesse verso la persona che punta con il piede. Quindi, se mentre parliamo con una persona notiamo che direziona il piede destro verso un altro soggetto, significa che preferirebbe inconsciamente interagire con lui. Se il piede è puntato verso nessuno in particolare o addirittura verso l’uscita della camera, vuol dire che desidera andarsene.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Come trasformare ansia, paura e stress in coraggio e resilienza          ]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=273"><![CDATA[Il blocco a parlare in pubblico<br />Una donna manager sulla quarantina, bella e affascinante, professionalmente molto preparata e di successo, chiede un appuntamento con urgenza.<br />La ricevo il giorno dopo la sua chiamata, come di solito faccio per le urgenze; mi presenta il problema che in questo momento rischia di mandarle a monte tutta la vita professionale. Da qualche mese ha maturato il terrore di parlare in pubblico, tanto che ha evitato di farlo nelle ultime settimane, lei che fino ad allora aveva impavidamente affrontato convention con centinaia di manager, lei che da anni si occupa della formazione e supervisione di molti grandi dirigenti della sua azienda.<br />Nel descrivere il problema, espone la sua paura di bloccarsi durante una relazione ai suoi colleghi, motivandola col fatto che negli ultimi tempi la sua ansietà è spaventosamente aumentata e produce tutta una serie di somatizzazioni, come tachicardia, respiro affannoso, sudorazione, ecc., che le fanno temere il peggio.<br />Il tutto è cominciato quando lei, durante una delle tante convention manageriali alle quali era spesso chiamata in veste di oratore, assistette all’episodio di un collega che fu costretto a interrompere la sua relazione a causa di una forte crisi d’ansia.<br />Da allora aveva iniziato ad avere il terrore che le potesse accadere la stessa cosa e di conseguenza a ciò aveva progressivamente incrementato la sua tendenza a controllare le proprie reazioni, cadendo così nella trappola della profezia che si autorealizza.<br />Chiunque, infatti, si metta a voler controllare le proprie funzioni fisiologiche, finisce per alterarle proprio mediante il tentativo di controllarle.<br />Pertanto la giovane manager si era letteralmente costruita la trappola nella quale era, poi, entrata e dalla quale non sapeva più uscire.<br />In questi casi, quindi, si deve spostare l’attenzione del soggetto durante la sua perfomance, un po’ come per i pazienti fobici e ossessivi, dal controllo di sé a qualche altro fenomeno.<br />Alla donna venne ingiunta la seguente “semplice” prescrizione:<br />“Alle prossime sue uscite in pubblico, intendo quando lei si troverà a presentare una delle sue relazioni a una convention di manager, esegua quello che ora le chiedo.<br />Cerchi nell’ora prima della sua presentazione di portare alla sua mente tutte le peggiori possibili fantasie che riesce, concentri in questa prima ora tutta la sua ansia, così ne avrà molta meno dopo. Poi al momento di parlare dichiari prima di tutto: “Cari colleghi, vi prego di scusarmi in anticipo se durante questa mia presentazione potrà capitare che io arrossisca, cominci a sudare o perda il filo del discorso, perché, sapete, ultimamente non mi sento troppo bene”, dopo di che vada avanti con la sua relazione”.<br />La manager reagì dicendo che così le chiedevo di fare comunque una figuraccia, ma io le risposi che, invece, avrebbe potuto avere qualche simpatica sorpresa che, però, non potevo anticiparle.<br />Rividi la paziente dopo due settimane, ma avevo già ricevuto una sua telefonata di ringraziamento qualche giorno dopo la nostra seduta, nella quale riferì che le cose erano andate benissimo.<br />Ella aveva messo in pratica alla lettera tutto ciò che le avevo chiesto e ciò l’aveva condotta ad affrontare egregiamente e senza alcuna ansia la sua prova. Ciò che l’aveva francamente sorpresa era che, dopo la sua presentazione, alcuni prestigiosi colleghi si erano complimentati con lei per lo stratagemma retorico utilizzato all’inizio della sua relazione per predisporre bene l’uditorio nei suoi confronti.<br />La fragilità dichiarata, infatti, cessa di essere tale e diviene punto di forza.<br /><br />Giorgio Nardone<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Elogio della cinquantenne]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=272"><![CDATA[Una rivista inglese ha realizzato un sondaggio tra gli uomini sulle probabili partner ideali. La maggior parte di essi, divisi per classi di età - hanno scelto ...donne tra i 45 e i 60 anni. Prendendo spunto da questa notizia ( e, a quanto pare, dal conseguente shock dei realizzatori del sondaggio) postiamo le considerazioni di uno scrittore colombiano, Santiago Gamboa, di 43 anni - che a noi- piacciono assai...<br /><br />Buona lettura.<br /><br />"Le donne della mia generazione sono le migliori. Punto. Oggi hanno 40, 50, 60 e anche di più anni e sono belle, molto belle, ma anche serene, comprensive, sensate, e, soprattutto, diabolicamente seducenti, nonostante le loro zampe di gallina o l'affettuosa cellulite, che, comunque, le rende così umane, così reali. Splendidamente reali.<br />Quasi tutte, oggi, sono sposate o divorziate o divorziate e, a volte, risposate, con l'idea di non sbagliarsi al secondo tentativo, che,a volte, è un modo per affrontare il terzo ed anche il quarto tentativo. Che importa.<br /><br />Altre rimangono tenacemente nubili e proteggono questa solitudine come una città assediata, che a volte, apre le sue porte a qualche visitatore.<br /><br />Sono nate sotto l'Era dell'Acquario, con l'influenza della musica dei Beatles, di Bob Dylan... Le eredi della "rivoluzione sessuale", degli anni'60 e dei movimenti femministi, hanno saputo conciliare libertà e civetteria, emancipazione con passione, rivendicazione con seduzione.<br />Mai hanno considerato l'uomo un nemico, anche se gli hanno cantato alcune verità, perché hanno compreso che emanciparsi era qualcosa di più, che mettere l'uomo a lavare il bagno o cambiare il rotolo della carta igienica...<br />Sono meravigliose e hanno stile. Usavano gonne gitane all'età di 18 anni, si coprivano con larghi maglioni di lana, perdendo ogni giorno di più, la somiglianza con Maria Vergine, in una notte selvaggi di un venerdì o di un sabato, dopo essere state a ballare.<br />Parlarono con passione di politica e volevano cambiare il mondo.<br />Queste donne non ti svegliano nel cuore della notte per chiederti "cosa stai pensando". Non sono interessate a cosa stai pensando.<br /><br />Le donne di queste età sono generose. Sono sicure e non temono di presentarti le amiche. <br />Solo una donna più giovane e immatura può arrivare a ignorare la sua migliore amica.<br />Esse diventano psicologhe con il passare del tempo. Non hanno bisogno che tu confessi i tuoi peccati, esse li sanno sempre. E sono oneste e dirette. Ti dicono direttamente che sei un coglione, se provano qualcosa per te. Ci sarebbero tantissime cose positive da dire sulle donne di 45 e più anni e per diverse ragioni.<br /><br />Purtroppo, tutto ciò non è reciproco. Per ogni splendida donna di più di 45 e passa anni,intelligente, divertente, c'è un uomo con quasi o più di 50 anni, pelato, grasso, panciuto, grinzoso, che fa il carino con una ragazza di 20 anni coprendosi completamente di ridicolo."<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[La voce del silenzio]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=271"><![CDATA[È timido, è semplice, è piemontese, anche se parla come Maradona. Chissà se gli basterà essersi chiamato Francesco per seppellire la pompa della Chiesa e la società dei consumi, entrambe degenerate a livelli insostenibili. Di sicuro uno che al suo primo affaccio dal balcone si mette in ginocchio e riesce a fare tacere per quasi mezzo minuto la folla di Roma può essere capace di qualsiasi impresa. Mezzo minuto di silenzio, cioè di spiritualità, qualcosa di molto più ampio della religiosità. Le parole trasmettono emozioni e pensieri. Il silenzio, sentimenti. Erano anni che lo aspettavamo. Anni orribili di applausi ai funerali e di minuti di silenzio inquinati da coretti da stadio non solo negli stadi. Questo terrore di entrare in contatto con se stessi, contrabbandato per empatia ed espansività. Questo bisogno di buttare sempre tutto fuori, per paura di sentire che cosa c’è dentro, fra la pancia e la testa. Il cuore. <br /><br />Il gesuita Francesco ha mandato nel mondo il suono dimenticato del silenzio. Per trentadue secondi: in televisione un’eternità. Sarebbe bastato che dalla piazza partisse un «viva» o un «daje» per rovinare tutto. E invece una Roma improvvisamente e miracolosamente afona non gli ha sporcato il primo e fondamentale discorso a bocca chiusa. Ora il suo cammino può cominciare, nonostante le difficoltà del caso. Lui è abituato a girare in metropolitana, ma muoversi coi mezzi a Roma risulta piuttosto complicato. Le strade sono piene di buche, in Curia anche di burroni. <br /><br />Massimo Gramellini - La Stampa]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[20 dollari]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=270"><![CDATA[<br />Un uomo arrivò tardi dal lavoro, stanco ed irritato, il suo bambino di 5 anni lo aspettava all'uscio. <br />Il bambino disse: " papà, posso farti una domanda? " <br />" Si sicuramente, cosa vuoi? " rispose l'uomo. <br />" Papà, quanti soldi guadagni all'ora? " <br />" Questi non sono affari tuoi! Cosa ti prende per farmi questa domanda? " disse l'uomo arrabbiato. <br />" Voglio solo sapere. Per favore dimmelo, quanto guadagni all'ora? " Ripetè il bambino. <br />" Se devi saperlo, io guadagno 20 dollari all'ora. " <br />" Oh, " replicò il bambino abbassando la testa e guardando ancora verso l'alto, disse, " Papà, per favore puoi prestarmi 10 dollari? " <br />Il padre era furioso. " Se la sola ragione che tu vuoi sapere quanto guadagno per ogni ora del mio lavoro è solo perché vuoi che ti faccia un un prestito per permetterti di comprarti un giocattolo insignificante o qualche altra cosa inutile, vai nella tua camera e mittiti a letto. Io lavoro duramente per molte ore ogni giorno e non ho tempo per queste bambinate. " <br />Il piccolo bambino andò silenziosamente nella sua camera e chiuse la porta. L'uomo si sedette e cominciò ad arrabbiarsi ancora di più a causa della domanda del piccolo ragazzo. Come si permette di fare tale domanda solo per avere dei soldi. Dopo circa un'ora, l'uomo si calmò, e cominciò a pensare che forse era stato un pò duro con suo figlio. Forse aveva veramente bisogno di quei dieci dollari per comprarsi qualcosa d'importante, dopotutto non chiedeva spesso soldi. L'uomo andò alla porta del bambino, ed entrò nella camera. " Dormi tu figlio mio? " domandò. <br />" No papà, sono sveglio," rispose il ragazzo. <br />" Stavo pensando che forse sono stato troppo duro con te, " disse l'uomo. " ho avuto una giornata faticosa, e sono stato severo con te. Ecco i 10 dollari che mi hai chiesto." <br />Il piccolo ragazzo si sedette in una posizione retta, e raggiante disse: " Oh, grazie papà! " gridò. Poi, cercando sotto il guanciale, tirò fuori alcuni altri biglietti sgualciti. L'uomo vedendo che il bambino aveva già dei soldi, cominciò ad arrabbiarsi ancora una volta. Il Bambino contò lentamente i suoi soldi, dopo guardò l'uomo in faccia. <br />" Perché mi hai chiesto dei soldi se tu ne hai già? " disse il padre borbottando. <br />" Perché non ne avevo abbastanza, ma adesso ce l'ho " replicò il bambino. " Papà, adesso ho 20 dollari…. Posso comprare un'ora del tuo tempo? <br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[La Litti a Sanremo]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=269"><![CDATA[Gli uomini fanno fatica a dire ti amo. Lo dicono solo in caso di estrema necessità, tipo quando proprio non ne possono fare a meno, sennò dicono dei surrogati. Dei derivati del ti amo. Che fanno danni come i derivati delle banche. Dite delle cose tipo: sei molto importante per me. E cosa vuol dire molto importante? Anche non pestare una cacca di cane prima di portare le scarpe al calzolaio è molto importante, ma non è mica la stessa cosa che dire ti amo. Dite cose tipo: Mi fai stare bene. <br />Ma mi fai stare bene lascialo dire a Biagio Antonacci. Dillo al tuo medico Shiatsu quando ti schiaccia i piedi per metterti a posto la cervicale. Oppure sprecate quelle parole tipo tesoro, meraviglia, splendore. Ma splendore cosa? Guardami. Splendo? <br />Non sono mica una plafoniera? Ma dite ti amo, pezzi di cretini! Se la prima volta vi vergognate mettete la testa nel sacchetto del pane?! Dite “ti amo” mentre vi lavate i denti? Sglrlb? Va bene anche quello. Poi al limite cambiate idea. Dire una volta ti amo non crea né impotenza né assuefazione.<br />Poi il bello è che non capite nulla anche quando siamo noi a dirvi parole d’amore. Se vi diciamo cose romantiche tipo: Amore, guarda che luna.. voi rispondete: Minchia l’una? Pensavo fossero le undici. Andiamo che mi è scaduto il parcheggio. Ma noi vi amiamo lo stesso. Cosi come siete. <br />Vi amiamo anche quando…vi vantate di aver scritto il vostro nome facendo pipì sulla neve, amiamo i vostri piedi anche se sono armi di distruzione di massa, vi amiamo anche se di notte russate che ci sembra di dormire ai piedi dello Stromboli, vi amiamo anche se per trovarvi per casa basta seguire le tracce come per gli animali selvatici, giacca, camicia, canotta, tutto lasciato per terra finché sul divano non trovi un tizio con la felpa della Sampdoria che gioca alla Playstation, vi amiamo quando per fare un caffè ne spargete un quarto sul tappetino e due quarti sul gas. E poi dite che viene leggero.<br />Vi amiamo quando avvitate la caffettiera fino allo spasimo che per aprirla dobbiamo chiamare i pompieri, e poi non chiudete i barattoli, appoggiate solo il coperchio sopra cosi appena lo prendi sbadabam cade tutto. Vi amiamo quando sparecchiate la tavola con la tecnica del discobolo, mettendo in frigo la pentola della minestra che poggia su due mandarini. <br />Vi amiamo quando a Natale scavate il panettone con le dita, quando per farvi un caffè sporcate la cucina che neanche 10 Benedette Parodi.. e pure quando per farvi la doccia allagate il bagno e lasciate la malloppa di peli nello scarico, che sembra di stare insieme a un setter irlandese! Vi amiamo quando diciamo voglio un figlio da te e voi rispondete “Magari un cane” e noi vorremmo abbandonare VOI in autostrada non il cane. <br />Vi amiamo quando andate a lavare la macchina e ci chiudete dentro coi finestrini aperti, vi amiamo quando fate quelle battute tipo prima di fidanzarti guarda la madre, perché la figlia diventerà cosi, Voi no. Voi spesso siete pirla fin da subito. Vi amiamo quando mettete nella lavastoviglie i coltelli di punta, che quando noi la svuotiamo ci scarnifichiamo, e quando invece di sostituire il rotolo finito della carta igienica usate il tubetto di cartone grigio come cannocchiale.<br />E’ per amore vostro che facciamo finta di addormentarci abbracciati anche se dormire sul vostro omero ci dà un po’ la sensazione di appoggiare la mandibola su un ramo secco di castagno, e vi amiamo anche se considerate come dogma assoluto che l’arrosto della mamma è più buono di quello che facciamo noi. Il creatore non ha detto: E la suocera fece l’arrosto fatelo sempre cosi in memoria di me.<br />Insomma, noi vi amiamo anche quando date il peggio, vi amiamo nella buona ma soprattutto nella schifosa sorte. Vi amiamo perché amiamo l’amore che è un apostrofo rosa tra le parole: E’ irrecuperabile.. ma quasi quasi me lo tengo.<br />Perché San Valentino è la festa dell’amore, declinato in tutte le sue forme. L’amore delle persone che si amano. Anche delle donne che amano le donne e degli uomini che amano gli uomini. MA CHE CI INTERESSA QUELLO CHE FANNO A LETTO.. L’IMPORTANTE E’ CHE LE PERSONE SI VOGLIANO BENE, SOLO QUESTO CONTA.<br />Pensa che bello sarebbe vivere in un paese dove tutti i diritti fossero riconosciuti. Ma non solo i diritti dei soldi. Quelli dell’anima. Quelli che mi dicono che posso vegliare la persona che ho amato per anni in un letto d’ospedale senza nessuno che mi cacci via perché non siamo parenti. E poi vorremmo un san Valentino dove nessun uomo per farci i complimenti dicesse che siamo donne con le palle. Dirci che siamo donne con le palle non è un complimento. Non le vogliamo. Abbiamo già le tette. Tra l’altro sono due e sferiche anche quelle. Vogliamo solo rispetto. In Italia in media ogni due o tre giorni un uomo uccide una donna, compagna, figlia, amante, sorella, ex.<br />Magari in famiglia. Perché non è che la famiglia sia sempre, per forza, quel luogo magico in cui tutto è amore.<br />La uccide perché la considera una sua proprietà. Perché non concepisce che una donna appartenga a se stessa, sia libera di vivere come vuole lei e persino di innamorarsi di un altro.. E noi che siamo ingenue spesso scambiamo tutto per amore, ma l’amore con la violenza e le botte non c’entrano un tubo. L’amore, con gli schiaffi e i pugni c’entra come la libertà con la prigione. Noi a Torino, che risentiamo della nobiltà reale, diciamo che è come passare dal risotto alla merda.<br />Un uomo che ci mena non ci ama. Mettiamocelo in testa. Salviamolo nell’hard disk. Vogliamo credere che ci ami? Bene. Allora ci ama MALE. Non è questo l’amore. Un uomo che ci picchia è uno stronzo. Sempre. E dobbiamo capirlo subito. Al primo schiaffo. Perché tanto arriverà anche il secondo, e poi un terzo e un quarto. L’amore rende felici e riempie il cuore, non rompe costole e non lascia lividi sulla faccia. Pensiamo mica di avere sette vite come i gatti? No. Ne abbiamo una sola. Non buttiamola via.<br />(Luciana Littizzetto)<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Consigli di lettura]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=268"><![CDATA[Ho letto un bel libro: “Come scrivere un manuale formativo di successo” di Debora Conti.<br /><br />Siamo notoriamente una nazione nella quale sono più gli scrittori dei lettori. <br />Purtroppo molti, a cominciare da coloro che insegnano, non sanno come rendere leggibile e fruibile un manuale.<br />Questo libro, insegna a realizzare un manuale formativo partendo solo dalle proprie conoscenze.<br />Disseminato di preziose regole e di preziosi esercizi da mettere subito in azione per trasformarsi immediatamente da lettore a scrittore, il testo è diviso in 2 parti principali.<br />La prima parte affronta i contenuti, la seconda si sofferma sulla scrittura e promozione di un manuale di successo.<br />Ciò che più mi piace di Debora Conti scrittrice è il fatto che lei non scriva.  <br />Detta così, questa frase potrebbe sembrare un paradosso, ma vi assicuro che non lo è affatto. <br />In realtà, Debora non scrive perché fa qualcosa di più: lei parla con il lettore, se lo prende per mano e gli racconta una storia, lo fa divertire e, alla fine, quando si congeda, lo lascia arricchito e pieno di idee. <br />Il suo “Come scrivere un manuale formativo di successo” è uno strumento utile, pieno di suggerimenti preziosi, sempre dati con quel tono leggero e, a volte, scherzoso, che la caratterizza. <br />L'impresa ha richiesto soprattutto coerenza, perché Debora, mentre vi spiega come scrivere un manuale formativo, lo sta di fatto scrivendo e vi permette, così, di verificare la coerenza tra ciò che lei consiglia e ciò che lei fa. <br />Utilizza un linguaggio chiaro e schietto. Non usa mezzi termini: se una cosa non va, non va e basta. <br />Soprattutto, è amabile e generosa, non si risparmia, mette al servizio del lettore tutta la sua professionalità, le sue conoscenze, perfino quelli che solitamente sono considerati trucchi del mestiere. <br />Una lettura piacevole, divertente, in grado di offrire spunti interessanti non solo ai neofiti, a coloro che hanno un libro nel cassetto e non hanno ancora deciso che cosa farne, ma anche a chi dello scrivere manuali si ritiene  esperto.<br />Lo trovate su  <a href="http://www.ilgiardinodeilibri.it/ebook/__come-scrivere-un-manuale-formativo-di-successo-ebook.php" target="_blank">Il Giardino dei Libri</a> , ve lo consiglio!<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		</author>
		<title><![CDATA[Ansia, fobie, timori, preoccupazioni, stress… ]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=267"><![CDATA[A volte ci sono situazioni e stati d’animo davvero difficili da vivere e da gestire. Qualche giorno fa ero in aereo, in attesa di decollare per rientrare a casa. Stanco dopo due giorni di coaching e formazione da un cliente, ne approfitto per chiudere gli occhi e fare qualche esercizio di rilassamento.<br />Poco dopo arriva la mia vicina di posto. Mi saluta, mi propone di scambiarci il posto, si scusa per avermi fatto alzare, e inizia a parlare come un fiume in piena. Era una professoressa universitaria, ci ha tenuto a sottolinearlo, ed era letteralmente terrorizzata dall’aereo. Aveva volato solo un paio di volte, cercava sempre di evitarlo.  Era già pronta con la sua pillolina tranquillante, mentre la nostra converazione proseguiva (in realtà parlava quasi solo lei…)<br />Si è interessata subito al mio lavoro, tempestandoni di domande quando ha scoperto che la gestione dello stress è la mia pricipale specializzazione.<br />E’ rimasta così rapita dal discorso, che ha dimenticato di prendere la sua medicina ed ha affrontato il volo in tutta tranquillità. E’ fantastico il potere della nostra mente…<br /> La fantasia<br /> La mente umana ha una capacità incredibile di generare stati d’animo. La fantasia.<br />Il potere di crearsi immagini mentali e lasciarsi guidare da esse nel vortice delle emozioni più disparate.<br />Ne siamo tutti dotati, anche se, spesso, non ne siamo a pieno consapevoli.<br />So che a leggere queste parole qualcuno potrebbe dire di non avere fantasia, di non sapersi creare immagini mentali.<br />Analizziamo insieme qualche esempio, prendendo spunto proprio dal racconto iniziale.<br />Stati d’animo quali ansia, gelosia, timore ecc., sono il più delle volte proprio il frutto di situazioni non reali, ma frutto dei pensieri che ci creiamo. Accade tutto in maniera automatica.<br />La persona amata è in ritardo? Devo sostenere quell’esame o quel colloquio? Ecco che parte dentro di noi un vero e proprio film, completo di dialoghi. E come qualsiasi film ben fatto, ci provoca emozioni.<br />Le sensazioni e le preoccupazioni sono reali, anche se la realtà è magari completamente diversa.<br />Prendiamo il caso della signora in aereo. Era terrorizzata da cosa? Che immagini proiettava dentro di se? Quale era il suo dialogo interno? Nel suo caso la sua mente aveva prodotto un film da premio Oscar. Un film così ben fatto, così pieno di particolari, che le provocava emozioni così forti e vivide che in confronto Dario Argento è un dilettante.     La sua mente non faceva più distinzioni tra il “film” e la realtà. E così accade per ognuno di noi…<br /> Anche lo stress spesso è creato o quantomeno acuito dalla nostra percezione degli eventi e della realtà. Spesso diamo troppo peso alle cose, spesso ne cogliamo soltanto alcuni aspetti o ne ingigantiamo la portata e gli effetti; spesso creaiamo noi un problema anche quando, di fatto, questo non esiste.<br /> L’illusione più pericolosa è quella che esista soltanto un’unica realtà  (Paul Watzlawick)<br /> Per fortuna questa capacità del cervello funziona anche per le emozioni positive: quanto è piacevole lasciare vagare la mente o sognare ad occhi aperti. I bambini sono maestri in questo.<br />L’opportunità<br />Il nostro cervello di fatto, non fa differenza tra ciò che immagina “vividamente” e ciò che vede e vive nella realtà.<br />Partendo da questo presupposto, possiamo imparare a sfruttare questa caratteristica a nostro vantaggio, scegliendo che genere di “film” realizzare.<br />Possiamo infatti utilizzare consapevolmente la visualizzazione per generare in noi determinati stati d’animo o per aiutarci ad affrontare situazioni nel quotidiano.<br />Per essere più efficaci, le immagini mentali devono essere create coinvolgendo il più possibile i 5 sensi. Essere multisensoriali. Più particolari inseriremo più saranno reali le sensazioni che ne deriveranno.<br />Inoltre le scene vanno strutturate come se le stessimo vivendo realmente. Vanno viste con i nostri occhi, e non come se stessimo guardando noi stessi in tv. Questo accorgimento permette di intensificare le sensazioni e l’efficacia della visualizzazione. Si parla tecnicamente di visualizzazione in “associato”.<br />Il dissociarsi dalle immagini, letteralmente uscire dalla scena ed osservarla dall’esterno, è utile per attenuare l’intensità emotiva di qualsiasi situazione.<br />Le immagini mentali e la visualizzazione di specifiche situazioni o performance, vengono oggi sempre più spesso utilizzate nei campi più disparati.<br />In ambito sportivo sono molti gli atleti che abbinano all’allenamento classico sul campo, quello mentale, visualizzando sé stessi durante la prova, compiere i movimenti giusti, ed arrivando persino ad assaporare le emozioni della vittoria. Rivedono questo film centinaia di volte, in modo da trasmettere al cervello le istruzioni per migliorare la performance.<br />Nel campo del business si può utilizzare questa tecnica per immaginare ad esempio un colloquio di lavoro, una trattativa di vendita, un intervento di public speaking, ecc.<br /> La gestione dello stress<br />Anche per la gestione dello stress la tecnica della visualizzazione è un efficacissimo strumento.<br />Ecco un semplice esercizio di rilassamento che puoi fare tutti i giorni per scaricare lo stress e recuperare energia e serenità.<br />Assumi una posizione comoda. Fai in modo da non essere disturbato per qualche minuto e chiudi gli occhi in modo da favorire a pieno  la concentrazione.<br />Dopo aver fatto un paio di respiri profondi per predisporre mente e corpo al rilassamento ed iniziare a sciogliere le tensioni, lascia vagare la mente ed immagina di essere immerso in una meravigliosa scena della natura. Il tuo luogo preferito. Un posto fantastico, piacevole e rilassante. Guardati intorno. Nota le forme, i colori, e tutto ciò che ti circonda. Più particolari inserirai, più tranquilla diverrà la tua mente. Ascolta i suoni, le voci della natura. Godi a pieno delle sensazioni che si intensificano sempre di più. E man mano che  il rilassamento continua a diffondersi, soffermati a notare ogni particolare di questa scena, in modo da rendere ancora più piacevoli questi momenti. Lasciati andare e lascia vagare la mente. Riempi di dettagli questa scena. <br />Concentrati su ogni piccolo particolare. Suoni, odori, colori, sensazioni…<br />Prenditi tutto il tempo necessario, poi torna lentamente al presente, riaprendo gli occhi dolcemente.<br /> Può sembrare difficile. Non siamo abituati ad usare questa tecnica.<br />Allenati. Usala tutti i giorni.<br />Facendolo, apprezzarai fin da subito i primi benefici, che diverranno giorno dopo giorno sempre più evidenti, aiutandoti a scaricare lo stress, a migliorare la qualità delle tue giornate, ed a recuperare risorse utili e per il raggiungimento dei tuoi obiettivi.<br />Giorno dopo giorno.… FantasticaMente!<br />Max Formisano  www.vivererilassatamente.it<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[La felicità è contagiosa]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=266"><![CDATA[LA FELICITA' potrebbe essere dietro l’angolo. A patto però di stabilire nuovi obiettivi per raggiungerla. Per Action for Happines non serve né danaro, né potere. Bisogna ripensare il ruolo della politica e ogni governo dovrebbe occuparsi di più del benessere collettivo. Secondo quello che si può definire ‘il partito della felicità’, che conta 24.000 membri, fra i quali il Dalai Lama, per trovare equilibrio e serenità in tempi ragionevoli va rispettato un decalogo che punta sulla condivisione, la generosità, l’auto stima e la cura di sé. Banditi invece materialismo, egoismo e stress. Assumono valore le azioni che possano portare beneficio agli altri, perché il benessere è contagioso. Un grande sogno quello di Action for Happiness che è nato nel 2011 a Londra con l'iniziativa “Free Hugs”. Un gruppo di uomini e donne ha regalato abbracci ai passanti nelle strade della città. E oggi oltre ai membri questa rete raggiunge una community di 70.000 persone in circa un centinaio di paesi.<br /><br /> Le 10 regole per la felicità<br />Giving(Dare) Fare qualcosa per gli altri <br />Relating(Relazionarsi) Relazionare con le persone <br />Exercising(Esercitarsi) Prendersi cura del proprio corpo <br />Appreciating(Apprezzare) Apprezzare il mondo che ci circonda <br />Trying out(Provare) Imparare sempre cose nuove <br />Direction(Obiettivo) Avere obiettivi da raggiungere <br />Resilience(Resilienza) Trovare le risorse utili per fronteggiare le avversità <br />Emotion(Emozione) Avere un atteggiamento positivo <br />Acceptance(Accettarsi) Accettarci per come siamo <br />Meaning(Dare senso) Essere parte di qualcosa di più grande <br /><br />Un tema quello della felicità che sarà protagonista del <br />Festival delle Scienze dal 17 al 20 gennaio all’Auditorium di Roma. Ma come dare vita a una società felice o quanto meno più felice? L'idea sembra quasi 'un grande sogno', un'utopia difficile da realizzare. “Lo scopo di Action for Happiness è quello di creare un movimento di persone che lavori per la felicità di tutti - dice Mark Williamson, presidente di Action for Happiness ospite del Festival delle Scienze il 17 gennaio a Roma - . Negli ultimi '60 anni i paesi industrializzati si sono arricchiti sempre di più, ma da allora le persone non sono state più felici rispetto al periodo precedente. Ora è  necessario far capire agli individui come conquistare benessere e abbandonare ansia e stress. La chiave principale è quella di dare di nuovo spazio ai rapporti umani”.<br /><br />Fin dagli anni ’70 in Bhutan si è creato il concetto di felicità interna lorda, ma nei paesi industrializzati il fenomeno è nuovo. La politica può avere un ruolo importante? <br />“I governi devono investire di più sulla salute e il benessere della popolazione. Stress, ansia, depressione portano sofferenza, a problemi di salute. Sono situazioni nelle quali si spendono soldi per le cure. E’ sempre più necessario destinare fondi alla tutela della salute mentale delle persone e aiutarle a stare bene. Serve la serenità necessaria per affrontare ogni difficoltà. In questo senso la terapia cognitivo-comportamentale ha dimostrato da un punto scientifico efficacia nel tempo. Servono investimenti nella salute delle persone”.<br /><br />Condivide la decisione del premier britannico David Cameron di misurare l’indice di felicità dei cittadini?<br />“E’ un passo importante, ma non basta misurare l’indice di benessere della popolazione, vanno anche trovate soluzioni per affrontare i problemi”.<br /><br />In un momento di crisi economica come questo però sembra difficile convincere i governi a investire su un concetto astratto come la felicità.<br />“Alla lunga è la scelta migliore e queste politiche pagano. Se le persone sono meno ansiose e stressate, ad esempio, si ammalano di meno. Le cure rappresentano un costo sociale importante. E se gli individui non stanno bene, perdono più facilmente il lavoro e i costi per la società aumentano. E' importante dare a ognuno gli strumenti giusti per affrontare i problemi. Ci saranno sempre per tutti momenti difficili nella vita e la felicità non può durare per sempre, ma i governi possono fare molto per aumentare le condizioni di benessere collettivo. La questione sta emergendo sempre di più. Se ne è occupato anche il presidente degli Stati Uniti Obama. Ora anche le Nazioni Unite promuovono il concetto di felicità interna lorda, nato in Buthan. L’approccio alla questione sta cambiando”.<br /><br />In piena recessione molti perdono il lavoro e aumentano i suicidi.  Come cambiare le politiche per sostenere chi è in difficoltà?<br />“I governi dovrebbero puntare sulla stabilità economica del paese per evitare l’aumento della disoccupazione. E’ più importante della crescita. Servono anche politiche sociali per aiutare chi è senza lavoro a trovare una motivazione coinvolgendo, ad esempio, i disoccupati nel volontariato. E poi per le persone è importante trovare un lavoro che piaccia, con un significato. Ci si può deprimere anche quando non si è convinti del proprio lavoro”.<br /><br />Secondo una recente ricerca della Oxford University chi ride ed è ottimista si ammala di meno. Il vostro movimento lavora molto nelle scuole. Si può insegnare l’ottimismo?<br />“Sì, lo studio dimostra che ridere aiuta a vivere più a lungo. Gli effetti della ristata sono simili a quelli di un esercizio fisico regolare. Per quello che riguarda l’ottimismo, in parte dipende dalla genetica degli individuo, ma molto può essere insegnato. Lo facciamo nelle scuole. Ai ragazzi bisogna spiegare come affrontare la vita, i problemi concreti e come gestire le emozioni. Non basta limitarsi a insegnare solo nozioni e un programma accademico tradizionale”.<br /><br />Lei ha lavorato a lungo nel no profit. E’ importante occuparsi degli altri?<br />“Siamo esseri sociali ed è fondamentale occuparsi degli altri. Questo dona benessere a chi aiuta l’altro e a chi riceve sostegno. Regala benessere agli individui e a tutta la comunità”.<br /><br />Che ruolo ha il danaro nel tentativo di raggiungere la felicità?<br />“I soldi sono importanti e chi è povero non può essere felice. Ma è stato dimostrato che, al di sopra di un determinato reddito, il danaro perde valore. Non è più un elemento importante per il benessere della persona, mentre contano gli affetti, la realizzazione personale. Anche i beni materiali, gli oggetti, assumono meno importanza. Contano invece le esperienze e i rapporti umani. Diventa più importante spendere per una cena con gli amici o un viaggio con la famiglia. Sono esperienze che rafforzano le relazioni fra le persone e le fanno stare meglio”.<br />Valeria Pini - La Repubblica]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Un aneddoto di Milton Erickson]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=265"><![CDATA[Un inverno venne a trovarmi un professore di astronomia. Lasciò la porta di ingresso aperta, lasciò la porta del mio studio aperta e aprì le altre due porte che si trovano nel mio studio. Tirò le tende di una finestra, tirò su la persiana, tirò via la tenda e aprì la finestra. <br />“Sono stato incaricato dal governo di fotografare l’eclisse totale di sole che avverrà in Borneo e soffro di claustrofobia”, mi disse. “Per andare in Borneo dovrò volare e andare in treno, mi toccherà viaggiare in mare, in macchina. Dovrò essere in grado di lavorare in camera oscura. Mi può dare una mano? Ho due mesi di tempo prima di partire.”<br />Così gli feci immaginare che una delle porte era chiusa, anche se in realtà era del tutto spalancata.<br />Alla fine riuscì ad immaginarlo, mentre era sotto ipnosi.<br />Allora gli feci immaginare che l’altra porta era chiusa, che la finestra era chiusa e che la porta d’ingresso era chiusa. <br />Andò in Borneo a fotografare l’eclissi totale di sole. Dopo che era riuscito in stato di trance ad immaginare che la porta era chiusa, io la chiusi effettivamente, un pochino alla volta, fino a che alla fine non fu chiusa.<br />Una per una chiusi tutte le porte, dopo avergli fatto immaginare che erano chiuse e tutto cominciò col fargli prima immaginare che la porta era chiusa.<br />Avevo detto che quella porta aperta era una crepa nel muro, avevo detto “Adesso chiudiamo quella crepa, un pezzetto alla volta, e facciamo tornare il muro tutto intero.”<br />Se soffriste di claustrofobia vorreste certamente che le finestre fossero aperte e che le porte fossero aperte. Io vi metterei in trance e al loro posto vi farei vedere una larga crepa.<br />E per quanto grave possa essere la vostra claustrofobia, riuscireste a sopportare di essere seduti in quel divano con tutte le finestre aperte e le porte aperte.<br />Quando io altero l’immagine mentale che voi avete, vi metterete in relazione alla cosa allo stesso modo in cui fate col muro che è alle vostre spalle, e questo è il vantaggio dell’ipnosi.<br />Voi potete far sì che una persona in stato di trance immagini effettivamente che una data porta sia veramente una crepa del muro.<br />Chiudete lentamente queste crepe.<br />E avrà un muro alle sue spalle. <br />Dopo essere stato in Borneo, e aver fotografato l’eclissi quest’uomo entrò nella camera oscura, perché voleva disperatamente vedere la terra del Borneo, o quello che era.<br />L’inverno seguente sua moglie venne da me e mi disse: “Grazie a Dio quest’inverno non mi toccherà più dormire con le porte e le finestre aperte”<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[La centesima scimmia]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=264"><![CDATA[La scimmia giapponese Macaca fuscata (o macaco dalla faccia rossa), è stata osservata allo stato selvaggio per un periodo di oltre 30 anni. Nel 1952, sull’isola di Koshima, alcuni scienziati davano da mangiare alle scimmie delle patate dolci sepolte nella sabbia. Alle scimmie piaceva il gusto delle patate dolci, ma trovavano la sabbia assai sgradevole. Un giorno una femmina di 18 mesi chiamata Imo scoprì che era in grado di risolvere il problema lavando le patate in un ruscello vicino. In seguito insegnò questo trucco a sua madre. Anche i suoi compagni di gioco impararono a lavare le patate e lo insegnarono anche alle loro madri. Questa innovazione culturale fu gradualmente accolta dalle varie scimmie mentre gli scienziati le tenevano sotto osservazione.<br />Tra il 1952 e il 1958 tutte le scimmie giovani impararono a lavare le patate dolci per renderle più appetitose. Solamente gli adulti che imitarono i loro figli appresero questo miglioramento sociale, gli altri continuarono a mangiare le patate sporche di sabbia. Poi accadde qualcosa di veramente notevole. Possiamo dire che nell’autunno del 1958 vi era un certo numero di scimmie sull’isola di Koshima che aveva imparato a lavare le patate, non si conosce il numero esatto. Supponiamo che un dato giorno, quando il sole sorse all’orizzonte, le scimmie che avevano imparato a lavare le loro patate fossero 99. Supponiamo inoltre che proprio quella mattina, la centesima scimmia imparò a lavare patate. A quel punto accadde una cosa molto interessante! Alla sera di quel giorno praticamente tutte le scimmie sull’isola avevano preso l’abitudine di lavare le patate dolci prima di mangiarle. L’energia aggiunta di questa centesima scimmia aprì in qualche modo un varco ideologico! La cosa più sorprendente, osservata da questi scienziati, fu il fatto che l’abitudine di lavare le patate dolci attraversò, in seguito, il mare. Infatti colonie intere di scimmie sulle altre isole ed anche gruppi di scimmie a Takasakiyama cominciarono a lavare le loro patate dolci!<br />E’ come se arrivare al punto di massa critica (idealmente 100 in questo caso) avesse installato in tutte le scimmie una nuova intelligenza collettiva. Sembra perciò che, quando viene superato, un certo numero critico di elementi raggiunge una nuova consapevolezza e la medesima viene passata da una mente all’altra. Sebbene il numero critico possa variare, il Fenomeno delle Cento Scimmie indica che quando vi sono poche persone che conoscono qualcosa di nuovo, questo nuovo concetto rimane di loro esclusiva proprietà. Ma se a loro si aggiunge anche una persona in più, raggiungendo il numero critico, si crea una idea così potente da poter entrare nella consapevolezza di quasi tutti i membri di quel gruppo!<br />Sarai tu quest'anno la centesima scimmia?]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Che storia il panettone!]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=263"><![CDATA[Che storia il panettone <br />Invenzione di un ex falconiere o di uno sguattero? L'origine del dolce di Natale tipico di Milano, tra storia e leggenda <br />Come ogni notte Ugo uscì dalla finestra al freddo di Milano. Con agilità scavalcò la balaustra del balcone e si calò nel giardino. I cani cominciarono ad abbaiare; senza curarsene Ugo corse a perdifiato attraverso tutto il giardino fino ad appiattirsi contro il muro di cinta. Si fermò qualche secondo con il fiato mozzato dalla corsa e dalla paura. I suoi occhi scrutavano nel buio, verso il palazzo, per vedere se qualche finestra si accendeva del debole bagliore delle candele. Tutto tranquillo. I cani cominciarono a calmarsi: anche stanotte, nessuno lo aveva visto uscire. Appigliandosi ad alcuni mattoni disassati, Ugo si issò sopra il muro di cinta che divideva lo splendido palazzo che suo padre, Giacomo degli Atellani, aveva ricevuto in dono da Ludovico il Moro, dai cortili della Milano povera, quella delle botteghe che si affacciavano su Corso Magenta. La luna si nascondeva dietro una coltre di nubi e questo avrebbe coperto la sua corsa attraverso i cortili fino alla bottega di Toni, il panettiere, dove, come ogni notte, avrebbe incontrato la sua Adalgisa. Un amore segreto, osteggiato dalla sua famiglia, lo legava da tempo alla bella figlia del fornaio; ma da un po' le cose non andavano bene. Adalgisa era sempre stanca, il lavoro era aumentato da quando il garzone di suo padre si era ammalato; avrebbero dovuto smettere di vedersi, perché c'era tanto da impastare, preparare, infornare. <br />Ugo non voleva rinunciare a quegli splendidi occhi per cui avrebbe fatto di tutto e il giorno successivo, con addosso umili abiti, lui, che era il falconiere di Ludovico il Moro, si fece assumere da Toni come nuovo garzone. <br />Nonostante il giovane, ogni notte, si spaccasse la schiena nel retro bottega per preparare il pane, gli affari del negozio continuavano a peggiorare. Una nuova bottega aveva aperto lì accanto e stava portando via tutti i clienti a Toni.<br /><br />Ugo non perse tempo, e con l'incoscienza tipica dei giovani, rubò una splendida coppia di falchi al Moro e li vendette per comprare del burro. La notte, mentre impastava i soliti ingredienti, aggiunse al preparato anche tutto il burro acquistato. Il giorno successivo la bottega fu letteralmente presa d'assalto, si cominciava già a favoleggiare del pane più buono di Milano. Nei giorni successivi altri due falchi vennero sacrificati per l'acquisto di altro burro e di un po' di zucchero da aggiungere all'impasto del pane. Milano impazziva per il "pane speciale" del Toni. La coda fuori dalla bottega era interminabile e ogni notte bisognava impastare sempre di più. Mentre l'inverno si avvicinava, gli affari miglioravano e Ugo e Adalgisa potevano nuovamente pensare ad un futuro da passare assieme.<br /><br />Sotto le feste di Natale, Ugo diede un ultimo tocco di classe alla ricetta del "pane speciale" e aggiunse uova, pezzetti di cedro candito e uva sultanina. Tutta Milano, in quei giorni prima di Natale, transitò dalla bottega per comprare quello che già tutti chiamavano "pangrande" o "pan del Toni" (da qui il termine panettone), da servire in tavola il giorno di Natale. Toni divenne ricco e i genitori di Ugo non ebbero più da lamentarsi di Adalgisa e così, come ogni storia che si rispetti, i due giovani si sposarono e vissero felici e contenti.<br /><br />Questa è sicuramente la più nota leggenda che ci racconta della nascita di uno dei più gloriosi prodotti che Milano abbia mai avuto: il panettone. Ma, secondo altri racconti, l'invenzione del panettone avvenne in modo diverso.<br />Siamo alla corte di Ludovico Sforza e, come ogni Natale, sta per essere servito in tavola, per il signore di Milano e per i suoi magnifici ospiti, un sontuoso banchetto. Il famoso cuoco (la leggenda purtroppo non ce ne tramanda il nome) al servizio di Ludovico, stava facendo in modo che tutto andasse per il verso giusto, dirigendo i suoi numerosi sottoposti, sia ai fornelli che al servizio in tavola. I piatti si susseguivano uno dopo l'altro, con le giuste pause tra le portate, per accompagnare le papille gustative degli ospiti verso il meraviglioso dolce che doveva chiudere una cena così importante. Il cuoco aveva provveduto di persona a curare l'impasto di questo importante dolce, la cui ricetta segreta si tramandava di padre in figlio all'interno della sua famiglia da secoli. Il signore di Milano sarebbe rimasto a bocca aperta davanti a questa meraviglia del palato. <br /><br />Le portate passavano e le cucine risuonavano di urla agitate che coprivano l'acciottolio dei piatti e il tramestio delle pentole; tutti avevano qualcosa da fare e forse, proprio per questo, qualcuno scordò di togliere il dolce dal forno. Verso le ultime portate, il cuoco si accorse che mancava il dolce, ma in forno trovò solo un ammasso bruciacchiato e immangiabile. Le urla e le bestemmie arrivarono fino ai tavoli degli invitati. Era ormai troppo tardi per preparare nuovamente un impasto così elaborato; poco importava chi aveva dimenticato il dolce nel forno, tanto Ludovico se la sarebbe presa con lui e lo avrebbe condannato a morte. Disperato il cuoco si abbandonò su una sedia e cominciò a piangere sommessamente. <br />Toni, un povero sguattero, gli si avvicinò dicendo che aveva tenuto per sé un po' dell'impasto del dolce perduto a cui si era permesso di aggiungere un po' di frutta candita, uova, zucchero e uvetta. Voleva farselo cuocere al termine del lavoro per avere qualcosa da mangiare. Se il cuoco voleva poteva portare quel dolce a tavola. Guidato dalla forza della disperazione il cuoco infilò nel forno quella specie di forma di pane. Nonostante il povero aspetto, non avendo più nulla da perdere, il cuoco fece portare il dolce in tavola. Neanche a dirlo, il pan del Toni riscosse un successo strepitoso, tanto che il cuoco fu obbligato a servirlo a tutti i banchetti natalizi degli anni successivi e presto l'usanza si diffuse fra tutta la popolazione.<br /><br />Un'altra leggenda ancora, racconta invece di suor Ughetta, cuoca di un povero convento, e di come decise di unire i pochi ingredienti rimasti nella cucina del monastero, per regalare alle suo consorelle un Natale un po' più felice. Prese l'impasto del pane e aggiunse uova e zucchero. In una scansia trovò anche un po' di canditi e dell'uvetta. Per benedire quel pane natalizio vi tracciò sopra, con il coltello, una croce. Le suore furono entusiaste della sorpresa e presto la notizia del pane del convento si sparse in tutta Milano. I cittadini cominciarono così a fare offerte al convento (che non fu più povero) per portare a casa un po' di quel pane speciale.<br /><br />La tradizione vuole che in passato il panettone fosse fatto in casa, sotto il controllo del capo famiglia, che al termine della preparazione doveva inciderci sopra una croce con il coltello come benedizione per il nuovo anno. Il dolce doveva essere consumato durante la cerimonia detta del ceppo o del ciocco, durante la quale si accendeva un grosso ceppo di quercia, posato nel camino, sopra un letto di ginepro. Il capo famiglia doveva poi versarsi del vino, berne un sorso e, dopo aver versato un po' di quello stesso vino sul ceppo acceso, far passare il bicchiere a tutti i membri della famiglia che dovevano berne a loro volta. Il capo famiglia gettava allora una moneta tra le fiamme e poi distribuiva una moneta ad ogni famigliare. Al termine di questo rito gli venivano portati tre panettoni (in antichità erano tre pani di frumento e, con ogni probabilità, la ricetta del panettone deriva da una modifica di quella per fare il pane per la cerimonia del ciocco). Con un grosso coltello il capo famiglia tagliava un pezzo di uno dei panettoni che doveva essere conservato fino al Natale successivo; sembra che il pezzo avesse forti poteri taumaturgici e dovesse assolutamente essere conservato, pena un anno di sfortuna. La credenza è tipicamente pagana, ma stranamente si trova in mezzo ad una cerimonia imbevuta di una potente simbologia cristiana, come ad esempio il ceppo che simboleggia l'albero del bene e del male, il fuoco che rappresenta l'opera di redenzione di Cristo, mentre i tre panettoni il mistero della Trinità. Peccato che oggi non ne resti più traccia.<br />Buon Natale a tutti!<br />da Vivimilano]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[E-mail: il decalogo di Beppe Severgnini]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=262"><![CDATA[Non sono un virtuoso; in materia di posta elettronica, sono invece un previdente che ha imparato a sue spese. Ho iniziato nella primavera del 1994 — vivevo negli Usa, a Washington DC — a utilizzare questo strumento, che benedico ogni giorno e maledico ogni tanto. Applico, ormai automaticamente, dieci norme di comportamento. Ve le propongo in questo #mailday 12.12.12.<br /><br />1) Non è necessario rispondere a tutte le mail. A meno che il messaggio ricevuto richieda una risposta (per necessità, utilità, diplomazia, buon cuore o buona educazione).<br /><br />2) Non è scortese rispondere in modo breve. Perché la sintesi (sia benedetta) dev’essere confinata a Twitter, sms o WhatsApp? I Neoampollosi — categoria insidiosa e numerosa—utilizzano uno strumento nuovo e veloce per conservare vecchie, faticose abitudini. Pessima combinazione. Alla larga.<br /><br />3) Non è vietato rileggere le mail prima di premere «Invio». Un errore ortografico è perdonabile; tre sono irritanti; dieci, vergognosi. La rilettura ha due vantaggi: riduce i rischi dell’impulsività e raddoppia il tempo dedicato a ogni messaggio (ne spediremo meno, avvicinandoci a quota 36).<br /><br />4) Non è opportuno mettere in copia (cc) tutti i famigliari, metà degli amici, un terzo dei colleghi, un decimo della popolazione italiana. Le email che presentano liste infinite di destinatari sono sospette. Che valore può avere una cosa che dici a tutti, caro R.?<br /><br />5) Non è elegante usare troppo spesso la copia nascosta (bcc). Ci sono occasioni in cui è utile; ma l’operazione resta delicata, e può diventare truffaldina. È come quando, a scuola, si mostrava all’amico del cuore i bigliettini della ragazza; senza informarla, naturalmente.<br /><br />6) Non è onesto caricare le mail di inutili allegati. Sempre più spesso, infatti, riceviamo i messaggi su dispositivi mobili. Leggere «Vuoi scaricare gli allegati?», rispondere «Sì» e ritrovarsi a guardare cinque foto di gatti in alta risoluzione è irritante. Anche per i felini in questione, se il mittente li avesse interpellati.<br /><br />7) Non è salutare ricevere/ spedire posta come prima attività al mattino e ultimo gesto della sera. Avanti, aprite la casella «posta inviata» e controllate l’orario. Se il primo messaggio segna 07.22 e l’ultimo 00.16, preoccupatevi. Lettura, meditazione, sesso, tisane, dvd e buona televisione: quante cose da fare la sera, prima di addormentarsi. Caffè nero, pensieri chiari, sguardi dalla finestra, giornali quotidiani (oh yes), affettuosità familiari: sono molte le attività degne del primo mattino.<br /><br />8) Non è dignitoso tempestare di mail una persona, anche se l’avete sposata e/o ne siete innamorati, se la stimate o avete bisogno di lei. Un messaggio di posta non è invadente come un sms, l’ha stabilito anche la Cassazione. Ma i dispositivi mobili segnano il numero di messaggi in arrivo. Se il circolino rosso sopra il simbolo della posta dice «88», e tutti i messaggi sono di Ottavio, lei ha un problema, signorina.<br /><br />9) Non è obbligatorio spedire una mail. Ci sono anche i buoni, vecchi sms. Il telefono (mobile e fisso). I biglietti. I post-it. Le visite personali. Le sane, vecchie urla da una stanza all’altra.<br /><br />10) Ignorate ognuna di queste regole se vi induce a fare cose sciocche, dannose e imbarazzanti. Non è vietato inviare mail alle quattro del mattino, a patto d’esser sobri. Ma dev’essere un’eccezione. Se fosse la norma, avete un bioritmo strano e un partner santo. Probabilmente, tutt’e due.<br /><br />Corsera 9/12/12<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Consigli per l'anno nuovo]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=261"><![CDATA[1) Tieni sempre conto del fatto che un grande amore e dei grande risultati comportano un grande rischio.<br />2) Quando perdi, non perdere la lezione.<br />3) Segui sempre le tre “R”: Rispetto per te stesso, Rispetto per gli altri, Responsabilità per le tue azioni.<br />...4) Ricorda che non ottenere quel che si vuole può essere talvolta un meraviglioso colpo di fortuna.<br />5) Impara le regole, affinchè tu possa infrangerle in modo appropriato.<br />6) Non permettere che una piccola disputa danneggi una grande amicizia.<br />7) Quando ti accorgi di aver commesso un errore, fai immediatamente qualcosa per correggerlo.<br />8)Trascorri un pò di tempo da solo ogni giorno.<br />9) Apri le braccia al cambiamento, ma non lasciar andare i tuoi valori.<br />10) Ricorda che talvolta il silenzio è la migliore risposta.<br />11) Vivi una buona, onorevole vita, di modo che, quando ci ripenserai da vecchio, potrai godertela una seconda volta.<br />12) Un’atmosfera amorevole nella tua casa deve essere il fondamento della tua vita.<br />13) Quando ti trovi in disaccordo con le persone a te care, affronta soltanto il problema attuale, senza tirare in ballo il passato.<br />14) Condividi la tua conoscenza. E’ un modo di raggiungere l’immortalità.<br />15) Sii gentile con la Terra.<br />16) Almeno una volta l’anno vai in un posto dove non sei mai stato prima.<br />17) Ricorda che il miglior rapporto è quello in cui ci si ama di più di quanto si abbia bisogno l’uno dell’altro.<br />18) Giudica il tuo successo in relazione a ciò a cui hai dovuto rinunciare per ottenerlo.]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Il cuore più bello]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=260"><![CDATA[C'era una volta un giovane in mezzo a una piazza gremita di persone: diceva di avere il cuore più bello del mondo, o quantomeno della vallata. Tutti quanti glielo ammiravano: era davvero perfetto, senza alcun minimo difetto. Erano tutti concordi nell'ammettere che quello era proprio il cuore più bello che avessero mai visto in vita loro, e più lo dicevano, più il giovane s'insuperbiva e si vantava di quel suo cuore meraviglioso. All'improvviso spuntò fuori dal nulla un vecchio, che emergendo dalla folla disse:<br />"Beh, a dire il vero... il tuo cuore è molto meno bello del mio."<br />Quando lo mostrò, aveva puntati addosso gli occhi di tutti: della folla, e del ragazzo.<br />Certo, quel cuore batteva forte, ma era ricoperto di cicatrici. C'erano zone dove dalle quali erano stati asportati dei pezzi e rimpiazzati con altri, ma non combaciavano bene, così il cuore risultava tutto bitorzoluto. Per giunta, era pieno di grossi buchi dove mancavano interi pezzi. Così tutti quanti osservavano il vecchio, colmi di perplessità, domandandosi come potesse affermare che il suo cuore fosse bello.<br />Il giovane guardò com'era ridotto quel vecchio e scoppiò a ridere:<br />"Starai scherzando!", disse. "Confronta il tuo cuore col mio: il mio è perfetto, mentre il tuo è un rattoppo di ferite e lacrime."<br />"E' vero!", ammise il vecchio.<br />"Il tuo ha un aspetto assolutamente perfetto, ma non farei mai cambio col mio. Vedi, ciascuna ferita rappresenta una persona alla quale ho donato il mio amore: ho staccato un pezzo del mio cuore e gliel'ho dato, e spesso ne ho ricevuto in cambio un pezzo del loro cuore, a colmare il vuoto lasciato nel mio cuore. Ma, certo, ciò che dai non è mai esattamente uguale a ciò che ricevi e così ho qualche bitorzolo, a cui però sono affezionato: ciascuno mi ricorda l'amore che ho condiviso. Altre volte invece ho dato via pezzi del mio cuore a persone che non mi hanno corrisposto: questo ti spiega le voragini. Amare è rischioso, certo, ma per quanto dolorose siano queste voragini che rimangono aperte nel mio cuore, mi ricordano sempre l'amore che ho provato anche per queste persone...e chissà? Forse un giorno ritorneranno, e magari colmeranno lo spazio che ho riservato per loro. Comprendi, adesso, che cosa sia il vero amore?"<br />Il giovane era rimasto senza parole, e lacrime copiose gli rigavano il volto. Prese un pezzo del proprio cuore, andò incontro al vecchio, e gliel'offrì con le mani che tremavano.<br />Il vecchio lo accettò, lo mise nel suo cuore, poi prese un pezzo del suo vecchio cuore rattoppato e con esso colmò la ferita rimasta aperta nel cuore del giovane. Ci entrava, ma non combaciava perfettamente, faceva un piccolo bitorzolo. Poi il vecchio aggiunse:<br />"Se la nota musicale dicesse:" Non è la nota che fa la musica..." Non ci sarebbero le sinfonie.<br />Se la parola dicesse:"Non è una parola che può fare una pagina..." Non ci sarebbero i libri.<br />Se la pietra dicesse: "Non è una pietra che può alzare un muro..." Non ci sarebbero case.<br />Se la goccia d'acqua dicesse:"Non è una goccia d'acqua che può fare un fiume..." Non ci sarebbero gli oceani.<br />Se l'uomo dicesse: "Non è un gesto d'amore che può rendere felici e cambiare il destino del mondo..." Non ci sarebbero mai né giustizia, né pace, né felicità sulla terra degli uomini".<br />Dopo aver ascoltato, il giovane guardò il suo cuore, che non era più "il cuore più bello del mondo", eppure lo trovava più meraviglioso che mai: perchè l'amore del vecchio ora scorreva dentro di lui.<br />In questa storiella c'è racchiusa un pò di vita di tutte le persone, ognuna con il suo cuore, con i suoi bitorzoli, con i suoi vuoti, e con tutto ciò che nel corso degli anni si è donato e si è ricevuto.<br />E come la sinfonia ha bisogno di ogni nota; come il libro ha bisogno di ogni parola; come la casa ha bisogno di ogni pietra; come l'oceano ha bisogno di ogni goccia d'acqua; così il mondo ha bisogno di te, ha bisogno del tuo amore, perché sei unico ed insostituibile...<br />(Grazie a Nicoletta Todesco)]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Diverso da chi]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=259"><![CDATA[Ogni volta che la cronaca ci sbatte in faccia bande di nazistelli che picchiano ebrei o gruppi di ragazzi che sbertucciano un compagno troppo sensibile fino a indurlo al suicidio, mi domando in quale anno, in quale secolo siamo. Davvero nel 2012, con tutti i problemi seri che abbiamo, ci sono persone che passano ancora il loro tempo a sfottere e minacciare chi è diverso da loro? Posso ancora perdonare una battuta stupida e conformista, pronunciata in un momento di debolezza e in ossequio a un cliché. Ma qui parliamo di giovani che trascorrono giornate intere a scrivere su un computer sconcezze astruse, a organizzare raid punitivi contro degli estranei, a godere della sofferenza inferta a un coetaneo che ha l’unica colpa di vestirsi in modo eccentrico. Quanti pregiudizi nasconde questo gigantesco spreco di energie, questo patetico proiettarsi nelle presunte miserie altrui per non essere costretti a fare i conti con le proprie paure e provare, finalmente, a crescere? <br /> <br />Se chiudo gli occhi, mi sembra di vederli sfilare al passo dell’oca: bulli, nazistelli, fanatici di ogni risma e colore. Avvinghiati alle loro patetiche certezze di cartapesta, al loro ridicolo senso del rispetto e dell’orgoglio tribale. Tanti Io deboli raggrumati in un Noi insulso. Li guardo e non mi fanno paura. Solo tanta pena. Spero che un giorno la vita li sorprenda davanti a uno specchio, costringendoli a vedere che siamo tutti sul medesimo albero. Anzi, che siamo l’albero, e chi dà fuoco a un ramo diverso dal proprio sta solo incendiando se stesso. <br />Massimo Gramellini - La Stampa<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[La mappa non è il territorio]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=258"><![CDATA[C’erano una volta sei uomini ciechi che non avevano mai visto un elefante dal vivo. Assetati di conoscenza, si erano messi in testa di scoprire com’era fatto l’elefante.<br />Il primo, avvicinatosi alla bestia, va a sbattere contro il suo fianco alquanto tosto: Dio mi benedica, ma l’elefante assomiglia di brutto a un muro!<br />Il secondo, toccando una delle zanne, esclama stupito: Ma qui c’è una roba rotonda, liscia e appuntita, l’elefante è simile ad una lancia!<br />Il terzo, prendendo (a stento) in mano la proboscide che si muove in continuazione: Ma che dite, questo è un serpente!<br />Il quarto, allungando curioso la mano e tastando il ginocchio: Ma va…, è abbastanza chiaro che questo è un albero!<br />Il quinto, capitato per caso a contatto di un orecchio: Ma fatemi il piacere, questo stupendo elefante è praticamente un ventaglio!<br />Il sesto, prendendo in mano la coda: non vedete che è una corda?<br />Fatto sta che, tutti convinti di aver ragione, incominciano a discutere e probabilmente sono ancora lì ad accapigliarsi: ognuno di loro ha evidentemente ragione in piccola parte, ha ragione rispetto al suo punto di vista!” ]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[E' il minimo che possiamo fare]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=257"><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo.<br /><br />Chi scrive lavora con un certo orgoglio da quasi 14 anni per la più grande azienda di ristorazione e servizi al mondo. L’orgoglio è dato dal fatto che ritengo di avere sempre cercato di agire con correttezza e nell’interesse dell’azienda che, in questo caso è proprio giusto dirlo, “mi dà da mangiare”.<br />Tutto questo presto potrebbe finire. <br />L’azienda ha infatti aperto una procedura di licenziamento collettivo dichiarando esuberi 824 dipendenti, più del 10% della forza lavoro nel mercato italiano. Di questi, quasi 250 nel torinese.<br />Tra gli esuberi vi sono figure di quasi ogni livello e inquadramento, che in alcuni casi saranno sostituite da cervelli freschi. Sparisce una figura professionale e al suo posto se ne inventa un’altra, che farà le stesse identiche cose ma si chiamerà in modo diverso e dovrà essere laureata, preferibilmente giovane e conoscere l’inglese. <br />Chi scrive ha 36 anni, la laurea sente di essersela ampiamente guadagnata sul campo, ha l’ardire di ritenersi ancora giovane e l’inglese ha avuto necessità di usarlo ben due volte in 14 anni di lavoro.<br />Per dovere di cronaca, specifico che i clienti in entrambe le occasioni hanno inteso benissimo la mia parlata.<br />Insomma si rottama. Per di più senza incentivi. Zero ammortizzatori sociali, o almeno queste sembrano essere le intenzioni dell’azienda. Azienda che non ha voluto sentire ragioni al tavolo con i sindacati.<br />Il tutto in ragione del vil denaro, che all’azienda non manca ( i conti italiani non sono colorati di rosso, sia chiaro), ma che evidentemente non è mai abbastanza. Gli azionisti si aspettavano di più dall’Italia, dunque è ora di fare pulizia.<br />E poco importa se questo significa mettere in difficoltà le famiglie. Ma quello che più mi lascia l’amaro in bocca, lo dico certa di parlare a nome di tutti i lavoratori coinvolti nella manovra, è che sarà come buttar via anni di impiego, sacrificio e devozione. Il nostro è un settore povero, dove il lavoratore non si arricchisce e le soddisfazioni spesso deve andarsele a cercare col lanternino. Ma questa è sempre stata la nostra forza, oltreché una garanzia per il cliente finale. Soddisfarlo, conquistarne la fiducia, farlo sentire a casa. Ci sono ancora mestieri che un robot non può svolgere e il nostro rientra tra questi.<br />Mestieri in cui oltre all’intraprendenza e alla buona volontà, è necessario avere fantasia, passione, gusto, santa pazienza e dedizione nei confronti del prossimo.<br />Tutto questo ora non ha più alcun valore, si prende e si butta via. Ciò che conta sono i numeri.<br />Io sono convinta che le aziende in sé non esistano. Le aziende sono fatte di persone.<br />Cancellate queste, l’azienda perde la  propria forza, la propria ragion d’essere. Chiamatelo romanticismo, illusione, cecità. Questo  è il mio pensiero.<br />Ora, la procedura finirà sul tavolo del Ministero del Lavoro.<br />Attendiamo che sia il Ministro ad illuminarci su chi è “choosy” in tutta questa brutta vicenda.<br />Silvia Brizio<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Ridere è una cosa seria]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=256"><![CDATA[“Risus abundat in ore stultorum:” il riso abbonda sulla bocca<br />degli stupidi, dicevano sempre i miei genitori e... a me... veniva<br />tanto da ridere!<br />Ho sempre riso molto, a scuola, con gli amici, nel lavoro. Per<br />un po’ ho anche fatto l’autore per il cabaret e ho pensato di poter<br />campare così.<br />Poi, preso per fame, ho cominciato a fare il consulente e il formatore.<br />Ho cercato di trattenermi un po’, ma senza successo.<br />Cosa vi devo dire? Mi veniva da ridere!<br />Una buona battuta di spirito è, per me, talmente importante da<br />non riuscire a trattenerla, a costo di perdere un’amicizia e perfino<br />un lavoro.<br />Il ridere è un segno di trasgressione, di disobbedienza.<br />S m i t i z z a re, sovvertire le regole, dubitare di tutto ciò che è<br />ovvio, serve da valvola di sicurezza per non pre n d e re nulla e<br />soprattutto se stessi troppo seriamente.<br />Un autore americano, Og Mandino, ha scritto: “Non dovrò<br />d i v e n i re mai tanto importante, tanto saggio, tanto austero, tanto<br />potente da dimenticare di ridere di me stesso e del mondo. In<br />questo voglio rimanere per sempre bambino”.<br />In effetti, io ero così anche da piccolo. Ho sempre cercato di<br />far ridere tutti. Per tutti gli anni della scuola ho avuto otto in condotta,<br />ma qualche pro f e s s o re mi ha confessato, in privato, di<br />divertirsi come un matto con le mie invenzioni.<br />Totò e Oliver Hardy sono stati, fin dall’infanzia, i miei attori preferiti.<br />Cos’avranno mai avuto in comune? Forse la gestione del corpo, la<br />fisicità. Erano così diversi! Eppure, nei loro film, ogni movimento<br />era perfetto. Le mani, i piedi, le facce, erano talmente duttili da<br />sembrare di gomma. Potrei rivedere centinaia di volte “Fra diavolo”<br />o “Totò, Peppino e a malafemmina” e ogni volta divertirmi e<br />ridere di gusto.<br />Ma Totò era inimitabile. Infatti, oltre a snodarsi come un burattino,<br />era maestro nel gioco di parole: “Signori si nasce e io lo nacqui”,<br />“Una volta tandem”, “Tu prode! No, a me non mi prode!”,<br />“Sei edotto? Sì, fanno quattordici”, “Parli come badi”, “Ogni limite<br />ha una pazienza”, e si potrebbe andare avanti all’infinito.<br />Ma il mio parrucchiere non è da meno, anche se lo fa in modo<br />involontario: “Mia figlia vive in una villetta a scheda”, “È stata in<br />vacanza a Milano Sabbia d’Oro”, “Catilina era la moglie di<br />C i c e rone”, o addirittura “I figli di Adamo ed Eva erano Caino e<br />Adele!”.<br />Sono solo quelle che mi ricordo. Purtroppo non ho il coraggio<br />di andare con un blocchetto e scrivermele; faccio già abbastanza<br />fatica a stare serio.<br />Per fortuna oggi le cose stanno cambiando. E’ infatti scientificamente dimostrato che la maggior parte dei nostri guai di salute (fisica, ma anche psicologica, emotiva, relazionale) sono attribuibili al fatto che prendiamo le cose in maniera drammatica e poco costruttiva. Insomma, ridere fa bene, sotto tutti i punti di vista. Il problema è che, spesso, sembra non ci sia molto da ridere. E allora? Come possiamo fare?<br />La risposta è nel Laughter Yoga , o Yoga della Risata, una tecnica semplice e potente che arriva dall’India e che, rapidamente, dal 1995 a oggi, si è diffusa a macchia d’olio in tutto il mondo, Italia compresa. <br />La mia amica Loretta Bert  <a href="http://www.lorettabert.eu" target="_blank">(www.lorettabert.eu)</a> che, fra l’altro,  collabora con il dr.Kataria, il medico indiano che ha ideato questa disciplina,  ne è entusiasta. Dice che funziona, in tempi brevissimi,  come collante per il team building, per risolvere conflitti sul posto di lavoro, per rinforzare la leadership. Loretta propone alle aziende, piccole e grandi, la “laughing room”, una specie di palestra, flessibile fino a diventare quasi virtuale,   che favorisce lo spirito di squadra, la produttività e la creatività. Una risposta ottimista e concreta per attraversare i momenti difficili con equilibrio e con ottime probabilità di successo.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Lettera a mio figlio che ha paura del futuro]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=255"><![CDATA[Caro Giulio, l’altro giorno mi hai telefonato alle 8 di sera per dirmi quanto ti angosciasse la verifica di greco della mattina dopo. Venivi da una settimana nera per te, in cerca come sei di un difficile equilibrio tra i genitori separati, gli amici e l’amore in conflitto, lo studio e lo sport ormai inconciliabili.<br /><br />Forse per la prima volta, a diciott’anni, tutto ti è sembrato troppo pesante per le tue spalle. Mi hai detto che non stavi bene, che avevi provato a studiare tutto il pomeriggio, ma senza riuscirci. Avevi il mal di testa e il cuore nero. “Papà, domani non vado – hai concluso – non voglio giocarmi mesi di studio solo perchè la verifica arriva in un momento no. La recupererò la settimana prossima quando il momento buio sarà passato e finalmente mi potrò concentrare sullo studio”.<br /><br />Ti ho risposto di no. Ti ho detto che quando scappi la prima volta, nella vita, prima o poi ce ne sarà sicuramente una seconda. E poi una terza. Dopo un po’ diventa il tuo modo di vivere. Dopo, non è mai colpa tua. Dopo, c’è sempre un buon motivo per scappare, una persona con cui è meglio non confrontarsi, un appuntamento importante al quale non presentarsi.<br /><br />Ti ho detto che mancavano ancora quattro ore alla mezzanotte. Quattro ore per provare a fare del tuo meglio. Anche se non avevi fame, ti ho suggerito di prendere un pezzo di cioccolato, un po’ di pane e di metterli vicino a Senofonte. E di stringere i denti. “Fa’ quello che puoi – ho insistito – e domattina vai alla tua verifica a testa alta. Non importerà il voto. Se sarà un 5, lo festeggeremo perchè sarà un 5 che avrai preso senza darti per vinto. Ti sarà costato fatica e dolore, ma sarà il piu’ bel 5 della tua vita, molto meglio di un qualsiasi 8 preso la settimana successiva. Ma se prenderai un 6 o un 7, quello sarà il più bel voto della tua vita.Te lo sarai guadagnato contro ogni pronostico e te ne ricorderai per sempre”.<br /><br />Questa volta mi hai ascoltato. La mattina ero in riunione quando è arrivato il tuo messaggio. La stanza era piena di colleghi alle prese, insieme a me, con l’ennesima emergenza aziendale, di quella che sembra una storia infinita. Non ce l’ho fatta ad aspettare. L’ho aperto e l’ho letto.<br /><br />C’era scritto: “Ho preso 7 e mezzo. Incredibile. Grazie. Senza di te non ce l’avrei mai fatta”. Mi sono emozionato.<br /><br />La mattina dopo ho letto su un giornale la lettera che un ex collega (ci eravamo incrociati per poche settimane in Omnitel: io Direttore Marketing, lui Direttore del Personale) aveva scritto a suo figlio. Adesso questo ex-collega, dopo una carriera importante, guida un’Università (finanziata coi soldi degli imprenditori italiani e quindi anche con i miei) che dovrebbe formare i giovani dirigenti dell’Italia di domani.<br /><br />Vedi, Giulio, in questa lettera c’era scritto esattamente l’opposto di quello che ti avevo detto poche ore prima. Diceva a suo figlio di andarsene dall’Italia. Diceva che per un giovane di talento non vale più la pena di lavorare nel nostro paese. Che la mediocrità, il clientelismo, la rissa istituzionalizzata come unico strumento di confronto, l’impunità, sono ormai l’unica legge e che le regole del gioco sono ormai talmente alterate che non vale nemmeno più la pena di provarci.<br /><br />Tu sai quanto io ami il nostro Paese. Continuo ad emozionarmi ogni volta che per lavoro o per piacere lo attraverso da nord a sud. Però continuo ad incazzarmi ogni volta che vedo il suo potenziale sprecato. Continuo a discutere, spesso ad accapigliarmi con Ministri, burocrati e Presidenti vari (quasi tutti a Roma si fanno chiamare cosi…).<br /><br />Continuo a non capire perchè la nostra struttura pubblica sia al tempo stesso così ipertrofica e così assente, perchè i meccanismi legislativi siano così ridondanti e perchè ogni volta che si parla con i sindacati italiani sembra che l’istinto di autoconservazione dell’apparato prevalga sempre sull’interesse dei lavoratori. Continuo a non capire perchè le nostre televisioni siano invase da pessimi esempi per voi giovani e nascondano in maniera quasi scientifica quanto di più bello produce il nostro paese…<br /><br />Sono tante le cose che mi mandano in bestia, almeno tante quante quelle che fanno arrabbiare il mio ex-collega. Ma nonostante tutto continuo a lottare ogni giorno, proprio perchè del mio Paese vedo i difetti, che non sono pochi e non sono piccoli.<br /><br />Fra non molto toccherà a te, ai tuoi amici, a raccogliere il testimone. Le sfide che vi attendono sono enormi, ma forse non più grandi di quelle che hanno affrontato i vostri nonni, che ereditarono un Paese distrutto dalla guerra, diviso, penalizzato da un’alfabetizzazione incompiuta e ancora alle prese con un’identità nazionale incerta.<br /><br />Certo, le esperienze all’estero sono importanti nel mondo globalizzato e integrato di oggi: come fai a competere con inglesi, francesi, tedeschi, ma anche cinesi, indiani e arabi, se non sai come ragionano? Loro vengono da decenni a casa nostra per carpire i segreti di un modello che ha punte di eccellenza riconosciute ovunque, meno che da noi.<br /><br />A te, Giulio, ai tuoi compagni della generazione del ’90, dico che il vostro futuro è qui, nel vostro Paese. A te, Giulio, dico che se non siete orgogliosi del vostro Paese, anche quando avete legittimi motivi per criticarlo, è difficile essere orgogliosi di voi stessi. La sfida è rimanere per cambiarlo, questo Paese, dove serve, col tempo che ci vuole, fosse anche un sempre. Ci sarà tanto da fare, figlio mio, e tocca a voi. Noi, in effetti, ci meritiamo un bel 5. Ti abbraccio.<br /><br />Milano, 25 ottobre 2012<br />VINCENZO NOVARI<br />AD 3 Italia <br /><br />da chefuturo.it]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Noi siamo di più]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=254"><![CDATA[Da oggi ho uno slogan nel cuore che vale più di tutti gli «Yes we can» del mondo. L’ho sentito fiorire sulle labbra di una ragazza napoletana, prostrata dall’assurdità di una sofferenza insostenibile. Si chiama Rosanna Ferrigno, fa la segretaria in uno studio medico e l’altra sera ha dovuto raccogliere sotto casa il cadavere del promesso sposo, crivellato dalla camorra con quattordici proiettili. I camorristi hanno confuso il suo Lino, che stava andando a giocare a calcetto, con uno di loro. La gratuità del crimine e l’estraneità della vittima hanno scosso l’abulia di una città che da troppi secoli sopporta la malavita organizzata come una forma endemica di malaria. Poi è arrivata Rosanna. Non ha pianto in pubblico, non ha insultato le istituzioni, non ha elargito finti e precoci perdoni. Ma l’amore e il dolore le hanno dettato parole decisive: «Non bisogna avere paura dei camorristi. Sono loro che devono avere paura di noi. Noi dobbiamo continuare a uscire per la strada a testa alta. Sono loro che si devono nascondere. Noi siamo di più».  <br /><br />Noi siamo di più. Non ci avevo mai pensato. Con tutti i nostri difetti - perché ne abbiamo a iosa, sia chiaro - noi siamo di più. Siamo di più dei mafiosi, dei corrotti, dei finanzieri senza scrupoli. Siamo più numerosi di qualunque minoranza coesa che cerchi di dominarci con le armi del potere e della paura. Averne consapevolezza, lo so bene, non basta. Ma è la premessa per svegliarsi dall’incubo e provare a trasformarlo in un sogno. Grazie, Rosanna, per avercelo ricordato. <br /><br />Massimo Gramellini - La Stampa]]></content>
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		<title><![CDATA[La generosità esiste ancora]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=253"><![CDATA[Ieri è entrata in negozio una ragazza con tre amiche, futura sposa. Molto timida e di poche parole, ho fatto un pò fatica a capire quale tipo di abito volesse o forse non lo sapeva nemmeno lei. Ho tirato fuori alcuni abiti dall'armadio che mi sembravano adatti alla sua personalità poco appariscente, anche su consiglio delle amiche. Lei approvava o non approvava con il minimo delle parole, forse anche un pò emozionata. Ho pensato che non andassero bene gli abiti, ne ho tirati fuori due tra i più belli e quando ha indossato il primo le si è accesa una luce negli occhi... al secondo uguale, ma il secondo è il pezzo più bello che ho ed ha grande valore affettivo per me perché è incrostato con il pizzo originale con cui si è sposata la mia mamma nel '60. Lo aveva fatto produrre apposta per il suo abito e ne aveva tenuto un pezzo che mi ha regalato per farne un abito, quando finalmente ha accettato l'idea che io aprissi un negozio per spose. La ragazza ha capito che era un pezzo speciale, soprattutto affettivamente. Ha riprovato il primo, si è guardata ed è scoppiata in lacrime dicendo «è lui». Non era una scena da reality, ma vera, con le amiche commosse, io e la sarta che ci guardavamo senza parlare. Fino allora non aveva chiesto prezzi e io non li avevo detti, perché penso che anticiparli possa essere sgarbato, come a voler dire puoi permettertelo o no. A questo punto ho fatto i conti, le piacevano anche le scarpe e il velo che le avevo suggerito. Ho cercato di farle il miglior prezzo possibile, scontando tutto al massimo. Lei mi ha guardato è mi ha detto «è più del doppio del mio budget». Mi sono sentita morire. Ho rivisto i conti, li ho girati e rivoltati per cercare di guadagnare davvero il minimo dei minimi. Non riuscivo a trovare una via d'uscita. L'abito era uno dei più belli, il velo anche, le scarpe fatte a mano. Signore aiutami, questa ragazza non può uscire senza l'abito dei sogni. Le amiche in attesa, lei sul divanetto, io alla scrivania, la sarta con gli occhi bassi. Venga, Elena, non posso farla uscire senza l'abito dei suoi sogni, io arrivo fin qui, le va bene? Lei piangeva, sì, va bene - ha detto abbracciandomi - non ci speravo, sono felice ho appena perso il lavoro, ma il matrimonio era fissato. Ho aperto un prosecco, le ragazze applaudivano, mi pareva di essere in quelle trasmissioni idiote, ma ero felice. Il negozio ha avuto un pezzo di senso oggi.<br />Cristina <br /><br />Grazie per il suo bel racconto. Da libro «Cuore» commenterà qualcuno. Evviva quel libro, allora, se ancora produce simili frutti. Porterà fortuna al suo negozio, penso, la storia del vestito di Elena. <br /><br />Isabella Bossi Fedrigotti - Corsera<br /> <br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Galateo: come comportarsi bene a tavola perdendo così tutto il meglio]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=252"><![CDATA[La buona educazione a tavola. Durante la seconda metà del sedicesimo secolo il bon ton a tavola è stato codificato da Monsignor Giovanni Della Casa in un manuale che le mamme dovrebbero leggere ai bambini al posto delle favole: il Galateo. Nel tempo le rigide norme si sono ammorbidite e oggi, a casa, o in un ritrovo mangereccio informale, tendiamo a sorvolare sulle inflessibili prescrizioni del Monsignore.<br /><br />Epperò, alcune delle regole a cui attenersi quando andiamo al ristorante, diciamolo, sfiancano più delle fatiche di Ercole. Il punto è che veniamo privati della possibilità di godere fino in fondo, un po’ come guidare una Ferrari col freno a mano tirato (ammesso che lo abbiano, lo hanno?). Ma vengo al dunque:<br /><br />1) Bistecca.<br />E per bistecca intendo la Fiorentina, alla brace, cotta come Dio comanda (minuto di racoglimento). Con forchetta e coltello si arriva fino ad un certo punto, poi parte il dilemma: come si fa a fingere disinteresse per gli ultimi brandelli di carne, i più succulenti, quelli attaccati all’osso? Osso che, essendo fatto a T, presenta una certa difficoltà a farsi scarnificare fino agli angoli. Impossibile tentare di farlo con nonchalance, non resta che autocensurarsi e alla domanda del cameriere «posso portare via il piatto?» rispondere con un mesto «s-sì» e guardare verso l’alto nel tentativo di contenere le lacrime.<br /><br />2) Scarpetta. <br />In origine vietatissima, oggi, in seguito ai tumulti della fazione pro, pare si sia aperto qualche spiraglio. Interdizione assoluta durante un pranzo formale, permessa solo in famiglia ma solo a certe condizioni: per alcuni si deve infilzare il boccone di pane con la forchetta, per altri prendendolo con due dita (e senza arricciare il mignolo), in ogni caso non si “puccia” mai più di una volta. Come dire, piuttosto frustatemi. Ma si può rinunciare senza atroci sofferenze al raschiamento dei rimasugli di sugo dal piatto a mezzo pane? Se uno proprio vuole si può, ma, cielo, che agonia.<br /><br />3) Dolce.<br />È una tendenza condivisa quasi trasversalmente dai ristoranti, più o meno griffati, pià o meno stellati. Parlo dei ghirigori nel piatto del dolce. Per favore no! Non adagiate la mia fetta di torta su un vassoio formato disco volante e le eventuali salsine mettetele SOPRA, non mezzo metro più in là, altrimenti come frenare l’istintinto di ramazzare ogni goccia fino a togliere la maiolica dalle stoviglie?<br /><br />4) Gamberi.<br />Terminato il contenuto del carapace restano le teste. Succhiarle o non succhiarle? Questo è il problema. Il Galateo suggerisce di non curarsi di loro, punto. La consapevolezza di quel che mi perdo dice di non curarsi degli sguardi stravolti dei camerieri, fregarsene beatamente del nostro contegno da signore e applicarsi alla suzione voluttuosa. Al solo pensiero mi sento impazzire. Risolvo evitando di ordinare gamberi.<br /><br />5) Pesce intero.<br />Spesso, nei ristoranti vicino al mare, ci viene data la possibilità di vedere il pesce prima di ordinarlo. Tutto ciò è fantastico, o almeno, lo è fino a quando non ci portano al tavolo un bel pescione cotto al forno o alla brace, con la pelle croccante e il grasso ben grondante, chiedendo con tono suadente: «signora, glielo posso sfilettare?». Nooo! Il pesce è mio e me lo sfiletto io. Non togliete la pelle, non mi private dei bocconi migliori che sono nella testa, intendo guance, mascella, occhi. Lascia a noi l’incombenza. Tuttavia, poiché la meticolosa autopsia non è ben vista in pubblico, lascio fare e osservo i poveri filetti ormai freddi nel piatto senza più attrattive.<br /><br />Dentro casa, al riparo da sguardi indiscreti, penetro l’osso della bistecca fino a ungermi le orecchie, pratico la scarpetta selvaggia, lucido il piatto del dolce con precisione esagerata, aspiro rumorosamente il contenuto dei crostacei e cerco anche l’ultimo brandello di muscolo facciale del pesce. <br /><br />Solo dopo posso dormire il sonno del giusto. Capita lo stesso a voi?<br />Rossella Bragagnolo www.dissapore.com<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Donare dà felicità]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=251"><![CDATA[In una clinica, a un uomo era permesso mettersi seduto sul letto per un'ora ogni pomeriggio, per aiutare il drenaggio dei fluidi dal suo corpo. Un altro uomo doveva restare sempre sdraiato. Infine i due uomini fecero conoscenza e cominciarono a parlare per ore. Parlarono delle loro mogli e delle loro famiglie, delle loro case, del loro lavoro, del loro servizio militare e dei viaggi che avevano fatto. <br />Ogni pomeriggio l'uomo che stava nel letto vicino alla finestra poteva sedersi e passava il tempo raccontando al suo compagno di stanza tutte le cose che poteva vedere fuori dalla finestra. L'uomo nell'altro letto cominciò a vivere per quelle singole ore nelle quali il suo mondo era reso più bello e più vivo da tutte le cose e i colori del mondo esterno. <br />La finestra dava su un parco con un delizioso laghetto. Le anatre e i cigni giocavano nell'acqua mentre i bambini facevano navigare le loro barche giocattolo. Giovani innamorati camminavano abbracciati tra fiori di ogni colore e c'era una bella vista della città in lontananza. Mentre l'uomo vicino alla finestra descriveva tutto ciò nei minimi dettagli, l'uomo dall'altra parte della stanza chiudeva gli occhi e immaginava la scena.In un caldo pomeriggio l'uomo della finestra descrisse una parata che stava passando. Sebbene l'altro uomo non potesse sentire la banda, poteva vederla.Con gli occhi della sua mente così come l'uomo dalla finestra gliela descriveva. Passarono i giorni e le settimane. Un mattino l'infermiera del turno di giorno portò loro l'acqua per il bagno e trovò il corpo senza vita dell'uomo vicino alla finestra, morto pacificamente nel sonno. <br />L'infermiera diventò molto triste e chiamò gli inservienti per portare via il corpo. <br />Non appena gli sembrò appropriato, l'altro uomo chiese se poteva spostarsi nel letto vicino alla finestra. L'infermiera fu felice di fare il cambio, e dopo essersi assicurata che stesse bene, lo lasciò solo. <br />Lentamente, dolorosamente, l'uomo si sollevò su un gomito per vedere per la prima volta il mondo esterno. Si sforzò e si voltò lentamente per guardare fuori dalla finestra vicina al letto. Essa si affacciava su un muro bianco. <br />L'uomo chiese all'infermiera che cosa poteva avere spinto il suo amico morto a descrivere delle cose così meravigliose al di fuori da quella finestra. L'infermiera rispose che l'uomo era cieco e non poteva nemmeno vedere il muro. "Forse, voleva farle coraggio." disse. <br />Epilogo: vi è una tremenda felicità nel rendere felici gli altri, anche a dispetto della nostra situazione. Un dolore diviso è dimezzato, ma la felicità divisa è raddoppiata. Se vuoi sentirti ricco conta le cose che possiedi e che il denaro non può comprare. L'oggi è un dono, è per questo motivo che si chiama presente. <br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Il decalogo del downshifting ]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=250"><![CDATA[Il downshifting è un comportamento sociale nel quale gli individui vivono vite più semplici per scappare dall'ossessivo materialismo, ed enfatizza il concetto dell'equilibrio fra dovere e piacere.<br /><br />Associato al termine decrescita (la riduzione della produzione economica e dei consumi per un migliore equilibrio fra uomo e natura) e decluttering (l'arte di sbarazzarsi degli oggetti inutilizzati), il downshifting è un vero e proprio modus vivendi che va a toccare tutti gli ambiti della vita quotidiana e a ribaltarli rispetto alle abitudini di sempre.<br /><br />Nella pratica, il downshifting enfatizza la necessità di rallentare il progresso e la corsa del mercato, e ridurre le spese, lo stress, le ore di lavoro, i consumi e gli sprechi, e costruire una società del risparmio, dell'attenzione e della consapevolezza, a partire dai singoli.<br /><br />Per questioni economiche ma anche etiche, molte persone al giorno d'oggi hanno iniziato un processo di decrescita felice, modificando poco per volta il proprio stile di vita a favore di risparmio, riciclo e riuso, creatività e cultura.<br /><br />Ecco quindi un decalogo per diventare un ottimo downshifter, secondo noi.<br /><br />1- Accorciare le distanze: da dove proviene il cibo che consumiamo? Chi costruisce gli oggetti che acquistiamo? quanti km deve percorrere un prodotto prima di arrivare nelle nostre case? Accorciare le distanze tra produzione e consumo, in termini geografici e umani, significa valorizzare il proprio territorio prediligendo i prodotti della terra e dell'artigianato delle proprie zone. Acquistare direttamente dal produttore o tramite G.A.S. (Gruppi di Acquisto Solidale) può creare nuovi legami con la gente del proprio quartiere e far risparmiare, oltre che trovare alimenti di indubbia qualità, e quando possibile di stagione, biologici e quindi più saporiti e più sani.<br /><br />2 - Autoproduzione: se un domani le industrie fossero bloccate da una qualsiasi ragione legata all'esaurimento del petrolio o alle guerre, saremmo in grado di autosostentarci con le nostre sole forze? O la tecnologia e il progresso ci hanno talmente riempiti di comfort da averci resi incapaci di costruire o coltivare qualunque cosa? Già negli anni Trenta e poi durante la Seconda Guerra Mondiale, l'America conosceva l'esperienza degli orti urbani, spazi pubblici o privati adibiti a orti per sopperire alla mancanza di cibo, dove ortaggi, piante mediche, frutta e fiori venivano coltivati per la comunità. Gli orti urbani sono una tendenza che sta di nuovo prendendo piede per svariate ragioni, tra cui quella del risparmio, ma anche la necessità di tornare alla terra e avere consapevolezza di ciò che si mangia.<br /><br />3 - Ridurre le emissioni: come la famiglia che per un mese ha provato a rinunciare a auto e moto, e come tanti che all'alzarsi del prezzo della benzina hanno dovuto diminuire l'uso di mezzi a motore, optare per mezzi non inquinanti e non costosi permette di risparmiare, ridurre le emissioni, migliorare la mobilità urbana, cambiare i ritmi della propria vita.<br />Si dice inoltre che sulle brevi distanze la bicicletta vinca su tutti i mezzi, compreso il motorino.<br /><br />4 - NO-Shopping: è quasi certo che possediamo già ciò di cui abbiamo bisogno e anche oltre. Quanti sono gli oggetti che possediamo ma che non utilizziamo? Riceviamo vera gratificazione dall'acquisto compulsivo? Evitare di comprare cose nuove ma sfruttare quelle che già si hanno, scegliendo la riparazione, il riuso, il riciclo o il baratto e la creatività, è una delle chiavi per contrastare la sfrenatezza del consumismo, risparmiare, e ridurre anche i consumi che conseguono (trasporti, inquinamento industriale e sfruttamento dei lavoratori).<br /><br />5 - Lavorare di meno: una vita sostenibile è anche fatta di un buon equilibrio fra dovere e piacere. Spendere di meno significa avere anche bisogno di guadagnare di meno, no? La mania dell'accumulo, del guadagno, degli status symbol legati al dio denaro, privano le persone del tempo libero per sé e la famiglia, delle energie e della positività e generano, in casi estremi, situazioni d'ansia e stress che, nonostante gli alti guadagni, non rendono la vita più felice.<br /><br />6 - Condividere: per risparmiare e anche per intessere rapporti nuovi, la condivisione può declinarsi in molti modi. Lo scambio di case per le vacanze, o la creazione di piccole comunità che si autosostentano e seguono un progetto comune (co-housing); la condivisione di mezzi di trasporto (car-sharing) per ridurre le spese, le emissioni e il numero di auto nelle strade; i G.A.S. di quartiere; gli Swap Party, eventi dedicati al baratto, e molti altri esempi sono la dimostrazione che la decrescita sia necessaria e utile al miglioramento della società e di chi ne fa parte.<br /><br />7 - Risparmiare energia: è incredibile quanto si possa risparmiare sulle bollette anche solo spegnendo regolarmente tutti gli impianti in stand-by quando non utilizzati, ben il 10%. Ma non basta solo questo: luci e televisore accesi quando non necessari, lavatrice e lavastoviglie ad altissima temperatura, doccia lunga e bollente, sono abitudini sbagliate ma che molti di noi hanno, e che generano sprechi inutili di energia.<br /><br />8 - Mangiare sano: e per "sano" intendiamo con bassissime quantità di carne e pesce, pochi latticini e grandi porzioni di frutta, verdura, legumi e cereali. Perché? Perché oltre che migliorare la salute, una dieta vegetariana o quasi riduce le emissioni, i consumi d'acqua, i rischi di malattie cardiovascolari, e le spese.<br /><br />9 - Ridurre i rifiuti: avete mai provato a pesare i vostri rifiuti prima di gettarli? Quanto va nell'indifferenziato e quanto nella differenziata? C'è chi lo fa, e attraverso la consapevolezza che deriva dal sapere quanti chili di spazzatura si producono al giorno, si possono ridurre gli sprechi senza ridurre la qualità della propria vita. Anzi, ne trae giovamento anche la coscienza. E come si può fare per diminuire i rifiuti? Eliminare l'usa e getta, scegliere prodotti senza imballaggi, evitare di riempire troppo il frigorifero con cibi che spesso, in parte, poi si buttano, cucinare anche con gli scarti.<br /><br />10 - Donare: se ci sono oggetti o abiti che non usate e che non siete riusciti a scambiare o a rivendere, fate una donazione alla Caritas o alle associazioni che raccolgono abiti e cibo per i poveri o gli sfollati. Svuoterete un po' i vostri armadi, creerete più spazio in casa, ma soprattutto aiuterete qualcuno senza il minimo sforzo.<br />avoicomunicare.it<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Il saper insegnare e la fine dei maestri]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=249"><![CDATA[Secondo la tradizione induista, richiamata da Carlo Maria Martini in un suo libro, esistono quattro età della vita: nella prima si impara, nella seconda si insegna, nella terza si riflette, nella quarta si mendica, preparandosi all’uscita di scena. In Italia abbiamo allungato la prima età, ignorato la terza e complicato la quarta. In quanto alla seconda, viene dimenticata. I maestri hanno preso congedo illimitato. Non parliamo di scuole, ovviamente. Lì i maestri e gli insegnanti ci sono (bravi e meno bravi, motivati e demotivati). Parliamo della trasmissione della saggezza; del piacere di aiutare chi viene dopo. Non si tratta soltanto di trasferire un’esperienza, ma di suggerire una prospettiva. Ogni volta che scompare un personaggio capace di questo sforzo la sensazione è forte e diffusa: se ne va un altro che aveva qualcosa da dirci. Il cardinal Martini, non c’è dubbio, apparteneva a questa categoria Altri trapassi, negli ultimi anni, hanno lasciato un vuoto. Vuoti diversi, per segno e profondità. Vuoti familiari e privati, spesso. Ma anche vuoti pubblici, avvertiti anche in un tempo superficiale come il nostro. Da Giovanni Paolo II a Steve Jobs, da lndro Montanelli a Enzo Biagi, da Lucio Dalla a Giorgio Gaber, da Giovanni Raboni a Fernanda Pivano, da Oriana Fallaci a Tiziano Terzani. Vuoti sacri e vuoti profani. Vuoti lasciati da persone imperfette, spesso. Accomunate però da una qualità misteriosa: la capacità di toccare il cuore, soprattutto nei più giovani. Non esempi, non necessariamente. Maestri. Non è un titolo che spetta a molti, anche perché pochi sembrano interessati a conseguirlo. Esiste uno speciale egoismo contemporaneo che ha preso forme accattivanti e guadagnato smalto. Qualcuno lo chiama individualismo; altri, realismo. Molti teorizzano la necessità di viziarsi, di salvaguardarsi, di pensare a sé. «Fatevi le coccole» è una delle più fastidiose espressioni pubblicitarie degli ultimi anni: le coccole si fanno ai bambini e a chi si ama, non a se stessi. Esiste l’onanismo del cuore, anche se non ne parla nessuno. I maestri di cui abbiamo bisogno non fanno coccole: offrono aiuto sotto forma di azione e pensieri. Indicano una via e la illuminano: può essere una scala verso il cielo, se uno crede Quelli falsi «L’enorme domanda ha portato un’offerta vasta e insidiosa. La parodia del carisma può ingannare chi cerca e ha fretta di trovare» Quelli veri «Quelli veri non fanno coccole, offrono aiuto sotto forma di azione e pensieri. Indicano una via e la illuminano» all’aldilà o ai Led Zeppelin; o soltanto un passaggio sicuro nel bosco delle decisioni difficili. I maestri non chiedono niente in cambio: la loro ricompensa è nella possibilità di dare, e nel sentirsi utili. Ci sono rischi, ovviamente. L’enorme domanda di maestri ha portato a un’offerta vasta, varia e insidiosa. La parodia del carisma può ingannare chi cerca e ha fretta di trovare. Psicologi e i filosofi trasformati in santoni; spericolati improvvisatori new-age; sacerdoti che posano da guru; gruppi e sette che dispensano dal pensare e, nel calore del gruppo, addormentano le coscienze. Anche la penuria di leader politici ha pesato (abbiamo i partiti privatizzati, ma è un’altra cosa). Non si chiede al capo di un partito di diventare un guru; ma di offrire ispirazione e speranza, questo sì. Trovare i propri maestri è un’operazione delicata. E bene procedere con cautela, senza informare neppure gli interessati. Notate il plurale: anche in questo campo, è bene infatti diversificare gli investimenti per ridurre il rischio. Rischio di delusioni, rischio di tradimenti, rischio di plagio. Al di fuori delle questioni di fede, è bene scegliere con un po’ di ironia. I buoni maestri non si prendono troppo sul serio; non si capisce perchè dovremmo farlo noi. Scegliamo con cura i nostri maestri, quindi. Sostituiamoli se ci deludono, non adoriamoli mai e giudichiamoli sempre. Ma troviamone: saranno, come Carlo Maria Martini, termini di paragone e punti di riferimento nel momento delle scelte. L’alternativa è seguire tutti i venti, ma non è un buon modo di navigare la vita.<br />Beppe Severgnini - Corsera]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Discorso di Gandhi sulla rabbia]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=248"><![CDATA[Un giorno, un pensatore indiano, pose la seguente domanda ai suoi discepoli:<br />“Perchè le persone gridano quando sono arrabbiate?”<br />“Gridano perchè perdono la calma”, rispose uno di loro.<br />“Perchè gridare, se la persona sta proprio vicina?”, chiese di nuovo.<br />“Bene, gridiamo perchè desideriamo che l’altra persona ci ascolti!”, rispose un altro discepolo.<br />E il maestro tornò a domandare: “Allora non è possibile parlarle a voce bassa?”. Varie altre risposte furono date, ma nessuna convinse il maestro. Allora egli esclamò: “Volete sapere perchè si grida contro l’altra persona quando si è arrabbiati? Il fatto è che quando due persone sono arrabbiate, i loro cuori si allontanano molto. Per coprire questa distanza, bisogna gridare per potersi ascoltare. Quanto più arrabbiati sono, tanto più forte grideranno per potersi ascoltare. D’altra parte, che succede quando due persone sono innamorate? Loro non gridano, parlano soavemente.. e perchè? Perchè i loro cuori sono molto vicini. La distanza tra loro è piccola. A volte sono talmente vicini i loro cuori, che neanche parlano, solamente sussurrano. E quando l’amore è più intenso, non è necessario nemmeno sussurrare, basta guardarsi. I loro cuori si intendono. E’ questo che accade quando due persone che si amano si avvicinano”.<br />Infine il pensatore concluse dicendo: “Quando voi discuterete, non lasciate che i vostri cuori si allontanino, non dite parole che li possano distanziare di più, perchè arriverà il giorno in cui la distanza sarà così tanta che potrebberonon incontrare più la strada per tornare”<br /><br />Mahatma Gandhi<br />]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Una pillola per la felicità]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=247"><![CDATA[Il nostro organismo funziona meglio se sul nostro viso c’è un sorriso piuttosto che un’espressione scoraggiata e smorta. Anche se a volte è difficile mantenere la serenità, vessati dalle difficoltà quotidiane, dobbiamo anche capire che è prioritario. Investire nella nostra felicità, in attività divertenti, leggere, nello svago, distrarsi, ridere, uscire con degli amici, fare l’amore, amare, scherzare, guardare un bel film, rilassarsi, fare due passi in un parco, ascoltare musica non sono azioni da considerare meno importanti del lavoro, degli impegni, dei doveri.<br />Abbiamo parlato spesso di come autocontrollo, forza di volontà, spirito di sacrificio aumentino quando il nostro cervello sa che ad aspettarlo c’è una ricompensa, qualcosa che ripagherà della privazione. Sottrarre queste boccate di ossigeno alla nostra mente significa rompere l’equilibrio tra quello che dobbiamo alla vita e quello che la vita ci deve. <br />E’ proprio nei momenti in cui l’umore è più a terra, spesso cosa facciamo? Ci puniamo continuando a stressarci, ad impensierirci, a rimuginare su un problema, a chiuderci in noi stessi, allontanandoci dalla soluzione del nostro malessere. Quando il nostro stato d’animo non è dei migliori bisogna al contrario risollevarlo concedendosi spazio da destinare alle nostre attività preferite o comunque a qualcosa di rilassante, distensivo, qualcosa che ci faccia sorridere di nuovo.<br />Il sorriso, in questi momenti, va quasi prescritto, come una medicina. Se abbiamo mal di testa spesso ricorriamo ad un’aspirina ma quando siamo giù di corda perché ci neghiamo di staccare la spina, uscire per fare due passi e rinfrescarci le idee, chiamare un amico? Sono queste le pillole di cui abbiamo bisogno quando il nostro malessere è emotivo.<br />Per ritrovare il buonumore l’ideale è stilare una lista dei farmaci che più funzionano su di noi, ognuno ha i suoi. C’è chi sorride giocando con il cane, chi ama camminare fin quando la mente non è sgombra dai brutti pensieri, chi diventa allegro al profumo ed alla vista dei fiori o gustando una cioccolata calda. Rimedi naturali e semplici per recuperare il sorriso perduto.<br />iovalgo.com<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Una lira da scordare]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=246"><![CDATA[Mettonotenerezza i cittadini che chiedono la rottamazione dell’euro e il ritorno alla vecchia moneta. Non rimpiangono la lira, ma il tempo della lira. Quando le famiglie risparmiavano ancora, l’economia cresceva poco ma cresceva, e la svalutazione gonfiava gli affari. Fare un mutuo costava il doppio di adesso e l’inflazione viaggiava a due cifre, però i cinesi stavano dietro la Muraglia, gli slavi ansimavano dietro il Muro e i brasiliani e gli indiani esportavano solo miseria. Il mondo era un posto relativamente piccolo e ordinato che coincideva con l’Occidente. Ma se oggi tornasse la lira, di quel tempo tornerebbe soltanto lei. Insieme con l’inflazione a due cifre. I cinesi non andrebbero certo indietro, e nemmeno i brasiliani. In compenso noi andremmo al supermercato con la carriola: non per infilarci la spesa ma i soldi necessari a comprarla. Una pila di cartaccia che della vecchia lira conserverebbe soltanto il nome. Secondo i calcoli più ottimistici perderemmo in un giorno il 30 per cento del valore di tutto ciò che ci resta, diventando la replica della Germania di Weimar che fece da culla al nazismo.<br /><br />Mettono tenerezza i cittadini spaventati dal futuro, quando si aggrappano a un passato che non può tornare. Mentre provocano soltanto rabbia quei politici che queste cose le sanno benissimo, ma preferiscono lisciare il pelo del popolo impaurito invece di guardarlo negli occhi e dirgli parole adulte: che chi perde la strada deve resistere alla tentazione di tornare indietro, perché solo andando avanti troverà il sentiero che lo riporterà sulla strada perduta.<br />Massimo Gramellini-La Stampa]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Dedicato alle donne]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=245"><![CDATA[Un mattino un uomo torna dopo molte ore di pesca e decide di fare un sonnellino.<br /><br />Anche se non pratica del lago, la moglie decide di uscire in barca. Accende il motore e  si spinge a una piccola distanza: spegne, butta l’ancora e si mette a leggere.<br /><br />Arriva una guardia forestale in barca, si avvicina e le dice:<br /><br />“ Buongiorno, signora. Cosa sta facendo?”.<br /><br />“Sto leggendo un libro” risponde lei (pensando:”non è forse ovvio?”).<br /><br />“Lei si trova in una zona di pesca vietata” ribatte la guardia.<br /><br />“Mi dispiace, agente, ma non sto pescando. Sto leggendo.”<br /><br />“ Si, ma ha tutta l’attrezzatura. Per quanto ne so potrebbe cominciare in qualsiasi momento. Devo portarla con me e fare rapporto.”<br /><br />“Se lo fa, agente, dovrò denunciarla per molestia sessuale” dice la donna.<br /><br />“Ma se non l’ho nemmeno toccata!” protesta la guardia forestale.<br /><br />“Questo è vero, ma possiede tutta l’attrezzatura. Per quanto ne so potrebbe cominciare in qualsiasi momento.”<br /><br />“ Le auguro buona giornata, signora” e la guardia se ne va.<br /><br /> <br /><br />Morale: mai discutere con una donna che legge, è probabile che sappia anche pensare.<br /><br /> <br /><br />Storia raccontata da Don Andrea Gallo<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Bella la vita!]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=244"><![CDATA[Com’è imbarazzante aver voluto imporre a qualcuno i miei desideri, pur sapendo che i tempi non erano maturi e la persona non era pronta, anche se quella persona ero io.<br />Oggi so che questo si chiama “rispetto”.<br /> <br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di desiderare un’altra vita e mi sono accorto che tutto ciò che mi circonda è un invito a crescere.<br />Oggi so che questo si chiama “maturità”.<br /><br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito di trovarmi sempre e in ogni occasione, al posto giusto nel momento giusto e che tutto quello che succede va bene.<br />Da allora ho potuto stare tranquillo.<br />Oggi so che questo si chiama “stare in pace con se stessi”.<br /><br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di privarmi del mio tempo libero e di concepire progetti grandiosi per il futuro.<br />Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e divertimento, ciò che amo e che mi fa ridere, a  modo mio e con i miei ritmi.<br />Oggi so che questo si chiama “sincerità”.<br /><br />Quanto ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono liberato di tutto ciò che non mi faceva del bene: persone, cose, situazioni e tutto ciò che mi tirava verso il basso allontanandomi da me stesso… all’inizio lo chiamavo “sano egoismo”.<br />Oggi so che questo è “amore di sé”.<br /><br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di voler avere sempre ragione. E così ho commesso meno errori. Oggi mi sono reso conto che questo si chiama “semplicità”.<br /><br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono rifiutato di vivere nel passato e di preoccuparmi per il mio futuro. Ora vivo di più nel momento presente, in cui tutto ha un luogo.<br />E’ la mia condizione di vita quotidiana e la chiamo “perfezione”.<br /><br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono reso conto che il mio pensiero può rendermi miserabile e malato. Ma quando ho chiamato a raccolta le energie del  mio cuore, l’intelletto è diventato un compagno importante.<br />Oggi a questa unione do il nome di “saggezza interiore”.<br /><br />Non dobbiamo continuare a temere i contrasti, i conflitti e i problemi con noi stessi e con gli altri perché perfino le stelle, a volte, si scontrano fra loro dando origine a nuovi mondi.<br />Oggi so che tutto questo è “la vita”.<br /><br />                                                                                               Charlie Chaplin<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[L'anello e la stima]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=243"><![CDATA[L’Anello e la stima.<br />Un giorno, non importa quando, non importa dove, un discepolo andò dal suo Maestro con un problema:<br />- Mi sento una nullità, non ho la forza di reagire. Dicono che sono un buono a nulla, che non faccio niente bene, che sono un idiota. Come posso migliorare? Che posso fare perché mi stimino di più?<br />- Il Maestro senza guardarlo rispose:<br />- Mi spiace, ma ora non posso aiutarti. Devo prima risolvere un problema mio. Poi, forse. <br />- E facendo una pausa aggiunse:<br />- Se mi aiuti, posso risolvere il mio problema più rapidamente e poi forse posso aiutarti a risolvere il tuo...<br />- Certo, Maestro! - rispose il discepolo, ma ancora una volta si sentì mortificato.<br />- Il Maestro si tolse un anello dal mignolo e lo diede al discepolo:<br />- Monta a cavallo e va al mercato. Devi vendere questo anello perché devo pagare un debito. Occorre ricavarne il più possibile. Ma non accettare meno di una moneta d ’oro. Va e torna con la moneta al più presto!<br />- Il discepolo prese l’anello e partì.<br />- Appena giunto al mercato cominciò ad offrire l’anello ai mercanti. Essi guardavano con qualche interesse, finchè il giovane non diceva quanto chiedeva per l ’anello. <br />- Quando il giovane menzionava una moneta d’oro, alcuni ridevano, altri se ne andavano senza nemmeno guardarlo, e solo un vecchietto fu abbastanza gentile da spiegare che una moneta d’oro era troppo per quell’anello.<br />- Tentando di venire incontro al giovane, arrivarono ad offrirgli una moneta d’argento e una coppa di rame, ma il giovane seguiva le istruzioni di non accettare meno di una moneta d’oro e rifiutava ogni offerta.<br />- Dopo aver offerto il gioiello a tutti quelli che passavano per il mercato, abbattuto dal fallimento salì a cavallo e tornò. Rimpiangeva di non avere una moneta d’oro per poter comprare egli stesso l’anello, liberando così dalle preoccupazioni il suo Maestro per poter così ricevere i suoi consigli.<br />- Entrò in casa e disse:<br />- Maestro, mi spiace tanto, ma è impossibile ottenere quello che mi hai chiesto. Forse potrei ottenere due o tre monete d ’argento, ma non si dovrebbe ingannare nessuno sul valore dell ’anello.<br />- E’ importante quello che dici, - rispose sorridendo. Dobbiamo prima saper il valore esatto dell’anello. Torna a cavallo e vai dal gioielliere. Chiedigli a quanto si può vendere l’anello. Ma non importa quanto lo valuterà, non venderlo. Riportalo qui.<br />- Il giovane andò dal gioielliere e gli chiese di valutare l’anello. Il gioielliere esaminò l’anello con una lente, lo pesò e disse:<br />- Di’ al tuo Maestro che se vuole venderlo subito non posso dargli più di 58 monete d ’oro.<br />- 58 MONETE D ’ORO! - esclamò il giovane.<br />- Sì, rispose il gioielliere, in un altro momento potrei arrivare ad offrire anche settanta monete, ma se ha urgenza di vendere...<br />- Il giovane corse emozionato a casa del Maestro per raccontare quel che era successo.<br />- Siediti, disse il Saggio. E dopo aver ascoltato tutto il racconto, parlò con calma:<br />- Tu sei come questo anello, un gioiello prezioso e unico. Può essere valutato solo da un esperto. Pensavi forse che persone qualsiasi avrebbero potuto scoprire il suo vero valore? <br />- Così dicendo, si rimise l’anello al dito.<br />- Tutti noi siamo come quel gioiello. Preziosi e unici, andiamo per tutti i mercati della vita pretendendo che persone inesperte ci valutino. Solo Uno Specialista, Dio, il Grande Gioielliere, conosce il tuo vero valore. Perciò, non accettare mai che la vita smentisca questo...<br />- <br />Riflessioni:<br />Gli altri danno la loro valutazione su quella che è la nostra vita, i nostri comportamenti, le nostre scelte, le nostre azioni… il nostro modo d’essere…<br />E noi viviamo la vita oscillando tra gioia e tristezza a seconda della valutazione che gli altri ci danno…<br />…quindi viviamo la vita che gli altri ci costruiscono…<br />Da oggi cambia…vivi la tua vita e non permettere agli altri di gestire le tue emozioni…<br />La vita è TUA ed il giusto valore lo conosce solo la tua Anima…nessun altro!<br />«Nessuno può farti sentire infelice se non glielo consenti.» (T. Roosevelt)]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Dal burlone al dominatore. Ecco i killer delle riunioni]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=242"><![CDATA[<br />Burloni e dominatori, se le riunioni non finiscono mai<br /> Vi siete mai divertiti alle riunioni di lavoro, quei meeting interminabili dove vi pare che le idee buone vengano perlopiù impallinate, e quelle mediocri esaltate, peggio che in un'assemblea di condominio di fantozziana memoria? Se sì, provate, la prossima volta che vi capita di annoiarvi, a pensare a queste cinque tipologie di ammazza-riunione, che sono state individuate, ritratte e analizzate dall'editorialista Sue Shellenbarger sul Wall Street Journal . E per tirarvi su, cercate di incasellare in una delle seguenti fenomenologie il boicottatore organizzato di turno. C'è, prima di tutto, il Dominatore, che ha una grande considerazione delle sue idee, e che interrompe di continuo per esprimerle. Poi viene lo Scettico, quello o quella che coltiva la negatività nel cuore, e che aspetta fino a che il consenso è quasi raggiunto per buttare lì un dubbio epocale al quale è impossibile rispondere. <br /><br />Due tipologie, queste, considerate ad alto tasso di molestia, che vanno neutralizzate con fermezza anche per risollevare gli animi dei colleghi, dicendo per esempio: «Perché ti decidi solo ora a porre questa domanda? Non potevi pensarci prima?» e andare oltre, come suggerisce Brenna Smith Patty Johnson, esperta di lavoro e fondatrice della società di consulenza PeopleResults. Appena dopo queste due personalità, nella scala dei killer da riunione, arriva il Divagatore, che se gli lasci la palla la prende così alla larga che condanna al sonno o alla fuga la maggior parte dei presenti. Uscendo per un attimo dalla fenomenologia aziendale ed entrando nella mitologia politica, si narra che durante i lavori della Bicamerale Massimo D'Alema, vicino allo sfinimento, decise di cronometrare i discorsi del senatore Francesco D'Onofrio nonché a iniziare a deliziarci con i suoi origami, per scaricarsi un po'.<br /><br />Più pragmatici, alcuni capi d'azienda contemporanei, sostengono che il Divagatore vada piuttosto distratto, distribuendogli ogni tanto noccioline o, meglio, piccoli cioccolatini, cosa che ha fatto con un certo successo Samir Penkar, consulente di Minneapolis alle prese con due impiegati disturbatori, domati dopo due settimane a colpi di golosità. Poco sotto al Divagatore aziendale compaiono nella scala per tasso di disturbo il Burlone che interrompe di continuo con le sue battute fuori contesto e aspetta che gli altri ridano, e il Complottista un po' musone, quello che se ne sta silente in fondo alla sala per poi svegliarsi alla fine, alla macchinetta del caffè, dicendo che era tutto da rifare e vaticinando scenari apocalittici per l'azienda. <br /><br />Il problema è che, al di là della fenomenologia delle riunioni, si tengono nel mondo lavorativo troppe riunioni, in media 4 ore alla settimana, ed è il principale motivo di insoddisfazione per gli impiegati, al primo posto per il 47 per cento, secondo una ricerca di Salary.com (nel 2008 era al terzo). «La riunione è un gran teatro per dare sfogo alle personalità, e in Italia potremmo aggiungere altri tipi, il buffone, il leccapiedi, l'assenteista» dice il sociologo Domenico De Masi. «Ma è anche un grande alibi, la scena dove si rappresenta quel dramma tragico-comico che spesso è l'azienda, e a volte a tirarla in lungo sono proprio i manager latini che cercano scuse per stare in ufficio perché non amano la famiglia e a casa s'annoiano». E fa notare De Masi che, a differenza dei nostri manager tiratardi, quelli dei Paesi più avanzati in Europa, tedeschi in testa, escono alle 5 del pomeriggio. <br /><br />Ma per scoraggiare tutti, manager e impiegati, e tenersi lontano dalla riunione-monstre, c'è un sistema infallibile che attiene al disagio fisico e che funziona sotto ogni latitudine: mettere il tavolo da riunioni sotto un gelido soffione di aria condizionata e abbassare il termostato nella stanza a 10 gradi prima delle riunione.<br />Maria Luisa Agnese - Corsera<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Spiati 72 anni per scoprire la felicità]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=241"><![CDATA[NEW YORK — Qual è il segreto della felicità? È possibile, a 20 anni, profetizzare chi è destinato ad una vita lunga, sana e appagante e chi invece morirà presto dopo un’esistenza tormentata? Da 72 anni la prestigiosa università di Harvard cerca di rispondere a queste complesse domande attraverso il Grant Study, il più lungo studio del genere mai realizzato fino ad oggi, proprio allo scopo di chiarire i misteri dietro l’anelito che agita l’umanità, sin dagli albori della storia. <br />E la risposta che offrono i ricercatori è molto semplice: la felicità è amore. Solo chi ama ed è amato non solo dal partner, ma anche da genitori, amici, fratelli, sorelle può essere felice e aspirare ad una vita serena.<br />«La ricerca medica presta troppa attenzione ai malati e troppo poca alla gente sana», teorizzò nel 1938 lo psichiatra di Harvard Arlie Bock nel dare ufficialmente il via al Grant Study, dal nome del suo ricchissimo sponsor, il magnate dei grandi magazzini W.T. Grant. Per studiare il segreto della felicità e la sua evoluzione attraverso le varie fasi della vita, Bock selezionò 268 tra gli studenti più brillanti, ambiziosi e privilegiati di Harvard, impegnandosi a seguirli attraverso carriere, guerre, matrimoni, divorzi, nipoti e malattie, fino alla morte.<br />Harvard a quei tempi era una enclave per soli maschi ricchi — l’elite Wasp del New England — e tra i soggetti studiati quattro diventarono senatori, uno ministro, la maggior parte capitani d’industria. Ci fu anche un presidente, John Kennedy (ma il suo dossier non potrà essere aperto prima del 2040), un grande giornalista — Ben Bradlee, direttore del Washington Post durante lo scandalo Watergate — e uno scrittore famoso, forse Norman Mailer.<br />Ma i nomi — protetti dalla privacy — della maggior parte resteranno per sempre un mistero. Persino Joshua Wolf Shenk, il primo giornalista a visionare gli archivi del Grant Study, è stato costretto nel lungo saggio pubblicato sulla rivista americana The Atlantic a tacere la loro identità. Ma alla fine Shenk condivide i risultati complessi e spesso contraddittori di George Vaillant, il 74enne psichiatra di Harvard che trent’anni fa assunse le redini dello studio, quando molti dei suoi promettenti giovani erano già finiti sulla cattiva strada.<br />Ironicamente un’indagine parallela condotta da Harvard dal 1940 su un campione di 456 proletari dei ghetti di Boston — il Glueck Study — giunge a risultati pressoché identici. Compiuti i 50 anni, oltre un terzo del privilegiato campione tradiva sintomi di malattia mentale, alcolismo e dipendenza ai farmaci. Un numero sproporzionato morì prematuramente, spesso suicidandosi. Arlie Bock era sconcertato: «Quando li avevo scelti erano normalissimi», rivela a Vaillant in uno dei documenti recuperati da Shenk.<br />Eppure la metodologia seguita dallo studio era rigorosa.<br />Grazie a generose donazioni federali e private per pagare le costose ricerche, ogni due anni Vaillant chiedeva ai partecipanti di compilare un questionario con domande relative alla loro salute fisica e mentale, la qualità del loro matrimonio, figli, carriera, malattie e pensione. Ogni cinque li sottoponeva a check-up, facendosi consegnare le cartelle cliniche dai loro medici. E ogni quindici anni i soggetti dovevano rilasciare approfondite interviste, rispondendo a domande di natura personale su ogni aspetto della loro vita pratica ed emotiva.<br />La preoccupazione centrale di Vaillant? «Studiare non tanto le problematiche dei soggetti, ma piuttosto il modo in cui essi reagivano a tali problematiche — spiega Shenk — La sua lente interpretativa passava attraverso la metafora psicanalitica di adattamento o risposta inconscia al dolore, ai conflitti, e all’incertezza».<br />Lo studente che all’inizio gli era apparso più dotato e promettente di tutti è il primo a fare una brutta fine. Dopo un’infanzia da sogno in una grande casa con undici stanze e tre bagni, l’uomo — figlio di un ricco dottore e di un’artista ed ereditiera - si sposò e fece carriera all’estero. «Ma poi cominciasti a fumare e a bere — annota diligentemente Vaillant nel suo taccuino —. A 35 anni sei sparito, smettendo di rispondere ai nostri questionari. Più tardi ci hanno informati che eri morto all’improvviso».<br />Un altro uomo, considerato il clown del gruppo per la sua personalità effervescente ed estroversa, ha finito per sposarsi tre volte e ha fatto tre figli ed innumerevoli mestieri diversi prima di accettare la propria omosessualità, diventando un leader di spicco nel movimento per i diritti dei gay. Ma ormai era troppo tardi e morì a 64 anni, alcolizzato, cadendo dalle scale ubriaco fradicio.<br />Ma il soggetto più intrigante di tutti, secondo Shenk, è lo stesso Vaillant, il geniale ed eccentrico scienziato di Harvard (talvolta si presentava in ufficio in pantofole) considerato l’anima dietro un progetto che, in assenza di registrazioni, si avvale esclusivamente delle sue note e personalissime interpretazioni. Nato da una delle famiglie più antiche e aristocratiche del New England, Vaillant restò orfano a 10 anni quando il padre, un uomo di successo e all’apparenza felice, si sparò un colpo alla tempia ai bordi della piscina. «Sua madre gettò una coltre di silenzio sull’accaduto — rivela Shenk — non vi fu servizio funebre e non rimisero mai più piede in quella villa». Dopo ben tre divorzi, lo psichiatra è tornato con la seconda moglie anche se i suoi figli descrivono la vita col padre come «una guerra civile» e rivelano di aver passato anni senza rivolgergli la parola. «I suoi amici più cari affermano che non sa gestire i suoi rapporti affettivi e la sua intimità», dice Shenk.<br />Anche per questo le conclusioni cui giunge sono emblematiche: «L’amicizia, l’amore e le buone relazioni con fratelli, sorelle e genitori, sono la vera chiave della felicità — dichiara Vaillant — la felicità è amore. Punto e basta».<br />Shenk è meno perentorio: «Lo studio è iniziato proponendosi di analizzare le vite di quegli individui sotto la lente di un microscopio — scrive sull’Atlantic — Ma alla fine quelle vite erano troppo grandi, troppo strane e troppo ricche di sfumature e contraddizioni per essere etichettate». <br />Alessandra Farkas <br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[I 18 principi di vita del Dalai Lama]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=240"><![CDATA[1)Tieni sempre conto del fatto che un grande amore e dei grandi risultati comportano grandi rischi.<br />2)Quando perdi, non perdere la lezione.<br />3)Segui sempre le tre “R”: rispetto per te stesso, rispetto per gli altri, responsabilità per le tue azioni.<br />4)Ricorda che non ottenere quel che si vuole può essere, talvolta, un meraviglioso colpo di fortuna.<br />5)Impara le regole, affinché tu possa infrangerle in modo appropriato.<br />6)Non permettere che una piccola disputa danneggi una grande amicizia.<br />7)Quando ti accorgi di aver commesso un errore fai subito qualcosa per correggerlo.<br />8)Trascorri un po’ di tempo da solo, ogni giorno.<br />9)Apri le braccia al cambiamento, ma non lasciare andare i tuoi valori.<br />10)Ricorda che talvolta il silenzio è la migliore risposta.<br />11)Vivi una buona, onorevole vita, di modo che, quando ci ripenserai da vecchio, potrai godertela una seconda volta.<br />12)Un’atmosfera amorevole nella tua casa deve essere il fondamento della tua vita.<br />13)Quando ti trovi in disaccordo con le persone a te care, affronta soltanto il problema attuale, senza tirare in ballo il passato.<br />14)Condividi la tua conoscenza. E’ un modo di raggiungere l’immortalità.<br />15)Sii gentile con la Terra.<br />16)Almeno una volta all’anno vai in un posto dove non sei mai stato prima.<br />17)Ricorda che il miglior rapporto è quello in cui ci si ama di più di quanto si abbia bisogno l’uno dell’altro.<br />18)Giudica il tuo successo in relazione a ciò a cui hai dovuto rinunciare per ottenerlo.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[L'albero degli amici]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=239"><![CDATA[Esistono persone nelle nostre vite che ci rendono felici per il semplice caso di avere incrociato il nostro cammino. <br />Alcuni percorrono il cammino al nostro fianco, vedendo molte lune passare, gli altri li vediamo appena tra un passo e l'altro. Tutti li chiamiamo amici e ce sono di molti tipi. <br />Talvolta ciascuna foglia di un albero rappresenta uno dei nostri amici.<br />Il primo che nasce è il nostro amico Papà e la nostra amica Mamma, che ci mostrano cosa è la vita. Dopo vengono gli amici Fratelli, con i quali dividiamo il nostro spazio affinché possano fiorire come noi. Conosciamo tutta la famiglia delle foglie che rispettiamo e a cui auguriamo ogni bene. <br />Ma il destino ci presenta ad altri amici che non sapevamo avrebbero incrociato il nostro cammino. Molti di loro li chiamiamo amici dell'anima, del cuore. <br />Sono sinceri, sono veri. Sanno quando non stiamo bene, sanno cosa ci fa felici.<br />E alle volte uno di questi amici dell'anima si installa nel nostro cuore e allora lo chiamiamo innamorato. Egli da luce ai nostri occhi, musica alle nostre labbra, salti ai nostri piedi.<br />Ma ci sono anche quegli amici di passaggio, talvolta una vacanza o un giorno un'ora. Essi collocano un sorriso nel nostro viso per tutto il tempo che stiamo con loro. <br />Non possiamo dimenticare gli amici distanti, quelli che stanno nelle punte dei rami e che quando il vento soffia appaiono sempre tra una foglia e l'altra. <br />Il tempo passa, l'estate se ne va, l'autunno si avvicina e perdiamo alcune delle nostre foglie, alcune nascono l'estate dopo, e altre permangono per molte stagioni. <br />Ma quello che ci lascia felici è che le foglie che sono cadute continuano a vivere con noi, alimentando le nostre radici con allegria.<br />Sono ricordi di momenti meravigliosi di quando incrociarono il nostro cammino.<br />Ti auguro, foglia del mio albero, pace amore fortuna e prosperità. Oggi e sempre........ semplicemente perché ogni persona che passa nella nostra vita è unica.<br />Sempre lascia un poco di sè e prende un poco di noi. Ci saranno quelli che prendono molto, ma non ci sarà chi non lascia niente.<br />Questa è la maggior responsabilità della nostra vita e la prova evidente che due anime non si incontrano per caso.<br />Questa lettera è stata scritta da Paul Montes, missionario sud-americano]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Le volpi in posa per pane e nutella]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=238"><![CDATA[Ci dice la giovane guida del Parco naturale, che qui sulla spiaggia di Alberese le volpi hanno imparato a mettersi in posa per le foto. Sanno che avranno da mangiare se si lasciano fotografare dai turisti perciò quando li sentono arrivare escono dalla duna e si mettono sedute ferme, con la bella coda in primo piano. I bambini si avvicinano, i genitori scattano, poi danno agli animali un pezzo di panino con nutella, una fetta di salame, una merendina farcita. La guida dice che tutto questo è ovviamente sbagliato e pericoloso: quel genere di cibo fa male alle volpi, e prendere troppa confidenza con loro è rischioso, perché non cessano di essere animali selvatici, ma soprattutto, aggiunge, "è molto triste vedere le volpi mettersi in posa per avere un panino. In fondo così si addomesticano e alla fine smettono di essere vere volpi". È incomprensibile come mai ciò che si capisce a proposito di animali non si riesca ad applicarlo agli uomini. Anche di certi uomini (molti) è triste vederli metter- si in posa per un panino. È vero che venir bene in tv e atteggiarsi per un servizio da rivista nel proprio salotto accresce il guadagno immediato: il panino. Però si perde, alla fine, il bandolo della propria identità. Si rinuncia a essere volpi. A margine del congresso di Rifondazione, di cui Nichi Vendola, prima di ritirarsi dalla corsa per la segreteria, ha detto "ci sarebbe da chiamare il 113, questo non è un partito, è una comunità terapeutica", leggo che la sinistra, a Firenze, si è spaccata sul ritiro del bando di esilio a Dante. L'episodio risale al 1302: sette secoli dopo un paio di consiglieri del Popolo delle libertà propongono la riabilitazione. È solo "marketing culturale", protestano Rifondazione e la sinistra della sinistra. Il Pd sarebbe stato favorevole, ma la proposta di annullare un bando del 1300 è ormai teatro di faide politiche di provincia. Pazienza per Dante, neppure il suo ventesimo pronipote Serego Alighieri sente il bisogno di un gesto "mortificato da polemiche di così bassa lega". Iniziativa ritirata: il Sommo, decretano i radicali di sinistra, deve restare in esilio. Barak Obama dice che dedica un'ora al giorno al silenzio e al pensiero. La mette proprio in agenda: un'ora vuota, "altrimenti perdi il senso di quello che stai facendo". Chissà se gli basterà, auguri. È comunque un buon consiglio per tutti. In una bellissima intervista di Paolo D'Agostini anche Ermanno Olmi parla del silenzio e della lentezza come antidoto al non senso generale. In un passaggio dice due parole sulla Lega, le riporto qui per coloro ai quali fossero sfuggite. "La Lega fa leva su un fastidio, un risentimento. Cosa l'ha alimentato? Quando le popolazioni, anche quelle del Nord, vivevano in uno stato quasi miserabile, l'unico che ti poteva salvare era il Padreterno. E tutti giù a pregare. Oggi fa sorridere ma quel pregare era un modo per darsi un aiuto, come il canto degli schiavi negri. Quella società povera, con la trasformazione industriale, è diventata una società non sempre ricca, ma pervasa da un benessere generale. Che c'è stato, per un momento. Si è sbagliato a fare i conti, a livelli alti della politica e dell'economia. Oggi si è di fronte a un baratro di possibile nuova povertà, avendo oltretutto distrutto la terra. Qual è il risentimento, allora? Tutte queste persone che oggi votano Lega, ma nell'infanzia hanno vissuto quella povertà e hanno conosciuto il beneficio di un benessere sia pur fasullo, se lo vedono messo in discussione dal dover dividere la ricchezza con quelli che ricchi ancora non sono. Chi erano i kapò nei campi di concentramento? Gli stessi prigionieri. Quanti contadini sono diventati piccoli imprenditori? La Lega ha sfruttato il loro risentimento. Quando parlano di sicurezza intendono che colui che potrebbe sottrarmi qualcosa va allontanato. Parlano di sicurezza come dei kapò, mettendo il filo spinato". Auguri anche a Olmi. <br />Concita De Gregorio<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[L'uovo di Pasqua lo porta il leprotto!]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=237"><![CDATA[C'erano una volta un papà leprotto ed una mamma leprotto, che avevano sette leprottini e non sapevano quale sarebbe diventato il vero leprotto di Pasqua. Allora mamma leprotto prese un cestino con sette uova e papà leprotto chiamò i leprottini. Poi disse al più grande: "Prendi un uovo dal cestino e portalo nel giardino della casa, dove ci sono molti bambini."<br />Il leprotto più grande prese l'uovo d'oro, corse nel bosco, attraversò il ruscello, uscì dal bosco, corse per il prato e giunse al giardino della casa. Qui voleva saltare oltre il cancello, ma fece un balzo così grande e con tanta forza che l'uovo cadde e si ruppe.<br />Questo non era il vero leprotto di Pasqua.<br />Ora toccava al secondo. Egli prese l'uovo d'argento, corse via nel bosco, attraversò il ruscello, uscì dal bosco, corse per il prato; allora la gazza gridò "Dallo a me l'uovo, dallo a me l'uovo, ti regalerò una moneta d'argento!" E prima che il leprotto se ne accorgesse la gazza aveva già portato l'uovo d'argento nel suo nido.<br />Neanche questo era il vero leprotto di Pasqua.<br />Ora toccava al terzo. Questi prese l'uovo di cioccolato. Corse nel bosco, attraversò il ruscello, uscì dal bosco e incontrò uno scoiattolo che scendeva, saltellando, da un alto abete. Lo scoiattolo spalancò gli occhi e chiese: "Ma è buono l'uovo?"<br />"Non lo so," rispose il leprotto, "lo voglio portare ai bambini."<br />"Lasciami assaggiare un po'!"<br />Lo scoiattolo cominciò a leccare e poiché gli piaceva tanto, non finiva mai e leccò e mangiucchiò pure il leprotto, fino a che dell'uovo non rimase più nulla; quando il terzo leprotto tornò a casa, mamma leprotto lo tirò per la barba ancora piena di cioccolato e disse: "Neanche tu sei il vero leprotto di Pasqua."<br />Ora toccava al quarto.<br />Il leprottino prese l'uovo chiazzato. Con quest'uovo corse nel bosco e arrivò al ruscello. Saltò sul ramo d'albero posto di traverso, ma nel mezzo di fermò. Guardò giù e si vide nel ruscello come in uno specchio. E mentre così si guardava, l'uovo cadde nell'acqua con gran fragore.<br />Neanche questo era il vero leprotto di Pasqua.<br />Ora toccava al quinto. Il quinto prese l'uovo giallo. Corse nel bosco e, ancor prima di giungere al ruscello, incontrò la volpe, che disse: "Su, viene con me nella mia tana a mostrare ai miei piccoli questo bell'uovo!"<br />I piccoli volpacchiotti si misero a giocare con l'uovo, finché questo urtò contro un sasso e si ruppe.<br />Il leprotto corse svelto svelto a casa, con le orecchie basse.<br />Neanche lui era il vero leprotto di Pasqua.<br />Ora toccava al sesto. Il sesto leprotto prese l'uovo rosso. Con l'uovo rosso corse nel bosco. Incontrò per via un altro leprotto. Appoggiò il suo uovo sul sentiero e presero ad azzuffarsi.<br />Si diedero grandi zampate, e alla fine l'altro se la diede a gambe.<br />Ma quando il leprottino cercò il suo uovo, era già bell'e calpestato, ridotto in mille pezzi.<br />Neanche lui era il vero leprotto di Pasqua.<br />Ora toccava al settimo. Il leprotto più giovane ed anche il più piccolo. Egli prese l'uovo blu. Con l'uovo blu corse nel bosco.<br />Per via, incontrò un altro leprotto, ma lo lasciò passare e continuò la sua corsa. Venne la volpe. Il nostro leprotto fece un paio di salti in qua e in là e continuò a correre, finché giunse al ruscello.<br />Con lievi salti lo attraversò, passando sul tronco dell'albero.<br />Venne lo scoiattolo, ma egli continuò a correre e giunse al prato.<br />Quando la gazza strillò, egli disse soltanto: "Non mi posso fermare, non mi posso fermare!"<br />Finalmente giunse al giardino della casa. Il cancello era chiuso. Allora fece un salto, né troppo grande né troppo piccolo, e depose l'uovo nel nido che i bambini avevano preparato.<br />Questo era il vero leprotto di Pasqua!<br /> ]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[La giornata del sorriso una volta al mese]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=236"><![CDATA[Caro direttore, il mio percorso tra casa e ufficio, a Milano, è di 15 minuti a piedi. Ho l' abitudine di fermarmi per un caffè. Passo davanti ad otto bar tra cui posso scegliere. Li ho provati tutti, alla fine ho scelto quello dove il barista mi accoglie, ogni volta, con un sorriso. Forse il caffè non è il migliore, ma un sorriso vale, in questi tempi complicati, più della qualità del caffè. La giornata inizia sotto un altro segno. Ultimamente chiedo ai miei collaboratori di darmi solo buone notizie, o almeno di iniziare da quelle. La reazione all' inizio è di sconcerto poi, parlandone, ci accorgiamo che le buone notizie possono essere tante, dalla primavera anticipata, alla salute di ciascuno, fino anche a concentrarci sulla parte piena del bicchiere dando meno peso a quella vuota. Chi si occupa di comunicazione sa che l' umore è contagioso, chi fa pubblicità lavora, non a caso, soprattutto sulle emozioni. L' istituto di neuroscienze dell' Università di Parma ha scoperto, anni fa, che nel nostro cervello esistono i «neuroni specchio», cellule nervose che risuonano con l' ambiente esterno generando comportamenti, appunto, «a specchio» rendendo, ad esempio, contagioso il sorriso, così come, purtroppo, anche la depressione e la malinconia. Perché non trasformare, allora, un giorno al mese, magari il primo lunedì, in un «good day», nella giornata in cui tutti si impegnano a sorridere agli altri e a dare solo buone notizie. Sono certo che l' inversione della polarità dell' umore generale porterebbe benefici inaspettati e forse ci aiuterebbe a rendere più sopportabile questa crisi senza precedenti in cui ci dibattiamo senza che, al momento, appaiano all' orizzonte concrete vie d' uscita. Mi rendo conto di quanto questa proposta sia infantile ed utopistica, ma se ha generato un sorriso nel lettore, non sarà stata del tutto inutile. <br />Lorenzo Sassoli de’ Bianchi]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[In memoria di Fata Prosciutto]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=235"><![CDATA[Fra i tanti articoli indispensabili che uno si illude di aver scritto, il Buongiorno che ha avuto storicamente il maggior numero di reazioni da parte dei lettori è uno squarcio di vita quotidiana pubblicato nel novembre del 2008. Raccontava della salumiera di un mercato di Torino, la signora Kathy, che ogni giorno, alle 13 e 40, riceveva la visita degli alunni di una scuola media poco distante e a ciascuno offriva un sorriso e una fetta di prosciutto. La signora Kathy non era una missionaria e i ragazzini non erano dei bisognosi. Eppure quel rito quotidiano di assurda e gratuita bontà aveva una sua magia e ogni giorno, alle 13 e 40, i clienti del mercato posavano le borse della spesa e guardavano in direzione della scuola, chiedendosi: ma i ragazzi quando arrivano?<br /><br />Arrivavano, arrivavano sempre. E continuarono a farlo anche dopo l’uscita dell’articolo. Finché un giorno, alle 13 e 40, sono corsi al bancone ma non hanno più trovato ad accoglierli il sorriso della signora Kathy, ribattezzata Fata Prosciutto. Si era ammalata. I ragazzini hanno continuato lo stesso a recarsi al bancone: non più per il prosciutto, ma per avere sue notizie. Le mandavano saluti, pensieri, preghiere. E quando l’altra settimana la Fata se n’è andata - perché le fate hanno molto da fare, non possono stare sempre con noi - la chiesa del funerale era stracolma come per una principessa e anche il prete si è commosso. Basta davvero poco per comunicare con il cuore del mondo. È un linguaggio universale che non usa le parole, ma i gesti. A volte anche una fetta di prosciutto.<br />Massimo Gramellini - La Stampa]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[McLuhan aveva torto. Nei discorsi dei politici serve più sostanza]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=234"><![CDATA[«Abbiamo avuto anni di SpotPolitik in Italia, di politica da spot. Almeno dieci. E negli ultimi cinque è stata sempre più invasiva, fastidiosa, pesante». Lo scrive Giovanna Cosenza, studiosa di semiotica all' Università di Bologna, autrice appunto del saggio SpotPolitik (pagine 208, 12) per Laterza: «È la politica - continua - che imita il peggio di ciò che fanno certe aziende italiane con la pubblicità. Quella che pensa che per comunicare basta scegliersi uno slogan generico, due colori per il logo e qualche foto per le affissioni. Quella che riduce la comunicazione a uno spot televisivo, appunto». Come se comunicare, soprattutto con i cittadini, fosse solo una questione di estetica superficiale e scelta grafica. O di cerone per andare in tv. Molti, specie a sinistra, identificano questa comunicazione politica con il berlusconismo. E non c' è dubbio che nel 1994 Berlusconi fu il primo a introdurre anche da noi una commistione fra sistema politico, media, marketing e pubblicità. Negli Stati Uniti questa mescolanza c' era già almeno dalla metà del Novecento. La politica spettacolarizzata e personalizzata non è solo prerogativa italiana, accomuna tutte le democrazie «mature», in diverse dosi e varianti nazionali. Il punto è che la «mutazione» italiana ha qualcosa di specifico: si è quasi completamente staccata dalla realtà dei contenuti. Un po' alla volta tutti i partiti sono stati contagiati. Dal linguaggio volutamente colloquiale di Pier Luigi Bersani a quello «poetico» di Nichi Vendola, si arriva dritti al disastro della corsa dei neutrini nel traforo appenninico (sic) dell' ex ministro dell' Istruzione, Mariastella Gelmini. E a una politica fatta di talk show litigiosi, slogan vacui, gestacci e volgarità. Non che le tecniche di comunicazione non contino. Contano naturalmente. Ma come è scoppiata la bolla speculativa, l' andazzo degli Stati di vivere a debito, dovrà cambiare per forza di cose anche la politica da spot. Giovanna Cosenza sembra ribaltare, di fatto, l' assunto del sociologo dei media e guru della tv Marshall McLuhan. In politica, e non solo, il contenuto (non il mezzo) è il messaggio. Un prodotto scadente, del resto, non sfonda neppure al supermercato. Il packaging (il modo di confezionare un prodotto) influenza le vendite, ma, al dunque, non si può arrivare a trovare «sotto il vestito niente». Una «cattiva politica» porta a una «cattiva comunicazione». E una comunicazione complessivamente «malata» e autoreferenziale, alla fine, ha contribuito a far crollare «la casta» nell' opinione degli italiani. La studiosa fa un paragone con il linguaggio del primo mese di governo di Mario Monti, il libro ne fa un primo bilancio. L' ormai famosa «sobrietà» (nonostante qualche scivolata, proprio da spot, come quella del posto fisso «noioso») costituisce una controprova del fatto che la comunicazione non è solo «un artificio», e che gli «studios» non possono sostituire il valore di ciò che si dice, propone, chiede. Con un' avvertenza: la cattiva comunicazione politica può tornare. Perché, secondo la studiosa, affonda le radici nella «cultura» e nella sociologia del Paese e in questo senso è autenticamente «bipartisan». P.S. Questo termine (declinato nelle più diverse sfumature) sarà il prossimo «spot». Pochi giorni fa, un comunicato stampa ha invitato i giornalisti a un convegno «bipartisan» sulla chirurgia dell' anca! <br />Maria Antonietta Calabrò - Corsera]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Come funziona la finanza]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=233"><![CDATA[E' una giornata uggiosa in una piccola cittadina, piove e le strade sono deserte. <br />I tempi sono grami, tutti hanno debiti e vivono spartanamente. <br />Un giorno arriva un turista tedesco e si ferma in un piccolo alberghetto. <br />Dice al proprietario che vorrebbe vedere le camere e che forse si ferma per il pernottamento e mette sul bancone della ricezione una banconota da 100 euro come cauzione.<br />Il proprietario gli consegna alcune chiavi per la visione delle camere. <br /><br />1. Quando il turista sale le scale, l'albergatore prende la banconota, corre dal suo vicino, il macellaio, e salda i suoi debiti.<br />2. Il macellaio prende i 100 euro e corre dal contadino per pagare il suo debito.<br />3. Il contadino prende i 100 euro e corre a pagare la fattura presso la Cooperativa agricola.<br />4. Qui il responsabile prende i 100 euro e corre alla bettola e paga la fattura delle sue consumazioni.<br />5. L'oste consegna la banconota ad una prostituta seduta al bancone del bar e salda così il suo debito per le prestazioni ricevute a credito. <br />6. La prostituta corre con i 100 euro all'albergo e salda il conto per l'affitto della camera per lavorare. <br />7. L'albergatore rimette i 100 euro sul bancone della ricezione. <br /><br />In quel momento il turista scende le scale, riprende i suoi soldi e se ne va dicendo che non gli piacciono le camere e lascia la città. <br /><br />- Nessuno ha prodotto qualcosa<br />- Nessuno ha guadagnato qualcosa<br />- Tutti hanno liquidato i propri debiti e guardano al futuro con maggiore ottimismo <br />;-)]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[LUCIO DALLA: la nostra colonna sonora ]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=232"><![CDATA[<br />La magia della grande musica si scopre quando i grandi cantanti se ne vanno. Ieri milioni di italiani hanno ripercorso in un attimo la propria vita con la colonna sonora di Lucio Dalla, così come avevano fatto alla morte dell’altro Lucio nazionale. Caro amico ti scrivo che nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino e se è una femmina si chiamerà Futura…<br /><br />Ci sono cascato anch’io ed è stato facile, oltre che bellissimo. Il mio Dalla non è quello che avrei conosciuto di persona in anni recenti, e con il quale ho presentato libri, riso, scherzato, persino polemizzato. Il mio Dalla è la notte prima degli esami. Estate 1979, vigilia della maturità, Dalla e De Gregori in concerto con «Banana Republic» allo stadio Comunale di Torino, davanti a casa mia. Durante il giorno coi miei compagni avevamo studiato in cucinino, dove per un curioso gioco di rimbombi si potevano sentire le prove dei musicisti: sembrava che il sax di Dalla fosse in cortile. Ho il ricordo nettissimo di noi che interrompiamo una poesia del Leopardi per affacciarci al balcone e lasciarci trasportare da un suo assolo di jazz. La sera i compagni telefonarono alle mamme per dire che si sarebbero fermati da me a ripassare. Invece andammo allo stadio, confusi fra altri settantamila, ma col cuore che ballava di paura per il giudizio imminente e dei biglietti particolarmente meschini.<br /><br />Eravamo nel settore più lontano dal palco e ancora non esistevano i maxischermi: De Gregori era un puntino, Dalla la metà di un puntino. Ma appena abbracciava il sax e ci soffiava dentro si trasformava in un gigante.<br /><br />E poi, e soprattutto, c’erano le sue canzoni sparate nella notte: «Com’è profondo il mare», «Piazza grande», «Stella di mare» («Tuuuu come me», e quell’uuu gli usciva dalla cassa toracica come un’orchestra di cento elementi), «L’anno che verrà». Le sapevo tutte a memoria, a differenza delle poesie del Leopardi. Quando partì «Cosa sarà» («che ci fa morire a vent’anni anche se vivi fino a cento») guardai il cielo sopra lo stadio e giurai alle stelle che non sarei mai stato un ventenne morto, anzi, avrei fatto di tutto per diventare un centenario vivo. Quella frase cantata a squarciagola alla vigilia dell’esame di maturità segnò a tal punto la mia formazione che il giorno in cui, da adulto, conobbi De Gregori gli dissi che era la più bella che avesse mai scritto. De Gregori concordò sulla bellezza della canzone e aggiunse con un sorriso che purtroppo non era sua, ma di Ron e Lucio: lui l’aveva solo cantata. È stato uno dei momenti più imbarazzanti della mia vita e anche questo lo devo a Dalla.<br /><br />Chi non lo ha già fatto ieri, può provarci adesso con me. Raccontarsi la vita in un minuto, attraverso le sue canzoni. «4 marzo 1943» (era l’unico cantante di cui tutti sapevamo la data di nascita) e mi rivedo bambino triste e solo davanti alla tv in bianco e nero che trasmette il festival di Sanremo. «Disperato erotico stomp» accompagnò i primi viaggi individuali al centro del sesso, con quella mano che «partiva» e non si sapeva mai bene dove ci avrebbe portato. «Anna e Marco», uno dei lenti-cardine dell’adolescenza, l’importante era tenersi stretti alla ragazza fino a quando Dalla diceva «Anna avrebbe voluto morire, Marco voleva andarsene lontano»: a quel punto si poteva tentare l’affondo. «Balla balla ballerino» e ogni volta che la cantavo mi veniva da piangere, persino adesso, chissà perché. «Futura» vantava un posto d’onore nella Definitiva, la C90 verde in cui avevo condensato le canzoni da infilare nell’autoradio, quando a bordo saliva una certa persona. E ancora un vecchio album, «Il giorno aveva cinque teste», difficile e bellissimo, da ascoltare nei momenti duri, quelli che servono a crescere. «Caruso» è un bagno di notte, un bacio sotto la luna, uno spaghetto divorato sul mare. Chiuderei con «Attenti al lupo», che a trent’anni mi salvò da un principio di depressione: non ho più trovato una canzone capace di trasmettermi tanta incomprensibile allegria.<br /><br />Pensavo che questo genere di ricordi non potesse estendersi ai più giovani. Poi verso sera mi è arrivata la mail di una ragazza, si chiama Francesca. «Sto piangendo come una fontana per Lucio Dalla. Mi sento come se fosse morto un vecchio amico. Lui sicuramente non sapeva chi fossi. È ovvio. Credo che questo genere di rapporti emotivi a distanza siderale si possa creare solo con i musicisti. Che tu sia triste, felice, stanca, sola, in compagnia, quando loro cantano hai l’impressione che vogliano tirarti su il morale, partecipare alla tua gioia, cullarti prima che tu dorma, farti compagnia. Ti sembra che parlino proprio con te. Magari esagero, ma per me è stato così. Mi mancherà molto». Anche a me.<br />Massimo Gramellini - La stampa]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Cinque regole per vivere meglio nell’era 2.0]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=231"><![CDATA[Prendendo spunto dagli articoli proposti dal New York Times nella rubrica Your brain on Computers, che propongono una visione distopica del rapporto tra essere umano e il computer e suggeriscono come unica soluzione per curare l’internet-addiction l’abbandono totale dei social network, Alexandra Samuel nel suo articolo prova ad indicare una nuova via d’uscita da questo problema, partendo dal presupposto che Internet è una realtà anzi, come lei stessa afferma Internet è una realtà incurabile.<br /><br />La giornalista individua una strada migliore per scappare dai ritmi forsennati e dal frastuono di internet ed evitare di scegliere la via, davvero impraticabile ai giorni nostri, dell’abbandono totale del web, proponendo The new unplugging, una filosofia basata su cinque regole fondamentali.<br /><br />Possiamo stare tranquilli, ci rassicura Samuel, The new unplugging non vi richiede di chiudere Facebook o di buttare via l’I-Phone!<br /><br />1. Unplug from distraction: di solito, sottolinea la giornalista, quando siamo al computer siamo distratti, molto spesso infatti usiamo contemporaneamente più schermi alla volta: quello del telefono, quello del computer e a volte sullo stesso schermo abbiamo molte finestre aperte o applicazioni che ci rubano energie di continuo e si bevono letteralmente la nostra attenzione. I consigli in questo caso sono pochi e semplici ma molto efficaci: scollegatevi dalla distrazione concentrandovi su un unico schermo, spegnete il cellulare, chiudete la porta, chiudete tutte le finestre e le apps che deviano la vostra attenzione.<br /><br />2. Unplug from FOMO: FOMO è un acronimo che in inglese sta per Fear Of Missing Out , si tratta di una nevrosi che è cresciuta drammaticamente ai tempi di Facebook. La paura di perdersi un evento, una conferenza, una festa, un concerto, secondo Alexandra Samuel si può sconfiggere accettando il fatto che non si può essere ovunque e fare qualsiasi cosa. Ma per chi proprio non riuscisse a concepire ed accettare questa verità, un’altra soluzione potrebbe essere cliccare il tasto “hide” sugli aggiornamenti di Facebook di tutti quegli amici che amano vantarsi delle loro attività on-line.<br /><br />3. Unplug from disconnection: Ironia della sorte, proprio la nostra vita da eternamente-connessi a volte ci fa sentire meno connessi con le persone che amiamo, con la nostra famiglia ad esempio. Una soluzione per le famiglie e gli amici che vogliono trovare una propria dimensione on-line, può essere quella proposta da Grechten Rubin nel libro Il progetto della felicità l’autrice sostiene che ogni coppia e ogni famiglia per essere felice dovrebbe avere un video gioco con cui giocare tutti insieme, un sito o un blog on-line ed un social network attraverso il quale restare connessi.<br /><br />4. Unplug from information overload: il sovraccarico di informazioni è un’altra patologia che affligge l’uomo nell’era di internet, molto spesso chi ne è colpito sceglie di praticare quello che Alexandra Samuel definisce il digiuno digitale. Questi digiuni però hanno un effetto devastante sulla working-life, dunque, anche in tal caso la via di uscita non può essere abbandonare internet, bensì creare una rete di amici e colleghi fidati che possano aiutarci a trovare una via di realizzazione ogni giorno e concentrarsi esclusivamente su ciò che più ci interessa.<br /><br />5. Unplug from the shallows: infine, per non cadere nelle secche della rete, quelle che Nick Carr definisce The shallows, basta semplicemente focalizzarsi quando siamo on-line su attività che creano significati per noi e per gli altri, sui nostri interessi, sulle nostre passioni o perché no, come ricorda Alexandra Samuel, sulla nostra fede religiosa.<br /><br />Concludendo con le parole della giornalista: Internet è una condizione incurabile del nostro tempo, ma questa non può essere considerata una buona notizia fino a quando non troveremo una via per curare i vari dolori e fastidi della vita online.<br /><br />Tratto da The Atlantic Mobile<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[14 ricette per il giornalismo]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=230"><![CDATA[Con notevole stupore, e altrettanto piacere, noto che molti giovani italiani sognano di diventare giornalisti. I master di giornalismo  - oggi la strada maestra verso il mestiere – sono pieni di ragazze e ragazzi determinati e preparati (più di noi trent’anni fa), che si dimostrano lungimiranti. Non guardano infatti al momento difficile dell’industria, ma alle opportunità e ai nuovi strumenti del mestiere, cui internet ha regalato una terza giovinezza (la prima arrivò col giornale a stampa, la seconda con la televisione).<br /><br /> <br />I futuri colleghi, spesso, chiedono suggerimenti. Ho già offerto, in passato, incoscienti decaloghi; oggi ci riprovo, e allungo. Non stupitevi: chi invecchia ama dare buoni consigli per consolarsi di non poter più dare cattivi esempi (de la Rochefoucauld, ripreso da De Andrè). Alcuni di noi, bisogna dire, riescono ad abbinare le cose: forniscono, insieme, consigli inutili ed esempi discutibili.<br /><br /><br />1.       Impegnatevi a fondo. Non perdetevi in chiacchiere e non mostrate indecisione. Se un giorno volete diventare giornalisti dovete esserne certi.<br /><br />2.       Imparate l’inglese! Non lo ripeterò mai abbastanza. Nell’industria in cui state per entrare buona parte della forza-lavoro parla inglese.<br /><br />3.       Non rubate. Anzi, non fate nulla che vi farebbe fare brutta figura alla macchina della verità.<br /><br />4.       Siate sempre puntuali.<br /><br />5.       Non accampate scuse, non incolpate gli altri.<br /><br />6.       Non datevi mai per malati. A meno che non vi amputino un arto, abbiate un’emorragia arteriosa, ferite al petto invalidanti o muoia un parente prossimo.<br /><br />7.       Pigrizia, sciatteria e lentezza sono cattive qualità. Intraprendenza, ingegnosità e iperattività sono buone qualità.<br /><br />8.       Siate preparati ad assistere a ingiustizie e follie umane di ogni sorta. Senza che vi mandino in tilt o vi avvelenino l’umore. Dovrete semplicemente sopportare le contraddizioni e le iniquità di questa vita.<br /><br />9.       Aspettatevi sempre il peggio. Da tutti. Ciononostante, non permettete che questa prospettiva negativa influenzi il vostro rendimento. Buttatevi tutte alle spalle. Ridete di ciò che vedete e sospettate.<br /><br />10.    Cercate di non mentire.<br /><br />11.     Evitate i giornali e i programmi che portano il nome del proprietario scritto sopra la testata. Quelli che mandano cattivo odore. E quelli dal nome buffo o patetico; stonerà sul vostro curriculum.<br /><br />12.    Pensate al curriculum! Che effetto farà su chi sta vagliando una pila di email il fatto che non abbiate mai lavorato nello stesso posto per più di sei mesi?<br /><br />13.    Leggete! Leggete giornali, libri sul giornalismo e riviste. Sono utili per tenersi aggiornati sulle tendenze dell’industria e per rubare idee.<br /><br />14.    Prendete le cose con umorismo. Ne avrete bisogno.<br /><br />P.S. Questi consigli vengono da “Kitchen Confidential” di Anthony Bourdain  (Feltrinelli). Ho semplicemente sostituito “chef” con giornalista, “cucina” con giornalismo, “ristoranti” con giornali e “lingua spagnola” con lingua inglese. Le ricette del successo professionale sono le stesse dovunque, ragazzi.<br /><br />Beppe Severgnini - Corsera]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Non usa mai il congiuntivo. Devo insistere o lascio correre?]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=229"><![CDATA[Da un bel po' di tempo, il congiuntivo è quasi sempre sostituito dall'indicativo e il condizionale è fantasma. Per capire l'importanza di questi modi verbali bisogna ricordare che ognuno nasce da un'immagine della mente, e ne suscita una. Il congiuntivo indica una possibilità: usarlo (bene) vuole dire distinguere tra ipotesi e realtà, fantasia e concretezza. Con esso si dà forma a emozioni che colorano il pensiero, il modo di comprendere e inventare la realtà. Senza il congiuntivo, ci si limita a un «reale» perlopiù contemporaneo, ma anche futuro, come se il futuro non avesse sorprese, fosse solo un presente un po' più in là. «Sono contenta che tu sia qui». Ci sei e sono contenta. Avresti potuto non esserci. Tu o il destino avete scelto che tu sia qui. «Sono contenta che sei qui»: ci sei, e basta. Quanto al condizionale, indica un evento che può succedere soltanto se si verifichino determinate condizioni. Possederlo significa avere introiettato la relazione causa-effetto: «Se passassi l'esame, andrei in vacanza». È tutto sospeso all'incerto del passar l'esame. «Andrò se passerò l'esame»: è lo stesso concetto, ma appiattito. Manca il dubbio, l'ansia. La struttura profonda del linguaggio, logica e astratta, s'impoverisce a favore dell'esperienza diretta. Sostituito dall'indicativo sta sparendo anche il passato remoto, che indica avvenimenti compiuti, lontani nel tempo. È il fondamento della storia; la sua assenza attualizza tutto, togliendo la prospettiva temporale, rendendo difficile la comprensione delle cause. L'indicativo è più coinvolgente, perché attualizza, ma distoglie dall'esame obiettivo, dalla riflessione emotivamente distaccata. Anche l'uso dei sinonimi è sempre più limitato. Peccato, perché usare le gradazioni dei vocaboli vuole dire esprimere bene, senza ferire la fantasia, quell'antidoto alla noia che si nutre delle differenze.<br />Federica Mormando, psicoterapeuta]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Era una bella salita]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=228"><![CDATA[Oggi camminavo in montagna.<br />Era una bella salita.<br />Di quelle che intraprendo ingenuamente per vedere se trovo l’illuminazione, per poi scoprire confermata una verità che ho letto da qualche parte, che diceva che l’illuminazione che trovi in cima alle montagne è quella che hai messo nello zaino quando sei partito.<br />Beh… comunque sia, ho notato che quando cammini in montagna succede una cosa bella.<br />La gente ti saluta.<br />E questa è, a mio giudizio, una bella cosa.<br />Come un segno di rispetto.<br />Quelli in discesa cedono il passo a quelli in salita.<br />Come un segno di rispetto.<br />Quando ti fermi in un luogo dove altri riposano, ci si stringe e ci si offre qualcosa.<br />Come un segno di rispetto.<br />Quando vedi uno che si siede lungo la via o si appoggia ad un albero gli chiedi se è tutto a posto.<br />Come un segno di interesse disinteressato.<br />Allora mi chiedevo perché in montagna sì e in centro o in treno o in autogrill no?<br />Immagino che se lo chiedano in tanti.<br />Non faccio il filosofo e nemmeno il sociologo  e quindi le mie risposte sono un po’ quelle che potrebbe avere dato mia nonna, che non aveva superato la terza elementare, e che non si è mai addentrata nei temi dell’anima e dei mutamenti culturali.<br />Tra i ciottoli e i cespugli del sentiero che percorrevo ho ipotizzato questa banale argomentazione:<br /><br />1. in montagna si suda e si fatica;<br />2. in montagna non c’è folla;<br />3. in montagna è evidente che in qualsiasi momento la tua sicurezza potrebbe diventare necessità di aiuto;<br />4. in montagna è evidente che tu sei un pezzo accessorio del Creato, che vive e sta bene anche senza di te e proprio per questo diventi tu, e i tuoi simili, raro e prezioso… e delicato e fragile.<br /><br /> <br />Allora, come un piccolo miracolo inaspettato rispunta quel sentimento che ti fa pensare che dopotutto una vita senza rispetto è proprio una vita di merda.<br />E una altra vita è possibile.<br />Molto più piena e soddisfacente.<br />E passa attraverso un meccanismo antico che tendiamo a dimenticare perché siamo tutti presi dal desiderio di eternità, di volare soli verso il sole come Icaro.<br />E ti ricordi che, in montagna, non hai proprio tempo da buttare e sprecare ignorando gli altri che come piccoli asteroidi ti schizzano vicini.<br />In quegli asteroidi impazziti c’è un pezzo di noi . Che senza praticare il rispetto perderemo per sempre.<br />E sarebbe un peccato, anche in centro.<br /> <a href="sebastianozanolli.com" target="_blank">Sebastiano Zanolli</a>  ]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Manuale del controfighetto ]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=227"><![CDATA[«Tu fai parte del segmento di mercato più odioso. Quello dei controfighetti», mi disse il grande industriale inventore di vari brand. «Quando qualcosa va di moda, voi fate il contrario. Siete una fatica per chi produce». Me lo disse anni fa; da allora, lusingata ma colpevolizzata, ho cercato di analizzare il complesso rapporto con le marche dei miei simili. Effettivamente non simpatico. Inevitabilmente oggetto d’ironia: in America è diventato un filone, dal saggio Bobos in Paradise di David Brooks sullo stile di vita dei «borghesi bohémien» (addirittura) alla nuova sitcom Portlandia, che fa molto ridere sulle ossessioni ecocompatibili e glocali degli «hipster», i giovani e finti giovani liberal più ganzi di tutti. Alla fine, speculare ai consumi vistosi dei griffe-dipendenti: il controfighetto spende in modo accurato, maniacale e, a suo modo, molto attento ai brand. Perché, come spiega tra gli altri Vanni Codeluppi nel suo Il potere della marca (Bollati Boringhieri), negli ultimi anni c’è stato «un passaggio dalla marca che mostra di vivere come vorrebbe vivere il consumatore a quella che fa vedere di pensare esattamente come quest’ultimo». Quindi (antropologicamente parlando) la marca o finta non-marca che scegliamo deve essere «buona da mangiare» (o da indossare, ma nel nostro caso di controfighetti slow-foodisti l’edibilità è importante) ma soprattutto «buona da pensare». Insomma, il contrario di una pelliccia, di una merendina nella plastica, di un capetto o di un accessorio che identifica il portatore come una vittima della pubblicità e delle tendenze. E invece, una merce (sempre merce è) che distingue (comunque distingue, comunque indica come parte di un gruppo) dai rintronati dagli spot tv, dai trucidi che parcheggiano il Suv sui marciapiedi, dalle finte bionde. Poi alcune controfighette sono finte bionde, ma lo sono grazie a parrucchieri più cari che usano «tinte naturali», poi vai a sapere. Poi vai a sapere se i controfighetti non sono brandizzati: a volte lo sono, in modo segreto e perverso. La marca non deve essere visibile, casomai riconoscibile grazie a codici nascosti. E certe marche sono irresistibili, anche per loro. Principalmente, si tratta di marche di scarpe, di golf di lana pregiata, di alimenti natural-gourmet, di vino (con la recessione i controfighetti si buttano vieppiù su vino e cucina in casa, prima viene lo stomaco poi vengono le marche, parafrasando Brecht).<br />Maria Laura Rodotà-Corsera]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Un augurio speciale]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=226"><![CDATA[Racconta una bella leggenda araba che due amici viaggiavano nel deserto.  A un certo punto del viaggio, ebbero un’accesa discussione.<br />Uno dei due, offeso, senza dire nulla prese una bacchetta e scrisse sulla sabbia:” Oggi, il mio migliore amico, mi ha dato uno schiaffo in faccia”.<br />Continuarono il viaggio e arrivarono ad un’oasi dove decisero di fare un bagno. <br />Quello dei due che era stato offeso rischiò seriamente di  affogare e venne salvato dall’amico.  <br />Quando si fu ripreso, prese uno scalpello e scrisse su una pietra: “Oggi, il mio migliore amico mi ha salvato la vita”.<br />L’amico, incuriosito, gli chiese: “ Perché dopo che abbiamo litigato hai scritto nella sabbia e ora scolpisci una pietra? L’altro, sorridendo, rispose: “Quando un grande amico ci offende dobbiamo scrivere sulla  sabbia affinché il vento dell’oblio e del perdono cancelli l’offesa.<br />Quando qualcuno ci  fa qualcosa di grandioso dobbiamo inciderlo sulla pietra  e serbare memoria nel nostro cuore affinché nessun vento del mondo possa cancellarlo”.<br />                                                                                Autore anonimo<br /><br />In questo anno nuovo auguro a tutti voi che i dispiaceri siano portati via dal vento e che siate capaci di tenere sempre le cose buone scolpite nel vostro cuore come su una pietra. <br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Intervista a Wayne W. Dyer]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=225"><![CDATA[Una delle cose che mi ha più intrigato negli anni è stato scoprire quanta gente si senta priva di scopo e cerchi di dare un senso alla propria vita. Ho sentito spesso chiedere qual è il mio scopo?<br />Come faccio a trovarlo? Sento che mi sta sfuggendo qualcosa e così via. E ho sempre pensato che il vero scopo della vita sia essere felici, viverla appieno, aprirsi e raggiungere una meta un vero solido punto di arrivo. Troppe persone passano la loro esistenza cercando continuamente un altrove e non arrivano da nessuna parte. Uno dei modi per comprendere qual è esattamente il proprio scopo nella vita e quello di ritornare alla natura, di riscoprire la propria natura.<br />Qualche anno fa ho scritto un libro “Cambia i tuoi pensieri, cambia la tua vita” basato sugli antichi insegnamenti di Lao Tzu contenuti nel libro Daodejing. Lao Tzu ci ricorda che tutto l’essere ha origine nel non essere : Gesù nel nuovo testamento dice che la fonte della vita è nello spirito e che non siamo figli dei nostri genitori noi in realtà proveniamo tutti da questo luogo chiamato spirito. Quando ognuno di noi viene al mondo proviene da una piccola infinitesimale gocciolina di protoplasma umano, da un puntino se volete e tutto ciò che era contenuto in quel puntino, dal quale proveniamo, è tutto ciò di cui abbiamo davvero bisogno. Dovunque andiamo siamo tutti circondati da una serie di persone, la nostra famiglia, la nostra cultura le quali iniziano a convincerci che non possiamo credere in chi siamo. Dobbiamo credere in qualcosa che è fuori di noi, la meta del viaggio, la nostra ambizione. Dal momento in cui diciamo “adesso comando io” introduciamo una impurità, rompiamo questa perfezione ed escludiamo il nostro creatore gli diciamo così: tu stai fuori! Chi sta parlato è l’ego, l’ego è la parte di noi che inizia a dirci la persona che sei  non è la creazione perfetta di Dio, quella particella di dio da cui tutti proveniamo, non dice questo, l’ego dice ti sei solo quello che hai. Iniziamo con i nostri giocattoli, poi con il nostro conto in banca e con tutte le cose che possediamo, senza accorgercene finiamo per l’identificarci con i beni che possediamo e cominciamo a prendere per veri concetti come: “più cose possiedo più acquisto valore come persona”. Così passiamo la nostra vita a condizionare ad immergere anche i bambini in una cultura  che dà importanza  al di più, ciò diventa quasi un mantra dell’ego. Dobbiamo avere di più, ma più cose abbiamo più ci rendiamo conto di quanto le altre persone cerchino di portarcele via.  Dunque il secondo elemento dell’ego è l’idea secondo cui non siamo solo quello che abbiamo ma anche ciò che facciamo e ciò che facciamo per noi diventa realizzazione di sé, così in questo mondo, che ritiene che ognuno sia quello che fa, veniamo consumati dall’idea che il successo, il valore, l’immagine che abbiamo di noi  si basi su quanto riusciamo ad ottenere per cui dobbiamo fare più soldi, avere delle promozioni sul lavoro ed essere in competizione con tutti per ottenere ciò che vogliamo. Questo ci viene detto e ripetuto continuamente fin da ragazzini nelle gare di atletica, ci dicono che la cosa più importante è essere sempre il numero 1, essere sempre il primo davanti a tutti gli altri e così ci abituiamo a crescere con questo atteggiamento di competizione  credendo che sia normale vivere in un mondo competitivo. E’ questo l’inganno dell’ego.<br />Un terzo aspetto della cosa è che crediamo di essere ciò che gli altri pensano di noi quindi che siamo la nostra reputazione, il che è particolarmente importante per gli adolescenti ai quali si insegna a vestire come si vestono gli altri. Se non piacciamo agli altri c’è qualcosa di sbagliato in  noi. Essendo consumatori dobbiamo comprare sempre qualcosa di nuovo e questo è particolarmente evidente per le donne soprattutto nelle relazioni familiari. Nella nostra cultura, nella nostra società viene insegnato loro che la sola via per realizzare se stesse è trovare il modo di rapportarsi alla famiglia rapportarsi come figlia, rapportarsi come madre, rapportarsi come nonna e anche se l’aspetto della procreazione è molto importante nella vita di ogni donna a patto che sia una sua scelta non è l’unica scelta possibile, molte donne sentono in se stesse una specie di voce interiore come una chiamata a compiere qualcosa di grande a offrire un contributo, ma molto spesso la ignorano. Così io cerco sempre di incoraggiarle ad ascoltare, a non ignorare questa chiamata, a non ignorare quella parte di sé che dice: “sei venuta al mondo per creare qualcosa di potente di grande e hai tutti i diritti e tutte le capacità di farlo, se vuoi, come chiunque altro”. L’ego ha uno schema mentale fortissimo in cui la persona che siamo è separata da tutte le altre. Un'altra parte dell’ego ci dice poi che siamo separati anche da tutto ciò che ci manca nella vita, cioè da tutto quello che vorremmo avere. Infine, l’ego ci porta a commettere l’errore più grande di tutti, ci convince che siamo separati dall’Universo. Uno dei costrutti più semplici che impariamo quando arriviamo al pomeriggio della nostra vita, è che capiamo di avere tutti una sola origine, può essere Dio, può essere il Dao, la natura, lo spirito, non è importante come la si chiami. Tale origine è dovunque non esiste un posto dove non ci sia, ci deve essere perché crea tutto, tutto proviene da questa fonte e deve essere anche in me se è vero che non esiste un posto in cui non ci sia e se deve essere in me deve essere anche in tutte quelle cose che sembrano mancare nella mia vita. Se comprendiamo questo allora in qualche modo comprendiamo anche di essere già collegati spiritualmente a tutto ciò che ci manca e che vorremmo avere. Quindi occorre solo trovare il modo di accettare tale legame, di riconoscere di essere già interconnessi  e lasciare che ogni cosa segua il suo corso naturale.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Capirsi con il cuore]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=224"><![CDATA[Tu come hai fatto a capire che quella è la strada per te, il modo in cui giocarti la tua intera vita?».<br />Così mi ha scritto una ragazza di 16 anni, dopo aver finito di leggere «Cose che nessuno sa», mentre stavo scrivendo questo articolo.<br /><br />Si può morire restando vivi. Si muore in molti modi e il più diffuso è quello della solitudine causata dall’assenza di possibilità di raccontare la propria storia, unica e irripetibile, a qualcuno. Amiamo e vogliamo essere amati perché ci sia almeno un interlocutore a cui poterla raccontare questa nostra benedetta vita così grande e fragile. Alcuni giovani muoiono da vivi, per assenza di racconto. Il mondo che dovrebbe ascoltare le loro vite, quello degli adulti, giudica la loro tela assurda, prima ancora che tratti e colori di quella storia si siano potuti dispiegare.<br />Si muore giovani, e non perché cari agli dei, ma perché disprezzati da loro. Non per una guerra cruenta, ma per mancanza di sguardo: una vocazione, una unicità, per essere ha bisogno di essere percepita.<br /><br />La gioia di vivere - mi hanno insegnato i miei genitori e maestri - non dipende dal successo, ma dal fatto di occupare il proprio posto nel mondo, nella fedeltà a quello che siamo chiamati a essere e fare, sulla base dei nostri talenti e dei nostri limiti, la conoscenza dei quali ha il suo spazio privilegiato nell’infanzia, nell’adolescenza e nella prima giovinezza. Ciascuno di noi è la propria vocazione, la propria chiamata, il proprio compito. Sul tempio di Apollo a Delfi c’era scritto «Conosci te stesso». Da lì prese le mosse il pensiero occidentale ed è lì che bisogna guardare per questa crisi che è prima ancora che economica, una crisi di senso e di identità.<br /><br />Eraclito disse che il carattere dell’uomo è il suo destino. Platone immaginò nel mito di Er che un «dàimon» ci affiancasse, perché il destino di ciascuno si compisse. Tutti sappiamo che qualcosa ci chiama a percorrere un certo cammino. Magari non si tratta di un annuncio eclatante, ma di piccole spinte (un libro, un film, un incontro, un fatto...) verso una strada, mentre eravamo persi in una selva di vie possibili. Ognuno di noi è irripetibile e la libertà, diceva Hannah Arendt, è «esserci per un nuovo inizio»: a ciascuno di noi è affidato il proprio sé come inizio, compito e compimento. Solo questo genera gioia di vivere: armatura forte di fronte ai fallimenti, spada che consente di non rifugiarsi, impauriti dalla vita, in autismi virtuali ed emotivi (dipendenze di ogni tipo).<br /><br />Quando un adolescente cerca di spiegare la propria strada, senza rendersene conto porta la mano al cuore, come se intuisse il mistero di sé. È uno dei momenti del mio mestiere di insegnante che amo di più: quando si «accorano», si attorcigliano attorno al proprio cuore per ascoltarlo e spesso accade quando sono ascoltati. Sarà proprio la scoperta di questa unicità, percepita, preservata, ricordata, difesa da chi ci ama a dare senso al quotidiano vivere, anzi proprio a quel ripetitivo copione darà brillantezza e novità. Questo vale in ogni epoca e in ogni congiuntura storica, anche e soprattutto le crisi, durante le quali si è costretti ad andare all’essenziale. Questo ai giovani non può e non deve essere tolto: la bellezza che alberga nell’unicità di ciascuno ha bisogno di ricevere uno spazio, un riconoscimento, per non morire. Questo spazio è la famiglia, questo spazio è la scuola.<br /><br />I ragazzi chiedono ogni giorno questo riconoscimento. Hanno nostalgia di uno sguardo che riconosca la loro unicità, che non giudichi e inscatoli la loro vita prima ancora di averla accettata nel suo straordinario, scomposto, contraddittorio emergere, che è già segno di ricerca. Questo mi chiedono ogni giorno: «Aiutami ad essere me stesso». I giovani di oggi hanno questa fame, io lo vedo, ma questa fame di sé, questa fame di destino, questa fame di futuro è stordita dalla sazietà del benessere. Se non ho fame di futuro il mio presente sparisce. E ha un sogno solo chi si ferma a considerare i mezzi che ha per attuarlo. Ma se invece di conoscermi sonnecchio per riuscire a digerire l’eccesso di portate di cui vengo ingozzato, sarà tardivo e brusco il risveglio: chi sono io e che ci faccio qui?<br /><br />Se so chi sono e che ci faccio qui è perché a 16 anni ho trovato chi mi aiutasse a unire i pezzi ancora sconnessi del puzzle della mia vita e a percepirmi come compito da realizzare. A 16 anni ho deciso di diventare insegnante perché avevo un insegnante che amava non solo ciò che insegnava, ma amava la mia vita con la sua irripetibilità. A 16 anni ho deciso che volevo dedicare la vita ai ragazzi perché il professore di religione della mia scuola, padre Puglisi, si lasciò ammazzare per provare a cambiare le cose.<br /><br />A 16 anni i miei genitori mi hanno messo alla prova, e io che li mandavo a quel paese come ogni adolescente, in realtà toccavo la reale consistenza dei miei sogni. Questi mentori mi hanno insegnato che non è il successo il criterio per essere sé stessi, ma che essere se stessi è il successo. Molti ragazzi rimangono paralizzati all’idea che non riusciranno a realizzare i loro sogni e questo è il veleno di una società che lavora per produrre, comprare e consumare, anziché lavorare per costruire un tempo buono e ampio per appartenersi e appartenere attraverso relazioni e amicizie vere.<br /><br />Se il criterio di giudizio dell’agire è il successo, si rimane prigionieri di un destino crudele, che può schiacciare prima ancora di mettersi in movimento. Invece ciò che rende felici è realizzare la propria vocazione, indipendentemente dal riconoscimento «della folla». Si può avere successo come madre, come insegnante, come panettiere. Basta essere pienamente ciò a cui si è chiamati.<br /><br />È la crisi ad aver rubato ai giovani il futuro? No. La crisi farà venire più fame, costringerà a non accontentarsi del benessere per essere felici. Il futuro ai giovani lo rubano gli adulti che non li guardano, gli adulti che occupano i posti di potere e se ne fregano del bene comune, gli adulti che fanno diga per l’ingresso di nuove leve negli ambienti di lavoro, gli adulti che non sono disposti a mettersi al servizio della generazione successiva passando il testimone. Come tanti Crono se ne stanno seduti a digerire i figli che loro stessi hanno messo al mondo.<br /><br />I sistemi educativi dovrebbero riconsiderare le loro priorità. Cominciamo a credere nella unicità delle vite che ci sono affidate, serviamole togliendo qualcosa al nostro egoismo. La cena con i figli è più importante di una pratica di lavoro sbrigata la sera tardi, una moglie stanca dopo una giornata infernale è più importante di una partita di calcio in tv, un alunno è più del suo 4 o del suo 8...<br /><br />Dalla famiglia e dalla scuola si può ripartire: non si richiedono riforme strutturali, ma riforme del cuore e della testa. In famiglia e a scuola ho imparato a occuparmi degli altri e a non pensare di essere il centro del mondo. In famiglia e a scuola ho scoperto la mia vocazione.<br />Lo aveva già scritto in pochi versi Dante quando il suo maestro, Brunetto Latini, gli disse: «Se tu segui tua stella/ non puoi fallire a glorïoso porto/ se ben m’accorsi ne la vita bella/ e s’io non fossi sì per tempo morto/ veggendo il cielo a te così benigno/ dato t’avrei a l’opera conforto».<br />Alessandro D'Avenia La Stampa<br />]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Io e McCartney: quando Paul studiava con me]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=223"><![CDATA[C' era una volta Paul McCartney, seduto da solo a tu per tu con me, a 50 centimetri di distanza, come mi capita tutti i giorni con i miei familiari o gli amici intimi, ma mai e poi mai, avrei pensato fino a quel momento, con una delle poche vere leggende viventi del nostro tempo. E invece era lui, in carne e ossa, quell' aria da eterno ragazzino che da decenni il mondo conosce e idolatra. L' ex Beatle che stasera suonerà al Forum di Assago. Siamo nel 2003: l' azienda per cui lavoravo allora, la Telecom, ho organizzato due concerti di McCartney al Colosseo. Un' iniziativa improba, con complicazioni immani; ma finalmente, quella sera di maggio, siamo lì, pronti. Lui è caricatissimo; lo abbiamo capito durante la prova suono, un lungo esercizio dove ha suonato classici come Lady Madonna o All My Loving . In pochi fortunati, abbiamo assistito dietro le quinte, colpiti dalla padronanza assoluta con cui governa la scena: chiede «chi» controlla «cosa», gli basta uno sguardo per assemblare ogni dettaglio Il primo concerto si tiene il sabato alle 9 e mezza. Tre quarti d' ora prima mi dicono che sir Paul ha bisogno di una mano per alcune traduzioni; chiedono se posso mandargli qualcuno. Non ho il minimo dubbio: «Vengo io», dico, e con mia moglie e mio figlio veniamo introdotti nella grande tenda da campo allestita per il backstage, arredata in stile orientale: tappeti alle pareti, come arazzi, fiori, frutta, vini pregiati. C' è da aspettare; ci sediamo in una specie di salotto dove troviamo un tipo da solo che ci saluta amabile, ci versa da bere e chiacchiera di quello che capita. Solo dopo una ventina di minuti realizzo che stiamo parlando con Bob Geldof. Quando «Macca» mi manda a chiamare, all' inizio del concerto mancano ormai soltanto dieci minuti. Lui è seduto in un camerino austero, solo, concentratissimo. La T-shirt arancione spicca sui divani bianchi. Non ci sono convenevoli; ho appena il tempo di notare la sua pelle un po' troppo tirata. «Devo dire alcune frasi in italiano - spiega -, ho bisogno di una traduzione e di sapere come si pronunciano correttamente». Mi siedo al suo fianco, cominciamo. «Welcome to Rome», legge da un foglio di grande formato. Traduco, e lui trascrive con un pennarello su un altro grande foglio, con la grafia inglese; poi legge l' italiano a voce alta. Naturalmente la pronuncia è approssimativa: lo correggo. Ripete; e ancora, e ancora, e ancora. Si ferma solo quando approvo. Sono stupefatto. Sto con un signore che ha cambiato il mondo con le sue canzoni, che potrebbe tranquillamente rivolgersi al pubblico in inglese, e invece vuole esprimersi nella mia lingua, e per di più senza errori. Per farlo, accetta di essere corretto come uno scolaretto delle elementari: un' umiltà e un perfezionismo che mi dicono come si diventa un Beatle più di mille trattati. Le frasi si succedono; sono tutte piuttosto banali, semplici da tradurre, ma riguardano i suoi affetti principali: Linda e Heather, John, George... è come passare in rassegna la sua vita: «Al mio amico George piaceva suonare l' ukulele, per presentare Something ; «Questa è per Linda», e così via. Guardo l' orologio; non oso dirglielo, ma siamo ben oltre l' orario di inizio. Procediamo imperterriti: «Ho scritto questa canzone dopo la morte di John». «Cerca di dire canzone, non cansone», insisto. Questo è più difficile: la riproviamo almeno dieci volte. Dall' inizio dell' incontro è passata una mezz' ora. Il congedo è velocissimo: ormai il ritardo rischia di diventare eccessivo. «Com' è andata, che tipo è?», incalzano i miei amici all' uscita. «È stata un' incredibile lezione di metodologia», rispondo. Non ho mai cambiato idea.<br />Andrea Kerbaker - Corsera]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Le due anfore]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=222"><![CDATA[Ogni giorno un contadino portava l’acqua dalla sorgente al villaggio in due grosse anfore che legava sulla groppa dell’asino, che gli trotterellava accanto. Una delle anfore, vecchia e piena di fessure, durante il viaggio, perdeva acqua. L’altra, nuova e perfetta, conservava tutto il contenuto senza perderne neppure una goccia. L’anfora vecchia e screpolata si sentiva umiliata e inutile, tanto più che l’anfora nuova non perdeva l’occasione di far notare la sua perfezione:” Non perdo neanche una stilla d’acqua, io!”. Un mattino, la vecchia anfora si confidò con il padrone: “Lo sai, sono cosciente dei miei limiti. Sprechi tempo, fatica e soldi per colpa mia. Quando arriviamo al villaggio io sono mezza vuota. Perdona la mia debolezza e le mie ferite”. Il giorno dopo, durante il viaggio, il padrone si rivolse all’anfora screpolata e le disse: “Guarda il bordo della strada”. “E’ bellissimo, pieno di fiori”. “Solo grazie a te” disse il padrone. “Sei tu che ogni giorno innaffi il bordo della strada. Io ho comprato un pacchetto di semi di fiori e li ho seminati lungo la strada, e senza saperlo e senza volerlo, tu li innaffi ogni giorno”.]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Federica Ghetti e la cultura di un'impresa alternativa]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=221"><![CDATA[“Non prendersela più del necessario e vivere la vita con intensità e gioia.” E’ questo il messaggio di Federica Ghetti,  creatrice del sito  www.managerzen.it  ,nato “per stimolare il cambiamento culturale verso il gioco, l’etica, la passione, l’umanità: propone nuove scenari, ipotesi di organizzazione, sviluppo personale, tentativo di unire oriente e occidente, profit e no profit, vita e lavoro in un unico grande meraviglioso pasticcio”.<br /><br />Chi è Federica Ghetti?<br /><br />Che domandona! Limitandoci ad aspetti biografici: femmina, anno 66, cavallo fuoco per l’oroscopo cinese, romagnola doc, una laurea in ingegneria elettronica, un compagno di vita e lavoro e al momento tanti gatti.<br /><br />Come è nato il sito Managerzen?<br /><br />Cercavo un luogo sulla rete dove trovare persone legate al mondo delle aziende (manager, professionisti) ma con una visione “alternativa” open-mind. Non l’ho trovato e ho pensato di farlo.<br /><br />Ti sei ispirata a qualcuno o a qualcosa?<br /><br />Certamente. In primo luogo a Jacopo Fo e al suo Zen Occidentale, al punto che all’inizio in molti pensavano che ManagerZen fosse un’associazione fondata da lui! Uno degli obiettivi, in effetti, è stato fin dall’inizio quello di contaminare il mondo aziendale con le suggestioni e gli stimoli che raccoglievo, frequentando la Libera Università di Alcatraz, ma non solo. Determinante è stato anche l’ “Ozio creativo” di Domenico De Masi. Nel 2000 ho letto il libro “il futuro del lavoro” che parla della società post-industriale e ho capito che non solo era possibile portare certi argomenti ai manager, ma era anche necessario.<br /><br />Di cosa ti occupi precisamente?<br /><br />Il portale managerzen.it è nato con l’obiettivo di diffondere appunto una cultura di impresa alternativa: etica, umana e creativa in contrapposizione a quella dominante, basata ancora sulla gerarchia e sull’ impostazione della fabbrica. E’ andato online a giugno 2001 precedendo di poco, il punto di svolta segnato dall’attacco alle torri gemelle. Ancora mi ricordo la sensazione di sfida che si provava a mettere insieme le parole “etica” e “business” quasi fosse un’assurdità.<br /><br />Abbiamo segnalato i primi convegni in Italia sulla responsabilità sociale d’impresa e le prime letture alternative per manager come “Funky Business” … Ora lo scenario è cambiato e almeno a parole questa cultura e questo approccio, sono diventati molto diffusi (un po’ di meno nella pratica all’interno delle aziende). Adesso quindi il nostro ruolo è quello di “selezionare” tra le tante iniziative e attività quelle che ci sembrano degne di nota, le esperienze più significative, le persone che stanno facendo la differenza. Direi che per chi ci segue e ci conosce siamo un punto di riferimento per la cultura emergente, grazie alla buona credibilità di cui godiamo mantenuta negli anni.<br /><br />Oltre ad occuparti del sito Managerzen, svolgi altre attività?<br /><br />ManagerZen oltre al portale è un’Associazione Culturale fondata nel 2003 che unisce 500 soci in tutta Italia e di cui sono Presidente. Nel 2006 abbiamo avviato un srl per rispondere a richieste di aziende per progetti formativi, eventi e attività outdoor che trasmettessero i nostri valori. E infine, nel 2010 è nato ManagerZen Lab, una proposta di workshop e laboratori interaziendali che teniamo presso la sede di Rimini. In tutto questo, ho un ruolo organizzativo e personalmente sono trainer di Creatività applicata: una materia che adoro veramente!<br /><br />Cosa ti ha avvicinato alla filosofia orientale?<br /><br />Un viaggio in Birmania e Laos nel 1996. La pace che provavo nei templi buddisti era qualcosa di totalmente nuovo per me e inaspettato e al rientro è partito il mio percorso di ricerca.<br /><br />“Stare dentro e trasformare ciò che ci sta intorno”, ci si riesce davvero?<br /><br />In effetti è molto difficile e non sempre possibile. Ma l’invito è quello di crederci e provarci. Ci sono ambienti fertili e ricettivi laddove non ce lo aspettiamo, altri purtroppo aridi, che richiedono tempo e un lungo lavoro che non sempre vogliamo e possiamo fare. E’ una semina e ognuno di noi può fare un pezzettino.<br /><br />Quanto ti ha aiutata la filosofia Zen nella vita di tutti i giorni?<br /><br />La cosa che mi aiuta di più è una “fede” interiore, indipendentemente da tutto e da tutti e la grande risata del maestro zen quando scopre la verità.<br /><br />Quanto riesci, nella tua vita quotidiana, a mettere in pratica la tua filosofia di vita?<br /><br />Nella gestione del tempo non ci riesco ancora, alla fine mi faccio travolgere e la velocità prende il posto della lentezza. Ogni giorno, invece, metto in pratica la “sincronicità”: l’attenzione particolare ai segnali e alle coincidenze, rendo importanza all’intenzione nel fare le cose, la capacità di stare nel “flusso” e la creatività… of course.<br /><br />Ci sono nuovi progetti in cantiere?<br /><br />Il portale va completamente rifatto! Ormai ha 5 anni che per internet è un secolo.<br /><br />Cosa dici a te stessa nei momenti difficili?<br /><br />“Oggi il cielo è nero, ma ricordati che le nuvole passano”.<br /><br />Che messaggio vorresti trasmettere a chi ti sta intorno?<br /><br />Non prendersela più del necessario e di vivere la vita con intensità e gioia.<br /><br />Chi ti è vicino, viene influenzato dal tuo modo di vivere?<br /><br />Non saprei, vivo e lavoro circondata di persone che condividono una certa filosofia di vita.<br /><br />Chi ha creduto in te, principalmente?<br /><br />All’inizio sicuramente il mio ex fidanzato Raffaele: è stato lui a registrare il sito managerzen.it a trovarmi il primo sponsor e a dirmi e “adesso lo fai!”. Da allora ha sempre seguito e supportato l’evoluzione del progetto. E’ scomparso a giugno di quest’anno, aveva solo 45 anni: pensiamo di dedicare un premio alla sua memoria.<br /><br />Da bambina dicevi “da grande farò”…<br /><br />L’insegnante di educazione fisica..<br /><br />Botta &amp; Risposta<br /><br />Citazione preferita: “Mi contraddico? Ebbene sì. Mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini” Walt Whitman<br /><br />Il viaggio che vorresti fare: Un mese tra i villaggi, sud est asiatico. Auroville<br /><br />Ciò che non faresti mai: “Mai” e “sempre” non mi piacciono (mai dire mai) … in ogni caso per questa vita non farei sport estremi.<br /><br />Cosa ti fa più paura? Perdere Dio<br /><br />L’oggetto a cui sei più legata: L’elastico per i capelli<br /><br />Il primo pensiero al mattino: “C’è il sole?”<br /><br />Tre aggettivi per definirti: Idealista, semplice, testarda<br /><br />Prima di partire per un viaggio: Immagino, esploro, checklist<br /><br />Libro sul comodino: “Dovuto alla natura” Brian Goodwin<br /><br />Personaggio storico: Leonardo da Vinci<br /><br />Lintervista.it]]></content>
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		<title><![CDATA[Breve lezione sulla libertà]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=220"><![CDATA[Vogliamo parlare della libertà e del suo esercizio. L’esercizio della libertà consiste nella capacità di assumere innanzitutto la cura di se stessi, di scegliere, di prendere delle decisioni e di restarvi fedeli.<br />Decidere significa leggere la realtà con il pensiero per interpretare, valutare, stabilire connessioni  distinguere, astrarre. L’atto della decisione non può essere lasciato agli altri ma neanche all’impulso del momento o all’emozione. Esige l’esercizio della riflessione e del discernimento, solo così potremo evitare il rischio in cui oggi è facile incorrere di restare degli eterni indecisi, che si bloccano con  una infinita serie di possibilità senza alcun aut aut che costringa a scegliere e conduca così ciascuno a dare forma precisa e personale alla propria umanità.  Lo sappiamo bene, anche decidere è un’operazione dolorosa perché comporta dire dei no, tralasciare delle possibilità, comporta rinunce, riconoscere che il tutto non è alla nostra portata e che i limiti sono l’alveo al cui interno soltanto può avvenire la nostra libertà. Ma chiunque opera delle scelte significative per la propria vita, scegliere un certo tipo di scuola, un certo lavoro, un modo di vivere non lo fa pensando agli infiniti no, ad altre scuole ad altri lavori ad altri modi di vivere che di fatto dice, ma solo al sì che lo porta a privilegiare una cosa rispetto ad altre e qui occorre ricordare che la libertà non è mancanza di vincoli ma è sempre libertà all’interno di legami e di limiti. La libertà non coincide con ciò che è più facile o immediato ma esige una disciplina, un ordine. L’uomo libero è colui che sa determinarsi  in modo libero a certe azioni e che rispetta sempre la libertà degli altri. Può forse sembrare difficile tutto questo, ma è il modo con cui si può fare della vita un capolavoro, un’opera d’arte rifuggendo la tentazione del nichilismo, del ripiegamento su di sé, della cultura della sopravvivenza senza alcuna progettualità. Questo lavoro è umano, umanissimo e attende tutti noi, ne dipende la nostra felicità, il nostro futuro ma anche la nostra capacità di vivere in armonia con gli altri.<br />Enzo Bianchi religioso e scrittore, fondatore e priore della comunità monastica di Bose.<br />]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[I nuovi confini delle PR]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=219"><![CDATA[Ricevuta ieri, in agenzia<br /><br />Gentile XY,<br /><br />la ringrazio molto a nome della redazione per l'attenzione riservataci e per la gentile segnalazione.<br /><br />Purtroppo la divulgazione di comunicati stampa, benché servizio gratuito, è tuttavia riservato alle aziende inserzioniste.<br /><br />Con una adesione di soli &#8364; xx annuali l’azienda potrebbe pubblicare tutti i prodotti, in italiano e in multilingue, sui 3 portali del nostro network, con la divulgazione gratuita per tutto l’anno, e senza limite di numero, di tutti i redazionali che il suo ufficio stampa riesce a segnalarci.<br /> <br />Questa comunicazione non ha bisogno di commenti. Tristezza infinita!<br />Teresa Martini<br />]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Burocratichese]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=218"><![CDATA[A proposito di semplificazione, leggo sulla lettera di accompagnamento al formulario del censimento: "A tale proposito la informo che, mentre i dati censuari potranno essere diffusi, privi degli indicativi diretti, anche con la frequenza inferiore alle tre unità, ciò non si applica ai dati di natura sensibile" E' scritto su 15 milioni di formulari. Capiranno tutti?<br />Peter Lorenzi]]></content>
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		<title><![CDATA[Le 15 citazioni più significative di Steve Jobs]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=217"><![CDATA[1- "Se non hai ancora trovato ciò che cerchi, continua a cercare. Non ti sedere. Come per tutti gli altri problemi del mondo, tu saprai come e quando trovarlo. E come in ogni vera relazione, migliorerà ogni anno che passa."<br /><br />2 - "Quando avevo 17 anni lessi una citazione: ‘Se vivi ogni giorno come se fosse l'ultimo, arriverà il giorno in cui avrai certamente ragione'. <br />Mi impressionò molto e da allora, per i successivi 33 anni, ogni mattina mi sono guardato allo specchio chiedendomi: ‘Se oggi fosse l'ultimo giorno della mia vita, vorrei passarlo come sto per passarlo?'. E se la risposta era ‘no' per troppi giorni di fila, sapevo che bisognava cambiare qualcosa."<br /><br />3 - "Non abbiamo la possibilità di fare molte cose nella vita. Ognuna di queste dovrebbe essere davvero eccellente. Perché è la nostra vita."<br /><br />4 - "Ricordarsi che dobbiamo inevitabilmente morire è il miglior modo che conosco per evitare la trappola di credere che abbiamo qualcosa da perdere."<br /><br />5 - "Non è possibile unire i puntini guardando avanti, potete unirli solo girandovi e guardando indietro. Quindi dovete avere fiducia nel fatto che in futuro i puntini in qualche modo si uniranno. Dovete credere in qualcosa, il vostro intuito, il destino, la vita, il karma, qualunque cosa. Questo tipo di approccio non mi ha mai lasciato a piedi e ha sempre fatto la differenza nella mia vita."<br /><br />6 - "Il Design non è solo come appare esteticamente. Il design è come funziona"<br /><br />7 - "Voglio lasciare un segno nell'universo"<br /><br />8 - "Nessuno vuole morire. Anche le persone che aspirano al Paradiso non vogliono morire per andarci . Eppure la morte è la cosa che ci accomuna tutti quanti. Nessuno può sfuggirle. Ed è giusto che sia così perché la Morte è molto probabilmente la sola e migliore invenzione della Vita. È l'agente di cambiamento della vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Oggi il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico, ma è la pura verità."<br /><br />9 - "Essere il più ricco uomo del cimitero non mi interessa. Andare a letto ogni sera pensando di aver fatto qualcosa di meraviglioso, questo mi interessa."<br /><br />10 - "Non puoi solo chiedere alle gente cosa vuole e cercare di darglielo. Nel tempo che impieghi per crearlo vorrà già qualcos'altro."<br /><br />11 - "Il mio modello di business sono i Beatles. Erano quattro ragazzi che tenevano a bada vicendevolmente le proprie tendenze negative, si bilanciavano. E il risultato era più grandioso della somma delle parti."<br /><br />12 - "È stato uno dei miei mantra, concentrazione su una sola cosa e semplicità. La semplicità può essere più difficile della complessità: devi lavorare duro per ripulire il tuo pensiero e renderlo semplice. Ma alla fine paga, perché una volta che ci riesci puoi spostare le montagne."<br /><br />13 - "Sono convinto che quello che distingue le imprese di successo da quelle che il successo non lo raggiungono è solo pura perseveranza."<br /><br />14 - "Il tempo a nostra disposizione è limitato, quindi non bisogna sprecarlo vivendo la vita di altri. Non farti intrappolare dal dogma di vivere grazie al risultato del pensiero altrui. Non lasciare che il rumore delle opinioni degli altri soffochino la tua voce interiore. E, soprattutto, abbi il coraggio di seguire il tuo cuore e il tuo intuito. Loro in qualche modo sanno già cosa vuoi diventare davvero. Tutto il resto è secondario."<br /><br />15 - "Siate affamati, siate folli".<br />]]></content>
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		<title><![CDATA[Il giardiniere]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=216"><![CDATA[Un giorno, il responsabile degli acquisti di una importante azienda stipula un contratto di fornitura con un giardiniere indipendente. Ma, quando se lo vede davanti, capisce che si tratta di un ragazzo molto giovane e gli viene il dubbio che possa avere poca esperienza. <br /><br />“Va bene lo stesso - si dice però il dirigente - tanto vale che provi a vedere come lavora.”<br /><br />Quando, il primo giorno, il ragazzo termina il lavoro in giardino, va dal cliente e gli chiede di poter usare il telefono. Dopo qualche minuto, per caso, il responsabile degli acquisti riesce a cogliere l’ultima parte della conversazione.<br /><br />Il ragazzo è al telefono con una signora:<br /><br />“Ha bisogno di un giardiniere?”<br />“No, ne ho già uno.”<br />“Ma io, oltre a sistemare il giardino, pulisco tutto e mi faccio carico dello smaltimento dei rifiuti” – insiste il ragazzo.<br />“E’ normale, anche il mio giardiniere lo fa”, risponde la signora.<br />“Io tengo in ordine li attrezzi, li lucido perfettamente, dopo aver terminato il lavoro”, aggiunge il giovane.<br />“Anche il mio giardiniere lo fa”, ribatte la donna, un po’ infastidita.<br /><br />Nell’ultimo tentativo di convincere la propria interlocutrice, il ragazzo rilancia:<br />“Sono svelto, non arrivo mai in ritardo e le mie tariffe sono imbattibili!”. <br /><br />“Spiacente, ma anche il prezzo del mio giardiniere è competitivo”, risponde la donna prima di riattaccare.<br /><br />“Mio caro ragazzo, credo proprio che tu abbia perso una cliente”, dice allora il responsabile degli acquisti.<br /><br />“Naturalmente no, sono io il suo giardiniere! L’ho chiamata solo per verificare se è davvero soddisfatta del mio servizio.”<br />]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[I ragazzi più ottimisti sono più in salute]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=215"><![CDATA[Gli adolescenti ottimisti hanno meno probabilità di incorrere in diversi problemi di salute, tra cui la depressione: è quanto emerge da uno studio pubblicato su Pediatrics dai ricercatori dell'Università di Melbourne e del Royal Children's Hospital, in Australia, guidati da George Patton. La ricerca è stata condotta su più di 5.634 ragazzi australiani tra i 12 e i 14 anni.<br />I ragazzi sono stati intervistati circa il loro modo di pensare, classificato in base a 4 livelli di ottimismo, da "basso" a "molto elevato": ed è emerso che mentre solo il 15% dei ragazzi con il più alto livello di ottimismo ha fatto registrare segni di depressione lieve, tra gli adolescenti con livelli di ottimismo "molto bassi" le percentuali registrate sono state del 59% tra i ragazzi e del 76% tra le ragazze.<br />Dei ragazzi sono stati esaminati tutti gli eventi traumatici patiti nel corso della vita - come lutti o separazioni - e il gruppo dei 5.634 è risultato piuttosto omogeneo: forse, spiegano i ricercatori, l'ottimismo può essere "insegnato", e quindi è anche dal contesto sociale e dall'educazione familiare che potrebbe dipendere la predisposizione all'ottimismo. "Non sappiamo perché alcuni ragazzi siano più ottimisti rispetto ad altri, è come se l'ottimismo possa essere insegnato", spiega Patton.]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[La penso esattamente così]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=214"><![CDATA[Dopo la tragedia di Fukushima sono state avanzate le soluzioni più svariate: centrali nucleari “sicure” di terza o quarta generazione, rafforzamento del già consistente apparato idroelettrico e, naturalmente, valorizzazione delle cosiddette fonti di energia “alternative” o “pulite”, fotovoltaico, solare termico, eolico. Non esistono fonti di energia che, usate in modo massivo, non siano inquinanti, in un modo o nell’altro. Alcuni anni fa in una piattissima regione fra Olanda e Belgio, battuta dal vento, furono impiantate trecento enormi torri eoliche. Gli abitanti ne uscirono quasi pazzi. Per il rumore delle pale e perché erano abituati ad avere davanti agli occhi una pianura sconfinata che ora trovavano sbarrata da queste torri.<br />Un foglio di carta in una casa è un innocente foglio di carta, centomila fogli ci soffocano. Non c’è niente da fare.<br />Nessuno ha osato proporre la soluzione più ovvia: ridurre la produzione. Questo è il tabù dei tabù. Perché il nostro modello di sviluppo è basato sulla crescita. A qualunque costo. Il lettore avrà sentito dire mille volte, e non solo in questi tempi di crisi, da politici, di destra e di sinistra, da economisti, da sindacalisti: “Bisogna stimolare i consumi per aumentare la produzione”. Se la guardate bene, a fondo, questa frase è folle. Perché vuol dire che noi non produciamo più per consumare, ma consumiamo per produrre. Che non è il meccanismo economico al nostro servizio, ma noi al suo.<br />La crescita non è un bene in sé. Anche il tumore è una crescita: di cellule impazzite. Il tumore dell’iperproduttività finirà per distruggere il corpo su cui è cresciuto. Non perché verranno a mancare le fonti di energia e le materie prime come nel 1972 ipotizzavano che sarebbe avvenuto entro il Duemila quelli del Club di Roma nel loro libro-documento "I limiti dello sviluppo" (magari ci avessero azzeccato, saremmo stati costretti ad autoridurci per tempo): la tecnologia è probabilmente in grado di risolvere questo problema. Ma per la ragione opposta. Un modello che si basa sulle crescite esponenziali, che esistono in matematica ma non in natura, quando non potrà più crescere, perché non troverà più mercati dove collocare i propri prodotti, imploderà su se stesso. Sarà uno tsunami economico planetario.<br />Questo il futuro prevedibile. Ma basta il presente. La spietata competizione economica fra Stati – questa è, in estrema sintesi, la globalizzazione – passa attraverso il massacro delle popolazioni del Terzo e ora anche del Primo mondo. In termini di più lavoro, di più fatica, di stress, di angoscia, di un perenne pendolo fra nevrosi e depressione in una mancanza di equilibrio e di armonia che ha finito per coinvolgerci tutti. E gli stessi autori de "I limiti dello sviluppo", che non erano dei talebani, ma degli scienziati per di più americani, del mitico Mit, quindi dei positivisti, non ponevano la questione solo in termini tecnici, ma umanistici e concludendo il loro documento scrivevano: “È necessario che l’uomo analizzi dentro di sé gli scopi della propria attività e i valori che la ispirano, oltre che al mondo che si accinge a modificare, incessantemente, giacché il problema non è solo di stabilire se la specie umana potrà sopravvivere, ma anche, e soprattutto, se potrà farlo senza ridursi a un’esistenza indegna di essere vissuta”.<br />Ma non sono stati ascoltati. Corre, corre la “società del benessere”, col suo sole in fronte e le sue inattaccabili certezze, e, come un toro infuriato, non si rende nemmeno conto, mentre già gronda sangue, che, in ogni caso, al fondo non più tanto lontano dalla strada delle crescite esponenziali, l’aspetta la spada del matador.<br />Massimo Fini – “Il fatto quotidiano“]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Contro il cinismo del siamo tutti uguali]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=213"><![CDATA[L' altro giorno sono saltata sulla sedia ascoltando alla radio un intellettuale colto e d' avanguardia che diceva con voce calma e tranquilla: l' Italia è un Paese di ladri, tutti rubano. Ma anche tu sei italiano, avrei voluto dirgli, quindi ti dai del ladro da solo. Ma lui continuava imperterrito portando l' esempio dei grandi ladri che ci governano e che vengono denunciati per crimini miserabili di latrocinio quotidiano. Da questi passava ai piccoli ladri che tutti i giorni imbrogliano, mentono, emettono fatture false, rubano ai propri clienti e allo Stato. Il suo tono era rassegnato, come a dire: se tutti rubano il furto non è più una trasgressione ma una regola e come tale va accettata. Adeguiamoci alla norma e buonanotte. Tanto: mal comune, mezzo gaudio. Ma è davvero così? A me francamente sembra una logica aberrante, pericolosa e fatalistica, che tende al cinismo e all' immobilismo più bieco. Appena viene fuori la notizia di una grave trasgressione contro le regole dell' etica pubblica, subito si cerca un altro imbroglione dall' altra parte, per dimostrare che non esiste nel nostro Paese un comportamento lecito e leale. «Tanto siamo tutti uguali». L' onestà per costoro è un sogno infantile, le regole sono una cosa da gonzi, chi ha mangiato la foglia della saggezza sa che «da che mondo è mondo le cose vanno così». Chi si stupisce, chi pretende di applicare le regole, chi esige dai governanti un esempio di lealtà e incorruttibilità, è «un ridicolo buonista». Perché la realtà, dicono costoro, racconta che tutti imbrogliano, depredano, sottraggono, ingannano, dissimulano, rapinano. Il più forte contro il più debole, qualche volta in connivenza col più debole, felici che il male sia così diffuso da considerarlo la norma. Se veramente fosse così, dovremmo avere il coraggio di abolire per legge la verità, abolire l' onestà, abolire la solidarietà, abolire l' etica pubblica. Stabilire una volta per tutte che è civile sfruttare, mentire, rubare e imbrogliare. Chi non si adegua, magari chiuderlo in galera. In una società funzionante, ci si dovrebbe dispiacere nello scoprire ogni giorno un ladro, un truffatore, un predatore della Cosa pubblica. Invece ce ne rallegriamo perché così «siamo tutti nella stessa merda». Un cittadino onesto - questa è la logica - oltre a danneggiare se stesso danneggia gli altri, perché mette in evidenza chi traffica e imbroglia. Quindi dagli addosso: Cosa credi, che la verità sia un valore? Ma chi te l' ha detto? Non sai che la menzogna è la forma più alta di creatività personale? Non sai che imbrogliare il prossimo, ladroneggiare, vendere pan per focaccia sono le forme più diffuse dell' intelligenza globalizzata? Allora, sotto, e chi s' è visto s' è visto. È vero che spesso mancano i controlli, ma il primo controllo non dovrebbe venire dalla nostra coscienza? E cos' è la coscienza se non il sentimento dell' altro? E cos' è l' altro se non colui con cui si è stabilito un patto di convivenza civile, considerandolo nostro concittadino anziché un nemico o peggio un complice nel malaffare? <br />Dacia Maraini - Corsera]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Ho capito bene?]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=212"><![CDATA[Riceviamo e pubblichiamo da Federica Rossi:<br />"Dicono che tutti i giorni dobbiamo mangiare una mela per il ferro e una banana per il potassio. Anche un'arancia per la vitamina C e una tazza di the verde senza zucchero per prevenire il diabete. Tutti i giorni dobbiamo bere due litri d'acqua (sì, e poi espellerli, che richiede il doppio del tempo che hai perso per berli). Tutti i giorni bisogna mangiare uno yogurt per avere gli L.Casei Defensis', che nessuno sa bene che cosa cavolo sono però sembra che se non ti ingoi per lo meno un milione e mezzo di questi bacilli (?) tutti i giorni inizi a vedere sfocato. Ogni giorno un'aspirina, per prevenire l'infarto, e un bicchiere di vino rosso, sempre contro l'infarto ed un altro di bianco, per il sistema nervoso, ed uno di birra, che già non mi ricordo per che cosa era.  Tutti i giorni bisogna mangiare fibra, molta, moltissima fibra, finché riesci a "espellere" un maglione. Si devono fare tra i 4 e 6 pasti quotidiani, leggeri, senza dimenticare di masticare 100 volte ogni boccone. Facendo i calcoli, solo per mangiare se ne vanno 5 ore. Ah, e dopo ogni pasto bisogna lavarsi i denti senza dimenticarti di usare il filo interdentale, massaggiare le gengive, il risciacquo... Bisogna dormire otto ore e lavorare altre otto, più le 5 necessarie per mangiare, 21. Te ne rimangono 3, sempre che non ci sia traffico.<br />Adesso vi lascio, perché tra lo yogurt, la mela, la birra, il primo litro d'acqua e il terzo pasto con fibra della giornata, già non so più cosa sto facendo... però devo andare urgentemente al bagno. E ne approfitto per lavarmi i denti....<br />]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Stai come vuoi torna in autunno]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=211"><![CDATA[E’ finita la tournée! Quest’anno, infatti, come molti sanno, ho girato l’Italia per presentare il mio nuovo libro: Stai come vuoi. Manuale di equilibrio emotivo. E’ stata un’ottima esperienza. Ho conosciuto un sacco di gente, sono stato ospite di Rotary, Lions, sedi di Confindustria, Municipi e altri enti e organizzazioni oltre, naturalmente, ad aziende clienti e no.<br />La cosa più “divertente” è stata la varietà delle persone incontrate oltre che delle metodologie usate per la presentazione. Siamo passati da sale di 200 persone a teatro, con musiche, filmati e slide, a chiacchierate per pochi intimi totalmente a braccio.<br />Abbiamo cominciato a ROMA il 24 febbraio presso la Libreria Assaggi, serata freddissima. Poca gente, gli organizzatori hanno dato la colpa al clima, inusuale per la capitale. Io credo anche che le grandi città, come Roma o Milano siano un po’ inflazionate di questi eventi. Il 2 marzo a BARI, in una società privata le persone erano di più e molto attente. Il 5 marzo a BERGAMO presso gli artigiani aderenti a Confindustria una buona platea. A loro servirebbero corsi su corsi!!! Il 9 marzo, giorno dedicato alla donna, in REGIONE LOMBARDIA. Bellissimo! Platea tutta al femminile, il pubblico che amo di più. Il 14 marzo a PORDENONE, in un consorzio di ottici. Grande platea “amica”. Il 15 marzo a VALDAGNO, sede del Comune. Gremitissimo e grande successo! Mi sono proprio divertito. Il 5 aprile a TRENTO con i medici. Un grazie alla mia amica Rossella Siliotto grande organizzatrice. Il 7 aprile a TRIESTE, in Confindustria, hanno fatto proprio le cose in grande! Bravi! Il 12 aprile a MILANO a Mynetworkafe pochi ma buoni. Il 13 aprile al Palazzo delle Stelline organizzato da Internet Saloon. Un pienone. Il 19 aprile a BRESCIA per BresciaIn il club affiliato a LinkedIn e il 22 aprile a GORIZIA organizzato da “Il libro delle 18 e 03”. L’11 maggio di nuovo a GORIZIA. Organizzato dal Soroptimist, dalla Camera di Commercio e dai Comitati per l’imprenditoria femminile. Altra sala gremita di sole donne. Il 31 maggio a MONOPOLI serata divertentissima all’aperto. Praticamente un comizio in piazza. Con il Sindaco e l’Assessore alla cultura. Il primo giugno a BARI in Confindustria<br />Un bel pienone. Un grazie a Lilli Totaro e Decio Chiarito. Sabato 4 giugno 200 persone al Castello di Modanella fra AREZZO e SIENA per i Lions. Organizzazione perfetta! L’8 giugno a LONGARONE in comune, su iniziativa del mio amico sindaco Roberto Padrin. Sessanta, sessantacinque persone, incredibile! Venerdì 10 giugno al Rotary di NOVI LIGURE in un ristorante. Martedì 14 giugno ancora al Rotary, ma a GORIZIA. E’ incredibile come risponde questa città. Ho fatto tre presentazioni in tre mesi. Infine, venerdì 1 luglio alla Borsa del turismo congressuale (BTC) a RIMINI, fantastica platea di gente entusiasta. Beh, nulla da dire, un bel tour. Adesso riprenderà in autunno. Mi piace incontrare le persone. Discutere con loro, capire i loro problemi. Ci tengo a precisare che io non insegno niente e non ho niente a che vedere con guru o maestri di vita. Sono solo un amico che ha fatto un percorso di vita particolare e ama condividerlo per dare una mano, in ogni istante a ogni persona che incontro. Perché ho imparato che, chi ha buone relazioni con se stesso e con gli altri, vive meglio ed è felice.<br /><br />P. S. Chi ha voglia di organizzare una presentazione mi scriva: claudiomaffei@comuniconline.it<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Le parole sostituiscono le pillole]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=210"><![CDATA[Comincia a prendere piede una nuova forma di terapia del linguaggio : curare attraverso la parola. Gli studi dimostrano che le parole, i ritmi della lingua e i poemi agiscono in modo terapeutico su corpo, anima e spirito. <br />U. Senn di Dörflingen racconta di quando aveva perso la voce, divenuta improvvisamente così roca da non poter più parlare. Dopo che per un mese intero non riusciva che a bisbigliare, si rivolse all’otorino che le diagnosticò dei noduli alle corde vocali. Questo tipo di affezione richiede spesso l’intervento chirurgico, ma questa signora cercò aiuto nella terapia della parola. Lo scienziato e arteterapeuta della parola D. von Bonin dell’università di Berna afferma, che molti problemi di salute come la pressione alta, le malattie infettive, l’anemia, l’epilessia, le allergie e le emicranie si esprimono spesso anche nel linguaggio, in un parlare impreciso, bloccato, stressato, troppo sonoro e una cattiva respirazione. Viceversa la parola agisce direttamente su corpo e psiche di chi parla. Questo ramo della terapia lavora con diversi elementi: le vocali e le consonanti, il ritmo del verso, la costruzione dei brani e le immagini in essi contenute. Gli esercizi che la paziente eseguì consistevano soprattutto in frasi come degli scioglilingua, con la vocale “e”. Li ripeteva giornalmente almeno una cinquantina di volte. Nell’arco di otto settimane aveva recuperato la voce ed era sparita la raucedine. Non aveva avuto bisogno di farmaci. Da allora sono passati tre anni e quella signora non ha più avuto problemi vocali. Questo tipo di terapia con la parola è valida anche per i bambini, con cui si usano i giochi con le parole, le filastrocche, i versi e le poesie ritmate. Si adatta anche con i bambini disabili. È il caso di un ragazzo di 14 anni di Schaffausen, affetto dalla sindrome di Down. Da tre anni è curato con la terapia della parola. Durante la seduta impara ad ascoltare e ripetere esattamente parole e versi. Tutto questo in modo ludico, giocando con il suo corpo e con i ritmi e i suoni del linguaggio.L’impulso ad esplorare la forza curativa della parola fu dato da R. Steiner, fondatore dell’antroposofia. Scienziati, medici e terapeuti hanno proseguito nello sviluppo di una metodologia.La dott.ssa R. Bösch di Schaffhausen afferma come la terapia con la parola agisca sui disturbi legati alla respirazione, in quanto gran parte delle persone respira in modo errato. Infezioni delle alte vie respiratorie, dei bronchi, disturbi del sonno, asma e balbuzie sono molto sviluppate. La terapia della parola sostiene i processi di guarigione integrandosi alle cure mediche, ad esempio utilizzando i ritmi della poetica classica e in particolare, la recitazione di esametri. Sembra che il ritmo in essi contenuto influenzi la circolazione del sangue, favorendo rilassamento e armonizzazione del battito cardiaco (cfr. D. von Bonin, università di Berna).La terapia con la parola viene utilizzata per la depressione e le nevrosi e anche nei disturbi psichici più gravi come le psicosi.Nel 2002 lo scienziato inglese R. Philipp presso l’ospedale Royal-Infirmary di Bristol ha rilevato l’importanza della poesia nella cura contro la depressione. Philipp ha effettuato uno studio su 196 pazienti con problemi psichici facendo leggere loro delle poesie. I due terzi si sentivano rilassati e tranquilli quando leggevano poesie o ascoltavano conferenze sulla poesia. Alcuni hanno anche smesso l’uso degli antidepressivi. Philipp sostiene che la poesia aiuta le persone a mettere ordine nella loro vita interiore e a parlare dei loro problemi. Alcuni pazienti raccontano di come si siano sentiti più stabili e desti interiormente dopo aver svolto gli esercizi e aver recitato singole frasi o poesie con un determinato ritmo. La sicurezza nella propria lingua permette una migliore affermazione di sé anche nella quotidianità. <br />www.gesundheitstipp.ch<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Costretti a giocare in difesa]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=209"><![CDATA[   <br />Non si vive di sola pizza e sole. Né di sola mamma. Famiglia e qualità della vita, a lungo considerati gli elementi caratterizzanti della nostra società, non sono più sufficienti a rendere felici i nostri giovani. L’ultimo rapporto della Fondazione Migrantes ci dice che il 40% degli italiani tra i 25 e i 34 anni considera una sfortuna vivere in Italia, e il 51% si trasferirebbe volentieri all’estero. Quando oltre la metà della popolazione di una Paese nella fascia d’età più attiva e produttiva sogna di scappare altrove, c’è qualcosa che non va. E dovrebbe scattare più di un campanello di allarme.<br /><br />Certamente la crisi economica e le difficoltà occupazionali giocano un ruolo importante nell’alimentare questo malcontento. Tuttavia non è solo una questione legata all’occupazione. D’altronde la crisi economica ha colpito tutti gli altri Paesi industrializzati, anche quelli che gli italiani indicano come mete privilegiate per una loro eventuale emigrazione (Francia, Stati Uniti e Spagna, quest’ultima con un tasso di disoccupazione doppio del nostro). Non solo: le aree del nostro Paese in cui questo desiderio di fuga è più alto sono tra quelle in cui l’incidenza della disoccupazione è più bassa (Centro e Nord). Appare quindi evidente che, oltre alle difficoltà economiche, in Italia cominciano a scricchiolare anche altre dimensioni, e che per le nuove generazioni non basta la vicinanza alla famiglia né il nostro bel territorio a sentirsi fortunati di stare in Italia.<br /><br />Per chi l’Italia l’ha già abbandonata da anni o per chi è abituato a misurarsi con contesti stranieri, come fanno ormai quotidianamente milioni di italiani tra i venti e i quaranta anni, questi dati non rappresentano una gran sorpresa. Innanzitutto perché sanno che la qualità della vita non è una nostra esclusiva. In fondo il sole c’è anche in Costa Azzurra o in Costa Brava, e la pizza o il formaggio buono si trovano anche altrove, anche quando invece di chiamarsi Parmigiano si chiama manchego o camembert. Ma, soprattutto, perché sanno che la qualità della vita non è fatta solo di buon mangiare e visite familiari, per quanto importanti. La vita, quella vera, è fatta anche di ambizioni, di sogni, di opportunità di crescita, di cambiamento. È fatta di persone e mondi diversi da noi con cui abbiamo necessità e voglia di misurarci, soprattutto a una certa età. E’ fatta insomma di tutte quelle cose a cui l’Italia ha sistematicamente chiuso le porte ormai da troppi anni. Negli ultimi vent’anni l’Italia si è mostrata terribilmente aggrappata all’esistente, terrorizzata da tutto quello che accadeva fuori, costantemente tesa a tentare di proteggersi da tutti gli attacchi dei «nemici» come si fa nei videogame, seguendo una metafora cara al nostro ministro dell’Economia. Un’Italia che prima era spaventata dalle tecnologie e dalla concorrenza degli altri Paesi industrializzati come Germania o Stati Uniti, poi dalla manifattura a basso costo dei Paesi emergenti come Cina e India, e oggi semplicemente dalla fame e dalla disperazione dei Paesi africani come la Libia, la Tunisia o la Somalia, i cui profughi potrebbero rubarci anche i posti da raccoglitori di pomodori. Un’Italia abituata ormai a giocare in difesa, e che nonostante le sfide sempre più difficili non cambia mai squadra, ma ricicla continuamente i soliti giocatori. Basta pensare alle tensioni e agli accordi tra Bossi e Berlusconi di questi giorni, per avere la sensazione di rivivere un film già visto molti, troppi anni fa. Un arco temporale di 15 o 20 anni può sembrare un’inezia a chi calca la scena politica da 30 o 40 anni, ma rappresenta l’unico orizzonte temporale di cui hanno memoria gli italiani che oggi hanno 25 anni. E per questi giovani l’Italia è il Paese in cui non cambia mai nulla e si parla sempre delle stesse cose (senza farle): dal ponte sullo Stretto alla Salerno-Reggio Calabria, dalla riforma fiscale a quella dello Stato. Il Paese in cui, per riprendere la metafora dei videogame amata da Tremonti, i politici giocano ancora al Pac-man, mentre il resto del mondo funziona con la Wii. E’ guardando a questa Italia che si capiscono le ragioni di quei giovani che se ne vorrebbero andare.<br /><br />Sanno bene che altrove troveranno la stessa crisi, ma sperano almeno di poter respirare un po’ di aria diversa, di veder muoversi qualcosa, di potersi misurare con un mondo che gira invece di stare fermo. Chiaramente non tutta l’Italia è così asfittica, ci sono realtà che pur con fatica provano a muoversi suscitando anche begli entusiasmi. Ma la sensazione che ancora prevale è di un immobilismo che sta facendo la muffa. Gli unici a non sentirne la puzza sono quelli che ci sono seduti sopra.<br />Irene Tinagli La Stampa<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[La sera la piazza diventa ipnotica]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=208"><![CDATA[La prima volta che mi sono trovata a riordinare le idee e a mettere giù una traccia per spiegare in aula i sistemi rappresentazionali, ho cercato nella mia mente uno spunto efficace per poter rendere il concetto in maniera immediata e diretta (visibile, tangibile, percepibile, appunto…). <br />E di colpo mi si è imposto, forte e deciso, il ricordo di quello che io ritengo il luogo multisensoriale per eccellenza. La piazza di Marrakech, la famosa Place Jeem el Fnaa, il cuore, l’anima della città vecchia che, alla sera, diventa teatro di mille suggestioni. <br />Era perfetta per lo scopo.<br />E allora l’idea di cimentarmi con una sua descrizione rappresentazionale ha preso forma.<br /><br />Come ho proceduto?<br />Ho provato a fare questo esercizio in due modi differenti, o meglio, in due fasi successive.<br />Nella prima, mi sono limitata a seguire la logica reader focused, quindi ho pensato di scrivere per un visivo, un auditivo e così via. Mi sono concentrata cioè sull’immaginare l’effetto che quelle espressioni avrebbero potuto avere sul lettore, in relazione al suo sistema rappresentazionale dominante. <br />Il risultato era però piuttosto fiacco. Si poteva fare di meglio.<br /><br />E allora ecco la seconda fase, quella nella quale ho provato a forzare il mio canale sensoriale predominante, cercando di vedere come un visivo, di ascoltare come un auditivo e di sentire come un cenestesico.<br /><br />Può sembrare apparentemente qualcosa di molto simile, ma in realtà la differenza è immensa. Un conto è andare a pescare nella propria mente le espressioni, i verbi, gli aggettivi che sai che fanno breccia facilmente in un determinato canale sensoriale. Tutt’altra cosa è immaginare di scoprire quel luogo stando dentro all’osservare di un visivo, al sentire di un auditivo, al respirare di un cenestesico.<br /><br />Entrambe le fasi sono state determinanti. La prima ha implicato una lucida analisi del rapporto fra mondo linguistico e percezioni sensoriali, per arrivare ad avere un primo quadro, anche se un po’ sbiadito. La seconda ha significato metterci dentro le emozioni, far scendere in campo anche l’emisfero destro, seppur soltanto a supporto di quello sinistro (che ha comunque dovuto governare), e da lì l’arricchimento del quadro iniziale con immagini-suoni-odori vissuti, che lo hanno reso più vivido e pulsante.<br /><br />Questo esercizio, che ha rappresentato per me uno stimolo di analisi e di consapevolezza linguistica, credo possa essere uno spunto efficace, sia applicato come allenamento ad altre descrizioni (del resto Queuneau nei suoi Esercizi di stile va ben oltre ai sistemi rappresentazionali), sia come strumento per verificare una volta di più l’effetto delle parole sulle nostre percezioni.<br /><br />Bene, non ci resta quindi che addentrarci nella piazza….<br /><br />E allora eccola qua, la nostra piazza (o forse dovremmo dire le nostre tre piazze..) <br />La prima, una piazza tutta immagini e colori, dedicata ai visivi. <br />Un’altra, fatta di suoni e melodie, per la gioia degli auditivi.<br />E l’ultima, pensata per i cenestesici, carica di profumi e sensazioni.<br /><br />V<br />La sera la piazza si accende di immagini magiche.<br />Una nuvola di fumo la avvolge e ogni figura perde i suoi contorni, diventa evanescente. Nell’aria immobile, le fronde delle palme bruciate dal sole si stagliano sul fondo scuro del cielo senza luna, penzolando indolenti, come braccia di una ballerina stanca.<br />In mezzo agli incantatori di serpenti, che con i loro flauti disegnano nell’aria affascinanti ricami, il bagliore delle fiaccole illumina due occhi scuri, bistrati di nero. Occhi misteriosi e luccicanti, occhi curiosi, che si mostrano un istante, per tornare subito dopo a inabissarsi nella spessa oscurità di un velo rosso cupo.<br />Quando lascerai quel luogo, sai che porterai via con te, nei tuoi occhi, lo scintillio di quello sguardo.<br /><br />A<br />La sera la piazza eccheggia di melodie ipnotiche. <br />Un universo sonoro di musiche e rumori amalgamati nella spessa cortina di fumo che attutisce ogni suono. Gli incantatori di serpenti, che rincorrono le note con i loro flauti penetranti, accompagnano come un sottofondo le voci profonde dei narratori di storie, che avvolgono chi li ascolta nel ritmo cadenzato delle loro parole. E, in mezzo al tintinnio dei campanelli dei venditori d’acqua, dal minareto si leva la nenia del muetzin, che scandisce il momento della preghiera.<br />Quando lascerai quel luogo, sai che porterai via con te, nella tua mente, l’eco di quei suoni.<br /><br />K<br />La sera la piazza si riempie di profumi.<br />Fragranze e aromi talmente intensi da rendere l’atmosfera palpabile. <br />Il fumo denso che si sprigiona dai kebab scatena la voglia prepotente di assaporare quel cibo sconosciuto. Tutto lì intorno porta con sé la promessa di invitanti piaceri. Sei lì in mezzo, schiacciato da mille corpi sudati, e respiri con avidità quell’aria arroventata dalla calura del tramonto, carica di spezie e umanità. E quell’aria ti ubriaca l’anima e ti accende i sensi. <br />In quell’assetata arsura, la freschezza della coppa di rame che ti porge il vecchio venditore d’acqua ti scende dentro come un balsamo. <br />Quando lascerai quel luogo, sai che porterai via con te, sulla tua pelle, la carezza di quelle sensazioni.<br /><br />(se l’esercizio è stato ben realizzato, ora il lettore dovrebbe essere lì ad arrovellarsi per capire quale sia il sistema rappresentazionale dell’autore…)<br /><br />Bene, arrivati a questo punto, l’esercizio non può fermarsi qui. Ora si tratta di dimostrare altrettanto concretamente come e quanto una scrittura che contenga le chiavi di accesso a tutti i sistemi rappresentazioni possa rendere più efficace il linguaggio. <br />Ed ecco quindi una descrizione sinestesica, nella quale vanno a confluire le tre descrizioni iniziali, arricchendone la portata evocativa.<br /><br /><br />La sera la piazza diventa ipnotica.<br />Una nuvola di fumo carico di odori la avvolge, attutendo i suoni e sfumando i contorni delle immagini. <br />Lontana, l’eco della nenia del muetzin annuncia l’inizio della notte.<br />Il bagliore delle fiaccole illumina misteriosi occhi scuri, che si mostrano per un istante, per poi tornare rapidi a nascondersi dietro ai veli colorati. <br />Carni speziate sfrigolano sui kebab, e diffondono un profumo invitante, mentre il tintinnio dei campanelli del venditore d’acqua scivola dentro di te ancor prima che la freschezza della coppa di rame raggiunga le tue mani. <br />L’incantatore di serpenti intesse col suo flauto ondulate melodie che accompagnano, come un sottofondo, le voci profonde dei narratori di storie, che incatenano chi li ascolta nel ritmo cadenzato delle loro parole.<br /><br />E tu sei lì, schiacciato in mezzo a quei corpi accaldati, stordito dal frastuono vitale e accecato dall’esplosione di colori che ti circonda. Sei lì, e respiri con avidità quell’aria arroventata dalla calura del tramonto, carica di spezie e umanità.<br />Quando lascerai quel luogo, sai che porterai via con te, forse per sempre, lo scintillio di quegli sguardi, l’eco di quei suoni, la carezza di quelle sensazioni.<br /><br />Bene, se queste poche righe avranno esercitato su chi ancora quella piazza non la conosce un richiamo potente e, perché no, anche un po’ di nostalgia in coloro che quella piazza l’hanno già vissuta, allora significherà che abbiamo sperimentato la potenza della scrittura sinestesica.<br />Maddalena Bertello per <a href="http://www.palestradellascrittura.it/Home.aspx" target="_blank">palestradellascrittura.it</a> ]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Stai come vuoi a Longarone]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=207"><![CDATA[LONGARONE. Si conclude la stagione degli «incontri d'eccezione» del Gruppo Giovani Longarone e dell'amministrazione comunale, con il professor Claudio Maffei mercoledì alle 20.30 in sala Popoli d'Europa a Longarone. Maffei è un docente universitario, scrittore, formatore e consulente della comunicazione, ha collaborato con numerose aziende e personalità nel campo dell'industria, della politica e del turismo, verrà a Longarone per presentare il suo libro «Stai come vuoi, manuale di equilibrio emotivo», tenendo un breve corso su autostima e relazioni personali e interpersonali. L'ingresso è gratuito e al termine seguirà rinfresco offerto dai ragazzi del gruppo giovani. (edc) 6 giugno 2011]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Una vecchia leggenda]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=206"><![CDATA[Una vecchia leggenda Indù racconta che vi fu un tempo in cui tutti gli uomini erano dei. Essi però abusarono talmente della loro divinità, che Brahma Signore degli dei, decise di privarli del potere divino e decise di nasconderlo in un posto, dove fosse impossibile trovarlo. Il grande problema fu dunque quello di trovare un nascondiglio. Quando gli dei minori furono riuniti a consiglio per risolvere questo dilemma, essi proposero la cosa seguente: "Sotterriamo la divinità dell'uomo nella terra". Brahma tuttavia rispose: '"No, non basta perché l'uomo scaverà e la ritroverà". Gli dei allora replicarono: '"In tal caso, gettiamo la divinità nel più profondo degli oceani". E di nuovo Brahma rispose '"No, perché prima o poi l'uomo esplorerà le cavità di tutti gli oceani e sicuramente un giorno la ritroverà e la riporterà in superficie". Gli dei minori conclusero allora: '"Non sappiamo dove nasconderla, perché non sembra esistere sulla terra o in mare luogo alcuno che l'uomo non possa una volta raggiungere". E fu così che Brahma disse: '"Ecco ciò che faremo della divinità dell'uomo. La nasconderemo nel suo io più profondo e segreto, perché è il solo posto, dove non gli verrà mai in mente di cercarla". A partire da quel tempo l'uomo ha compiuto il periplo della terra, ha esplorato, scalato montagne, scavato la terra e si è immerso nei mari alla ricerca di qualcosa che si trova dentro di lui…<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[La manomissione delle parole]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=205"><![CDATA[Il rapporto fra ricchezza delle parole e ricchezza di possibilità (e dunque di democrazia) è dimostrato anche dalla ricerca scientifica, medica e criminologica: i ragazzi più violenti possiedono strumenti linguistici scarsi e inefficaci, sul piano del lessico, della grammatica e della sintassi.<br />Non sono capaci di gestire una conversazione, non riescono a modulare lo stile della comunicazione - il tono, il lessico, l’andamento – in base agli interlocutori e al contesto, non fanno uso dell’ironia e della metafora. Non sanno sentire, non sanno nominare le proprie emozioni. Spesso, non sanno raccontare storie. Mancano della necessaria coerenza logica, non hanno abilità narrative: una carenza che può produrre conseguenze tragiche nel rapporto con l’autorità, quando è indispensabile raccontare, descrivere, dare conto delle ragioni, della successione, della dinamica di un evento.<br />La povertà della comunicazione, insomma, si traduce in povertà dell’intelligenza, in doloroso soffocamento delle emozioni. <br />Questo vale a tutti i livelli della gerarchia sociale, ma soprattutto ai gradi più bassi. Quando, per ragioni sociali, economiche, familiari, non si dispone di adeguati strumenti linguistici; quando le parole fanno paura, e più di tutte proprio le parole che dicono la paura, la fragilità, la differenza, la tristezza; quando manca la capacità di nominare le cose e le emozioni, manca un meccanismo fondamentale di controllo sulla realtà e su se stessi.<br />La violenza incontrollata e uno degli esiti possibili, se non probabili, di questa carenza.<br />I ragazzi sprovvisti delle parole per dire i loro sentimenti di tristezza, di rabbia, di frustrazione hanno un solo modo per liberarli e liberarsi di sofferenze a volte insopportabili: la violenza fisica.<br />Chi non ha nomi per la sofferenza la agisce, la esprime volgendola in violenza, con conseguenze spesso tragiche.<br />La manomissione delle parole di Gianrico Carofiglio. <br />Un libro da leggere!<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Storia sulla bellezza: quante cose ci stiamo perdendo?]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=204"><![CDATA[ Un violinista nella metropolitana. Una storia vera. <br />Un uomo si mise a sedere in una stazione della metro a Washington DC ed <br />iniziò a suonare il violino; era un freddo mattino di gennaio. Suonò sei <br />pezzi di Bach per circa 45 minuti. Durante questo tempo, poiché era l'ora di <br />punta, era stato calcolato che migliaia di persone sarebbero passate per la <br />stazione, molte delle quali sulla strada per andare al lavoro. Passarono 3 <br />minuti ed un uomo di mezza età notò che c'era un musicista che suonava. <br />Rallentò il passo e si fermò per alcuni secondi e poi si affrettò per non <br />essere in ritardo sulla tabella di marcia. Alcuni minuti dopo, il violinista <br />ricevette il primo dollaro di mancia: una donna tirò il denaro nella <br />cassettina e senza neanche fermarsi continuò a camminare. Pochi minuti dopo, <br />qualcuno si appoggiò al muro per ascoltarlo, ma l'uomo guardò l'orologio e <br />ricominciò a camminare. Quello che prestò maggior attenzione fu un bambino <br />di 3 anni. Sua madre lo tirava, ma il ragazzino si fermò a guardare il <br />violinista. Finalmente la madre lo tirò con decisione ed il bambino continuò <br />a camminare girando la testa tutto il tempo. Questo comportamento fu <br />ripetuto da diversi altri bambini. Tutti i genitori, senza eccezione, li <br />forzarono a muoversi. Nei 45 minuti in cui il musicista suonò, solo 6 <br />persone si fermarono e rimasero un momento. Circa 20 gli diedero dei soldi, <br />ma continuarono a camminare normalmente. Raccolse 32 dollari. Quando finì di <br />suonare e tornò il silenzio, nessuno se ne accorse. Nessuno applaudì, ne' ci <br />fu alcun riconoscimento. Nessuno lo sapeva ma il violinista era Joshua Bell, <br />uno dei più grandi musicisti al mondo.... Suonò uno dei pezzi più complessi mai <br />scritti, con un violino del valore di 3,5 milioni di dollari. Due giorni <br />prima che suonasse nella metro, Joshua Bell fece il tutto esaurito al teatro <br />di Boston e i posti costavano una media di 100 dollari. Questa è una storia <br />vera. L'esecuzione di Joshua Bell in incognito nella stazione della metro fu <br />organizzata dal quotidiano Washington Post come parte di un esperimento <br />sociale sulla percezione, il gusto e le priorità delle persone. La domanda <br />era: "In un ambiente comune ad un'ora inappropriata: percepiamo la bellezza? <br />Ci fermiamo ad apprezzarla? Riconosciamo il talento in un contesto <br />inaspettato?". Ecco una domanda su cui riflettere: "Se non abbiamo un <br />momento per fermarci ed ascoltare uno dei migliori musicisti al mondo <br />suonare la miglior musica mai scritta, quante altre cose ci stiamo <br />perdendo?" <br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Charlie Chaplin (da leggere!)]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=203"><![CDATA[Ho perdonato errori quasi imperdonabili, ho provato a sostituire persone insostituibili e dimenticato persone indimenticabili. Ho agito per impulso, sono stato deluso dalle persone che non pensavo lo potessero fare, ma anch'io ho deluso. Ho tenuto qualcuno tra le mie braccia per proteggerlo; mi sono fatto amici per l'eternità. Ho riso quando non era necessario, ho amato e sono stato riamato, ma sono stato anche respinto. Sono stato amato e non ho saputo ricambiare. Ho gridato e saltato per tante gioie, tante. Ho vissuto d'amore e fatto promesse di eternità, ma mi sono bruciato il cuore tante volte! Ho pianto ascoltando la musica o guardando le foto. Ho telefonato solo per ascoltare una voce. Io sono di nuovo innamorato di un sorriso. Ho di nuovo creduto di morire di nostalgia e… ho avuto paura di perdere qualcuno molto speciale (che ho finito per perdere)… ma sono sopravvissuto! E vivo ancora! E la vita, non mi stanca… E anche tu non dovrai stancartene. Vivi! È veramente buono battersi con persuasione, abbracciare la vita e vivere con passione, perdere con classe e vincere osando, perchè il mondo appartiene a chi osa! La Vita è troppo bella per essere insignificante!]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Intervista su Il Piccolo di Trieste]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=202"><![CDATA[«Il sorriso porta ai grandi affari»<br /><br />«Sorridere? Una metafora delle buone relazioni». Claudio Maffei parlerà proprio di "Strategia del sorriso" oggi a Trieste, dalle 17.30, al Savoia Excelsior Palace. Un appuntamento organizzato dalla sezione informatica e reti di Confindustria Trieste, occasione per presentare l'ultima pubblicazione del noto esperto di relazioni interpersonali: «Stai come vuoi. Manuale di equilibrio emotivo». Maffei, nato a Milano nel 1952, già presidente della Ferpi (Federazione relazioni pubbliche italiana) e dell'Ici (Interassociazione della comunicazione d'impresa) e membro del consiglio europeo della Cerp (Confédération des rélations publiques), svolge un'intensa attività di docenza in aziende ed enti pubblici sulle competenze di comunicazione: parlare e scrivere con efficacia, motivazione e cambiamento. Ed è coach e trainer di politici, manager pubblici e privati ai massimi livelli. <br />Maffei, la strategia del sorriso. Sorridere per riuscire a fare o ottenere che cosa? <br />I cinesi, oggi tanto di moda, hanno un antico proverbio: «Se non sai sorridere, non aprire un negozio». In questo caso, la strategia del sorriso, è una metafora delle buone relazioni. <br />Si può imparare a sorridere? E in che modo? <br />Riprendo il concetto di relazioni. Il principio fondamentale è che i nostri problemi interpersonali nascono da conflitti interiori. Quindi, se una persona non è in pace con se stessa, non avrà buone relazioni, non sarà felice e, soprattutto, non farà grandi affari. <br />Come si migliorano i rapporti interpersonali in azienda? <br />Dirlo in due parole è abbastanza limitante, sono oltre 30 anni che faccio corsi per insegnare alle persone a rapportarsi con gli altri. In grande sintesi direi ci sono coloro per cui tutto è un problema e coloro che sembrano orientati alla soluzione, al rapporto interpersonale, al sorriso. Ma tutto ciò non è nel dna, è frutto di duro lavoro. <br />Si può puntare al successo senza stress? <br />Capiamoci sulla parola successo. Successo è il participio passato del verbo succedere: le persone di successo sono dunque quelle che hanno fatto accadere qualcosa, non sono quelle che vanno in televisione né quelle che accumulano miliardi con la finanza. Normalmente, le persone di successo sono felici e mai stressate. <br />«Stai come vuoi», che significa? <br />Sul retro di copertina è stampata una frase: Il manuale di istruzioni che avrebbero dovuto consegnarti il giorno della tua nascita. Credo che questa sia la miglior sintesi. Passiamo più tempo a leggere libretti di istruzioni del forno a microonde o del nuovo cellulare che a capire come siamo fatti e come possiamo stare meglio con gli altri. <br />Nel suo libro parla di emozioni. Come governarle e renderle «utili» nel mondo del lavoro? <br />Di solito la gente pensa che il mondo del lavoro sia il mondo della razionalità. Pura follia. Oltre il 90% delle scelte di una persona parte dall'emisfero destro del cervello, cioè l'emisfero emotivo. I grandi leader sanno dosare sapientemente creatività e razionalità e sanno motivare gli uomini cambiando loro la "mappa" del mondo. <br />Marco Ballico<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Il bisogno di cui non abbiamo bisogno]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=201"><![CDATA[Mi sono imbattuto qualche giorno fa nella voce di Fiorello, che per Sky magnificava i canali 3D e il fatto che entro l’anno ci saranno non ricordo più quanti nuovi canali in 3D. (Chissà perché il marketing deve sempre usare la parola “nuovo”, nel comunicare l’offerta. Ciò che solo ieri era il massimo oggi è totalmente out.)<br /><br />Allora mi è venuta in mente mia figlia che vorrebbe che io comprassi uno smartphone “o almeno un telefono col touchscreen”. Ma io sto benissimo col mio telefono da 49 euro, non ho bisogno di più. (Anzi, mi spiace tantissimo che il telefono precedente, dopo otto anni di onorato servizio, sia stato giocoforza messo fuori uso dal tempo che passa.)<br /><br />Non ho bisogno di un telefono nuovo. Non ho bisogno di un’auto nuova. Non ho bisogno di un televisore 3D. Non voglio lavorare di più per avere il denaro necessario per comprare degli oggetti di cui non ho bisogno. Signori del marketing: domando la vostra comprensione, ho altre priorità.<br /><br />Mi pare di essere come quell’”ectoplasma d’uno scampato” di montaliana memoria; con la differenza (non da poco) che mi sento felice. (Anche senza smartphone.)<br /><br />Adoro il marketing, ma non piace quella parte di marketing che vuole farmi possedere oggetti di cui non ho alcun bisogno.<br /><br />Si tratta di decidere dove vogliamo dirigere le nostre vite. Per dirla con Paolo Inghilleri (La “buona vita”. Per l’uso creativo degli oggetti nella società dell’abbondanza), si tratta di andare verso il materialismo dotato di senso, o materialismo strumentale (ovvero adoperare gli oggetti come strumenti per la nostra felicità), e di allontanarsi dal materialismo terminale (che si ha quando gli oggetti esauriscono la loro funzione in termini di puro possesso):<br /><br />Il materialismo terminale è connesso a una modalità di consumo degli oggetti basata unicamente sulla necessità di possedere un numero sempre maggiore di cose, di avere, e quindi di controllare, simboli di status e, in ultima istanza, di consumare più energia ambientale, fisica ma anche psicologica.<br />Nel caso del materialismo terminale, ad esempio, compriamo abiti, oggetti di arredamento, elettrodomestici, telefonini, automobili, non in base a reali necessità o a un effettivo piacere nel loro uso, ma unicamente per il fine ultimo di comperare, possedere e mostrare agli altri questo nostro possesso.<br /><br />E – chiaramente – il materialismo terminale drena per forza molte tra le nostre energie, con ciò sottraendole di fatto ad altri ambiti significativi dell’esistenza come le relazioni personali, la solidarietà, l’arte, la natura e così via.<br /><br />Io per me voglio significato e non cose. Signori del marketing, signor Fiorello, invoco di nuovo la vostra comprensione e mi tengo il mio televisore del 1998.<br /><br />Gianni Davico <a href="http://giannidavico.it/brainfood/2011/04/04/il-bisogno-di-cui-non-abbiamo-bisogno/" target="_blank">http://giannidavico.it/brainfood/2011/04/04/il-bisogno-di-cui-non-abbiamo-bisogno/</a> ]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Milton e l'aquila]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=200"><![CDATA[“Un soldato camminava nella città semidistrutta dai bombardamenti, ovunque macerie, distruzione, morte…<br /><br />continuando a camminare attraversa i resti di quello che una volta, prima della guerra, prima della distruzione, prima della follia umana, era uno Zoo.<br /><br />Un bellissimo giardino zoologico ricco di animali rari, esotici, stupendi.<br /><br />Il soldato continua a camminare: recinti distrutti, gabbie in pezzi… gli animali sopravvissuti erano fuggiti, i meno fortunati giacevano esanimi in balia del tempo.<br /> <br />Ad un tratto il soldato si accorge di essere entrato in quella che era la riserva delle aquile: una grandissima voliera alta decine di metri… il soldato triste e confuso da tutta quella distruzione, si concede un momento per alzare lo sguardo verso la sommità della voliera: era aperta, la rete che la chiudeva era stata spazzata via.<br /><br />Il soldato continua a guardare in alto, verso il cielo che si staglia sopra la grande voliera, non curante dei possibili nemici che si nascondono tra le macerie e con grande sorpresa scorge un’aquila. Una delle aquile della voliera era sopravvissuta e volteggiava, volteggiava proprio lungo il bordo interno della voliera, all’altezza dove una volta c’era la rete di copertura.<br /><br />Ormai abituata a quell’altezza, la massima altezza che poteva raggiungere nella voliera, volteggiava ignara della possibilità di libertà che ora aveva… abituata a quell’altezza… abituata a quell’agire.”<br /><br />“La mia Voce ti accompagnerà” Milton H. Erikson<br /><br />Le nostre abitudini sono i nostri maggiori limiti. Impariamo a superarli, impariamo a guardare le possibilità che ogni giorno ci vengono date, impariamo a vedere le possibilità nascoste anche nei momenti più bui della nostra vita.<br /><br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Auguri a tutti i papà del mondo!]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=199"><![CDATA[Non dimenticare mai che l’amore che provo per te è come il vento: non potrai mai vederlo, ma potrai sempre sentirlo… Ovunque sarai.<br />Il segreto di un’esistenza felice e realizzata dipenda dalla direzione che si sceglie.<br />E la chiave, figlio mio, è imboccare la tua strada, nessun’altra, solo quella che ti detta direttamente il cuore.<br />Ascolta sempre la voce del cuore, Daniel: sarà lui a dirti chi sei.<br />La vita è breve… Perdona in fretta, bacia lentamente, ama davvero, ridi sempre di gusto… E non pentirti mai di qualsiasi cosa ti abbia fatto sorridere, oppure piangere.<br />Se cadi, rialzati, affronta le avversità e trova sempre il coraggio di proseguire. Fai della tua esistenza qualcosa di spettacolare.<br />La sola battaglia che non puoi vincere è quella che non vuoi combattere.<br />Se ti fidi dei tuoi istinti e accetti la vita così com’è, un giorno sarai in grado di trovare la pace non solo nei momenti più felici, ma anche nelle occasioni in cui il gioco si fa duro. Perché il segreto è semplice: è tutto nella nostra testa, la realtà è una condizione mentale, null’altro.<br />Abbandona il tuo guscio di certezze, esci dal coro: parti, va’ lontano. Abbatti tutte le pareti che hai innalzato intorno a te. Sii libero, lascia che il tuo spirito voli verso il tuo destino.<br />Posso confidarti un segreto? Non importa quanti anni vivrai, ma come li vivrai. Dai valore al tuo tempo. Se in futuro, per esempio, ti troverai a percorrere giorno dopo giorno il tragitto casa-ufficio al volante di un’auto, con gli occhi incollati sulla distesa d’asfalto di fronte a te, trova ogni tanto il coraggio di spezzare la routine e ritagliati un istante per goderti le piccole meraviglie della Natura: soffermati ad ammirare un tramonto, stupisciti davanti al volo di un colibrì…<br />Vivere in pace, figlio mio, è rispettare le opinioni altrui e dare molto, molto di più di quanto si prende.<br />Puoi sentirti vecchio pur essendo soltanto un ragazzino se non vivi un giorno per volta, se smetti di sognare, se vendi il tuo spirito in cambio del conforto della sicurezza.<br />Un’ultima cosa prima di concludere questa lettera: cerca sempre di scoprire il mondo con i tuoi occhi, e non attraverso quelli degli altri. Solo così potrai trovare la verità.<br />Le uniche cose che ti appartengono davvero sono i tuoi sogni e la libera volontà di vivere la vita nel modo in cui desideri farlo. Tutto il resto lo prendiamo soltanto in prestito. <br />Sergio Bambarén, da Lettera a mio figlio sulla felicità<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Quanto è bella e grandiosa la felicità]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=198"><![CDATA[Crescendo impari che la felicità non e' quella delle grandi cose. Non e' quella che si insegue a vent'anni, quando, come gladiatori si combatte il mondo per uscirne vittoriosi.<br />La felicità non e' quella che affannosamente si insegue credendo che l'amore sia tutto o niente; non e' quella delle emozioni forti che fanno il "botto" e che esplodono fuori con tuoni spettacolari.<br />La felicità non e' quella di grattacieli da scalare, di sfide da vincere mettendosi continuamente alla prova.<br />Crescendo impari che la felicità e' fatta di cose piccole ma preziose.<br />E impari che il profumo del caffe' al mattino e' un piccolo rituale di felicità, che bastano le note di una canzone, le sensazioni di un libro dai colori che scaldano il cuore, che bastano gli aromi di una cucina, la poesia dei pittori della felicità, che basta il muso del tuo gatto o del tuo cane per sentire una felicità lieve. E impari che la felicità e' fatta di emozioni in punta di piedi, di piccole esplosioni che in sordina allargano il cuore, che le stelle ti possono commuovere e il sole far brillare gli occhi, e impari che un campo di girasoli sa illuminarti il volto, che il profumo della primavera ti sveglia dall'inverno, e che sederti a leggere all'ombra di un albero rilassa e libera i pensieri.<br />E impari che l'amore e' fatto di sensazioni delicate, di piccole scintille allo stomaco, di presenze vicine anche se lontane, e impari che il tempo si dilata e che quei 5 minuti sono preziosi e lunghi più di tante ore, e impari che basta chiudere gli occhi, accendere i sensi, sfornellare in cucina, leggere una poesia, scrivere su un libro o guardare una foto per annullare il tempo e le distanze ed essere con chi ami.<br />E impari che sentire una voce al telefono, ricevere un messaggio inaspettato, sono piccoli attimi felici.<br />E impari ad avere, nel cassetto e nel cuore, sogni piccoli ma preziosi.<br />E impari che tenere in braccio un bimbo e' una deliziosa felicità.<br />E impari che i regali più grandi sono quelli che parlano delle persone che ami.<br />E impari che c'e' felicità anche in quella urgenza di scrivere su un foglio i tuoi pensieri, che c'e' qualcosa di amaramente felice anche nella malinconia.<br />E impari che nonostante le tue difese, nonostante il tuo volere o il tuo destino, in ogni gabbiano che vola c'e' nel cuore un piccolo-grande Jonathan Livingston.<br />E impari quanto sia bella e grandiosa la semplicità. <br />Fabio Volo]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Non è nostalgia ma consapevolezza dei cambiamenti!]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=197"><![CDATA[-     Noi, che le nostre mamme mica ci hanno visti con l'ecografia.<br />-     Noi, che a scuola ci andavamo da soli e da soli tornavamo.<br />-     Noi, che la scuola durava fino alla mezza e poi andavamo a casa per il<br />pranzo con tutta la famiglia (si, anche con papà).<br />-     Noi, che eravamo tutti buoni compagni di classe, ma se c'era <br />qualche bullo, ci pensava il maestro a sistemarlo sul serio.<br />-     Noi, che se a scuola la maestra ti dava un ceffone, mamma a <br />casa te ne dava 2.<br />-     Noi, che se a scuola la maestra ti metteva una nota sul <br />diario, a casa erano guai.<br />-     Noi, che quando a scuola c'era l'ora di ginnastica partivamo <br />da casa in tuta, tutti felici.<br />-     Noi, che la gita annuale era un evento speciale e nelle foto <br />eravamo sempre sorridenti.<br />-     Noi, che le ricerche le facevamo in biblioteca, mica su <br />internet.<br />-     Noi, che la vita di quartiere era piacevole e serena.<br />-     Noi, che andare al mare nei sedili posteriori della 850 di <br />papà o nella 1100 di nonno era una passeggiata speciale e serbiamo ancora il <br />ricordo di un bagno "pulito" a Rimini o a Fregene.<br />-     Noi, che alla Domenica andavamo sempre al ristorante, perché <br />ogni papà poteva permetterselo.<br />-     Noi che alla Domenica c'erano sempre le paste.<br />-     Noi, che facevamo 4 mesi di vacanza al mare, da Giugno a <br />Settembre.<br />-     Noi, che non avevamo videogiochi, né registratori, né <br />computer. Ma avevamo tanti amici .<br />-     Noi, che per cambiare canale alla TV dovevamo alzarci e i <br />canali erano solo 2.<br />-     Noi, che andavamo a letto dopo Carosello.<br />-     Noi, che sapevamo che era pronta la cena perché c'era Happy <br />Days con Fonzie.<br />-     Noi, che guardavamo allucinati il futuro con "Spazio 1999" .<br />-     Noi, che se la notte ti svegliavi e accendevi la TV vedevi solo il<br />monoscopio Rai con le nuvole o le pecorelle di interruzione delle <br />trasmissioni.<br />-     Noi, che ci sentivamo ricchi se avevamo 'Parco Della Vittoria <br />e Viale Dei Giardini'.<br />-     Noi, che i pattini avevano 4 ruote e si allungavano quando il <br />piede cresceva.<br />-     Noi, che chi lasciava la scia più lunga nella frenata con la <br />bici era il più fico e che se anche andavi in strada non era così pericoloso.<br />-     Noi, che dopo la prima partita c'era la rivincita, e poi la bella, e poi<br />la bella della bella.<br />-     Noi, che avevamo il 'nascondiglio segreto' con il 'passaggio <br />segreto'.<br />-     Noi, che giocavamo a nomi-cose-animali-città.<br />-     Noi, che ci divertivamo anche facendo Strega-comanda-colori.<br />-     Noi, che ci mancavano sempre 4 figurine per finire l'album <br />Panini (celò,celò, celò, celò, celò, celò, mi manca!).<br />-     Noi, che suonavamo al campanello per chiedere se c'era l'amico<br />in casa, ma che a quelli degli altri suonavamo e poi scappavamo.<br />-     Noi, che compravamo dal fornaio pizza bianca e mortadella per <br />100 lire (=0,050!) e non andavamo dal dietologo per problemi di sovrappeso, <br />perché stavamo sempre in giro a giocare.<br />-     Noi, che bevevamo acqua dal tubo del giardino, non da una<br />bottiglia in PET<br />-     Noi, che  un gelato costava 50 lire (= 0,025!).<br />-     Noi, che le cassette se le mangiava il mangianastri, e ci <br />toccava riavvolgere il nastro con la Bic.<br />-     Noi, che sentivamo la musica nei mangiadischi sui 45 giri <br />vinile (non nell'Ipod) e adesso se ne vedi uno in un negozio di modernariato <br />tuo figlio ti chiede cos'è.<br />-     Noi, che al cinema usciva un cartone animato ogni 10 anni e <br />vedevi sempre gli stessi tre o quattro e solo di Disney.<br />-     Noi, che non avevamo cellulari (c'erano le cabine SIP per <br />telefonare) e nessuno poteva rintracciarci, ma tanto eravamo sicuri anche ai <br />giardinetti.<br />-     Noi, che giocavamo a pallone in mezzo alla strada con l'unico <br />obbligo di rientrare prima del tramonto.<br />-     Noi, che trascorrevamo ore a costruirci carretti per <br />lanciarci poi senza freni, finendo inevitabilmente in fossi e cespugli.<br />-     Noi, che ci sbucciavamo il ginocchio, ci mettevamo il mercuro<br />cromo, e più era rosso più eri fico.<br />-     Noi, che giocavamo con sassi e legni, palline e carte.<br />-     Noi, che le barzellette erano Pierino, il fantasma formaggino <br />o c'è un francese-un tedesco-un italiano.<br />-     Noi, che c'era la Polaroid e aspettavi che si vedesse la foto.<br />-     Noi, che la Barbie aveva le gambe rigide.<br />-     Noi, che il 1° Novembre era 'Ognissanti', mica Halloween.<br />-     Noi, che l'unica merendina era il Buondì Motta con i chicchi <br />di zucchero sopra la glassa.<br />-     Noi, che il Raider faceva concorrenza al Mars.<br />-     Noi, che a scuola le caramelle costavano 5 lire.<br />-     Noi, che si suonava la pianola Bontempi.<br />-     Noi, che la Ferrari era Lauda e Alboreto, la McLaren Prost , <br />la Williams Mansell , la Lotus Senna e Piquet e la Benetton Nannini e la Tyrrel <br />a 6 ruote!<br />-     Noi, che la penitenza era 'dire-fare-baciare-lettera-testamento'.<br />-     Noi, che ci emozionavamo per un bacio su una guancia.<br />-     Noi, che il Ciao e il Boxer si accendevano pedalando.<br />-     Noi, che nei mercatini dell'antiquariato troviamo i <br />giocattoli di quando eravamo piccoli e diciamo "guarda! te lo ricordi?" e poi sentiamo <br />un nodo in gola.<br />-     Noi, che siamo ancora qui e certe cose le abbiamo dimenticate <br />e sorridiamo quando ce le ricordiamo.<br />-     Noi, che vivevamo negli anni di piombo, ed abbiamo visto  le<br />lotte sociali e di classe. <br />-     Noi, che votavamo per i partiti della 1° Repubblica: DC, PCI<br />PRI, PLI, PSI, PSDI , e non per 70 diversi gruppi dai nomi fantasiosi.<br />-     Noi, che abbiamo trovato lavoro tutti e subito.<br /><br />Noi, che siamo stati tutte queste cose e tanto altro ancora.<br /><br />Questa è la nostra storia.<br /><br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Stai come vuoi a Roma]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=196"><![CDATA[Stai come vuoi. Manuale di equilibrio emotivo.<br />Giovedì 24 febbraio 2011 – ore 19.30<br />Libreria Assaggi: Via degli etruschi, 4  - San Lorenzo - Roma <br /><br />“La più grande scoperta della nostra generazione consiste nella facoltà che ha l’individuo di trasformare la propria vita cambiando i pensieri. Perché i nostri pensieri determinano il nostro destino”. <br />(William James, filosofo e psicologo statunitense, vissuto fra il 1842 e il 1910).<br /><br />L’idea che sta alla base di questo libro è tutta nel suo titolo:  “Stai come vuoi”. <br />Se provi soddisfazione per come ti stanno andando le cose, indipendentemente dal giudizio che gli altri possono esprimere, se ti senti quasi sempre in pace con te stesso, vuol dire che hai già trovato il tuo equilibrio e non hai bisogno d’altro. <br />Insomma, stai bene così come stai. <br /><br />Quando invece questo equilibrio si rompe, avverti una sensazione di disagio o di inadeguatezza, non sai come affrontare le sfide che ti si presentano ogni giorno, ti senti vittima degli accadimenti. <br /><br />Ogni capitolo ruota intorno a una parola chiave, che rappresenta una tappa all’interno di un percorso alla “ricerca dell’equilibrio perduto”. L’obiettivo è acquisire maggiore consapevolezza, per passare direttamente all’azione. Non c’è nulla di meglio che agire per avere successo ed essere finalmente in grado di gestire i propri  stati d’animo. <br /><br />Puoi stare come vuoi tu, piuttosto che come vogliono gli altri o come sembra ti sia imposto dalle tue vicende personali. <br /><br />I temi che l’autore affronta hanno a che fare con la libertà. Siamo liberi, o crediamo di esserlo, ma spesso non ci rendiamo conto delle catene che noi stessi ci costruiamo quando non siamo in grado di controllare le nostre stesse emozioni. <br /><br />Questo libro è un aiuto per  imparare a decidere e a mettere in atto i comportamenti più adatti, in funzione degli eventi  che li hanno determinati. <br /><br />E’  una lettura consigliata a tutti quelli che intendono gestire meglio la relazione con se stessi e con gli altri. Con la sua semplicità e chiarezza questo è un libro che potrebbe diventare il miglior amico di ognuno di noi. E’ scritto infatti, con magistrale bravura, da un grande comunicatore, che utilizza le tecniche che descrive, per poter arrivare a tutti. L'autore non si mette in cattedra per insegnarci qualcosa, ma ci parla come un amico e ci dà dei consigli per capire appieno l'importanza e i significati dei piccoli gesti che possono realmente cambiarci la vita.<br /><br /><br />Claudio Maffei<br />Stai come vuoi. Manuale di equilibrio emotivo<br />Editore Falzea – pagine 207 – Euro 14.50<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Quattro accordi]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=195"><![CDATA[Ieri mi sono ascoltato l’audio libro “The Four Agreements” di Don Miguel Ruiz. Conoscevo i principi di base e non so perché ho messo il cd nell’autoradio. Negli USA è un testo famoso che aiuta a ritrovare serenità ed amore nella propria vita.<br /><br />Di fatto parla di quattro accordi o impegni che se presi e soprattutto rispettati portano a comportarsi in modo diverso. Sembrano facili ma di fatto è difficilissimo vivere nel rispetto di questi quattro accordi.<br /><br />I Quattro Accordi sono:<br /><br />1. Sii impeccabile con la tua Parola.<br /><br />Parla con integrità. Di solo quello che vuoi dire. Evita di usare la parola per parlare contro gli altri o te stesso. Usa il potere delle tue parole solo per verità e amore.<br /><br />2. Non prendere nulla Personalmente.<br /><br />Nessuno fa nulla contro di te, tu non c’entri. Ciò che gli altri dicono e fanno è una proiezione della loro realtà, delle loro allucinazioni o il loro sogno. Quando sei immune dalle opinioni e dalle azioni degli altri, non sarai più vittima di emozioni inutili.<br /><br />3. Evita di arrivare a giudizi affrettati o di dare per scontato le cose.<br /><br />Trova il coraggio di porre domande e di esprimere ciò che vuoi veramente. Comunica con gli altri nel modo più chiaro possibile per evitare malintesi, pregiudizi, drammi inutili. Anche solo con questo accordo puoi trasformare completamente la tua vita.<br /><br />4. Fai sempre del tuo meglio in qualsiasi situazione.<br /><br />Il tuo meglio cambierà di volta in volta, ovviamente sarà diverso nei giorni in cui stai male dai giorni in cui ti senti in forma. Comunque vada in qualsiasi momento se dai tutto te stesso sarai sempre parte della soluzione ed eviterai di rimpiangere di aver perso la possibilità di essere utile.<br /><br />Conosco molte persone che dopo aver letto il libro sono gasati e iniziano pensando di poter finalmente cambiare la loro vita.<br /><br />Spesso sottovalutano la difficoltà di vivere ogni giorno e ogni momento nel rispetto dei quattro accordi.<br /><br />L’autore sostiene che il problema nasce dagli “accordi” precedenti. Cioè i condizionamenti che abbiamo imparato nella nostra vita grazie ai premi e alle punizioni ricevuti dai nostri genitori, insegnanti, capi… Abbiamo imparato a vivere in funzione delle regole altrui e seguire le nostre diventa difficile.<br /><br />Ecco la sfida, sospendere le abitudini condizionate dal tempo e dalle persone ai noi care per scegliere un nuovo modo di vivere. Significa pensare prima di parlare, oppure evitare di trarre conclusioni affrettate e automatiche. Significa fare tanta fatica e rischiare di essere delusi dagli altri.<br /><br />È sicuramente più semplice prendersela personalmente, pensare che gli altri sono cattivi o ce l’hanno con te. Il giudizio è ovunque e prendere un impegno a seguire i quattro accordi non è una magia che risolve tutto immediatamente, anzi, è una sfida difficile che io perdo continuamente.<br /><br />È difficile perché bisogna andare contro vecchie abitudini.<br /><br />Dicevo che è una sfida che perdo continuamente ma in realtà non la perdo. Il solo impegnarsi a seguire questi quattro accordi (o intenzioni) porta a far risalire alla tua attenzione vecchi processi, magari non tuoi, che tolgono qualità alla tua vita.<br /><br />La consapevolezza è il primo passo verso l’eccellenza, accorgerti che fai qualcosa che non va serve a far funzionare meglio le cose<br /><br />Se vuoi liberarti devi conoscere quali sono le tue sbarre. Poi una volta distrutte puoi costruirne di nuove che a differenza delle precedenti sono tue. Per me essere libero significa avere la capacità di scegliere in cosa credere, chiudersi consapevolmente in quel carcere sapendo che hai le chiavi perché è la tua prigione.<br /><br />Claudio Belotti  <a href="http://claudiobelotti.wordpress.com/2011/02/" target="_blank">http://claudiobelotti.wordpress.com/2011/02/</a> ]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Riparare il frullatore, camminare.  Manuale di ecologia quotidiana]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=194"><![CDATA[Pensieri forti, consigli semplici, legati alla vita di tutti i giorni. Nel suo ultimo libro («Basta poco», Einaudi) anche il giornalista-scrittore Antonio Galdo parte dalla constatazione che «la crisi ci costringe a cambiare». Ma come? E con quali consapevolezze? Ritorno alla manualità. Secondo il filosofo Remo Bodei dopo l' ubriacatura del consumismo è importante tornare a dare un senso alle cose. Come? Semplice, ribellandosi alla frase preferita dagli addetti dei negozi di elettrodomestici quando chiedi loro di riparare il frullatore: «Se lo scordi, le conviene comprarlo nuovo». «E' questa la logica che ha portato le famiglie americane ai 10 mila dollari di indebitamento - osserva Galdo -. E' ora di imparare a recuperare gli oggetti. E non solo per risparmiare. Anche per vivere meglio. Dare senso alle cose che ci stanno intorno significa dare più senso alla propria vita». Mobilità sana. Una passeggiata ci salverà (smog permettendo). Ovvio che il primo ostacolo da rimuovere per chi vuole adottare uno stile di vita «eco» è l' automobile. La macchina come la concepiamo oggi è destinata a breve a passare dalle strade ai musei. In attesa dell' auto elettrica, non resta che inforcare la bici. O, ancora meglio, camminare. «Questa volta gli americani possono essere d' esempio - segnala Galdo -. A Manhattan quasi l' 80% degli abitanti non usa più l' automobile. Tutti camminano. Noi invece ci muoviamo solo al volante. Basta attraversare il parco di villa Borghese, a Roma, in un giorno feriale. Deserto. E pensare che è il più grande parco urbano d' Europa». Recuperare gli avanzi. A qualcuno torneranno in mente i libricini con cui, in tempo di guerra, si insegnava alle massaie a ingegnarsi e recuperare i cibi avanzati. Sarebbe il caso di recuperarli. «L' alimentazione deve essere biologica per valorizzare il lavoro di chi coltiva senza danneggiare l' ambiente», dice Galdo. Certo, questo comporta una spesa aggiuntiva. Che si può recuperare utilizzando fino all' ultima briciola. E poi meno acqua minerale: «Siamo i terzi consumatori al mondo di naturale e frizzante in bottiglia, secondi solo a Messico e Arabia Saudita: non sarà un po' eccessivo?». Meno quantità, più qualità La globalizzazione è nei fatti. Di certo il sistema economico che si imporrà su tutto il globo terracqueo non potrà essere quello che distingue ora il mondo occidentale: non sarebbe sostenibile per il pianeta. «Bisogna costringere le aziende a farsi carico del cambiamento - incita Galdo -. Bisogna uscire tutti da una logica che ci ha spinto a consumare sempre di più per imparare a scegliere la qualità al posto della quantità. D' altra parte non è il Pil il miglior parametro per misurare la felicità!<br />Rita Querzè - Corsera]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Le metafore nella comunicazione ]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=193"><![CDATA[Le metafore nella comunicazione <br />Oltre all’approccio logico nella comunicazione è possibile usarne un altro che mira direttamente all’emisfero destro: la metafora. Molto usata nell'ambito della PNL (Programmazione Neurolinguistica), permette di: inglobare più mappe e creare i presupposti per nuove connessioni. Grazie alla metafora è possibile superare i limiti del linguaggio logico e ponendoci ad un meta-livello. Una buona metafora può condurre gli individui a rendersi consapevoli di legami a cui non avevano pensato rendendosi parte attiva di un processo di apprendimento creativo. Con questo strumento è possibile creare stati diversi:  curiosità,  motivazione o fiducia. Il racconto, se è vago, permette alle persone di accedere ed utilizzare le proprie risorse. <br />Sin da piccoli abbiamo sentito storie: Cappuccetto Rosso, Biancaneve, Cenerentola, Re Artù e tante altre. Alcune ci hanno insegnato a non fidarci degli sconosciuti, altre che il bene vince sul male, altre ancora ci hanno mostrato la lealtà. La potenza delle storie è che sono molto più efficaci di un discorso lungo e strutturato. Ad esempio, per far comprendere in aula il potere delle convinzioni potrei fare mezza giornata di docenza spiegando come si formano, perché influenzano i nostri comportamenti e come sono strutturate fisicamente a livello neurologico. Alla fine della lezione, probabilmente, i miei allievi avranno capito la nozione di “convinzione” ma non posso essere sicuro che la abbiano appresa ad un livello più profondo. Per raggiungere questo scopo, prima della lezione, potrei leggere una breve storia:   <br />C’era una volta un generale che doveva fronteggiare un esercito 10 volte più numeroso del suo. Sapeva che i suoi soldati potevano farcela perché erano più addestrati ma non ne erano convinti. Durante la marcia si fermò in un tempio: “entro nel tempio a meditare, quando uscirò lancerò una moneta: se esce testa vinceremo, se esce croce perderemo”. Quando uscì dal tempio lanciò la moneta e venne testa. I suoi uomini erano così entusiasti che non vedevano l’ora di iniziare la battaglia. Alla fine vinsero. “Nessuno può sconfiggere il destino” disse un subalterno al suo generale. “E’ proprio vero” rispose il generale mostrando una moneta con la testa su entrambe le facce. (storia tratta da “101 storie Zen”)  <br />Questa storiella spiega in pochi passi il potere delle convinzioni andando al di là della comunicazione meramente logica.  In PNL le metafore sono uno strumento di comunicazione molto importante per aiutare il cliente a recuperare risorse e a renderlo consapevole di strategie che possono collegarlo con il risultato desiderato. Inoltre, la loro applicazione è molto efficace in aula: spesso si raccontano storielle divertenti (anche relative a situazioni passate) che aiutano nell’apprendimento.  Esaminiamo alcuni passi importanti per la costruzione delle metafore:   <br />1) Buona formazione: la metafora deve avere un obiettivo raggiungibile. Non è possibile costruire racconti che abbiano risultati che non seguono le regole della buona formazione.   <br />2) Isomorfismo: gli individui descritti devono essere equivalenti (isomorfi). Ad esempio se si desidera rappresentare una situazione famigliare in una metafora che narra di un’avventura in mare. Padre: comandante; Madre: ufficiale in seconda; Figlio: mozzo.  <br />3) Risultato: può dipendere da intuizioni personali ma il più delle volte il cliente sa quel’è la soluzione giusta per lui. Purtroppo gli manca l’anello di congiunzione per arrivarci. Dato che è nel problema, non riesce a vedere la situazione da un punto di vista più ampio, risultato che si riesce a raggiungere grazie alla metafora. Per ottenere il risultato è fondamentale la strategia di collegamento. Non si può semplicemente saltare dal problema alla soluzione.   <br />Oltre alle storie, nel linguaggio comune, si usa una comunicazione metaforica che tende ad essere molto più incisiva rispetto ad argomentazioni logiche. Ad esempio, il capo di un team aziendale potrebbe dire: “La nostra squadra non ha difesa, tu e Giorgio dovete marcare a uomo quelli della ditta X”. Si tratta di metafore calcistiche che, soprattutto in Italia, hanno una forte presa.  <br />Un’ultima avvertenza: le metafore generalmente non si commentano mai dopo averle raccontate proprio perché mirano alla parte profonda e non a quella logica. Infatti, se la parte logica viene informata (spiegando dettagliatamente il significato del racconto) si corre il rischio che sia troppo reattiva ritardando o bloccando il risultato desiderato. <br />Vincenzo Fanelli <br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Intervista a Tom Peters]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=192"><![CDATA[Definire Tom Peters non è cosa facile. Famoso per le sue idee rivoluzionarie è senza dubbio, uno dei principali esperti di management a livello internazionale.<br />Per il Los Angeles Times, è il padre dell’azienda post-moderna. <br />I suoi libri hanno segnato la storia del pensiero imprenditoriale dagli anni Ottanta in poi.<br />Qual è la domanda che le fanno più spesso?<br />Tom Peters: Ovunque vada, quelli che vorrebbero essere imprenditori mi chiedono come fare per creare una piccola azienda. E io rispondo: Comprate una grande azienda e aspettate. È solo questione di tempo. Le grandi aziende non funzionano più. Fra dieci anni forse, le imprese italiane suggeriranno alle business school un nuovo modello di organizzazione. Negli anni Cinquanta, si diceva che l’America andava come andava la General Motors. Oggi, mi auguro che le cose non<br />stiano ancora così. La General Motors non solo fa automobili costose, ma fa pessime automobili che sono anche costose.<br />Secondo lei da cosa dipende?<br />Dipende dalla testa. La General Motors è gestita da un contabile. I contabili sono importanti, ma devono fare il loro lavoro. Non si può promuovere un Cfo a Ceo.<br />Alla ricerca dell’eccellenza è un libro che ha segnato più di una generazione di manager in tutto il mondo. Lei sente questa responsabilità?<br />Io sono responsabile solo di me stesso e delle mie azioni. Alla ricerca dell’eccellenza è un libro che ha avuto molto successo, ma è un libro stupido che dice cose ovvie. Spesso mi pagano per dire cose ovvie. Non so come ho fatto a scrivere più di duecento pagine per dire che le persone sono importanti. Ricordo che quando presentavo il libro e dicevo che le persone erano importanti non riuscivo a credere che ci fossero manager pronti a scrivere sui loro blocchi “le-persone-sono-importanti…”<br />Sta scherzando, vero?<br />E' chiaro che sto esagerando. Però confesso una cosa, sto esagerando solo un po’.<br />Che cosa conta?<br />Tutto si riduce al carattere, lo abbiamo visto in America con il fiasco della Enron.<br />Qualche manager mi scuserà, però il carattere non è un business plan…<br />Crede ai cambiamenti?<br />È più facile uccidere un’organizzazione che cambiarla. Credo ai cambiamenti quando nascono dall’interno e non quando sono imposti dall’alto. In questo caso non daranno mai buoni risultati<br />come la maggior parte delle fusioni tra imprese.<br />L’America però è la terra delle grandi fusioni…<br />Le fusioni tra aziende sono come una nuova biologia. Come si può pensare di accoppiare due dinosauri e aspettarsi degli enormi risultati? Se un elefante ingoia una zanzara è più facile che cambi il metabolismo della zanzara piuttosto che quello dell’elefante.<br />Qual è la vera forza del cambiamento?<br />C’è una sola fonte di innovazione, le persone arrabbiate.<br />Che cosa manca nelle aziende?<br />Sono un americano e metto insieme ciò che trovo nel mondo reale. Nelle aziende si parla troppo e non si fa abbastanza.<br />Ho scoperto che per capire quello che succede in una città di cui non si conosce la lingua bisogna chiedere al tassista. Quanti Ceo conosce che vanno in giro in taxi?<br />Dobbiamo competere con la Cina e l’India. Per farlo non possiamo misurarci sullo stesso terreno del costo del lavoro, ma sulla capacità di trasformare i sogni in realtà.<br />Gli accordi commerciali non salveranno l’Italia o gli Stati Uniti dalla concorrenza globale.<br />Il suo mercante di sogni preferito?<br />La nuova IBM.<br />C’è una parola nel linguaggio dell’economia che proprio non sopporta?<br />Odio la parola marketing. Esistono centinaia di corsi di marketing in salse varie e, mi ci gioco una mano, neppure un corso di vendite. Le vendite non sono abbastanza sofisticate per le business<br />school. Io ho 64 anni e vendo le mie idee, non faccio marketing.<br />L’altra parola che odio è motivazione. Esiste solo una persona in grado di motivarci e siamo noi stessi.<br />Esiste una formula vincente per resistere nel mercato?<br />Non ci sono trucchi. Bisogna lavorare sodo. L’essenza del successo è alzarsi presto e andare a letto tardi. Chi ha da obiettare qualcosa può fare come i francesi e non lavorare affatto. Solo i francesi<br />pensano alle 35 ore per essere competitivi. L’eccellenza è un concetto pratico non uno slogan pubblicitario.<br />La migliore definizione di eccellenza?<br />Non l’ho trovata in un libro di economia. E’ del regista Robert Altman che descrive il ruolo del regista. Il ruolo del regista è quello di creare uno spazio dove l’attore può diventare di più di quanto sognasse essere. E’ una definizione che si adatta benissimo al mondo del management. Nel 90% delle volte, invece, quello che chiamano management è come rendere complicate cose che in partenza sono semplici…<br />Che cosa è il management?<br />Il management è un’arte e non può essere trasformato in una scienza.<br />Chi cerca di farlo commette un grave errore. Google è un esempio.<br />Vivo nella Silicon Valley da trentacinque anni e ho visto sviluppare modelli di management da parte di persone che lo praticano e non lo teorizzano.<br />La cosa più stupida che ha visto fare in azienda?<br />Tante che neppure le ricordo. Se esistesse l’Oscar della stupidità però lo darei al presidente dell’Unilever. L’ottantacinque per cento dei loro prodotti sono venduti alle donne e nel loro top management non c’è neppure una donna. Lo trovo stupido visto che nei prossimi vent’anni il potere sarà proprio nelle mani delle donne.<br />Che cosa è il business?<br />Il business nella sua espressione migliore è un buon servizio.<br />Cosa la colpisce in un manager?<br />Il sorriso. Nulla è più contagioso dell’entusiasmo.<br />Come si fa per cambiare?<br />Bisogna iniziare. Comprare uno specchio per 10 dollari e guardarsi dentro può essere un buon inizio. Troppi manager hanno perso di vista il senso dell’azione rapida, l’importanza del servizio al cliente, l’innovazione reale e il fatto che nulla di tutto ciò è possibile senza la partecipazione di tutte le funzioni aziendali.<br />Che cosa la scoraggia?<br />La mancanza di idee. Nella vita delle grandi aziende va scomparendo quello che le ha rese grandi, l’innovazione. Secondo uno studio della National Science Foundation le piccole imprese producono<br />quattro volte più innovazione per unità monetaria investita in ricerca e sviluppo delle imprese di medie dimensioni e ventiquattro volte più delle grandi. Questo dimostra che i soldi non assicurano il futuro.<br />La complessità nelle grandi organizzazioni è ineluttabile?<br />Solo nelle aziende gestite male. La storia delle aziende ben gestite ci insegna proprio il contrario.<br />Qual è la prima cosa che le viene in mente quando sente parlare di Made in Italy?<br />Penso a quanto mi è costata la cravatta che indosso.<br />( Fonte Data Manager Online)<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Lettera a mio figlio sulla felicità]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=191"><![CDATA[Altro bellissimo libro letto durante le feste. Lettera a mio figlio sulla felicità di Sergio Bambarén.<br />Qui di seguito qualche frase che mi ha particolarmente colpito.<br />Il segreto di un’esistenza felice e realizzata dipende dalla direzione che si sceglie.<br /><br />E la chiave, figlio mio, è imboccare la tua strada, nessun’altra, solo quella che ti detta direttamente il cuore.<br /><br />Ascolta sempre la voce del cuore, Daniel: sarà lui a dirti chi sei.<br /><br />La vita è breve… Perdona in fretta, bacia lentamente, ama davvero, ridi sempre di gusto… E non pentirti mai di qualsiasi cosa ti abbia fatto sorridere, oppure piangere.<br /><br />Se cadi, rialzati, affronta le avversità e trova sempre il coraggio di proseguire. Fai della tua esistenza qualcosa di spettacolare.<br /><br />La sola battaglia che non puoi vincere è quella che non vuoi combattere.<br /><br />Se ti fidi dei tuoi istinti e accetti la vita così com’è, un giorno sarai in grado di trovare la pace non solo nei momenti più felici, ma anche nelle occasioni in cui il gioco si fa duro. Perchè il segreto è semplice: è tutto nella nostra testa, la realtà è una condizione mentale, null’altro.<br /><br />Abbandona il tuo guscio di certezze, esci dal coro: parti, va’ lontano. Abbatti tutte le pareti che hai innalzato intorno a te. Sii libero, lascia che il tuo spirito voli verso il tuo destino.<br /><br />Posso confidarti un segreto? Non importa quanti anni vivrai, ma come li vivrai. Dai valore al tuo tempo. Se in futuro, per esempio, ti troverai a percorrere giorno dopo giorno il tragitto casa-ufficio al volante di un’auto, con gli occhi incollati sulla distesa d’asfalto di fronte a te, trova ogni tanto il coraggio di spezzare la routine e ritagliati un istante per goderti le piccole meraviglie della Natura: soffermati ad ammirare un tramonto, stupisciti davanti al volo di un colibrì…<br /><br />Vivere in pace, figlio mio, è rispettare le opinioni altrui e dare molto, molto di più di quanto si prende.<br /><br />Puoi sentirti vecchio pur essendo soltanto un ragazzino se non vivi un giorno per volta, se smetti di sognare, se vendi il tuo spirito in cambio del conforto della sicurezza.<br /><br />Un’ultima cosa prima di concludere questa lettera: cerca sempre di scoprire il mondo con i tuoi occhi, e non attraverso quelli degli altri. Solo così potrai trovare la verità.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[La vita 2.0]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=190"><![CDATA[La vita 2.0<br /><br /><br /><br /><br />Una vita migliore, con meno preoccupazioni materiali e - “in una parola“- più felice, è possibile: e questo libro ha la pretesa di spiegare come. <br />Quanti tra di noi, arrivati in punto di morte, vorrebbero aver passato più tempo in ufficio? Lo scopo del lavoro è quello di liberare il tempo e quindi di permetterci di dedicarci a compiti più importanti e significativi. <br />Oggi, anche grazie alla tecnologia, tutti possiamo farlo: se lo faremo o no dipende solo da noi, dal grado di libertà  che decideremo di assegnare alle nostre proprie vite. <br />Questo volume pratico e diretto intende portare al lettore un messaggio di speranza: la consapevolezza che una vita più semplice, più piena e più ricca di significato, svuotata da preoccupazioni inutili e soprattutto non ricolma di lavoro fino all'orlo è alla nostra portata. Sta a noi darci l'autorizzazione a vivere secondo le condizioni che avremo deciso per noi stessi.<br /><br />Ho letto questo libro nei giorni di festa e l’ho trovato molto simpatico e ricco di spunti. Lo definirei un fratello di “Stai come vuoi”. E’ incredibile come le persone, seguendo percorsi differenti, spesso giungano alle medesime conclusioni.<br /><br />E’ reperibile sul sito dell’autore  <a href="http://giannidavico.it/brainfood/ " target="_blank">http://giannidavico.it/brainfood/ </a>  ]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[L'equilibrio emotivo]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=189"><![CDATA[Mark Twain era famoso per le sue sfuriate e, soprattutto, per le<br />lettere di fuoco che scriveva quando si arrabbiava. Una volta se la<br />prese con un correttore di bozze che, secondo lui, voleva migliorare<br />la sua ortografia e la sua punteggiatura.<br />Scrisse allora all’editore le seguenti parole: “Sistemate la faccenda<br />come da copia allegata e controllate che il correttore di bozze<br />si tenga i suoi suggerimenti ben riposti dentro quel cervellino da<br />gallina che si ritrova”.<br />Costui, che si chiami Mark Twain o Mario Rossi, poco conta, ha<br />usato il modo più deleterio che esista per trattare con gli altri.<br />Quando ricevete una lettera che vi fa andare in bestia, la cosa<br />m i g l i o re è chiuderla in un cassetto e tirarla fuori una settimana<br />dopo.<br />Troppe persone perdono le staffe, fanno sfuriate che hanno sì<br />il risultato di far sbollire la rabbia, ma feriscono gli altri e peggiorano<br />i nostri rapporti, quindi la nostra vita.<br />Ci siamo alzati col mal di testa, abbiamo preso una multa e<br />anche messo un piede su una cacca di cane, beh, che colpa ne<br />hanno i nostri colleghi? Per quale ragione dobbiamo far pagare<br />agli altri questo nostro malumore?<br />La calma è la virtù dei forti e, oserei dire, anche dei vincenti.<br />Ma ci vuole carattere e autocontrollo per capire gli altri, perdonare<br />i loro errori, trattarli sempre in modo pacato, perché migliorare<br />il clima significa migliorare i risultati.<br />Ricordiamoci che le persone non sono governate dalla logica,<br />ma dalle passioni e che le nostre sfuriate non faranno che generare<br />odio nei nostri confronti.<br />Generare odio negli altri, spesso, è un piacere. Perverso, ma lo<br />è. Generare risultati, invece, è importante per tutti!<br /><br />Il miglior momento per tenere a freno la lingua<br />è quando senti che devi dire qualcosa per non scoppiare.<br />Josh Billings<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Quel che il Censis non fotografa ]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=188"><![CDATA[<br />Puntuale come la nebbia in Val Padana, è arrivato il Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese. Lo scorso anno ci strabiliava con l’inaudita rivelazione che gli Italiani preferiscono i social network alla lettura dei classici. Da giorni aspettavo trepidante il Rapporto 2010 e ipotizzavo su quali clamorose novità avrebbe svelato. Ed eccolo qui, fondamentale, acuto, pieno di spunti inediti.<br /><br />Siamo descritti come un Paese appiattito, dall’economia fragile che stenta a ripartire, con un inconscio collettivo sganciato dalle leggi e non più animato dal desiderio. Con cinismo ci viene detto che «anche se ripartisse la marcia dello sviluppo, la nostra società non avrebbe lo spessore adeguato alle sfide che dobbiamo affrontare». Veniamo definiti come «una società pericolosamente segnata dal vuoto», vittime del nichilismo dell’indifferenza generalizzata.<br /><br />Senza bisogno di analisi statistiche, io avrei aggiunto alla fotografia italica appariscenza e inefficienza, diffidenza e incoscienza, prepotenza e incoerenza, ignoranza e arroganza, viltà e meschinità, assistenzialismo e assenteismo, consumismo e post-comunismo, vittimismo e lassismo, individualismo e parassitismo. Insomma, tutto il rimario della decadenza.<br /><br />Ci hanno fotografati, senza chiederci di metterci in posa. Non hanno usato alcun marchingegno per correggere le rughe. Quelle che ci deturpano il volto in misura maggiore rispetto allo scorso anno. Ci consoliamo nel vedere che i parenti sono invecchiati più di noi. Ma nessuno ci dice perché risultiamo, chi più chi meno, così sgraziati all’occhio dell’analisi. Privati dell’indagine sulle cause, è ancora più arduo immaginare soluzioni per risollevarci dal disfacimento che tende alla necrosi. E se tutto il tragico quadretto viene imputato al calo del desiderio, si può reclamare che qualcuno ci prescriva la dose di Viagra necessaria alla cura. Ma, per ora, nessuno risponde.<br /><br />Al Censis e a tutto il sociologiume del piagnisteo chiederei di spostare lo sguardo su altre, più potenti fotografie. Forse meno nitide, ma ugualmente reali. Avremmo potuto percepire atti d’amore, sogni inespressi, lacrime di gioia, parole sussurrate, lampi d’intelligenza, sguardi d’intesa. La vita che non riesce a tradursi in numeri è più esplosiva delle brutture che rapporti e media continuano a rovesciarci addosso.<br />Basta. Torno a fare l’albero di Natale con chi amo. Alla faccia del Censis.<br />Mina-La Stampa di ieri.<br />Grande Mina!!! Condivido in pieno.<br /> <br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Stai come vuoi]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=187"><![CDATA[E’ uscito il mio nuovo libro!<br /><br />Stai come vuoi. Manuale di equilibrio emotivo.<br /><br />Se si prova soddisfazione per come stanno andando le cose, indipendentemente dal giudizio che gli altri possono esprimere, se ci si sente quasi sempre in pace con se stessi, vuol dire che si è già trovato il proprio equilibrio e non si ha bisogno d’altro. Insomma, si sta bene così come si sta. Questo libro parla soprattutto di libertà. Siamo liberi, o crediamo di esserlo, ma spesso non ci rendiamo conto delle cosiddette “catene dei liberi”, che ci imprigionano per la nostra incapacità di gestire le emozioni. È arrivato allora il momento di prendere in mano la nostra vita, assumendoci totalmente la responsabilità delle nostre scelte. È il momento di liberarci dalle catene che noi stessi ci siamo inflitti. Soprattutto ci troviamo a dover decidere. Decidere significa troncare col passato, dare un taglio netto alle nostre paure, a tutti i tentennamenti che troppo spesso ci hanno causato sofferenze inutili. Soprattutto, possiamo decidere di non farci più influenzare da nessuno, tanto meno dal nostro sabotatore interno: il nostro inconscio. <br /><br />C’è una vita,<br />dentro ognuno di noi,<br />che non è mai la vita che stiamo vivendo,<br />è una specie di sogno,<br />di desiderio.<br />In quella vita tutti noi siamo forti, coraggiosi, determinati.<br />Ma la riteniamo irraggiungibile,<br />ed è un errore!<br />Perché quella vita è dietro una porta,<br />che possiamo aprire con le giuste chiavi,<br />e farla così diventare,<br />la nostra vera vita!<br /><br />I periodi di stress possono essere provocati da cambiamenti drastici e a volte improvvisi: un divorzio, un licenziamento, un eccessivo carico di lavoro, difficoltà economiche, rapporti difficili. Inoltre, al di là degli eventi esterni, alcuni di noi potrebbero avere la tendenza a soffrire di disturbi quali l’ansia, la depressione e atteggiamenti autolesionistici. <br />Tuttavia una tale tendenza, benché radicata, non è scritta nel nostro DNA, quindi è modificabile. Come? Imparando a gestire i propri stati d’animo. La nostra sofferenza emotiva molto spesso non è dovuta ad un’azione diretta della realtà su di noi, ma a una sua interpretazione distorta, da cui nascono le convinzioni sbagliate che erroneamente la nostra mente genera. <br />È possibile quindi ridurre la propria sofferenza emotiva, imparando a modificare quei pensieri e quelle parole che tanto influenzano i nostri stati d’animo<br />Uno dei principi fondamentali su cui si basa questo libro è il seguente: la nostra sofferenza emotiva molto spesso non è dovuta ad un’azione diretta della realtà su di noi, ma a una sua interpretazione distorta, da cui nascono le convinzioni sbagliate che erroneamente la nostra mente genera. Quando prestiamo ascolto ai nostri pensieri, piuttosto che a ciò che è oggettivamente vero, siamo vittime dello squilibrio emozionale che chiamiamo dolore e quello che è peggio, è che finiamo per accettarlo come parte inevitabile della nostra vita. E’ possibile quindi ridurre la propria sofferenza emotiva, imparando a modificare quei pensieri, quelle emozioni e quei comportamenti che hanno creato quei disturbi. <br />Affidando il controllo della nostra vita agli altri, alle consuetudini, al “dovrei”, al “si deve” non si costruisce nulla se non il perpetrarsi di pregiudizi e cose scontate. Se vuoi che la tua vita abbia un senso, se ti va di lasciare una traccia del tuo passaggio, o se vuoi semplicemente godere del tempo che ti è dato, lascia la gabbia che qualcuno ha preparato per te e, semplicemente, VIVI! <br />Stai come vuoi.<br />Il manuale di istruzioni che avrebbero dovuto consegnarti il giorno della tua nascita!<br />Lo trovi  <a href="http://www.emozionidaleggere.it/scheda.asp?id_a=2050" target="_blank">qui</a> .]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Il paese con l'esse davanti]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=186"><![CDATA[Giovannino Perdigiorno era un grande viaggiatore. Viaggia e viaggia, capitò nel paese con l'esse davanti.<br />- Ma che razza di paese è? - domandò a un cittadino che prendeva il fresco sotto un albero.<br />Il cittadino, per tutta risposta, cavò di tasca un temperino e lo mostrò bene aperto sul palmo della mano.<br />- Vede questo?<br />- E' un temperino.<br />- Tutto sbagliato. Invece è uno «stemperino», cioè un temperino con l'esse davanti. Serve a far ricrescere le matite, quando sono consumate, ed è molto utile nelle scuole.<br />- Magnifico, - disse Giovannino. - E poi?<br />- Poi abbiamo lo «staccapanni».<br />- Vorrà dire l'attaccapanni.<br />- L'attaccapanni serve a ben poco, se non avete il cappotto da attaccarci. Col nostro «staccapanni» è tutto diverso. Lì non bisogna attaccarci niente, c'è già tutto attaccato. Se avete bisogno di un cappotto andate lì e lo staccate. Chi ha bisogno di una giacca, non deve mica andare a comprarla: passa dallo staccapanni e la stacca. C'è lo staccapanni d'estate e quello d'inverno, quello per uomo e quello per signora. Così si risparmiano tanti soldi.<br />- Una vera bellezza. E poi?<br />- Poi abbiamo la macchina «sfotografica», che invece di fare le fotografie fa le caricature, così si ride. Poi abbiamo lo «scannone».<br />- Brrr, che paura.<br />- Tutt'altro. Lo «scannone» è il contrario del cannone, e serve per disfare la guerra.<br />- E come funziona?<br />- E' facilissimo, può adoperarlo anche un bambino. Se c'è la guerra, suoniamo la stromba, spariamo lo scannone e la guerra è subito disfatta.<br />Che meraviglia il paese con l'esse davanti.<br />Gianni Rodari<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Una nuova medicina delle emozioni]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=185"><![CDATA[“Ogni vita e' unica, ogni vita e' difficile. Spesso cosi' difficile che ci troviamo a invidiare quella altrui: vorremmo avere la bellezza di Marylin Monroe, o il talento Marguerite Duras e l'esistenza avventurosa di Hemingway. Certo, in quel caso non avremmo piu' i nostri problemi, ma ne avremmo altri: i loro!<br />Marylin Monroe, la donna piu' sexy, piu' famosa e piu' libera, desiderata persino dal Presidente degli Stati Uniti, annega la propria disperazione nell'alcool e muore per overdose di barbiturici. <br />Kurt Corbain, il cantante dei Nirvana, diventato dall'oggi al domani una star mondiale, si uccide prima di raggiungere i trent'anni. Suicida muore anche Hemingway, al quale ne' il Premio Nobel ne' la vita straordinariamente intensa hanno potuto risparmiare una profonda sensazione di vuoto esistenziale. E Marguerite Duras, intelligente, capace di suscitare grandi emozioni, adulata dai suoi amanti, si e' distrutta con l'alcol. A rendere l'esistenza piu' facile non sono ne' il genio, ne' la gloria, ne' il potere, ne' il denaro, ne' l'adorazione delle donne o degli uomini.<br />Eppure esistono persone veramente felici. Quasi sempre il sentimento che le accomuna e' che la vita sia prodiga di doni. Sanno apprezzare chi le circonda e i piu' piccoli piaceri quotidiani: il cibo, la serenita' della natura, la bellezza della citta' in cui vivono. Amano creare e costruire, si tratti di oggetti, di progetti o di relazioni interpersonali, non appartengono a nessuna setta o religione particolare e si incontrano in tutto il mondo. Alcune sono ricche, altre no; alcune sono sposate, altre vivono sole; alcune possiedono un talento particolare, altre sono assolutamente comuni. Tutte, indistintamente, hanno pero' conosciuto sconfitte, delusioni, momenti difficili, perche' nessuno vi sfugge. Ma, nell'insieme sembra che sappiano affrontare gli ostacoli meglio di altri; si direbbe che abbiano un'inclinazione a rimettersi in piedi di fronte alle avversita' e a dare un senso alla propria esistenza, come se intrattenessero un rapporto piu' intimo con se stessi, con gli altri e con la vita che hanno scelto. <br />Perche' queste persone sono cosi'? Dopo vent'anni passati a studiare e praticare la medicina, soprattutto nelle grandi universita' occidentali ma anche al fianco di medici tibetani o sciamani amerindi, ho scoperto alcuni segreti per essere felici che si sono rilevati utili per i miei pazienti e per me stesso, Con mia grande sorpresa, pero', non li ho appresi nel corso degli studi universitari: infatti non si tratta ne' di farmaci, ne' di psicanalisi.”<br />Henri Poincare', La scienza e l'ipotesi<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[I problemi non possono essere risolti allo stesso livello di pensiero ]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=184"><![CDATA[I problemi non possono essere risolti allo stesso livello di pensiero che li ha generati: Albert Einstein<br /> <br />Ogni volta che sentiamo il desiderio di fare o ottenere qualcosa che sappiamo essere giusto e migliore per noi e, contemporaneamente un'altra nostra parte interviene limitando questo nostro desiderio che ci spinge verso qualcosa, ecco che ci troviamo nel bel mezzo di un conflitto interno: lo scontro tra la nostra parte che ci spinge a elevarci e quella che tende a non farci ottenere ciò che desideriamo ed è meglio per noi e per la nostra felicità. E bene sapere che sono quattro gli elementi che generano i nostri conflitti interni:<br />Convinzioni limitanti, ossia permettiamo alle nostre convinzioni di condizionare le nostre scelte dicendoci ciò che si può/non si può, si deve/non si deve, è giusto/sbagliato fare. La mente inizia così a limitare le nostre aspirazioni e a creare dubbi, grandi generatori di conflitti.<br />Abitudini comportamentali, ossia privilegiare il "come ho sempre fatto" rispetto al "come vorrei fare". Frenando il coraggio e la forza di cambiare.<br />Esperienze negative o traumatiche. Le esperienze che ci hanno provocato dolore vengono registrate dall'inconscio e possono trasformarsi in vere e proprie ancore che andranno a creare meccanismi di reazione automatici i quali, sebbene indesiderati, influenzeranno la nostra capacità di azione. Quindi potremmo voler fare una certa cosa, ma non riuscire perchè emotivamente e fisicamente ci blocchiamo a causa di queste neuroassociazioni negative.<br />Pensieri dicotomici. La nostra mente crea spesso delle dicotomie, contrapponendo il bianco al nero senza tener conto di tutte le sfumature di grigio che stanno tra i due. Una scelta, quando è tra due sole opzioni e quindi, inevitabilmente, decidere per una equivale a rinunciare all'altra, si tramuta in un dilemma.<br />(una scelta è veramente tale quando ci sono almeno tre opzioni. E, se la cerchi bene, la terza opzione la trovi sempre!)<br />Quando diamo spazio a uno o più di questi elementi, iniziamo a dare il via ai nostri conflitti interni, a quella sgradevole sensazione di una parte di noi che vuole andare in una direzione e un'altra che spinge in direzione opposta. Sensazione che spesso finiamo per somatizzare: generalmente è colpita la zona del diaframma, che si contrae generando dolori all'addome e alla schiena e, soprattutto, limitando la respirazione che diventa via via sempre meno profonda, nel tentativo appunto di bloccare le tensioni interne accumulate, frustrando le relazioni e le emozioni.  <br />(Nelle discipline che insegnano a utilizzare tecniche di respirazione per gestire meglio le proprie emozioni e il rapporto con se stessi si dice spesso che il respiro rappresenta l'espansione dell'anima: più si amplifica il respiro più l'anima si espande e si rinforza, mentre la contrazione dei polmoni rappresenta la paura.)<br /> <br />Come uscire dai conflitti interni?<br />Come fare per ascoltare veramente il cuore e muoverci in direzione di ciò che è meglio per noi? Uno dei più grandi geni della storia, Albert Einstein, disse: "I problemi non possono essere risolti allo stesso livello di pensiero che li ha generati"<br />Ossia se abbiamo un problema del quale non riusciamo a trovare la soluzione, continuare a utilizzare gli stessi schemi di pensiero che si sono rilevati insufficienti a questo scopo, non potrà mai sbloccare la situazione. Per uscire dal problema è necessario vedere qualcosa che ancora non abbiamo esplorato, evolvendo il nostro pensiero da un livello nel quale non è in grado di risolvere il problema a uno più alto nel quale è in grado di comprenderne la soluzione. Se vogliamo uscire da un conflitto interno dobbiamo spostare il nostro punto di vista a un livello di pensiero più alto, pensare cioè come penseremmo se quel problema non fosse per noi tale, se avessimo la mentalità, le convinzioni, la consapevolezza di chi non vivrebbe mai, in nessun modo, quel tipo di conflitto. Quello che Einstein ci suggerisce è di spostare il focus e per farlo possiamo aiutarci attraverso le domande. Una buona domanda che sposti il nostro focus efficacemente, permettendoci di uscire da un conflitto interno osservandolo da un livello di pensiero diverso da quello che ha generato il problema, potrebbe essere: "Se fossi un individuo più evoluto, a un livello di pensiero più alto, senza le mie attuali paure e limitazioni. cosa farei in questa situazione"? Cosa riterrei più giusto fare per me adesso?"<br />L'efficacia di questa domanda è straordinaria!<br />(Ricorda che non sempre ciò che è più giusto corrisponde a ciò che è più piacevole a breve termine, ma è sempre la scelta migliore per noi sul lungo termine<br /><br />Roberto Re]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Il DNA non ti fa intelligente]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=183"><![CDATA["La passione per la musica è nel DNA della mia famiglia. Invece il tuo DNA trasmette ai tuoi figli l’abilità matematica". Non è vero. Noi dal DNA ereditiamo i caratteri somatici (ma non quelli modificati da impatti ambientali o da esercizio fisico). Non dipende dal nostro DNA l’inclinazione per matematica, fisica, lingue straniere, informatica o studi superiori. I nostri figli possono eccellere in qualunque campo intellettuale, anche se noi non siamo tanto brillanti e non siamo riusciti a studiare. L'intelligenza non è ereditaria, ma è tratta dall'ambiente e dall'esperienza. Si dimostra facilmente. La nostra materia grigia contiene 1000 miliardi di neuroni che si scambiano segnali attraverso le sinapsi. Ogni neurone, in media, è collegato con migliaia di sinapsi. Il cervello umano, dunque, dispone di molti milioni di miliardi di elementi. Al confronto il nostro genoma è milioni di volte più semplice: non può specificare il progetto del cervello. Siamo noi stessi a costruire le diramazioni e la struttura del nostro cervello. Infatti produce più sinapsi il cervello di chi ha più esperienze, vive in ambienti più stimolanti, fa più cose. Dunque sono acquisiti e non innati i nostri bernoccoli, le cose per cui siamo "portati".<br /><br />Non è vero, poi, che il numero dei neuroni nel nostro cervello a partire dall’età matura può solo calare perchè molti ne muoiono e non se ne producono di nuovi. Era un concetto comunemente accettato fino a circa 10 anni fa. Poi Peter Eriksson e altri constatarono che sia il numero delle sinapsi, sia quello dei neuroni cresce nel cervello anche adulto e perfino in persone affette dal morbo di Alzheimer. Le immagini del cervello ottenute con la risonanza magnetica mostrano che un’intensa attività cognitiva scatena nelle aree coinvolte un aumento del numero di neuroni e di sinapsi. Questi processi avvengono anche in età avanzata. Elkhonon Goldberg, professore di neurologia all’Università di New York, ha creato palestre cognitive in cui anziani si impegnano a risolvere problemi verbali, numerici, grafici da lui ideati. In conseguenza sono più motivati: conservano e aumentano la loro abilità mentale.. L’esercizio cognitivo conserva le funzioni mentali degli anziani perfino se presentano sintomi neuropatologici di demenza senile. Il paradosso di Goldberg è: "Il tuo cervello invecchia, ma la tua mente può diventare più forte."<br /><br />Roberto Vacca<br /><br />]]></content>
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		<title><![CDATA[Vi consiglio di leggere!]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=182"><![CDATA[Mi è capitato tra le mani qualche mese fa uno di quei libri, di quelle storie autentiche che non ha prezzo: ” La forza dentro” di Max Calderan.<br />Max è entrato nella storia per aver realizzato imprese estreme nel deserto dell’Arabia Saudita. Personalmente stimo moltissimo Max!<br />Calderan scrive: “Pochi se ne accorgono, ancora meno lo capiscono. E’ il Grande Inganno, la truffa più colossale mai orchestrata, che ci vede tutti coinvolti e che continua a perpetrarsi silente, subendola incuneatasi così profondamente nei nostri cervelli da essersi fusa con il nostro DNA, dando origine ad ibridi pensieri, azioni e figli; sovvertendo completamente le leggi di Dio o per chi non crede, le leggi di un origine che, comunque la vogliate girare, è comune a tutti. Impedire il risveglio delle coscienze è il vero obiettivo del Grande inganno”.<br />Parole forti che picchiano duro allo stomaco e non possono non far riflettere….<br />Parole ancora più forti quelle di Stuart Wilde da Il Sesto senso:  “La nostra società teledipendente ostacola la capacità immaginativa. La maggior parte delle gente è terribilmente ottusa. Acquiescenza sconfinata,discorsi futili, sempre le stesse cose, e tutto quel machismo, quella violenza e quelle porcherie in tivù…tutto questo vanifica il potere delle persone rendendole paurose, apatiche e facilmente manovrabili. Su questo pianeta ci sono individui davvero molto strani, motivati dal denaro e dal potere. Cercano di controllare e di adescare la gente comune in castrandola con debiti e droga, oltre che desensibilizzandola, controllando sottilmente la loro mente….”<br />Siamo stati programmati da qualche manipolo di “insensati” ad essere in uno stato di coma permanente. Siamo nella confusione più totale, viviamo un misto di paura, malessere, confusione, inconscienza.. Non mettiamo più impegno in quello che veramente conta, portiamo avanti delle battaglie insensate e dimentichiamo quello che fa la differenza.<br />UN DATO CHOC: VENDITE DEI MEDICINALI IN ITALIA + 60% NEGLI ULTIMI DIECI ANNI. <br />Questo è il frutto della paura e dello stress. Ci ammaliamo, ci stiamo ammalando.<br />Come dice Anthony De Mello: “stiamo perennemente in uno stato di sonno” ed io aggiungo di malattia. Siamo ipnotizzati collettivamente.<br />Altre parole di Max Calderan: “le nostre giornate oggi assecondano le regole commerciali imposte dalle esigenze commerciali del Pianeta“.<br />Pensa un attimo alla tua giornata. Rifletti su come è scandita, ti senti padrone dei tuoi ritmi? Hai tempo libero? Ti senti libero di scegliere? I nostri ritmi, i nostri orari, le nostre abitudini vanno contro tutte le leggi naturali. Ci hanno programmati per essere spremuti come limoni e per spendere quel poco tempo libero che abbiamo a rincoglionirci davanti alla televisione ed immersi nei Centri Commerciali. Oggi cerchiamo il tempo libero come fosse l’aria, siamo disposti a pagare qualsiasi cifra per avere tempo libero. Come sottolinea Calderan la necessità di spendere nasce dalla insoddisfazione derivante dal lavoro, dalle relazioni, dalla vita…<br />Impieghiamo ore per spostarci da una parte all’altra delle città per poi arrivar in un posto di lavoro a svolgere attività che non ci vedono affatto coinvolti, oppure peggio che ci mobbizzano o ci stressano fino a farci venire un esaurimento nervoso. E poi arriviamo a casa di sera e siamo esausti e non riusciamo neanche ad avere uno straccio di comunicazione con i famigliari. E poi nel week-end tutti fuori a fare la gita dopo ore ed ore di traffico per poi rimetterci in marcia la domenica e rifarsi le ore di traffico! Oppure ci chiudiamo nei centri commerciali, luoghi della follia collettiva, a comprare tutto quello che non ci serve, per placare la nostra ansia…spendendo quello che ci rimane di quei quattro soldi rimasti dopo aver pagato bollette, mutui, rate delle rate.<br />Questa è una follia collettiva! Siamo diventati degli automi<br />L’altro giorno ho passato mezz’ ora ad un incrocio a studiare i comportamenti degli automobilisti. Facce tesissime, bocca schiumosa, frenate compulsive, improperi, urla, desiderio di passare a tutti i costi sopra tutto e tutti.<br />Un vero delirio e siamo ancora a settembre… le ferie sono dietro l’angolo ma non bastano.<br />Questo meccanismo non può funzionare ancora, è completamente insensato per noi..<br />Siamo il frutto come dice Gregg Braden di secoli di attestati di impotenza. Ci hanno fatto credere che il nostro potere personale è tutto qui, scandito da queste giornate insensate alla ricerca del benessere materiale e poi? Noi dove siamo? Tu dove sei? Le cose che più contano per te? La tua libertà dove è finita?<br />Luigi Miano<br />www.quasifacile.com<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Non esiste la sfiga!]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=181"><![CDATA["Secondo l'Antico Testamento - recita oggi la pubblicità di Eataly il giorno di venerdì 17 febbraio iniziò il Diluvio Universale. Non esiste la sfiga. A ciascuno di noi capitano mediamente il 50% di eventi negativi e il 50% di eventi positivi. C'è chi ricorda di più e racconta i primi e chi invece memorizza e si vanta dei secondi. Questi ultimi sono i cosiddetti fortunati. La gente sta più volentieri con loro, apprezza maggiormente la loro compagnia. In generale sono persone più felici, che vivono meglio. Ma se invece - conclude il manifesto - veramente pensate che esista la "sfiga" e, ancor più, che esistano accadimenti che la generino, oggi venerdì 17 avete un motivo in più per venire da Eataly, luogo fortunato che esorcizza la "sfiga".<br />Mi è piaciuta questa pubblicità. Tanto da dedicargli questo post. Fatto assolutamente eccezionale!<br /> <br /> ]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[FaceBook pratica la censura?]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=180"><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo<br /><br />L’Art Directors Club Italiano vuole portare all’attenzione della Stampa un episodio di grave censura accaduto nei giorni scorsi e che riguarda direttamente il Past President ADCI (e Hall of Fame) Pasquale Barbella.<br /><br />Da quasi un anno, Pasquale Barbella aveva dato vita a una interessantissima “pagina” sul social network FaceBook, dal nome ADVERTOWN, alla quale avevano aderito centinaia di professionisti della comunicazione, studenti, intellettuali, giornalisti, amici e curiosi. I contenuti, caricati sia dall’autore che dagli iscritti, riguardavano soprattutto campagne pubblicitarie famose, un archivio che è andato crescendo diventanto una vera biblioteca storica della Comunicazione e un luogo di cultura unico.<br /><br />Nei giorni scorsi, a seguito di una sola e generica segnalazione da parte di un utente di FaceBook – non motivata da argomenti circostanziati – la pagina è stata rimossa e con essa tutto il suo patrimonio di memoria, commenti, scambio di idee e informazioni sulla storia della pubblicità.<br /><br />Gli scopi statutari della nostra associazione sono quelli di migliorare gli standard della creatività nel campo della comunicazione e delle discipline ad essa collegate, nonché di promuovere la consapevolezza dell'importanza di questi standard all'interno della comunità aziendale, istituzionale e del pubblico in genere, in Italia e all'estero. Proprio per questo,  riteniamo che l’opera svolta da Pasquale Barbella e dagli utenti e collaboratori di ADVERTOWN sia meritoria e perfettamente allineata ai nostri obiettivi. Pertanto l’ADCI intende sollevare il problema e portarlo all’attenzione dell’opinione pubblica, perché oramai troppi sono i dettagli di questi episodi che lasciano pensare a una deriva di stampo oscurantista da parte di chi gestisce questi nuovi strumenti di interazione, scambio o più precisamente “libera conversazione” tra le persone.<br /><br />È infatti di dominio pubblico che altri inspiegabili episodi come questo sono accaduti sul più popolare social network attualmente esistente e che “normalmente” FaceBook applica degli automatismi che lasciano perlomeno perplessi.<br /><br />Alla luce anche di questi altri episodi abbiamo ritenuto di non poter far finta di nulla, attivandoci attraverso diversi canali affinché questa vicenda sia risolta.<br /><br />Attendiamo che da FaceBook arrivino al più presto precisazioni e chiarimenti su chi e perché si sia ritenuto danneggiato – chiarimenti richiesti più volte e da più parti, ma finora disattesi – in quanto l’autore si è già reso disponibile a rimuovere quei contenuti (finora mai precisati) che danneggerebbero qualcuno, ma soprattutto chiediamo che ADVERTOWN sia al più presto riattivata.<br /><br /> <br /><br />Marco Cremona – Presidente Art Directors Club Italiano <br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Le coincidenze – Deepak Chopra]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=179"><![CDATA[Come ormai ben sappiamo, focalizzare la propria attenzione sulle coincidenze ci aiuta ad aumentarne la frequenza, e applicando l’intenzione riusciamo anche a comprenderne il significato.<br /><br />Le coincidenze diventano così tracce che ci rivelano la volontà dell’universo, mostrandoci la sua sincronicità e consentendoci di approfittare delle infinite opportunità offerte dalla vita. Noi siamo però bombardati in continuazione da un flusso ininterrotto di informazioni: come possiamo scegliere quelle su cui vale la pena di soffermarsi? Come possiamo evitare di cercare un significato preciso in ogni tazza di tè che beviamo, in tutti gli spot pubblicitari che ci passano davanti agli occhi o nelle occhiate degli sconosciuti che incrociamo per strada? E, al tempo stesso, c’è un metodo per evitare di lasciarsi sfuggire le opportunità più valide?<br />Non esistono risposte facili a questi interrogativi.<br /><br />Per imparare a vivere il sincrodestino bisogna prima di tutto diventare uno strumento sensibile al proprio ambiente. Chiudete ora gli occhi e cercate di percepire tutto ciò che vi circonda. Quali suoni sentite? Che cosa annusate, toccate o assaporate in questo preciso istante? Concentratevi sui vostri sensi, uno dopo l’altro, e diventatene pienamente consapevoli.<br /><br />Se non avete mai eseguito prima d’ora questo esercizio, con ogni probabilità vi siete persi alcuni di questi stimoli, non perchè fossero deboli, ma solo perchè siamo così abituati alla loro presenza da non notarli più.<br />Che cosa avete percepito? Qual era la temperatura? C’era una brezza leggera o l’aria era immobile? Quali parti del vostro corpo erano in contatto con la sedia su cui eravate seduti? Avete avvertito più pressione sulla parte inferiore delle vostre cosce o su quella della schiena? A proposito di rumori: la maggior parte di noi sente l’abbaiare lontano di un cane o le grida di bambini che giocano nella stanza accanto, ma che mi dite del soffio dell’aria nel forno acceso o della folata che esce dal condizionatore?<br />Sentite il vostro respiro, il gorgoglio del vostro stomaco o il rumore sordo del traffico?<br />Coloro che sono sensibili agli eventi e agli stimoli che li circondano lo sono anche nei confronti delle coincidenze inviate dall’universo, che non arrivano sempre con la posta elettronica o su uno schermo televisivo.<br />Almeno una volta al giorno concentratevi per un paio di minuti su uno solo dei vostri cinque sensi e concedete a voi stessi di notare il maggior numero possibile di aspetti attraverso cui si manifesta.<br /><br />In un primo momento questo compito potrebbe risultarvi difficoltoso, ma ben presto ci riuscirete con estrema naturalezza. Se avete l’impressione che possano in qualche modo distrarvi, escludete gli altri sensi dalla vostra percezione. Provate per esempio ad assaggiare pietanze differenti tenendo il naso tappato e gli occhi chiusi, focalizzandovi sulla struttura del cibo senza lasciarvi distrarre dal suo aspetto o dall’aroma.<br />Le stimolazioni più forti e insolite attirano immancabilmente la nostra attenzione. Tutto ciò che ci circonda di solito merita invece un’occhiata più attenta e approfondita.<br /><br />Quando una coincidenza si presenta, chiedetevi sempre quale messaggio contiene. Non avete alcun bisogno di arrovellarvi per trovare risposte, che affiorano da sole come un’illuminazione improvvisa.<br />Basta prestare attenzione agli incontri più o meno casuali, alle circostanze che vi capitano.<br />A chi desidera andare a fondo della questione vorrei suggerire il processo della ricapitolazione: bisogna assumere la posizione dell’osservatore della propria vita e dei propri sogni, e subito connessioni, temi, immagini e coincidenze diventano più chiari. Poichè il nostro legame con l’anima universale è reso molto più evidente dall’attività onirica, questo procedimento ci consente di accedere a un nuovo livello di consapevolezza.<br /><br />Alla sera, prima di addormentarvi, mettetevi seduti e immaginate di assistere alla visione di tutto ciò che vi è accaduto durante il giorno, e che viene ora proiettato sullo schermo della vostra coscienza. Considerate la vostra giornata come un film, e osservate voi stessi via via mentre vi svegliate al mattino, vi lavate i denti, fate colazione, andate a lavoro, sbrigate i vostri affari, tornate a casa, cenate …. in pratica rivedete tutti i gesti che avete compiuto.<br />Non dovete analizzare, valutare o formulare giudizi: limitatevi ad assistere allo spettacolo. E’ incredibile il numero di particolari che appaiono durante la proiezione della giornata, e che fino a quel momento non sono stati percepiti in maniera consapevole. Guardate le varie scene che si susseguono, e concedetevi l’opportunità di visionare con obiettività il vostro atteggiamento. Potreste così accorgervi di aver compiuto un gesto di cui siete orgogliosi oppure che vi mette in imbarazzo, ma lo scopo di tutto ciò non è dare giudizi, bensì raccogliere intuizioni circa il comportamento del protagonista, cioè il vostro sè.<br /><br />Al vostro risveglio al mattino non dovrete far altro che riassumere la notte, così come avete fatto con la vostra giornata. Oltre a essere proiezioni della nostra coscienza, i sogni sono anche il modo in cui interpretiamo il sentiero della nostra vita. La meccanica del sogno e di ciò che ci accade nella cosiddetta realtà sono le stesse proiezioni dell’anima. Noi siamo semplici testimoni.<br /><br />Pian piano cominciamo dunque a vedere correlazioni, immagini che si ripetono sia nei sogni sia nella vita quotidiana. E un numero più elevato di coincidenze ci fornisce una quantità maggiore di indizi. Iniziamo così a sperimentare più opportunità, e aumenta la dose di “fortuna” su cui possiamo fare affidamento. Le tracce ci forniscono la direzione che la nostra esistenza deve prendere. Grazie al processo di ricapitolazione noi individuiamo modelli ricorrenti, e sveliamo passo dopo passo il mistero della vita.<br /><br />Tale processo è particolarmente utile quando si vogliono abbandonare certe abitudini negative.<br />Ogni giorno mettetevi seduti, immobili e in silenzio, per almeno cinque minuti e rivolgete alla vostra attenzione e al vostro cuore queste domande:<br />Chi sono io? Che cosa voglio per la mia vita? Che cosa desidero oggi dalla mia esistenza? Lasciatevi poi andare e consentite alla vostra tranquilla voce interiore, cioè al flusso della vostra coscienza, di fornire le risposte. Fatelo ogni giorno, e rimarrete sbalorditi dal modo in cui le situazioni, le circostanze, gli eventi e le persone si organizzeranno intorno alle risposte stesse. E’ così che inizia il sincrodestino.<br /><br />Le coincidenze – Deepak Chopra<br />]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Dal Corriere di ieri; massima diffusione]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=178"><![CDATA[Caro Silvio, ecco che farei se fossi ministro per le imprese<br /><br />Caro Presidente Berlusconi, Le scrivo perchè Lei è il Ministro dello Sviluppo Economico della Repubblica Italiana. Io sono uno scrittore che per quindici anni ha fatto l' imprenditore nel lanificio di famiglia, a Prato, e se è impossibile paragonare le nostre responsabilità, le nostre competenze, le nostre idee, so bene cosa farei se fossi al suo posto. Se fossi Ministro dello Sviluppo Economico, penserei solo a trovare un lavoro alle figlie e ai figli degli italiani, che oggi escono dalle scuole tecniche, dai licei, dalle università e cominciano a passare da un vuoto lavoro temporaneo all' altro, senza mai imparare un mestiere, rincorrendo i loro giorni in un grigio presente infinito nel quale la parola futuro non ha più senso, se non per spaventare. Se fossi Ministro dello Sviluppo Economico, comincerei a dire che l' Italia ha bisogno di nuove aziende. Aziende che assumano invece di licenziare. Aziende che ricordino la cruda lezione del declino del manifatturiero e siano capaci di superarla e sublimarla. Aziende che producano prodotti che non si possano fabbricare a prezzo più basso in Cina o in India. Aziende senza neanche una macchina, che vendano idee ed esistano solo su Internet. Migliaia e migliaia di aziende piccole e furbe e libere ancora tutte da inventare, che riescano a vendere prodotti che ancora non esistono e che io e lei faremmo fatica a capire. Aziende che possono essere create solo da quelle ragazze e quei ragazzi meritevoli che nemmeno le nostre scuole sono riuscite a fiaccare - magari dalle figlie e dai figli dei licenziati, dei cassintegrati, dei disoccupati: dai migliori di quella generazione dimenticata che oggi state consegnando a un futuro di inevitabile decadenza. S' io fossi Ministro dello Sviluppo Economico non direi che per aiutare la nascita di nuove aziende basta eliminare tutti i vincoli burocratici alla loro creazione, e non nominerei nemmeno il federalismo fiscale, che con lo sviluppo economico c' entra come il culo con le quarant' ore. E lascerei perdere l' idea balzana di cambiare l' articolo 41 della Costituzione. S' io fossi Ministro dello Sviluppo Economico direi, invece, che l' unico modo per far nascere queste aziende è metter loro a disposizione il capitale, poiché oggi il sistema è bloccato, e nè le famiglie nè le banche possono o vogliono rischiare il loro denaro su nuove aziende capitanate da chi oggi ha meno di trent' anni. Prenda il telefono e chiami il direttore di una filiale di una qualsiasi banca. Si presenti come il signor Beruschi, chieda di poter ottenere un prestito per far iniziare una nuova attività a suo figlio neolaureato, e poi cronometri quanti secondi passano prima che il direttore della banca, nel migliore dei casi, le chieda quale immobile vorrebbe dare in garanzia. Se io fossi Ministro dello Sviluppo Economico e Presidente del Consiglio com' è lei, andrei in televisione a reti unificate e ricorderei agli italiani, alle banche, all' Europa che un debito non è quel marchio d' infamia che par essere diventato oggi, ma il patto antichissimo tra chi ha i soldi e chi sa lavorare, il necessario compagno di viaggio di ogni impresa e d' ogni persona. Direi che la vita stessa è un processo d' indebitamento, poichè si cresce indebitandosi (di sapere, d' esperienze, d' amore, di soldi) con i genitori per poi restituire il nostro debito facendo credito delle stesse preziosissime cose ai nostri figli. Annuncerei che dar lavoro alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi diventa da subito la massima priorità dello stato, e che tutto il resto passa in secondo piano - prime tra tutte le dannate infrastrutture, visto il branco di lupi che vi si aduna intorno ogni volta che ne mettete in cantiere una. Se io fossi Ministro dello Sviluppo Economico farei una chiamata. Inviterei chiunque abbia meno di trent' anni e un' idea imprenditoriale a venire a esporla, perché le migliori verranno finanziate. I soldi li prenderei dai quei 95 miliardi di euro rimpatriati con lo scudo fiscale. Chiederei a quelle signore e a quei signori il moderatissimo sacrificio di pagare un altro 1%, oltre al 5% che hanno già versato per riportare i loro soldi in Italia. Non crede che con 950 milioni di euro si potrebbe fare molto, per i nostri figli? E non sarebbe una cosa profondamente giusta e morale, Presidente, usare proprio quei soldi bigi per far ridiventare artefici del proprio destino le nostre ragazze e i nostri ragazzi, invece di tagliare ogni sogno delle loro vite e condannarli a un' esistenza precaria? Diventerebbe la meritoria, necessaria, lungimirante apertura di credito che la sua generazione, la più ricca di sempre, farebbe a quella dei trentenni, che invece rischiano d' essere i primi italiani da secoli ad andare a star peggio dei loro padri. Se fossi Lei, Presidente, riprenderei in mano il potere unico e superiore della politica: quello di cambiare le cose, di dare speranza, di investire sul futuro delle generazioni più giovani con un grande atto di fiducia nella nostra gente - inclusi, certo, tutti quegli immigrati che sono venuti in Italia per lavorare e rispettare la legge, dai quali son convinto verrebbe una caterva di nuove idee imprenditoriali. Mi comporterei come un padre di famiglia. Troverei il coraggio di concedere fiducia a chi ancora non ha dimostrato di meritarla. Sarei generoso. Darei il buon esempio, per una volta, maledizione. Edoardo Nesi <br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Lo stress]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=177"><![CDATA[Il malessere contro cui l'individuo e la società debbono combattere<br /><br />"La vita sul nostro pianeta e il suo sviluppo sono profondamente legati al quantum di eccitazioni sensoriali e motorie necessarie per vivere: è l'eccesso di queste eccitazioni che causa sofferenza, sconforto e malattia, ma non bisogna dimenticare che lo stress è anche vita". <br />Fenomeno quanto mai universale, lo stress costituisce il malessere contro cui l'individuo e la società debbono combattere. Lo stress colpisce sul luogo di lavoro, nel traffico cittadino, al rientro delle vacanze, persino quando si va a fare shopping! Ma cos'è lo stress? <br />Il termine stress, utilizzato già nell'Inghilterra del 1700, viene introdotto in Medicina e in Psicologia da W.B.Cannon; H. Selye ne ha dato una definizione univoca asserendo che "lo stress è la risposta non specifica dell'organismo ad ogni richiesta effettuata ad esso" (H. Seyle, 1976). Significativi per la definizione di stress sono gli studi condotti dallo stesso Selye sugli animali da laboratorio: iniettando degli agenti nocivi nei loro organismi, l'autore ne studiò gli effetti biochimici e morfologici. <br />I cambiamenti osservati, indicati con il termine General Adaptation Syndrome (Sindrome Generale di Adattamento), consistono in processi fisiologici che interessano la via nervosa ed endocrina. Gli agenti stressanti, detti anche stressor, indicano invece i fattori esterni o interni che inducono l'organismo all'adattamento. Questi fattori possono essere di natura biologica e fisica (alimentazione, inquinamento, rumore, temperatura), psicologica e sociale (separazioni coniugali, lutti, cambiamenti delle condizioni di vita lavorativa). <br />Attualmente sono soprattutto i fattori psico-sociali ad avere un forte incidenza nello sviluppo di situazioni di stress. La vita frenetica che l'individuo conduce, soprattutto in funzione dei ritmi di lavoro, spesso si accompagna all'aumento di disturbi psicosomatici e all'utilizzo sempre frequente di tranquillanti. I sintomi dello stress coinvolgono sia la dimensione fisica che quella psichica. Angoscia, insonnia, fatica, mal di testa, crisi di pianto, apatia, senso di frustrazione: ogni individuo percepisce in modo più o meno consapevole gli effetti provocati dallo stress. <br />Una situazione stressante viene dunque vissuta da in modo diverso dalle persone, a seconda di come sia percepita, pensata, analizzata. Frequente è l'attribuzione dello stato di malessere dell'individuo allo stress, soprattutto quando non si è in grado di identificarne le cause. E molteplici sono le strategie possibili per fronteggiare lo stress. La scelta dei metodi è comunque strettamente correlata alle capacità di reazione e di analisi dell'individuo. <br />In ogni caso, per affrontare lo stress in modo efficace, è indispensabile imparare a riconoscerlo e, soprattutto, individuare il problema che genera lo stress: ritmi pressanti sul lavoro ovvero disagi di relazione o altro. Del pari determinante è parlare del proprio disagio, chiudersi in se stessi non fa che cronicizzare lo stress. <br />Particolarmente utile è parlarne con il proprio medico di base che potrà valutare il livello di stress e indirizzare verso le strategie di risoluzione più adeguate. La gamma delle tecniche atte a fronteggiare lo stress è ampia, e comprende esercizi di rilassamento del corpo (es. lo yoga), metodi di rilassamento mentale (es. la meditazione), percorsi psicoterapici finalizzati a favorire la presa di coscienza fisica e psichica del corpo. <br />Non sempre i comportamenti adottati dall'individuo per contrastare lo stress sono efficaci: si pensi a coloro che, per rilassarsi, ricorrono a sigarette o ad alcool, senza rendersi conto che questi comportamenti potranno, a lungo andare, creare problemi di altra natura. Insomma, molto si può fare per gestire lo stress, anche se il sistema di contrasto più proficuo rimane pur sempre la prevenzione. Ma non è forse vero che lo stress è anche vita?<br />Isabella Corradini <br />Fonte: http://canali.libero.it ]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Ecco perche' ci arrabbiamo]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=176"><![CDATA[I consigli su come controllare l'ira <br />Vecchi, giovani, uomini, e anche animali, tutti gli esseri umani ed a quattro zampe molto spesso si incavolano. Un meccanismo psichico comune ad ogni eta', che nasconde ansie e sofferenze, ma che quando si e' bambini e' ben piu' difficile da decodificare, capire, raccontare e quindi gestire.<br /><br />''L'ira e' una delle emozioni piu' comuni'' sottolinea ''Focus Junior'', il periodico scientifico dedicato ai piu' piccoli che, nel numero di giugno, dedica un intero capitolo alla rabbia, per spiegarla ai bambini e aiutarli a farne i conti senza far danno. A se' stessi prima di tutto.<br /><br />Attraverso le ricerche ed i commenti di due psicologhe, l'inglese Margot Sunderland e l'italiana Giuliana Proietti, l'inchiesta porta per mano i ragazzi a familiarizzare e riconoscere le situazioni e gli stati d'animo che portano alla rabbia, dal senso dell'ingiustizia alla solitudine, dalla gelosia all'invidia, sentimenti spesso repressi ma che il corpo racconta comunque. Ma che cos' e' che fa ribollire dentro un fuoco che sembra davvero cosi' difficile da contenere? ''La rabbia piu' tosta -spiega il giornale- viene quando offendono i nostri sentimenti''. Ma non solo. Anche il senso di ''ingiustizia'' o una mancata ''ricompensa'' possono portare un bambino, ma anche un adulto, a sentire dentro come una bomba ad orologeria, pronta a scoppiare.<br /><br />''L'attacco di rabbia -spiega il periodico scientifico- e' spesso la conseguenza di un piacere negato, un gioco, per esempio, o di una mancata ricompensa che ti aspettavi di avere e che ti hanno 'soffiato'. E la stessa cosa puo' accadere quando, invece che cibi e giocattoli, la ricompensa riguarda i nostri affetti''. Margot Sunderland, una psicologa inglese che ha studiato molto questo argomento, nel servizio fa l'esempio di Tom ''che ha il cuore spezzato perche' la sua mamma e' incantata dal fratellino appena nato e guarda meno lui che, a quel punto, inizia a diventare sempre piu' aggressivo''.<br /><br />''Anche quando l'amore verso un'altra persona, un genitore o un amico, e il conseguente bisogno di stare con lei non viene appagato, infatti, -sottolinea Sunderland- puo' nascere una rabbia ancora piu' difficile da controllare e che puo' portare a comportamenti violenti, come spaccare le cose e picchiare o agire comportamenti devianti''. Che fare?<br /><br />''Parlatene'' e' il suggerimento avanzato ai giovani lettori incavolati. ''Anche stare molto tempo da soli, soprattutto quando non e' una libera scelta, -avverte il giornale- puo' far aumentare rabbia e aggressivita'''. Ed in questi casi, secondo la psicologa Giuliana Proietti, la prima cosa da fare ''e' sforzarsi di capire cosa sta succedendo e parlarne con qualcuno di cui si ha fiducia''. Dunque: sfogarsi. ''Se non vengono le parole, -spiega ancora la psicologa- si puo' anche provare a mettere fuori cio' che si prova con dei disegni o qualche altra attivita', come una bella corsa o uno sport faticoso''. <br /><br />E se proprio l'ira straripa e non si riesce a contenerla, ''per evitare di far male a qualcun altro, -afferma la psicologa- meglio prendere a pugni un cuscino, accanirsi su un tamburo o qualcos'altro che produca rumore e provare a fare dei bei respironi profondi per rilassarsi''. ''Si' perche', contrariamente all'incredibile Hulk, magari potete anche diventare verdi di rabbia, ma non avrete alcun superpotere in piu' se iniziate a spaccare tutto'' avverte l'esperta.<br /><br />Se le parole non escono, il corpo invece parla eccome. Dal cervello ai pugni chiusi ogni gesto, postura o tic rivelano l'ira che cova dentro. ''Tutto parte dal cervello e, in particolare, -dice ancora Proietti- da un organo che e' un po' il nostro sistema di allarme di fronte a eventuali pericoli esterni: l'amigdala e ne esiste una per ognuno dei 2 lati del cervello''. ''Di fronte a qualcosa che sentiamo come una minaccia fisica o psicologica, -prosegue- l'amigdala si attiva e predispone il nostro corpo a fuggire, se prevale la paura, oppure a difendersi e attaccare, se prevale la rabbia''. Il risultato e' che ''il battito del cuore, la sudorazione e la temperatura del corpo aumentano, la faccia si trasforma e diventa rossa, i muscoli iniziano a stringersi, si serrano i pugni, ci si irrigidisce. E a volte -conclude la psicologa Proietti- si arriva anche a tremare''.<br /><br />Fonte: http://www.telefree.it<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Auguri Francesco! Settant'anni ben portati.]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=175"><![CDATA[Che la vita può essere anche dolore Francesco Guccini lo capì una mattina del ’44, quando i suoi compagni di giochi con la divisa e le stellette abbandonarono Pàvana, sull’Appennino tosco-emiliano, lasciandolo senza bubble-gum e senza cioccolate Hershey. Era un bimbo di quattro anni. <br /><br />Per lui, nato il 14 giugno del 1940 appena quattro giorni dopo la fatidica «ora delle decisioni irrevocabili», quegli uomini coi nomi da divi della Fox erano stati i primi compagni di un cammino che libri e fantasia avrebbero spinto spesso verso Ovest, confondendo i sogni polverosi della Via Emilia con quelli in Technicolor di Hollywood. <br /><br />E sulla soglia di quei settant’anni che compie lunedì prossimo, nell’uomo di Radici è ancora la nostalgia per la prateria immaginata da ragazzino a legare una vita fortunata, sfociata artisticamente in una quindicina di album di successo, tre romanzi «familiari» e un pugno di altre opere letterarie fra cui i gialli del Maresciallo Santovito scritti a quattro mani con Loriano Machiavelli. Tutto raccontato con dovizia di particolari dall’autobiografia Non so che viso avesse. La storia della mia vita, pubblicata per Mondadori e dal saggio Fiero del mio sognare appena dato alle stampe per Arcana. «Vengo da una famiglia che amava poco le ricorrenze e ancor meno i festeggiamenti» premette lui. «E poi se avessi compiuto 63 anni nessuno se ne sarebbe accorto».<br /><br />Già, ma i settanta sono un traguardo da festeggiare.<br />Da giovani ti senti immortale, mentre più vai avanti e più acquisisci consapevolezza che prima o poi tutto finirà. Così ti ritrovi a prendere precauzioni e a cercare di migliorare la tua vita. Di amici in questi anni ne ho persi tanti, da Bonvi a Magnus, da Amilcare Rambaldi del Tenco a Victor Sogliani dell’Equipe 84, solo per restare ai più conosciuti.<br /><br />L’ultimo è stato il suo manager Renzo Fantini. Una persona fuori dal comune.<br />È successo tutto così velocemente da rendere ancora più forte il dolore. Quando incontrai Fantini, nel ’75, non avevo mai avuto un manager degno di questo nome. Fu Sogliani a metterci in contatto. Mi colpì perché era una persona carismatica e perbene, insomma una figura anomala nell’ambiente musicale che non sempre brilla di specchiata onestà.<br /><br />A Paolo Conte, che divideva con lei Fantini come manager, questo vuoto improvviso ha risvegliato la voglia di fare e il prossimo settembre pubblica un nuovo album.<br />Ricordo ancora quando in ospedale, una delle ultime volte che lo sono andato a trovare, Renzo mi disse: «guarda cosa mi tocca fare per farti scrivere una canzone». E forse una canzone arriverà per davvero, ma un album intero no. Non penso di farcela.<br /><br />Dopo quarant’anni di palcoscenico passati a parlare alle «coscienze della gente», non è frustrante per uno come lei scoprire di non essere riuscito a cambiare nulla? De André ne soffriva.<br />No, perché i pezzi che scrivo non sono un manifesto, ma solo un racconto di quel che mi passa per la testa. D’altronde non sono proprio io a cantare che a canzoni non si fan rivoluzioni? Questo non vuol dire che non contino nulla; se qualcuno ci si riconosce, il risultato è raggiunto.<br /><br />«Dio è morto» è stato il primo brano depositato a suo nome, senza pseudonimi, incontrando una storia singolare.<br />Già, i censori Rai si rivelarono più papisti del Papa. Perché mentre RadioRai decise di ignorare la canzone, quella Vaticana, che ne aveva capito il senso, non si fece problemi a trasmetterla. L’idea me la dette una copertina della rivista americana Time, che titolava nietzschianamente God is dead e una mia poesia intitolata Le tecniche da difendere. Avevo appena scoperto T.S. Eliot e provavo ad imitarlo. A quei tempi si parlava del Concilio Vaticano II e a molti, compresi i miei amici dell’Equipe 84, si tennero a distanza da una canzone così «sensibile». Non fecero altrettanto alcuni cattolici di Assisi che nell’inverno del ’68 mi chiesero addirittura di suonarla dal vivo. In quell’occasione oltre a Dio è morto cantai pure L’atomica cinese, Noi non ci saremo e Auschwitz. Quella sera avevo una fifa blu perché era la prima volta che mi esibivo fuori dalle osterie in qualcosa di assimilabile a un concerto.<br /><br />In «My way» Sinatra cantava «rimpianti ne ho avuti pochi». E lei? <br />Di clamorosi non ne ho. Anche se a volte mi chiedo come sarebbero andate a finire le cose se certe sliding-doors, certe «porte girevoli» che la vita ci mette davanti avessero ruotato in un senso piuttosto che in un altro.<br /><br />Come vede la sua vita tra dieci anni?<br />Una tragedia. Un tempo, ad esempio, ero un grandissimo camminatore, mentre oggi sono molto più sedentario, molto più pigro. Ho pochi stimoli e passerei tutto il mio tempo a leggere e basta. <br />Massimo Gatto per Avvenire <br />Ascolta: <a href="http://www.youtube.com/watch?v=As4-RLiTyvg" target="_blank">Canzone per un'amica</a> ]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Intervista su Myliferadio]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=174"><![CDATA[La mia amica Debora Conti coach e trainer di PNL e autrice di splendidi libri, l’ultimo dei quali, “Ascolta i Grilli e scendi dall’Ottovolante” è un vero manuale di sopravvivenza emotiva, mi ha intervistato per Myliferadio. Chi vuole può ascoltare l’intervista cliccando qua sotto.<br />Buon ascolto!<br /><br />   <a href="http://www.myliferadio.it/index.php?tag=Claudio_Maffei " target="_blank">http://www.myliferadio.it/index.php?tag=Claudio_Maffei </a>  <br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Gambe tagliate ai piccoli editori]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=173"><![CDATA[<br />L' Italia è uno degli ultimi Paesi d' Europa in fatto di lettura. Ci lamentiamo che i giovani non leggono, che molti, troppi dipendono per la loro formazione e informazione solo dalla televisione ormai quasi del tutto omologata. Ma che facciamo per favorire la lettura? Una delle ultime mosse del governo è stata la promulgazione di un decreto (del 30 marzo 2010, pochi giorni prima della Pasqua) che elimina le tariffe postali agevolate per l' editoria. Il decreto ha causato di fatto, come lamentano gli editori, «un aumento del 700% nei costi di spedizione». Un favore fatto alle Poste? E per quali ragioni? Il decreto danneggia soprattutto le piccole case editrici che sopravvivono senza incentivi statali, che «scommettono sulle librerie e i lettori e diffondono cultura, pluralità di opinioni e di sapere», come è scritto in una lettera di protesta firmata da più di trecento piccoli editori e spedita al ministro dello Sviluppo economico e al ministro dell' Economia. Ormai i tagli stanno diventando selvaggi e indiscriminati, facilmente giustificati dalla mancanza di soldi. Ma contemporaneamente ci arrivano all' orecchio notizie di spese altrettanto indiscriminate, ci arrivano notizie di corruzioni diffuse, sprechi indicibili e incapacità di controllare le entrate del fisco. Possibile che i tagli debbano sempre andare a senso unico? In attesa di una legge seria a sostegno delle case editrici, cosa si vuole fare? Fiaccare quella rete di artigianato editoriale che si sta diffondendo con forza indipendente per tutto il Paese? Intanto tagliamo loro le gambe togliendo di mezzo uno dei pochi aiuti indiretti che avevano e poi vedremo. È questo il ragionamento miope di chi ha in uggia ogni pensiero indipendente, ogni esperimento di parola? Ora spedire un libro - a una biblioteca, a un venditore, a una libreria, a un cliente - costa molto di più e tale costo incide sulle spese come non era mai successo prima. Le grandi case editrici hanno le loro reti di distribuzione, per cui non saranno toccate che in parte, ma tutti quegli impresari di cultura che spesso lanciano i nuovi scrittori, che cercano di riempire i vuoti delle province più periferiche, che portano avanti progetti culturali dal basso, vengono puniti e messi a tacere con un decreto che li colpisce nella libertà di movimento. Certo ci sono anche i piccoli editori furbi che mettono su una piccola stamperia per speculare sulle diffusissime ambizioni dei tanti poeti e romanzieri disposti a pagare migliaia di euro per farsi stampare un libro che poi non circolerà, e finirà buttato nella carta straccia. Ma a parte i pochi furbi senza scrupoli ci sono tantissimi editori coraggiosi che rischiano continuamente il collo per scoprire nuovi talenti, per riempire quei buchi che i grandi editori evitano: l' editoria specializzata, i libri di studio, di approfondimento, di analisi che certamente si rivolgono a un pubblico ridotto ma importantissimo per la crescita del Paese. Sono questi che si vogliono scoraggiare? A favore di cosa? Della grande industria del libro? O di chi ha paura della circolazione delle idee? <br />Dacia Maraini per Corriere della Sera.<br /><br />Il sito Relazioni Virtuose ha deciso di farsi carico dell'aumento delle tariffe postali lasciando invariati i costi di spedizione.]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Essere giovani]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=172"><![CDATA[La gioventù non è un periodo della vita, è uno stato d’animo; non è una questione di guance rosee, labbra rosse e ginocchia agili; è un fatto di volontà, forza di fantasia. Vigore di emozioni: è la freschezza delle sorgenti profonde della vita. <br />Gioventù significa istintivo dominio del coraggio sulla paura, del desiderio di avventura sull’amore per gli agi.<br />E spesso se ne trova di più in un uomo di sessant’anni che in un giovane di venti.<br />Nessuno invecchia semplicemente perché gli anni passano. Si invecchia quando si tradiscono i propri ideali. <br />Gli anni possono far venire le rughe alla pelle, ma la rinuncia agli entusiasmi riempie di rughe l’anima.<br />Le preoccupazioni, la paura, la sfiducia in se stessi fanno mancare il cuore e piombare lo spirito nella polvere.<br />A sessant’anni o a sedici, c’è sempre nel cuore di ogni essere umano il desiderio di essere meravigliati, l’immancabile infantile curiosità di sapere cosa succederà ancora, la gioia di partecipare al grande gioco della vita.<br />Al centro del vostro cuore e del mio cuore c’è una stazione del telegrafo senza fili:<br />finché riceverà messaggi di bellezza, speranza, gioia, coraggio e forza dagli uomini e dall’infinito, resterete giovani.<br />Quando le antenne riceventi sono abbassate, il vostro spirito è coperto dalla neve del cinismo e dal ghiaccio del pessimismo, allora siete vecchi, anche a vent’anni: ma finché le vostre antenne saranno alzate, per captare le onde dell’ottimismo, c’è speranza che possiate morire giovani a ottant’anni.<br />                                                                                                                                   Samuel Ullman<br />]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Scatman John ]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=171"><![CDATA[John Paul Larkin - noto come Scatman John (1942–1999) è stato un cantante statunitense di musica scat/jazz/pop/techno.<br />Una grave forma di balbuzie lo afflisse fin da quando iniziò a parlare e provocò profondi traumi emotivi nella sua infanzia.<br />A dodici anni Larkin iniziò a imparare a suonare il pianoforte mentre due anni più tardi l'ascolto di Ella Fitzgerald e Louis Armstrong gli fecero nascere l'interesse per la musica scat. <br />La  musica permetteva finalmente a John di esprimersi. Nel 1996 dichiarò: "Suonare il pianoforte mi dava modo di parlare, mi nascondevo dietro il pianoforte per la paura di parlare."<br />Larkin divenne un pianista di jazz professionista. Cominciò anche a fare pesante uso di alcol e di droghe, ma quando il suo amico Joe Farrell, anche lui tossicodipendente, morì, decise di cambiare il suo modo di vivere e ci riuscì grazie anche all’aiuto di Judy, sua moglie.<br />Durante un suo spettacolo provò a cantare una canzone e l’ovazione del pubblico lo convinse a proseguire su quella strada. Scelse così il nome d’arte di Scatman John e registrò il suo primo singolo, Scatman (Ski Ba Bop Ba Dop Bop), una canzone che aveva l'obiettivo di convincere i bambini balbuzienti a superare la loro difficoltà di relazione con gli altri.<br />Fu un successo mondiale: nel 1995, a cinquantadue anni, Larkin divenne una star internazionale. <br />Scatman raccontò: "Quando una volta salii sul palco, in Spagna, i bambini cominciarono a urlare per cinque minuti di fila e io non potei iniziare a cantare". <br />Nella sua carriera Scatman John ha ricevuto 14 dischi d'oro e 18 di platino. In Giappone era così celebre che i negozi di giocattoli vendevano bambolotti con le sue fattezze e la sua immagine appariva in molte schede telefoniche e sulle lattine di Coca-Cola. <br />Nel 1999, Scatman John fece uscire il suo terzo e ultimo album, Take Your Time, ma già dall’anno prima era in lotta con un cancro al polmone, la malattia che lo avrebbe portato alla morte. Larkin continuò a lavorare nonostante il consiglio di ridurre il carico di impegni per curare meglio la propria salute. <br />Durante il periodo della malattia mantenne un atteggiamento positivo. <br />Un giorno dichiarò: "Qualunque cosa Dio vuole per me va bene...Ho avuto una bella vita. Ho provato la bellezza ".<br />John Paul Larkin morì serenamente nel tardo pomeriggio del 3 dicembre 1999 nella sua casa di Los Angeles.<br />In un'intervista del 1996 Larkin aveva detto: "Io spero che i bambini, mentre ascoltano le mie canzoni o ci ballano sopra, sentano che la vita non è tutta così brutta. Anche solo per un minuto".<br />Di Scatman John, oltre alla sua musica, ci piace l’atteggiamento positivo, l’allegria, l’essere riuscito a superare problemi e momenti difficili e la voglia di trasmettere agli altri la sua forza e la sua gioia di vivere.<br />Ma adesso è il momento di lasciare spazio alla musica è alla voce di Scatman John.<br />Puoi ascoltarlo cliccando sui seguenti link:<br /><br />Scatman (Ski-Ba-Bop-Ba-Dop-Bop)<br /> <a href="http://www.youtube.com/watch?v=fEVUKofgNrU" target="_blank">http://www.youtube.com/watch?v=fEVUKofgNrU</a> <br /><br />Scatman's World <br /> <a href="http://www.youtube.com/watch?v=yOtJqAlrjio" target="_blank">http://www.youtube.com/watch?v=yOtJqAlrjio</a> <br /><br /><br />Everybody Jam! <br /> <a href="http://www.youtube.com/watch?v=4VaJVDHRpvA" target="_blank">http://www.youtube.com/watch?v=4VaJVDHRpvA</a> <br /><br /><br />Un grazie a Renato de Rosa <br />FREE MIND Tecniche e corsi per combattere condizionamenti e barriere mentali con il gioco, il divertimento ed il sorriso<br />	<br />]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Un bicchiere di latte]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=170"><![CDATA[Un giorno, un ragazzo in difficoltà economiche che vendeva prodotti porta a porta per pagarsi gli studi all’università, si trovò in tasca soltanto una moneta da 10 cents, e aveva una gran fame.<br />Decise che avrebbe chiesto qualcosa da mangiare nella prossima casa. Ma i suoi nervi lo tradirono quando gli aprì la porta una donna stupenda.<br />Al posto di qualcosa da mangiare chiese soltanto un bicchiere d’acqua.<br />Lei pensò che il giovane gli sembrava più affamato che assetato, e dunque gli portò un bel bicchiere di latte.<br />Lui lo bevve piano, e poi le chiese:<br />- Quanto le devo?-<br />- Non mi devi niente – rispose lei - mia madre ci ha insegnato che dobbiamo essere sempre caritatevoli con coloro che hanno bisogno di noi.<br />E lui rispose... Allora, la ringrazio di cuore!<br />Quando Howard Kelly andò via da quella casa, non solo si sentì più sollevato, ma anche la sua fede in Dio e negli uomini era diventata più forte. Era stato sul punto di arrendersi e di lasciare gli studi a causa delle sue difficoltà economiche.<br />Qualche anno dopo la donna si ammalò gravemente di cuore.<br />I medici del paese erano preoccupati. Alla fine, la inviarono presso un centro della vicina città. Chiamarono il Dottor Howard Kelly per un consulto. Quando lui sentì il nome del paese da dove proveniva la paziente, sentì negli occhi una luce particolare e provò una gradevole sensazione.<br />Immediatamente il Dottor Kelly salì dalla hall dell’ospedale fino alla stanza di lei, e vestito con il suo camice da dottore, entrò a visitarla. Scherzi della vita, era proprio lei, la riconobbe subito.  <br />Ritornò nel suo studio medico determinato a fare tutto il possibile per salvarle la vita. Da quel giorno seguì quel caso con attenzione molto particolare. Lei subì un’operazione a cuore aperto, che riuscì perfettamente e lentamente cominciò il periodo del recupero.<br />Dopo una lunga lotta, lei vinse la battaglia! Era finalmente guarita!<br />Giacché la paziente era fuori pericolo, il Dott. Kelly chiese all’ufficio amministrativo dell’ospedale che gli inviassero la fattura con il totale delle spese, per apporre la sua approvazione. La controllò e la firmò.  Inoltre scrisse qualcosa sui margini della fattura e la inviò alla stanza della paziente.<br />La fattura arrivò alla stanza della paziente, ma lei aveva paura di aprirla, perché sapeva che avrebbe dovuto lavorare per il resto della sua vita per pagare il conto di un intervento così complicato.<br />Quando la aprì, qualcosa attirò la sua attenzione; sui margini della fattura lesse queste parole.<br /> Pagata completamente anni fa con un bicchiere di latte.<br />Firmato Dottor Howard Kelly<br /><br />I suoi occhi si riempirono di lacrime di gioia, e il suo cuore fu felice, e benedisse il dottore per averle ridato la vita.<br />Non dubitare mai, perché raccogli sempre quello che semini.<br /><br />Pare che esista una legge secondo cui ciascuno riceve quello che ha dato. È una bella legge, se la rispettiamo!<br /><br />]]></content>
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		<title><![CDATA[Le relazioni allungano la vita]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=169"><![CDATA[Dalla rubrica Buongiorno di Massimo Gramellini su La Stampa di oggi: "La scienza ci ha allungato la vita e ora cerca di riempircela come può. I giapponesi hanno brevettato un orsetto di peluche per anziani soli, con una telecamera nel naso che spia la depressione del padrone e prova ad alleviargliela con gesti programmati per sembrare spontanei. Se il padrone è triste, l'orsetto gli fa ciao con la zampa. Se il padrone piange, l'orsetto gli porge un fazzoletto". <br />Conclude Gramellini: "L'anziano da orsetto è tale proprio perché non ha più voglia di relazionarsi con gli altri. Il mondo di fuori gli interessa poco. E' concentrato sui propri ricordi e sulla propria decadenza fisica di cui tiene una contabilità costante e spietata. Non coniuga i verbi al futuro ed è questa attitudine a renderlo anziano: non l'età, non gli acciacchi, ma il rifiuto di aprirsi al nuovo. <br />L'importante è che la morte mi colga vivo, ebbe a dire quel delizioso umorista di Marcello Marchesi". ]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Buona Pasqua! Ma perchè le uova?]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=168"><![CDATA[<br />L'uovo rappresenta la Pasqua nel mondo intero: c'è quello dipinto, intagliato, di cioccolato, di terracotta e di carta pesta. Ma mentre le uova di cartone o di cioccolato sono di origine recente, quelle vere, colorate o dorate hanno un'origine radicata nel lontano passato. <br /><br />Le uova, infatti, forse per la loro forma e sostanza molto particolare, hanno sempre rivestito un ruolo unico, quello del simbolo della vita in sé, ma anche del mistero, quasi della sacralità. Già al tempo del paganesimo in alcune credenze, il Cielo e la Terra erano ritenuti due metà dello stesso uovo, e le uova erano il simbolo del ritorno della vita. <br />Gli uccelli infatti si preparavano il nido e lo utilizzavano per le uova: a quel punto tutti sapevano che l'inverno ed il freddo erano ormai passati.<br /><br />I Greci, i Cinesi ed i Persiani se li scambiavano come dono per le feste Primaverili, così come nell'antico Egitto le uova decorate erano scambiate all'equinozio di primavera, data di inizio del "nuovo anno", quando ancora l'anno si basava sulle le stagioni.<br />L'uovo era visto come simbolo di fertilità e quasi magia, a causa dell'allora inspiegabile nascita di un essere vivente da un oggetto così particolare. <br />Le uova venivano pertanto considerate oggetti dai poteri speciali, ed erano interrate sotto le fondamenta degli edifici per tenere lontano il male, portate in grembo dalle donne in stato interessante per scoprire il sesso del nascituro e le spose vi passavano sopra prima di entrare nella loro nuova casa.<br />Le uova, associate alla primavera per secoli, con l'avvento del Cristianesimo divennero simbolo della rinascita non della natura ma dell'uomo stesso, della resurrezione del Cristo: come un pulcino esce dell'uovo, oggetto a prima vista inerte, Cristo uscì vivo dalla sua tomba. <br /><br />Nella simbologia, le uova colorate con colori brillanti rappresentano i colori della primavera e la luce del sole. Quelle colorate di rosso scuro sono invece simbolo del sangue del Cristo.<br />L'usanza di donare uova decorate con elementi preziosi va molto indietro nel tempo e già nei libri contabili di Edoardo I di Inghilterra risulta segnata una spesa per 450 uova rivestite d'oro e decorate da donare come regalo di Pasqua. <br />Ma le uova più famose furono indubbiamente quelle di un maestro orafo, Peter Carl Fabergé, che nel 1883 ricevette dallo zar Alessandro, la commissione per la creazione di un dono speciale per la zarina Maria. <br />Il primo Fabergé fu un uovo di platino smaltato bianco che si apriva per rivelare un uovo d'oro che a sua volta conteneva un piccolo pulcino d'oro ed una miniatura della corona imperiale. <br />Gli zar ne furono così entusiasti che ordinarono a Fabergé di preparare tutta una serie di uova da donare tutti gli anni.<br />]]></content>
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		<title><![CDATA[Per tutti i papà (e anche per le mamme)]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=167"><![CDATA[“Immaginate di svegliarvi un giorno in una terra popolata quasi interamente da giganti. Dapprima sareste senza dubbio terrorizzati: tutto quel rumore e la sgradevole sensazione di impotenza che accompagna ogni vostra caduta rimarrebbero con voi per tutta la vita. Dopo un po’ di tempo, tuttavia, molti di quei giganti comincerebbero a sembrarvi buoni e vi rendereste conto che uno di loro, in particolare, dimostra un certo interesse per la vostra sicurezza e il vostro benessere.<br /><br />Immaginate poi che un giorno, apparentemente senza motivo, il gigante di cui avete imparato ad avere una fiducia assoluta cominci a gridarvi contro, a minacciarvi, addirittura a colpirvi. Come potreste mai sentirvi ancora sicuri in una terra popolata da tali esseri? Ci devono ben essere delle leggi in questa terra o delle regole da imparare per poter sopravvivere…<br /><br />Un giorno incontrate altri esseri piccoli come voi: sembrano uguali a voi, e in loro compagnia, vi sentite subito sicuri. Alcuni sostengono di conoscere bene le leggi di quella terra e ve le spiegano. Mettendo insieme le conoscenze che avete acquisito dall’osservazione dei giganti e ascoltando i loro insegnamenti provenienti da quelle voci rimbombanti simili a quelle di un dio, cominciate a capire che cosa dovete fare o non fare per non correre pericoli.<br /><br />Fai quello che ti viene chiesto. E’ più facile andare avanti se obbedisci. Non piangere. Non alzare le mani. Studia. Trovati un lavoro. Fai quello che ti viene chiesto. Sposati. Fai dei figli che ti sostengano nella vecchiaia. Fai quello che ti viene chiesto.<br /><br />La lista si fa più lunga mano a mano che il vostro corpo, un tempo minuscolo, si fa più grande (accresciuto, senza dubbio, dal cibo speciale prodotto nella terra dei giganti) finché, un bel giorno, improvvisamente, vi rendete conto che di giganti non ce ne sono più.<br /><br />Poi, un altro giorno, vi svegliate e vedete un esserino minuscolo che alza lo sguardo verso di voi: si è svegliato anche lui in una terra di giganti. E, poiché lo amate, cominciate a insegnargli tutto quello che avete imparato su come sopravvivere in questa terra.<br /><br />E così, il ciclo continua…”]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Come non essere d'accordo?]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=166"><![CDATA[Avrei bisogno anche io di un «decreto interpretativo» che mi chiarisse, finalmente, perché ho sempre pagato le tasse. Perché passo con il verde e mi fermo con il rosso. Perché pago di tasca mia viaggi, case, automobili, alberghi. Perché non ho un corista vaticano di fiducia che mi fornisca il listino aggiornato delle mignotte o dei mignotti. Perché se un tribunale mi convoca (ai giornalisti capita) non ho legittimi impedimenti da opporre. Perché pago un garage per metterci la macchina invece di lasciarla sul marciapiede in divieto di sosta come la metà dei miei vicini di casa. Perché considero ovvio rilasciare fattura se nei negozi devo insistere per avere la ricevuta fiscale. Perché devo spiegare a chi mi chiede sbalordito «ma le serve la ricevuta?» che non è che serva a me, serve alla legge. Perché non ho mai dovuto condonare un fico secco. Perché non ho mai avuto capitali all' estero. Perché non ho un sottobanco, non ho sottofondi, non ho sottintesi, e se mi intercettano il peggio che possono dire è che sparo cazzate al telefono. Io - insieme a qualche altro milione di italiani - sono l' incarnazione di un' anomalia. Rappresento l' inspiegabile. Dunque avrei bisogno di un decreto interpretativo ad personam che chiarisse perché sono così imbecille da credere ancora nelle leggi e nello Stato. <br />Michele Serra - Repubblica 7 marzo 2010]]></content>
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		<title><![CDATA[Ma Internet danneggia le relazioni?]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=165"><![CDATA[Il mio amico Damiano Gornati, riguardo al post precedente, mi scrive:<br /><br />“Tutto vero e condivisibile, ma sta emergendo un problema da non sottovalutare: una scuola superiore mi ha chiamato a tenere corsi di comunicazione agli studenti dell'ultimo anno, perchè non riescono più a parlare in pubblico e durante le interrogazioni vanno in crisi... Si stanno disabituando alle relazioni umane reali.”<br /><br />“Io parlare in pubblico? Nemmeno se mi ammazzi!!” mi sono sentito dire per tutta la vita. <br />Un modo di dire certamente iperbolico e provocatorio, ma a pensarci bene nemmeno troppo. Secondo recenti statistiche infatti, la paura di parlare in pubblico è una delle primissime fra quelle che affliggono la popolazione mondiale, e precederebbe addirittura la paura di morire. Ne consegue, sempre un po’ provocatoriamente, che, ad un ipotetico funerale, molti preferirebbero trovarsi nella parte del defunto che non in quella dell’amico o del conoscente che legge l’orazione funebre! <br />Tutto sembra partire dall’infanzia, quando ci siamo trovati in una situazione di esposizione ad un pubblico, in cui abbiamo provato un’emozione negativa: potrebbe essere stato quando abbiamo dovuto, recitare la poesia di Natale davanti ai parenti, e magari con i genitori che ci dicevano che non l’avremmo mai detta bene come il cugino Filippo; oppure potrebbe essere stato il momento in cui dei compagni di asilo ci hanno derisi perchè non sapevamo giocare bene o quello in cui ad un’interrogazione abbiamo balbettato e con la coda dell’occhio vedevamo l’immancabile secchione primo della classe che, al primo banco, ci guardava con aria di superiorità. <br />Insomma, il condizionamento può essere avvenuto in mille momenti e in mille modi diversi, quello che conta è superarlo. E si puo’!<br />Una delle più grandi trappole a cui conduce spesso la paura di parlare in pubblico è quella della rinuncia.  Si teme di provare le stesse emozioni che un tempo ci fecero stare così male e allora si evita di esporsi, di dire la propria. <br />Durante un mio corso di public speaking, ricordo un uomo di mezza età che, durante una pausa, si confidò con me.  Esternandomi ammirazione, mi confessò di essere un brillante uomo d’azienda la cui carriera era stata però drasticamente limitata dalla paura di esprimere le proprie idee in pubblico. Aveva tenuto, per anni, una condotta permanentemente rinunciataria ed il risultato era stato che gran parte delle sue potenzialità di crescita e guadagno rimasero inespresse. <br />La rinuncia a volte diventa un’arte, spesso infallibile.<br />Secondo alcune testimonianze esistono persone che, terrorizzate dalla sola idea di parlare in pubblico, sono diventate geniali nell’escogitare le soluzioni più strampalate, ma spesso efficaci, per evitare di rimanere coinvolte in una riunione, convegno o conferenza che sia, per cui dopo anni trascorsi all’interno di aziende od organizzazioni e dopo aver sempre evitato di parlare in pubblico, riescono ancora a mascherare la loro paura. <br />Ma dove può portare questo tipo di atteggiamento? <br />Tutti noi siamo necessariamente sottoposti a situazioni di public speaking, a partire da quando andiamo a scuola e siamo interrogati oppure in mezzo agli amici quando raccontiamo una barzelletta. Nel mondo di oggi, più competitivo, queste capacità sono richieste, oserei dire indispensabili, non solo ad un avvocato o ad uno speaker, ma anche ad un semplice impiegato spesso alle prese con riunioni e corsi di formazione.<br />Le persone che hanno maggiori difficoltà a parlare in pubblico sono ovviamente i  timidi, o quelli che si considerano tali. Tremano, spesso balbettano, sudano, hanno le mani bagnate, la gola secca e parlano con un filo di voce. Spesso arrossiscono o impallidiscono. Pallore e rossore dipendono dal temperamento di ciascuno, ma entrambi sono imbarazzanti quando non si vuole far capire che si è timidi! Non bisogna permettere che la timidezza diventi cronica, perché potrebbe impedire di vivere del tutto la vita. Tanto più che è un ostacolo che si può superare. <br />Fateci caso: quando vi appassionate a un argomento o a un progetto, subito dimenticate di essere timidi, vi infervorate e vi trovate a dire e a fare cose di cui non vi sareste mai creduti capaci. Tra gli artisti e gli uomini politici si contano non pochi timidi che hanno saputo vincere la propria timidezza, che hanno imparato a parlare in pubblico, a reggere lo sguardo degli altri e anche a sbagliare. Spesso la timidezza è segno di perfezionismo: si vorrebbe fare le cose troppo bene e si ha paura di non riuscirci.<br />E allora, ragazzi, un semplice consiglio per incominciare.<br />Prendete lezioni di dizione, fate teatro, yoga, training autogeno. Fate le baby-sitter. Stando con i bambini si impara a parlare con sicurezza e autorevolezza. <br />In famiglia, rispondete al telefono, aprite la porta ai visitatori, rivolgete la parola allo zio burbero di cui avete un po' paura.  In classe, alzate la mano almeno una volta al giorno, rivolgete la parola alla ragazza che vi intimidisce, alla fine della lezione andate a parlare con il professore di una materia che vi appassiona e…state con gli amici!  <br />Amici in carne ed ossa però.<br /><br />Avere quasi solo amici "conosciuti" su internet è gravissimo perché può provocare un senso di vuoto interiore, di tristezza, di svogliatezza, di superficialità, a volte anche nervosismo ingiustificato con le persone "vere" perché ci si disabitua a comunicare verbalmente con persone in carne ed ossa a causa del distacco parziale dalla realtà. Le amicizie di internet sono a "basso costo", basta un click e se vanno. Inoltre non hanno quasi nulla dell'enorme complessità dei rapporti umani.<br /><br />Però, secondo gli scienziati del Pew Internet and American Life Project, internet fa bene all'amicizia.<br />Prendendo in esame circa 3500 persone, hanno dimostrato che il 72% degli intervistati che usa internet, era andato a trovare un parente o un amico il giorno prima di essere intervistato, mentre solo il 61% di chi non lo usa, lo aveva fatto. <br />La chiave di lettura, secondo me, è che grazie a internet ci si può mettere d’accordo per vedersi di persona più frequentemente e facilmente rispetto ai normali mezzi.<br /><br /><br />D’altra parte il cento per cento del mio lavoro deriva da contatti sul web o per e-mail. <br />Dopo il primo contatto, però, mostro la mia faccia e il corso lo vado a fare di persona!<br /><br />Come sempre io non criminalizzerei il mezzo, ma l’uso che se ne fa.]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Ma sappiamo davvero dove stiamo andando?]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=164"><![CDATA[“Siamo nell'era dell'homo zappiens”, recitava un articolo apparso qualche tempo fa sul Corriere della Sera. I ragazzi “nati digitali”  sviluppano abilità intellettuali e biologiche diverse da quelle dei propri genitori. Le tecnologie ricablano il cervello umano e disegnano un'altra specie.<br /><br />Il capo di Google, Eric Schmidt, è affascinato dalla brillantezza e dalle capacità dei ragazzi della Web Generation. Tuttavia, lo stesso Schmidt finisce con l'affermare che gli stessi giovani talentati leggono di meno e ciò finirà per incidere sui loro meccanismi di apprendimento.<br /><br />In realtà, neuroscienziati e studiosi della Rete stanno cercando di misurare l'impatto che le  tecnologie digitali hanno sulla mente umana. Il termine zappiens, citato nell'articolo,  allude all'abitudine acquisita di saltare da un argomento all'altro  col telecomando o col click di un mouse. I giovani infatti si destreggiano nell'utilizzare i motori di ricerca e sono abilissimi nell'uso del  copia e incolla, inoltre sono sempre più capaci di agire in multitasking. Queste diverse abilità sono già monitorabili attraverso la risonanza magnetica , che evidenzia lievi modificazioni della corteccia cerebrale nei lobi frontali.<br /><br />Le nuove generazioni condividono, nei social network,  filmati, musica, immagini, le loro foto, ma anche i loro sentimenti e le loro emozioni, e spesso li si accusa di coltivare relazioni alienanti, in quanto virtuali. <br /><br />Una cosa è certa. La scuola è molto distante dal mondo giovanile, continua a usare un approccio alla conoscenza che nulla ha a che fare col cambiamento in atto. Impiega  un metodo analitico e sequenziale, laddove la comunicazione di oggi ricorre sempre di più a schemi e principi diametralmente opposti.<br /><br />Anche il filosofo Umberto Galimberti sostiene  che nessuna riforma sarà in grado di migliorare autenticamente il nostro sistema scolastico, se non si terrà conto della rapida trasformazione che si sta verificando.  Inoltre, il cambiamento, che è comune ad ogni epoca,  ha  finora seguito ritmi più lenti, mentre adesso viaggia a una velocità ben più elevata rispetto a qualche decennio fa. Colpa o merito del progresso tecnologico. <br /><br />La storia umana ha vissuto tre fasi importanti, come illustrato nel bellissimo libro di Raffaele Simone, “La terza fase. Forme di sapere che stiamo perdendo”. <br /><br />La prima fase coincise con l'invenzione della scrittura, che permise di dare stabilità alle conoscenze, le quali costituiscono un patrimonio fragile, delicato, sempre esposto al rischio di perdersi.  Venti secoli più tardi, la stampa permise la nascita del libro, un bene a costo relativamente basso e alla portata di tutti e, negli ultimi trent'anni, siamo entrati nella terza fase, dove le cose che sappiamo, dalle più elementari alle più complesse, le dobbiamo principalmente al fatto di averle viste in televisione, al cinema, sul nostro computer. Galimberti la definisce “rivoluzione dell'homo videns”. <br /><br />Oggi, la scuola, che segue schemi e metodi del passato, è sempre meno attrattiva per gli studenti. Non è più il luogo dove si movimenta la conoscenza, ma quello in cui alcune conoscenze si sedimentano e staticizzano. Si rivolge ad una intelligenza di tipo sequenziale, la stessa su cui poggia quasi tutto il patrimonio di conoscenze dell'uomo occidentale. Le nuove generazioni, al contrario, fanno sempre più uso dell'intelligenza simultanea , più consona all'immagine che all'alfabeto.<br />In una intervista a Donatella Palazzoli, responsabile della formazione e del placement all'Accademia di Comunicazione di Milano, si legge che le professioni della comunicazione, tanto ambite oggi fra i giovani, in realtà sono fra le meno conosciute. Non tutti sanno, infatti,  quale impegno richiedano nella pratica, quanti siano gli ostacoli e quante le difficoltà. <br /><br />Del resto, l'Università, in Italia, non prepara al lavoro,  ma fornisce piuttosto un'ampia base culturale. Così, quando un giovane si laurea,  crede di essere pronto per la professione ma, in realtà, non è così. D'altra parte, le aziende e le agenzie di comunicazione, ma non solo, richiedono sempre di più giovani competenti, operativi da subito. Una riflessione che imporrebbe un radicale ripensamento dell'intero sistema educativo nel nostro Paese. <br /><br />William Halal, professore di Management alla George Washington University, nell'intervista intitolata “La conoscenza: risorsa infinita per ricreare il mondo”, già nel 1998, preannunciava un importante cambiamento per i prossimi decenni. La popolazione - diceva - nel 2020, è destinata ad aumentare incredibilmente e, con l'aumento della popolazione, aumenterà anche lo spettro dei problemi con cui ci dovremo confrontare.<br /><br />Molti pensano che il progresso tecnologico finirà per snaturarci, per renderci sempre più simili a robot alienati. Così facendo, prospettano scenari fantascientifici di decadenza della razza umana. Viceversa, ciò che sembra più probabile è un utilizzo sempre più esteso delle tecnologie, allo scopo di  velocizzare ulteriormente le operazioni e le interazioni: un diverso modo di relazionarsi gli uni agli altri, ma non per questo meno efficace, non meno reale. <br /><br />Al di là delle previsioni catastrofiche di chi si ostina a frenare qualunque tipo di cambiamento, Halal prevede un'opportunità, nel futuro, per accedere più facilmente all'informazione e per superare le barriere concettuali che si oppongono allo sviluppo. Ci saranno importanti mutamenti nelle organizzazioni e tali mutamenti richiederanno maggiore impegno, maggiore consapevolezza e un più forte senso di responsabilità. L'umanità dovrà dimostrarsi all'altezza della situazione, dovrà essere capace, cioè,  di raccogliere la sfida e sforzarsi di creare una civiltà planetaria matura, che funzioni. <br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Ricomincio da tre]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=163"><![CDATA[<br /><br />Si, proprio come diceva Troisi nel suo film.  Perché mai ricominciare da zero?<br />“Tre cose mi sono riuscite nella vita perché aggio a perdere pure queste?”.<br /><br />Quindi, ricomincio da tre.<br /><br />1. Una riflessione sulla sobrietà. <br />Il termine crisi nella sua etimologia deriva dal greco krisis: scelta, da krinein: distinguere, scegliere. Una situazione di malessere o disagio-si legge sul dizionario- determinata dalla mancata corrispondenza tra valori e modi di vita.<br />Da qui l’interrogativo di fondo sul limite del modello economico costruito negli ultimi decenni e sul tipo di sviluppo che la società globalizzata ha tentato di perseguire.<br />Si diffondono da più parti gli inviti a riscoprire la sobrietà. Ma questo significa predicare bene e razzolare male!<br />Provengo da una cultura profondamente laica, che va da Voltaire  a Ugo La Malfa.  All’inizio del nuovo anno, ho dato  voce, su questo blog, all’aricivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, perché ormai, l’unica a parlare di sobrietà in un momento in cui lo yuppismo e il rampantismo sono tornati a dilagare, è la chiesa.<br />Lungi dall’essere riconducibile ad un banale “spendere meno”, l’autentica sobrietà è uno stile di vita, è una modalità di stare al mondo guardando la realtà nella sua interezza e nella sua complessità con uno sguardo libero da status symbol e attaccamento a beni materiali.<br />Sobrietà è anche sinonimo di un uso consapevole delle risorse e, oserei dire, di consapevolezza nelle relazioni con gli altri. Sapendo che oggi le scelte di pochi hanno conseguenze su tutti e su tutto, nessuno può veramente stare bene, se non stanno bene anche coloro che lo circondano.<br />Sobrietà è il requisito essenziale per una autentica solidarietà vero unico antidoto all’individualismo più suicida. Sobrietà, infine, è la capacità di non essere spaventati dal futuro staccandosi ogni tanto dalle notizie, sempre catastrofiche, dei nostri telegiornali.<br /><br />2. Ho consegnato in questi giorni al mio Editore un nuovo libro “Stai come vuoi. Manuale di equilibrio emotivo”. E’ il mio settimo libro. Quest’ultimo, va a completare una trilogia  iniziata con “Le relazioni virtuose” e proseguita con “Pensieri, parole e stati d’animo”.<br />Non lasciatevi ingannare dal titolo, il libro non propone miracoli. <br />Lo dico a voi amici e ai molti che incontro nelle aule. In questo periodo spesso mi chiedono come fare a risolvere i problemi in modo “facile”, senza fare fatica. <br />“Stai come vuoi” significa che una persona può, con un grande lavoro su se stesso, imparare ad ottenere il proprio equilibrio emotivo.<br />Equilibrio è una parola chiave, viene dal latino libra che significa bilancia. Bilancia con i piatti pari, equa. <br />Questa è la formula. <br />Non è una bacchetta magica, a volte si può impiegare una vita per riuscire a equilibrare i due emisferi cerebrali. E, soprattutto a mantenerli equilibrati  in ogni situazione, non lasciando che l’emotività ci domini, ma rifuggendo il grigiore e la piattezza di una vita razionale e totalmente priva di emozioni.<br />Mi piacerebbe insegnare, soprattutto ai più giovani, a curare il loro aspetto interiore invece che  quello esteriore. E’ bene che capiscano che allenare il proprio cervello è meglio che allenare i propri pettorali.<br /><br />3. Mentre scrivo queste righe il numeratore delle visite del nostro blog ha raggiunto quota 400.000.<br />Forse, per qualcuno di voi, questo numero è insignificante. Ma per me che, non sono Beppe Grillo, non sono conosciuto al grande pubblico e non vado neppure alla televisione…beh, fino a poco tempo fa, pensare di essere letto da un numero così elevato di persone non mi passava neppure per la testa.<br />400.000 persone sono gli abitanti di città come Bologna, Firenze o Bari. <br />Dal cuore mi sgorga un grande GRAZIE. <br />Un grazie a tutti voi che avete visitato il blog, un grazie perché avete dato il mio stesso valore a una parola, a una emozione, a un sorriso.<br />Un grazie a chi è passato di qui, anche per caso, e ha trovato qualche informazione interessante. <br />Un grazie a chi si è fermato a commentare aggiungendo un pezzetto di sé.  I vostri commenti mi fanno sempre un enorme piacere, lasciatene tanti, fa bene a tutti.<br /><br />In occasione dell’uscita del nuovo libro i siti Comuniconline e Relazioni virtuose saranno integralmente rivisitati per facilitare ulteriormente il dialogo fra tutti noi.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[La parola del Cardinale Dionigi Tettamanzi]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=162"><![CDATA[Specialmente nel momento difficile che l’economia mondiale sta attraversando, con la solidarietà<br />non bisogna dimenticare la sobrietà, che costituisce la via maestra alla solidarietà. È infatti l’uso corretto e sapiente dei beni la prima forma che realizza una solidarietà piena e consente il dono a mani libere, senza trattenere nulla se non quanto necessario.<br />In queste ultime settimane sempre più spesso si è insistito da molte parti e con grande enfasi sulla necessità di sostenere il più possibile i consumi.<br />Certo le esigenze della moderna economia vanno in questo senso: se non si produce, se non si vende, se non si consuma, l’economia ristagna.<br />Ma anche qui ritorna il tema della giusta misura: non ci sono forse troppi bisogni inutili, indotti da una pubblicità più che ingannevole?<br />Dovremmo forse cominciare a riflettere sulla giusta dimensione della crescita economica, perché non si può far crescere all’infinito la domanda di cose, e uso appositamente il termine «cose». Forse gli economisti potrebbero aiutarci a rispondere alla domanda:<br />quanto è giusto crescere?<br />E, ancora, in quali settori è giusto crescere di più?<br />La medicina, la cultura, la ricerca scientifica, l’ecosostenibilità, l’agroalimentare per dare cibo a tutti…<br />È una domanda che riguarda anche la vita dei Comuni che amministrate.<br /><br />Le opere essenziali in genere non mancano: scuole, strade, fognature, acquedotti, centri<br />sportivi ecc. Manca a volte la cura quotidiana di tutte queste realtà affinché siano effettivamente<br />e utilmente a disposizione della gente.<br />Mancano, molto spesso, o risultano inadeguati i servizi alle persone, soprattutto ai più bisognosi per motivi non solo economici. Diventa quindi necessario interrogarci:<br />in quale direzione crescere?<br />Che cosa è davvero necessario?<br />Che cosa è davvero urgente e prioritario e cosa non lo è, rispetto al bene della gente che abita il territorio da noi amministrato?<br />Dove investire le risorse che ci sono, anche se rischiano di essere sempre insufficienti?<br />Tocca a voi cercare e trovare la risposta appropriata. È comunque importante, prioritario tenere viva la domanda.<br />Più che preoccuparci genericamente della crescita, urge chiederci perché e come crescere. È in gioco il nostro modello di sviluppo, la sua dimensione veramente e pienamente umana, il suo orizzonte sociale. È giusto crescere, dunque,ma quale è la giusta misura?<br />Forse nessuno ci sta seriamente pensando, perché ci lasciamo travolgere dal meccanismo irrefrenabile del mercato. Un’economia seria non può non porsi la domanda e cercare la risposta;<br />così come una politica seria. Parlando dell’attuale crisi economica globale, come un «banco di prova» e «quale sfida per il futuro e non solo come un’emergenza a cui dare risposte di corto respiro», papa Benedetto XVI ha posto e motivato un interrogativo che chiede una riflessione<br />accurata e una disponibilità alla «conversione»:<br />Siamo disposti a fare insieme una revisione profonda del modello di sviluppo dominante, per correggerlo in modo concertato e lungimirante?<br />Lo esigono, in realtà, più ancora che le difficoltà finanziarie immediate, lo stato di salute ecologica del pianeta e, soprattutto, la crisi culturale e morale, i cui sintomi da tempo sono evidenti in ogni<br />parte del mondo. Sempre in rapporto a questa crisi, da leggersi in profondità «come un sintomo grave che richiede di intervenire sulle cause», il Papa afferma: «Non basta – come direbbe Gesù – porre rattoppi nuovi su un vestito vecchio (cfr.Mc2,21)» (Angelus, 1 gennaio 2009).<br />Per esemplificare ci poniamo qualche domanda. Possiamo sostenere uno sviluppo che non si faccia carico delle esigenze del pianeta: dei popoli poveri ed esclusi dalla mensa imbandita dei Paesi ricchi, dell’ambiente, del risparmio delle risorse naturali? Questo non significa fermare il progresso economico, ma «ri-orientarlo», significa chiedersi dove stiamo andando e correggere la rotta per raggiungere approdi migliori. Porsi la domanda sul modello di sviluppo e sul tasso di crescita, sulla distribuzione delle risorse ha realmente a che vedere con il progresso e con il benessere di tutti. Non è l’atteggiamento di chi vuol tornare indietro, ma di chi vuole proseguire con assennatezza.<br />Eppure si tratta di domande che spesso infastidiscono, forse semplicemente perché toccano il cuore della questione. Ancora per esemplificare: perché tacitamente accettiamo che intere aree del pianeta siano tagliate fuori dal progresso, anche minimo?<br /><br />Dal discorso, «La sobrietà dimenticata», del Cardinale Dionigi Tettamanzi]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[E per le feste…un omaggio all'indimenticabile Jim Rohn]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=161"><![CDATA["Devi assumerti la responsabilità personale. Non puoi cambiare le circostanze, le stagioni, o il vento. Ma puoi cambiare te stesso. E qualche cosa alla quale tu dai la carica. Non puoi dare la carica alle costellazioni, ma puoi dare la carica a te stesso leggendo, sviluppando nuove abilità, e imparando cose nuove."<br /><br />"La felicità è un modo di interpretare il mondo e i suoi eventi. La felicità è condurre un'esistenza dai valori equilibrati. E' il saper essere contenti dei propri compiti quotidiani. La felicità è un'esistenza vissuta bene e colma di persone di un certo spessore. La felicità è l'attività che ha uno scopo. E' amore messo in pratica e può essere provata solo nel momento presente."<br />"La felicità non è qualcosa che rimandi al futuro; è qualcosa che progetti per il presente." <br /><br />"L'Ignoranza non è una benedizione. Ignoranza e' poverta'. Ignoranza è devastazione. Ignoranza è tragedia. L'Ignoranza è malattia. Tutto ha origine dall'Ignoranza."<br />"Possiamo avere di più di quello che abbiamo perchè possiamo diventare di più di quello che siamo."<br /><br />"Uno stipendio non è paragonabile ai guadagni che possono derivare da un'attività indipendente: con uno stipendio ti guadagni da vivere, ma con un'attività indipendente puoi guadagnare una fortuna. L'educazione formale ti permetterà di guadagnarti da vivere; l'apprendimento come autodidatta ti farà guadagnare una fortuna."<br /><br />"Se volete che la vostra vita cambi prima dovete cambiare voi, altrimenti non cambierà mai molto."<br />"Se non progetti un tuo proprio piano per la tua vita è probabile che cadrai dentro il piano di qualcun altro. E indovina cosa hanno pianificato per te? Non molto."<br /><br />"Il motivo principale per prefissarsi un obiettivo consiste in ciò che ti fa capire di te per raggiungerlo. Ciò che capisci di te sarà sempre il più grande valore che puoi ottenere."<br /><br />"L'unica cosa ancora peggiore di non aver letto un libro negli ultimi 90 giorni è non aver letto un libro negli ultimi 90 giorni e pensare che non importa."<br />"Se leggete un libro al mese sul vostro campo di attività, in 10 anni avrete letto 120 libri. In questo modo entrerete a far parte di quell’un per cento alla guida del vostro settore. Tutti i libri che non avete letto non vi aiuteranno!"<br />"Salta un pasto se devi, ma non perdere un buon libro."<br />"Le persone di successo lasciano la scia."<br /><br />"La motivazione da sola non basta. Se hai un idiota e lo motivi, ora hai un idiota motivato."<br />"La migliore motivazione è l’automotivazione. Uno potrebbe dire: "Vorrei che qualcuno venisse e mi entusiasmasse." Ma che farai se non appare nessuno? Devi avere un piano migliore per la tua vita."<br /><br />"Il tempo vale più del denaro. Tu puoi guadagnare più denaro, ma non puoi assolutamente avere più tempo."<br /><br />"Per risolvere qualunque problema ecco tre domande che devi porti:<br />Primo, che cosa potrei fare? Secondo, che cosa potrei leggere?<br />E terzo, a chi potrei chiedere?"<br /><br />"Il carattere non è qualcosa con cui sei nato e che non può cambiare, come le tue impronte digitali. E' qualcosa con cui non sei nato e devi assumerti la responsabilità per il suo sviluppo."<br />"Non desiderare che le cose siano più facili: desidera piuttosto di diventare una persona migliore."<br />"E' la posizione delle vele, non la direzione del vento che determina quale strada prenderemo."<br />"Dedicati così tanto al miglioramento di te stesso da non avere il tempo di criticare gli altri."<br />"Il successo non è nè magico nè misterioso. Il successo non è altro che la naturale conseguenza dell'applicazione coerente delle basi del successo all'esistenza."<br />"I muri che costruiamo intorno a noi per tenere fuori la tristezza tengono fuori anche la gioia."<br /><br />"Non puoi cambiare la tua destinazione da un giorno all'altro, ma puoi cambiare la tua direzione da un giorno all'altro."<br />"Lascia che gli altri conducano piccole vite, ma non tu. Lascia che gli altri litighino per piccole cose, ma non tu. Lascia che gli altri piangano a causa di piccole ferite, ma non tu. Lascia che gli altri abbandonino il loro futuro nelle mani di qualcun altro, ma non tu." <br />Jim Rohn ]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Le cose che ho imparato nella vita]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=160"><![CDATA[<br />Ecco alcune delle cose che ho imparato nella vita:<br />Che non importa quanto sia buona una persona, ogni tanto ti ferirà. E per questo, bisognerà che tu la perdoni.<br />Che ci vogliono anni per costruire la fiducia e solo pochi secondi per distruggerla.<br />Che non dobbiamo cambiare amici, se comprendiamo che gli amici cambiano.<br />Che le circostanze e l’ambiente hanno influenza su di noi, ma noi siamo responsabili di noi stessi.<br />Che, o sarai tu a controllare i tuoi atti, o essi controlleranno te.<br />Ho imparato che gli eroi sono persone che hanno fatto ciò che era necessario fare, affrontandone le conseguenze.<br />Che la pazienza richiede molta pratica.<br />Che ci sono persone che ci amano, ma che semplicemente non sanno come dimostrarlo.<br />Che a volte, la persona che tu pensi ti sferrerà il colpo mortale quando cadrai, è invece una di quelle poche che ti aiuteranno a rialzarti.<br />Che solo perché qualcuno non ti ama come tu vorresti, non significa che non ti ami con tutto te stesso.<br />Che non si deve mai dire a un bambino che i sogni sono sciocchezze: sarebbe una tragedia se lo credesse.<br />Che non sempre è sufficiente essere perdonato da qualcuno. Nella maggior parte dei casi sei tu a dover perdonare te stesso.<br />Che non importa in quanti pezzi il tuo cuore si è spezzato; il mondo non si ferma, aspettando che tu lo ripari.<br />Forse Dio vuole che incontriamo un po’ di gente sbagliata prima di incontrare quella giusta, così quando finalmente la incontriamo, sapremo come essere riconoscenti per quel regalo.<br />Quando la porta della felicità si chiude, un’altra si apre, ma tante volte guardiamo così a lungo a quella chiusa, che non vediamo quella che è stata aperta per noi.<br />La miglior specie d’amico è quel tipo con cui puoi stare seduto in un portico e camminarci insieme, senza dire una parola, e quando vai via senti che è come se fosse stata la miglior conversazione mai avuta.<br />E’ vero che non conosciamo ciò che abbiamo prima di perderlo, ma è anche vero che non sappiamo ciò che ci è mancato prima che arrivi.<br />Ci vuole solo un minuto per offendere qualcuno, un’ora per piacergli, e un giorno per amarlo, ma ci vuole una vita per dimenticarlo.<br />Non cercare le apparenze, possono ingannare.<br />Non cercare la salute, anche quella può affievolirsi.<br />Cerca qualcuno che ti faccia sorridere perché ci vuole solo un sorriso per far sembrare brillante una giornataccia.<br />Trova quello che fa sorridere il tuo cuore.<br />Ci sono momenti nella vita in cui qualcuno ti manca così tanto che vorresti proprio tirarlo fuori dai tuoi sogni per abbracciarlo davvero!<br />Sogna ciò che ti va; vai dove vuoi; sii ciò che vuoi essere, perché hai solo una vita e una possibilità di fare le cose che vuoi fare.<br />Puoi avere abbastanza felicità da renderti dolce, difficoltà a sufficienza da renderti forte, dolore abbastanza da renderti umano, speranza sufficiente a renderti felice.<br />Mettiti sempre nei panni degli altri. Se ti senti stretto, probabilmente anche loro si sentono così.<br />Le più felici delle persone, non necessariamente hanno il meglio di ogni cosa; soltanto traggono il meglio da ogni cosa che capita sul loro cammino.<br /> Il miglior futuro è basato sul passato dimenticato, non puoi andare bene nella vita prima di lasciare andare i tuoi fallimenti passati e i tuoi dolori.<br />Quando sei nato, stavi piangendo e tutti intorno a te sorridevano.<br />Vivi la tua vita in modo che quando morirai, tu sia l’unico che sorride e ognuno intorno a te piange.<br />Paulo Coelho]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Parole su cui si fonda l' identità]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=159"><![CDATA[Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all' estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c' incontriamo, possiamo essere, l' uno con l' altro, indifferenti o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. (...) Una di quelle frasi o parole, ci farebbe riconoscere l' uno con l' altro, noi fratelli, nel buio d' una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza di un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo. <br />(Da «Lessico famigliare», di Natalia Ginzburg, Einaudi)<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Diventare carismatici? Con la PNL si può]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=158"><![CDATA[Possiamo diventare più carismatici semplicemente leggendo un libro?<br />All'inizio ero un pò scettico, e mi sono dovuto - piacevolmente - ricredere!<br />Sto parlando del libro "PNL per il carisma" di Owen Fitzpatrick <br />E' un manuale che si legge in un lampo ed è ricco di esercitazioni e di indicazioni pratiche!<br /><br />Il carisma è una qualità indipente dal quoziente d'intelligenza, dal corredo genetico e dalla posizione sociale; il carisma è una qualità che si può imparare e sviluppare.<br /><br />Nel primo capitolo viene analizzata la natura del carisma. Fitzpatrick analizza i 7 tipi di carisma, tra i quali c'è il carisma personale, ovvero il tipo di carisma analizzato nel corso del libro.<br /><br />Nel secondo capitolo viene affrontato l'atteggiamento carismatico, con il corredo di convinzioni che ci permettono di liberare il nostro carisma. E non solo: anche i "nemici" del carisma vengono analizzati in maniera brillante ed esauriente. Successivamente l'autore si occupa degli stati carismatici, ovvero questi stati emotivi, mentali e fisici che ci permettono di agire e di comunicare in modo carismatico.<br /><br />Nel terzo capitolo si compie un passaggio verso l'esterno: si parla di comportamenti carismatici, che corrispondono al modo in cui ci presentiamo agli altri a livello comunicativo e di immagine.<br />L'autore ci insegna a rendere più carismatici la nostra immagine, il nostro tono di voce, il nostro linguaggio, ci insegna un sacco di dritte per migliorare la nostra reputazione, per instaurare il "rapport" con le persone, ci insegna a raccontare (abilità importantissima), a fare humour, a persuadere nella maniera più efficace possibile.<br /><br />Il quarto capitolo verte sulle applicazioni del carisma personale:<br />- l'arte di parlare in pubblico e insegnare;<br />- l'arte della leadership;<br />- l'arte di sostenere colloqui di lavoro;<br />- l'arte di flirtare;<br />- l'arte della vendita;<br />- l'arte della comunicazione aziendale;<br />- l'arte di socializzare.<br /><br />Per tutte le voci l'autore ci spiega quali sono gli stati, le convinzioni e le abilità più utili, efficaci e potenzianti.<br /><br />Nell'ultimo capitolo viene affrontato il "lato oscuro":<br />"Il carisma porta con sé una grande responsabilità. E' importante sapere come nascondere il carisma, così da poterlo mettere da parte quando non serve. E' inoltre essenziale comprendere come affrontare i giochi psicologici e come ricevere critiche e feedback in modo più efficace".<br /><br />L’idea di base è che il carisma è una caratteristica a volte non evidente, che esiste in ciascuno di noi e che aspetta solo di essere identificata, portata in superficie e sviluppata.<br /><br />Owen Fitzpatrick è stato il più giovane NLP Master Trainer al mondo: ha ottenuto la certificazione quando aveva 23 anni, ricevendo anche un riconoscimento per il suo contributo agli studi sulla Programmazione Neuro-Linguistica.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Giornata mondiale della gentilezza]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=157"><![CDATA[Il tasso di gentilezza di un popolo si misura al volante. Considerato che negli ultimi 12 mesi 28 milioni di italiani hanno litigato ferocemente su questioni di trafficologia varia, il nostro sarebbe intorno all'11%. Pochino. Se poi andiamo allo stadio scende al 7, per non parlare dei talk show. E il grido di dolore attraversa i blog: «Dov'è finita la gentilezza?». Se non morta, moribonda, ko. <br /><br />Si lamenta Caudio Risè, che insegna Psicologia dell'educazione a Milano: «Migliaia di durezze, di sguardi taglienti e di commenti secchi hanno preso il posto dei sorrisi, delle battute cordiali, delle occhiate sorridenti». Si lamenta Beppe Severgnini su «Italians»: «La gentilezza, fino a qualche tempo fa, era il nostro marchio di fabbrica, e attirava più turisti di Venezia e del Colosseo. Non so cosa ci stia succedendo». Si lamentano in tanti, come Francesca Visentin, che ha depositato in Rete il suo diario di ordinarie scortesie ricevute. «In coda al semaforo ci metto tre secondi in più a ripartire e il gentiluomo dietro è già pronto a strombazzare il clacson come un ossesso». «Sto entrando a parcheggiare dopo averne diligentemente segnalato l'intenzione, mettendo la freccia, e dal lato opposto s'inserisce sgommando un Suv. Il gentiluomo alla guida, avvertito che c'ero prima io, se ne va bestemmiando». L'elenco è ancora lungo e c'è da complimentarsi per i nervi saldi della signora.<br /><br />Ma tutto questo potrebbe cambiare. Merito di una pacifica crociata contro l'esercito degli Arrabbiati Cronici. Oggi, 13 novembre, Giornata Mondiale della Gentilezza, tutti sono invitati (gentilmente), a comportarsi meglio. Un libro guida? «Elogio della gentilezza», di Adam Phillips e Barbara Taylor. Un esercizio? Su www.helpothers.org è possibile esibirsi in atti anonimi di gentilezza e firmarli con una speciale cartolina scaricata dal sito. Chi la trova sarà incoraggiato a ricambiare. La gentilezza - dicono gli psicologi - è più contagiosa dell'influenza. Basta cominciare. C'è chi l'ha fatto, uscendo dalla logica «gentile=perdente», «aggressivo=vincente», che è alla base di moltissima infelicità e sciagurato marketing.<br /><br />Il «World Kindness Movement» (Movimento Mondiale per la Gentilezza), nato a Tokyo nel 1988, esportato in America con successo, dove ha sviluppato un'imponente manualistica, raggruppa oggi 18 nazioni e in Italia, (unico avamposto europeo, a parte la Scozia) ha sede dal 2000 a Parma, dove l'Automobil Club espone il Manifesto della Gentilezza e suggerisce ai soci di praticarla. Il sito www.gentilezza.it (posta: info@gentilezza.it) invita a segnalare gli atti meritori e a diffondere il Verbo. Il presidente del Movimento, Giorgio Aiassa, sostiene simpatiche iniziative a scuola e in città. Per esempio, Anna Maria Ferrari, una delle menti dell'associazione, ha avviato con gli studenti di Parma il progetto «Diario della gentilezza», che si concluderà a maggio del 2010. Con un meccanismo molto simile a quello del Grande Fratello: ci saranno nomination, eliminazioni e un vincitore, ovviamente gentilissimo. <br /><br />Non mancano esempi autorevoli, dal Dalai Lama, Nobel per la pace nel 1989, che invita a una «politica di gentilezza» (e sarebbe ora), a Renato Brunetta. Il ministro per la Pubblica Amministrazione ha appena annunciato: «Normerò l'obbligo della gentilezza e della cortesia nei confronti dei cittadini». E già il sindacalista Carlo Podda ribatte: «Chissà se con l'occasione il ministro riuscirà a “normare” la sua, di gentilezza...». Per fortuna c'è il cantautore-mito Claudio Baglioni. Sostiene che «la gentilezza è rivoluzionaria» e, da un link all'altro, questa è diventata una delle frasi-manifesto del Movimento. Rivoluzionaria e contagiosa. L'invito dilaga, ma quanti lo seguiranno? Serve aiuto? Su www.esseregentili.it (contatti: info@esseregentili.it) trovate stimoli culturali, citazioni di Madre Teresa, Siddharta, Lao Tze, su Girlpower un piccolo manuale di carinerie quotidiane: «In ascensore, non restate in silenzio; se arriva un nuovo vicino di casa, dategli il benvenuto; se fate lavori in casa mettere un cartello in cui vi scusate per i disagi; in treno, aiutate chi ha troppi bagagli da scaricare». <br /><br />E via di seguito, per arrivare a 13 semplici idee, perfette dal 13 in poi. La gentilezza, oltretutto, fa bene alla salute. Collegatevi con www.actsofkindness.org, leggete i risultati delle ricerche e sorridete. «Per quanto piccolo, nessun atto di gentilezza è sprecato» (l'ha detto Esopo). Pensateci, in mezzo al traffico.<br /><br />la stampa.it]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[10 cose che i social media non possono fare]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=156"><![CDATA[Sul blog di B.L Ochman, affermata consulente newyorkese di internet marketing, ho trovato un fantastico decalogo, mirato a sfatare alcune ingenuità che affliggono il chiacchiericcio mediatico (e aziendale e politico) sui social media.<br />Traduco liberamente (e riassumo) le «10 things social media can’t do» secondo B.L Ochman:<br />1. Sostituire una strategia di marketing. Una campagna su Twitter o un profilo Facebook per annunciare le migliori offerte settimanali della tua azienda non sono una strategia di marketing. <br />2. Avere successo se dietro non ci sono manager capaci di entrare in relazione col cliente. I social media richiedono disponibilità ad ascoltare i clienti, a entrare in relazione personale con loro, a fare cambiamenti in base al feedback che forniscono.<br />3. Essere visti come un progetto a breve termine. I social media comportano un impegno di innovazione e sperimentazione a lungo termine.<br />4. Produrre in fretta risultati significativi e misurabili. Come le PR, il marketing basato sui social media spesso produce i risultati migliori dal secondo e terzo anno in poi, non prima.<br />5. Essere «fatti in casa». Una campagna di social media va integrata in un piano di marketing più ampio e complesso, che include la pubblicità, internet e le PR. Oggi i migliori esperti di social media hanno almeno 10 anni di esperienza fra forum, blog, e altri ambienti di interazione e produzione di user generated content sul web. <br />6. Rinfrescare velocemente l’immagine o riparare la reputazione danneggiata di un’azienda. I social media producono risultati veloci solo nel caso di aziende che sono già note e solide fuori da Internet.<br />7. Essere realizzati senza un budget realistico. Costruire un sito che comprenda interattività, user generated content e magari e-commerce, costa denaro, tempo e risorse, anche se si usano strumenti in parte gratuiti (come WordPress), che vanno comunque integrati in un sito complesso e nelle altre attività di marketing dell’azienda.<br />8. Garantire automaticamente vendite o influenza. Dopo aver costruito un ambiente di social networking, bisogna sapere come attirare visite e attenzione su quell’ambiente.<br />9. Essere realizzati da «ragazzini» che conoscono i social media in quanto «nativi digitali». Le aziende che cercano di costruire social media senza consulenti esperti sprecano tempo, denaro e reputazione.<br />10. Sostituire le PR. Per quanto siano meravigliosi il tuo blog o la tua strategia su Twitter, avrai comunque bisogno di farti conoscere. O finirai come un albero che cade nella foresta e nessuno lo sente<br />Origine: giovannacosenza.wordpress.com]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio maffei</name>
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		</author>
		<title><![CDATA[Patch Adams]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=155"><![CDATA[C’era una volta un malato di mente. Si chiamava Hunter. Già suicida mancato, si era volontariamente fatto ammettere in un istituto di cure psichiatriche, sperando di guarire dalle sue psicopatologie. Nell’istituto trovò molti malati, e alcuni dottori.<br />Dopo poco tempo capì che dai primi poteva imparare qualcosa, dai secondi no. L’illuminazione gli fu data da un suo compagno degente, che i dottori ritenevano gravemente malato. Questi era un vecchio imprenditore, che aveva fondato una delle imprese più innovative del Paese.<br />Dopo trent’anni di successi, pareva però che avesse perso il lume della ragione e fu quindi rinchiuso nell’istituto di cura. Qui, il vecchio imprenditore passava il tempo a scrivere formule per i nuovi prodotto e a chiedere a chiunque gli passasse accanto : "Quante dita vedi?", mostrando la mano aperta con quattro dita. Invariabilmente, tutti gli rispondevano :"Quattro". E, invariabilmente il vecchio imprenditore rispondeva : "Sei un altro fesso che non sa vedere nulla".<br />Un giorno Hunter gli chiese perchè riteneva fessi tutti quelli che, come lui d’altronde, rispondevano che vedevano quattro dita. Il vecchio imprenditore si fermò, fece vedere la mano aperta, sempre con le quattro dita alzate, e disse ad Hunter : "Guarda bene, fino in fondo, e cerca di vedere oltre quello che di sta di fronte al naso. Cosa vedi?". Hunter fissò per qualche minuto la mano. Dapprima vedeva solo quattro dita. Poi, continuando a fissarla, l’immagine delle dita si dilatò, fino ad apparire sdoppiata. Le dita che vedeva, per l’effetto visivo, divennero otto, non più quattro. "Beh, ora che le sto guardando a fondo, mi dà l’effetto di vedere otto dita". "Bravo, rispose il vecchio imprenditore, ora hai capito. A prima vista tutto è uguale, ma se guardi più a fondo, riesci a vedere quello che gli altri non vedono. E adesso dimmi:chi è il matto?".<br />C’è chi, guardando un punto distante, dove magari c’è un albero, vi descriverà esattamente ciò che vede: "l’albero". C’è chi invece vi risponderà in un altro modo : "Vedo un albero in un prato verde. Un posto fantastico per costruirci una bella casa". Così vede l’imprenditore. Così vedeva il vecchio "malato di mente". E così cominciò a vedere il signor Hunter. Che da quel momento comprese l’importanza del "guardare oltre le apparenze". Iniziò a guardare in modo diverso i medici dell’istituto. Che raccoglievano dati sui pazienti, completavano formulari su formulari, scrivevano diagnosi tecniche.<br />Ma non riuscivano ad arrivare alle radici del problema. Nè a guarire nessuno. Hunter ci provò. Iniziò a guardare le cose dal punto di vista dei suoi colleghi pazienti, e scoprì che avvicinandosi a loro riusciva, se non a guarirli, perlomeno ad aiutarli. Si appassionò a tal punto che scoprì persino di essere guarito. Preoccuparsi degli altri lo aveva infatti portato a ignorare i suoi problemi, fino al punto da considerarli in maniera completamente diversa. Le ragioni che lo avevano portato al tentativo di suicidio gli apparivano ora del tutto futili, e recuperò non solo la voglia di vivere, ma anche quella di aiutare gli altri. Si fece dimettere dall’istituto, raccogliendo il parere negativo dei medici : "Lei è ancora malato!". A loro rispose: "Scrivetelo ben chiaro e rileggetelo fra un po’ di tempo".<br />Decise di iscriversi, ormai quasi quarantenne, all’università. Facoltà di medicina. Gli studenti ventenni lo guardavano con una certa diffidenza ma lui non se ne curò più di tanto. Si preoccupò, invece, di sovvertire alcune regole dell’università. Prima fra tutte, quella che impediva di vedere malati prima del terzo anno di studi. Inizio a infiltrarsi nell’ospedale vicino all’università, e a conoscerne i pazienti. Alcuni di questi, gravi, vivevano con ansia la loro malattia, non trovando mai spunti nè per rallegrarsi, nè per sopportare gli effetti negativi delle cure.<br />Hunter cominciò, prima con dei bambini e poi con gli stessi adulti, una terapia che egli definì "della risata". Cercava di far dimenticare al paziente, almeno in parte, la sua malattia, aiutandolo a trovare nella giornata momenti di allegria o conforto. "I pazienti sono degli esseri umani, non dei "casi clinici" da diagnosticare con freddezza. Chi non capisce questo, non sa che cosa significhi essere un medico. Non bisogna solo diagnosticare o prescrivere, ma anche aiutare il prossimo. Trattandolo prima di tutto come essere umano", sosteneva.<br />Hunter cominciò a contestare l’intero sistema di cure vigente nell’ospedale. Contestò anche l’incredibile burocrazia che impediva, spesso, di curare per tempo i bisognosi. Iniziò a giocare, di nascosto, con i pazienti. A conoscerne i desideri, a stimolarne l’allegria. Persino con i malati terminali riuscì a ottenere risultati sorprendenti, aiutandoli a vivere al meglio le ultime settimane di vita. I direttori dell’ospedale e dell’università gli si scagliarono contro : "Lei insulta l’Ordine medico. Lei è un buffone, un clown, un pazzo. Lei contravviene a regole che sono state scritte e osservate per cent’anni". Hunter rispose : "No, signori. Io curo i pazienti come se fossero esseri umani".<br />Iniziò a sognare di fare qualcosa di più. Condivise il suo sogno con altri, e alla fine trovò i finanziatori. Costruì il Gesundheit Institute, nel North Carolina, una clinica specializzata nella cura emotiva e psicologica del paziente. Nella clinica si prescriveva "Humour". Hunter e i suoi colleghi medici si travestivano da gorilla, o da clown, per creare un ambiente migliore. Non c’erano pratiche burocratiche da espletare, e si entrava finchè c’era posto.<br />L’ingresso era gratuito per tutti, finanziato dal crescente numero di mecenati che, dopo aver visto Hunter all’opera, decisero di contribuire al suo sogno. Nei decenni che seguirono, Hunter Patch Adams, questo il suo nome per intero, curò migliaia e migliaia di malati. La sua opera fu raccontata in un libro, e oggi viene descritta anche in un film, magistralmente interpretato da Robin Williams, intitolato "Patch Adams". Il nome del medico che dimostrò, una volta ancora, che il mondo riuscirà sempre a migliorare fino a che ci sarà qualcuno pronto a farsi flagellare pur di sostenere ciò in cui crede.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Il futuro che ci aspetta]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=154"><![CDATA[<br /><br />Sto spesso pensando a che futuro ci aspetta.<br />Più spesso penso a che futuro spetterà ai nostri figli.<br />Inutile dire che esco spesso da questi momenti di riflessione con le idee confuse.<br />A volte depresso.<br />A volte felice.<br />Oggi è domenica e ho qualche ora libera.<br />Mi sono riproposto di fare un minimo di chiarezza.<br />Per quanto difficile e inutile possa sembrarmi.<br />Eccone il frutto.<br />Il futuro, almeno per noi occidentali, sarà o è già diverso da tutto ciò che già conosciamo.<br />Tutto quello che è successo e che sta succedendo indica che il mondo per come lo conosciamo noi, ha messo la freccia e sta svoltando.<br />Tanto per essere chiari partiamo da alcune premesse poco discutibili:<br />            La crisi finanziaria, lontana dall’avere esaurito i suoi effetti;<br />            I cambi climatici, che oltre ad essere causati da comportamenti umani, sono legati a non-influenzabili nuovi comportamenti solari già evidenziati e comprovati dagli scienziati,<br />            I legami delle catene produttive che si sono allungate e che toccano paesi con differenti tradizioni, religioni, istituzioni,in un domino sempre più impossibile da prevedere nei suoi comportamenti.<br />            Il picco del petrolio che delimita comunque un passaggio da un era privilegiata ad un’era che non è stata ancora inventata;<br />            La strutturalità delle questioni sul tappeto,legate più ad un fondamento quasi filosofico del modo di vivere, come ad esempio il consumo acritico e la convinzione inossidabile che avere di più equivale ad essere più felici.<br />            Le dimensioni delle nuove questioni mondiali enormi, che travalicano i confini nazionali e che rendono i singoli governi statali troppo piccoli anche per solo pensare di mitigare gli effetti delle nuove emergenze finanziarie, belliche, climatiche, civili;<br />            La reale complessità delle nuove questioni che ancora non ha generato un sistema previsionale attendibile.<br />Per ultima, la convinzione molto umana e direi quasi hollywodiana che se un sistema ha funzionato per un centinaio di anni possa funzionare sempre e che per definizione esistano dei medici che possano fare resuscitare un agonizzante. Un po’ come le storie d’amore con un immancabile lieto fine.<br /> <br />Ci sono poi le cattive abitudini che rendono mondo futuro insidioso anziché promettente:<br />1.	Uno sfrenato individualismo; <br />2.	La scarsa e poco diffusa volontà di prendersi responsabilità personali sia che siano materiali, culturali o spirituali; <br />3.	I governi che rispecchiano queste peculiarità dei singoli; <br />4.	La lentezza con cui vengono apportati cambiamenti istituzionali e la scarsa propensione a valutare il medio lungo periodo; <br />5.	La pigrizia mentale, sostanziale generatrice del punto precedente. <br /> <br />Le possibili azioni per prepararsi al nuovo :<br /> <br />E’ implicito assumere che per uscire (od entrare) in questa nuova era, sia necessario l’uso di una capacità tipica di tutti i grandi uomini e donne che hanno migliorato loro stessi ed il mondo: “ una visione lunga e larga”:<br />Immaginate che il lavoro, la famiglia, lo Stato, la Religione, la Scuola, i trasporti, la catena alimentare non funzionino più come sapevamo. In casi del genere come faremmo a provvedere a noi ed ai nostri cari?<br />Scoprirete presto che la parola più utile è “COOPERAZIONE”<br />Non so dirvi in che modo, ma so dirvi che il futuro passa attraverso questo.<br />Il contemperamento delle necessità individuali e l’accettazione di un personale passo indietro per poterne fare dieci collettivi in avanti.<br />Scoprirete presto anche che questo è abbastanza utopistico sul breve.<br />Troppo poca la pressione che i problemi elencati stanno facendo su tutti noi.<br />Stiamo ancora troppo bene per prendere in considerazione un ridimensionamento dell’ego.<br />Una speranza è quella di identificare e poi mettere ai posti di comando quelle figure che storicamente riescono a fare incontrare gli opposti.<br />Quei leader animati da sogni proiettati oltre la loro esistenza terrena, che chiamano all’azione gli uomini prima che le categorie, le razze, i sessi, i gusti, le classi e le nazionalità in cui ci siamo divisi.<br />Per permettere ciò è quindi necessario uno sforzo dal basso.<br />Di scelta sicuro, ma anche di comportamento.<br />1.	Flessibilità. <br />2.	Permeabilità. <br />3.	Curiosità. <br />4.	Laboriosità. <br />5.	Ottimismo. <br />Ecco mi preparerei così al nuovo che si affaccia.<br />Spingendo più là i limiti che ho in queste abilità<br />Provando e riprovando e mettendomi alla prova ovunque e comunque.<br />Spingerei mio figlio, per quanto possibile, a sviluppare queste capacità.<br />Serviranno più a lui che a me.<br />Non sono garanzie, sono solo il biglietto di entrata al teatro del futuro.<br />Esserne attori, comprimari spettatori o venditori di popcorn sarà un effetto della costanza e della reale preparazione tecnica che saremo capaci di dimostrare da ora in poi.<br />da www.sebastianozanolli.com]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Pregi e difetti di un relatore con le slide]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=153"><![CDATA[Spesso utilizzato in modo banale e controproducente, ma potenzialmente sublime: PowerPoint continua a dividere il mondo dei convegni e della formazione<br />Nel 2003 Paolo Attivissimo ha pubblicato «È ufficiale: la powerpointosi esiste» dove in modo spiritoso denuncia i cattivi usi delle presentazioni con slide. È tornato sull’argomento Andrea Bagatta nel 2008 con «Contrordine, PowerPoint non è il male» con una breve rassegna degli argomenti dei detrattori, e qualche commento intelligente di lettori qualificati. Nella mia lunga carriera di formatore ho messo insieme una notevole raccolta di lucidi per lavagna luminosa, che man mano ho trasferito su PowerPoint, poiché l’abbinamento computer/videoproiettore è diventato da anni la soluzione migliore per fornire supporto visivo a presentazioni, lezioni, dimostrazioni, riunioni.<br />Se prima dovevo portare un pacco di lucidi, poi il mio notebook, ora metto in tasca un hard disk da 80 GB dove ho stivato tutto il mio materiale, e che col suo collegamento Usb mi permette di usare qualsiasi computer dovunque vada. Il mio debito di gratitudine per questa elegante soluzione mi impone di intervenire a difesa del povero PowerPoint e dei suoi simili.<br />DA ALTAMIRA IN POI<br />Il programma di presentazione PowerPoint fa parte del pacchetto Microsoft Office, e quindi è il più generalmente usato. Tuttavia funziona benissimo anche il programma di presentazione di OpenOffice, o Flash, che meglio di Power Point si presta a gestire animazioni e multimedialità. Con questi programmi si possono fare molte cose, da audiovisivi per mostre a filmati in animazione per formazione e per svago, anche se la stragrande maggioranza delle persone li usa solo come sequenze di slide a supporto di presentazioni. I produttori forniscono interfacce standardizzate (modelli, layout, combinazioni di caratteri e di colori) per far sì che chiunque, anche senza conoscenze grafiche e di comunicazione visiva, possa mettere insieme una presentazione decente.<br />La necessità di combinare ciò che si dice con qualcosa da mostrare risale agli albori della civiltà. Gli animali dipinti nelle grotte di Altamira più di 15.000 anni fa probabilmente servivano allo sciamano o all’anziano per parlare di rituali e tecniche di caccia. Nelle aule scolastiche c’è ancora la lavagna con i gessetti. Nelle presentazioni business e nella formazione si usava la lavagna luminosa, ormai sostituita ovunque con il videoproiettore. Ognuno di questi strumenti ha i suoi pro e i suoi contro. Il difetto della lavagna con i gessetti, o dell’attuale tabellone con i pennarelli, è che quando si scrive si voltano le spalle al pubblico, e quindi se ne perde il contatto emotivo, anche se per pochi momenti. La lavagna luminosa  lascia l’oratore di fronte al pubblico, ma ha bisogno di semioscurità, che facilita appisolamenti e distrazioni.<br />IL PROBLEMA, LA SOLUZIONE<br />Come dice Paul Watzlawick, è la soluzione che crea il problema. Questo è vero anche per PowerPoint, che risolve il problema di preparare una buona presentazione in poco tempo e senza tante conoscenze tecniche o artistiche, ma proprio per la sua facilità di uso genera routine, mediocrità, uniformità di presentazioni. Inoltre, quando ho preparato una sequenza di slide, tendo a seguire solo quella, e quindi a svolgere la presentazione in modo rigido, secondo una linea predisposta. In tal senso la presentazione con PowerPoint non è strategica, non costruisce la conoscenza insieme con i partecipanti, con le loro conoscenze e i loro contributi, ma finisce con l’essere una monotona somministrazione di nozioni preconfezionate.<br />Molto spesso la sequenza di slide non viene usata per facilitare la comprensione degli ascoltatori, ma come promemoria per l’oratore, il quale si limita a leggere e commentare brevemente le slide l’una dopo l’altra. Ciò porta a fare slide troppo piene di testo o di dati, spesso illeggibili per il pubblico, utili solo all’oratore che così ricorda ciò che deve dire, ma al tempo stesso lo rende poco interessante. Ho visto oratori che si limitano a leggere le slide, dimenticando che un pubblico alfabetizzato se le legge da solo. All’altro estremo ci sono oratori che lasciano su una slide e parlano d’altro. Spesso compaiono frasi scritte in forma discorsiva, con blocchi di testo che scoraggiano la lettura rapida, al posto di brevi elenchi, parole chiave, frasi ad effetto.<br />Tom Peters ama sparare sul pubblico slide con una sola parola o una sola frase, a creare dubbio, sorpresa, curiosità, emozioni, anche perché spesso le sue frasi lapidarie finiscono con un punto interrogativo o esclamativo. Mischia criteri diversi per sorprendere e spiazzare continuamente l’ascoltatore, passando da slide con una sola parola a slide con interi periodi pressoché illeggibili, a slide quasi vuote. Quindi non è noioso il povero Power Point, ma la monotonia e la ripetitività di chi lo usa. Se seguo pedissequamente i modelli proposti, e faccio slide tutte uguali, con un titolo e tre o quattro frasi, la monotonia è garantita. Se invece alterno slide di testo a immagini, piccole animazioni, domande, forti segni grafici e simbolici, conduco lungo la mia presentazione la tensione emotiva dell’ascoltatore.<br />COMBINARE SUPPORTI DIVERSI<br />Una buona idea è combinare supporti diversi. Possiamo partire con una presentazione PowerPoint, poi gestire un momento di interattività con la sala usando la lavagna a fogli mobili.  Possiamo usare il nostro corpo, muovendoci, facendo smorfie, coinvolgendo gli ascoltatori a dire o a fare qualcosa. Possiamo interrompere la presentazione con una domanda, invitando a rispondere i partecipanti, o avviando una discussione, per riprendere la presentazione sutibo dopo. Un criterio generale puo essere questo: se posso fare a meno di supporti, ben venga; se invece ho bisogno di far vedere qualcosa, posso improvvisare al momento su una lavagna per scrivere man mano le cose di cui si parla, oppure, se ogni volta devo riscrivere le stesse cose, è meglio usare una solida e collaudata presentazione PowerPoint. Se poi ho una brutta calligrafia, scrivere col computer è un obbligo.<br />Prima di organizzare i miei materiali mi chiederò: a che serve la presentazione? Come viene fruita? Come viene gestita? Quanto tempo ho? Quanta gente c’è? In base alle risposte che mi sarò dato, organizzerò la presentazione con tutta la mia creatività personale, dai modi di presentare (in forma di rap? Con un gioco? Con un brainstorming?) alle soluzioni specifiche (immagini, suoni, caratteri, colori, parole chiave, documenti, mappe, grafici). Realizzerò il supporto visivo con i miei standard di qualità (numero di parole e frasi, rapporto figura/sfondo, font e grandezza dei caratteri, pertinenza dei contenuti) e curerò la perfetta corrispondenza fra ciò che dirò e ciò che farò vedere.<br />Se però la presentazione non la faccio io, ma miei sostituti o collaboratori? Lascio che ognuno di loro faccia le cose a modo suo o fornisco loro uno standard uniforme? Se c’è tempo sufficiente, posso preparare bene tutto il materiale, farlo provare ai collaboratori, osservare e correggere la loro gestione della presentazione. Creerò un modello grafico personalizzato, senza ricorrere a quelli preconfezionati. Userò immagini originali, dai disegni alle foto. Ma quando c’è fretta? Se devo preparare una presentazione… presentabile in poche ore, allora i modelli predisposti possono salvarmi. Certo, terrò presente che sono modelli visti e rivisti, quindi cercherò di usare poche slide significative e puntare di più su ciò che dirò.<br />ALTERNATIVE A POWERPOINT<br />Dopo aver deplorato il povero PowerPoint, e dunque aver deciso di non usarlo, che cosa faremo? Ho assistito alla lezione di un famoso professore, che l’ha letta sul monitor del suo notebook senza proiettarla! Oppure a lunghe conferenze solo parlate, con mia grande difficoltà a non distrarmi, a seguire il discorso, a sintetizzare i concetti essenziali. Ho anche visto il grande Marvin Minsky scrivere sui lucidi della lavagna luminosa, e usare bottiglie e cose varie. Danilo Mainardi fa in un minuto un disegno molto espressivo su cui svolge il suo intervento a Quark. Quando ho fatto da chairman ad un incontro con Rob Thomsett ho ingaggiato un trio jazz che intervenisse qua e là a improvvisare sulle differenze fra project management tradizionale e agile.<br />Se però devo fare la mia solita lezione sul problem setting, o una presentazione al volo, continuo ad usare il mio bravo PowerPoint, o il suo equivalente open.<br /><br />Umberto Santucci per Apogeonline]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[20 settembre, solo una Via o qualcosa di più?]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=152"><![CDATA[Da "il Tevere più largo" di Giovanni Spadolini<br />20 SETTEMBRE 1957: ottantasettesimo anniversario della breccia di Porta Pia. È ancora Papa, sia pure per poco più d'un anno Pio XII, non più il Pio XII della Humani generis e del tentativo di conciliazione fra cattolicesimo e democrazia, ma il Papa stanco e solitario e inaccessibile degli ultimi malinconici anni della chiusura e della intransigenza pacelliana, in quel Vaticano spogliato e jeratico in cui si agitano ombre di cortigiani e faccendieri.<br />I rapporti fra Chiesa e Stato in Italia non sono più quelli, pieni di fiducia e di speranza, dei primissimi anni della liberazione: coi grandi fervori del Cristo democratico e rinnovatore, coi primi brividi e fantasmi del “Papato socialista”.<br />Le ferite dell' "operazione Sturzo", cioè del tentativo di alleanza con l'estrema destra che rimonta al 1952 ma prolunga ancora i suoi effetti al di là delle mura vaticane, sono tutt’altro che risarcite. Monsignor Montini, che incarna la linea "degasperiana" e democratica dell’episcopato, senza inibizioni e chiusure retrive, è stato esiliato a Milano, senza neppure – massima umiliazione – il cappello cardinalizio; De Gasperi è morto da tre anni, ma la sua eredità politica appare dilapidata e dispersa, a vantaggio di una lotta di tutti contro tutti nella stessa democrazia cristiana, di una contesa fratricida.<br />La repressione contro i fermenti del dossettismo è stata totale; e Dossetti stesso è fallito nell’ultimo tentativo di conquistare il Comune di Bologna, dopo aver perduto la battaglia per conquistare il partito. Al posto della prima sinistra democristiana, utopistica ma generosa, portatrice di un fermento di revisione e di rinnovamento totale della vita italiana, si agitano nuclei di potere, tanto più esasperati nella dottrina quanto più ambiziosi e disinvolti nella pratica, con la nuova mistica, massiccia e conquistatrice, degli enti di Stato alle spalle.<br />Ogni traccia di Risorgimento si allontana o si scolorisce: anche di Risorgimento cattiolico-liberale. I richiami di De Gasperi a Manzoni o a Croce sembrano lontani di qualche generazione. La biografia, l’esemplare biografia, del canonico Aubert su Pio IX, il Papa del Sillabo e dell’opposizione cattolica, non è tradotta né traducibile in Italia, per veti diretti o indiretti dell’autorità ecclesiastica. Nel clero i libri che vanno ancora per la maggiore sono quelli, semplificatori e intransigenti, dell’ultraguelfo Massé. Il solco con la cultura laica pare approfondirsi: la formula del "Risorgimento scomunicato" evade dai confini della pubblicistica; proprio nel ’57 si celebra un convegno su "Stato e Chiesa", dove voci anticlericali si uniscono a voci rigorosamente laiche ma rispettose della tradizione cattolica, come quella di un Salvatorelli. Eppure: proprio in quella ricorrenza della breccia di Porta Pia, in quella tensione e lacerazione estrema che doveva prefigurare i casi clamorosi del vescovo di Prato e dell’aspra polemica tra laici e cattolici per le elezioni politiche del maggio 1958, nel giornale da me allora diretto, Il Resto del Carlino, avanzo per la prima volta una proposta, fra seria e paradossale, che sarà poi ripresa tante volte negli anni di poi: la proposta di santificare il 20 settembre, di trasformarlo in festa religiosa.<br />E con quale motivazione ? Con la precisa motivazione che la liberazione di Roma da parte dei bersaglieri di Cadorna ha sollevato la Chiesa dal fardello del potere temporale, l’ha liberata da tutti gli impacci e i gravami del temporalismo alleato con la logica inesorabile del "Trono e Altare": quasi in omaggio ad un disegno provvidenziale, presupposto necessario del nuovo incontro fra la Chiesa e i popoli, della nuova unica Santa Alleanza possibile nel mondo moderno, l’alleanza del Pontificato con la democrazia. (…omissis…).<br />La proposta cadde nel vuoto: non mancò qualche segno di ironia o di sgarberia clericale (…omissis…).<br />20 settembre: è una data patetica nella storia d’Italia. Il momento più alto del Risorgimento, ma quasi vissuto in punta di piedi, con impacciata discrezione, con un diffuso senso di timore. "Il giorno più grande del secolo decimonono" : aveva detto un famoso storico tedesco, ma che la classe dirigente italiana farà il possibile per dimenticare o scolorire, quasi atterrita dal compito storico che la Provvidenza le aveva assegnato. (…omissis…).<br />Solo il fascismo, sprezzante di tutte le pregiudiziali risorgimentali, indifferente alle radici profonde dello Stato liberale e unitario, poteva cancellare con un tratto di penna quell’esile filo che collegava le vecchie e le nuove generazioni, il 20 settembre "giorno festivo per gli effetti civili". Porta Pia fu riassorbita nella Conciliazione: l’11 febbraio diventò la sola festa, la festa nazionale celebrante il trionfo della "ragion di Stato" fascista e vaticana, il suggello dei Patti lateranensi.<br />Quel giorno, già controverso e tormentato per la generazione dei nostri padri, perse quasi ogni significato per la generazione nata all’indomani della prima guerra mondiale. Il quadro di Cammarano tendeva a scomparire dai libri di testo, dove aveva pur dominato fino agli anni trenta; i riferimenti alla questione romana diventavano sempre più scarni o retorici, scarni per il passato, retorici per il ritorno all’incontro fra la Croce e l’Aquila sanzionato dalle guerre di Etiopia e di Spagna. Capire, in quel periodo, per uno studente ginnasiale, cosa fosse stata la legge delle Guarentigie, era estremamente difficile, per non dire impossibile. Il 20 settembre si dissolveva nell’ironia che avvolgeva l’"Italietta", la piccola Italia del trasformismo liberale e post-risorgimentale, incapace di marciare col ritmo guerriero del passo dell’oca. E i grandi problemi ideali del riscatto nazionale sopravvivevano solo in chi, pur in mezzo alle negazioni ufficiali, tentava di ritrovare il filo del nostro dramma unitario in certi scrittori pur accettati dal regime, in chi, da Oriani, sapeva magari risalire a Gobetti. <br />L’autore di questo testo è Giovanni Spadolini, storico, giornalista e politico di primissimo ordine, scomparso quindici anni fa. Ricordando Giovanni Spadolini, che ho avuto l’onore di conoscere e frequentare, penso a quanto ci manchino – in questa sedicente e confusionaria seconda repubblica – uomini come lui!]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[La verità è scritta sul nostro volto]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=151"><![CDATA[C’è un nuovo telefilm su Fox,  in stile dottor House,  dove risolvono casi e delitti  attraverso l’analisi non verbale e paraverbale.<br /><br />Come dice Aldo Grasso sul Corriere della Sera, la tesi del <br />dottor Cal Lightman, ex agente di polizia specializzato in prossemica, fisiognomica, body language, cinesica è  che <br />«Il linguaggio del corpo non mente» .<br /><br />Lightman fornisce preziose consulenze all' FBI, alla polizia locale, alle aziende private quando c' è da risolvere in fretta qualche mistero criminale. <br />La serie si intitola «Lie to Me» ed è ispirata agli specialisti che supportano le varie unità investigative della polizia americana. <br />E’costruita sulle vicende professionali del dottor Paul Ekman, professore di psicologia, e sulle sue ricerche sul comportamento umano. Che non sono bizzarrie o americanate di moda, ma il fondamento stesso dell' etologia umana, come ci ricordano gli studi di Irenaus Eibl-Eibesfeldt e quelli più divulgativi di Desmond Morris. <br />Ci sono alcune espressioni istintive tipo il sorriso, il sogghigno, il cipiglio, lo sguardo fisso, l' espressione dell' ira, ecc. che governano la nostra comunicazione facciale. <br />Lightman cerca di intuirle, di leggerle, di interpretarle per metterle in contrasto con il linguaggio più comune  e convenzionale, quello delle parole.<br />Grattarsi il mento, torcere le mani, arricciare il naso o deglutire troppo: sono tutti segnali che svelano molto più di quello che saremmo disposti ad ammettere con le  parole. <br />In media ogni persona mente tre volte ogni dieci minuti. <br />Davanti al dottor Cal Lightman, però, meglio non farlo: per lui la natura umana non ha segreti.<br /><br />Ovviamente le guarderò tutte! Per  trovare spunti ed esempi pratici  a sostegno della teoria che ogni giorno insegno.<br />]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Una questione di prospettiva]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=150"><![CDATA[Sapevo che era una questione di prospettiva.<br />Ogni volta che la visione del mondo si rimpicciolisce, i nostri problemi o i nostri mali ci paiono importantissimi, la nostra morte orribile, impensabile. Se la visione si allarga e si riesce a vedere il mondo nella sua interezza e magnificenza, il nostro stato, pur penoso che sia, diventa parte di quella vastità, di quell’eterno, naturale arrovellarsi dell’uomo.<br />Me ne accorgevo accendendo la televisione o andando al cinema: se vedevo un film sciocco mi deprimevo; i dolori alla pancia o allo stomaco mi parevano terribili. Se vedevo invece un bel film, come l’edizione restaurata delle Notti di Cabiria di Fellini, tutto ciò che mi stava succedendo mi pareva un’espressione di quel “mondo grande e terribile” di cui il vecchio monaco tibetano parla al giovane Kim di Kipling: un episodio di una bella storia. Io, marginale.<br />Per questo l’arte, quella vera, quella che ci viene dall’anima, è così importante nella nostra vita.<br />L’arte di consola, ci solleva, l’arte ci orienta. L’arte di cura. Noi non siamo solo quel che mangiamo e l’aria che respiriamo. Siamo anche le storie che abbiamo sentito, le favole con cui ci hanno addormentati da bambini, i libri che abbiamo letto, la musica che abbiamo ascoltato e le emozioni che un quadro, una statua, una poesia ci hanno dato.<br /><br />Tiziano Terzani  “Un altro giro di giostra”]]></content>
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		<title><![CDATA[L'ultima lezione]]></title>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Do you speak English?]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=148"><![CDATA[Come dice sempre Beppe Severgnini noi italiani abbiamo inventato alcune parole inglesi. Il guaio è che non lo sappiamo. Il turista che volesse tenersi in esercizio e chiedesse in albergo dove può fare “footing”, ad esempio, è destinato a incontrare sguardi smarriti (il nostro footing in inglese si dice jogging). Chi avesse bisogno di un nastro adesivo e chiedesse alla cameriera del piano “mi porti lo scotch”, la vedrebbe ritornare poco dopo con un whisky (avrebbe dovuto dire sellotape) Se una signora italiana annuncia di voler acquistare un body, non sta chiedendo un capo di biancheria intima ma un corpo o addirittura un cadavere!<br />Ma noi italiani non siamo soltanto convinti che l’inglese sia efficace, crediamo anche che ci renda più importanti. Chiamare un uomo d’affari vip, manager o executive, in Italia viene giudicata una cortesia. Questi termini dovrebbero invece rientrare nella categoria delle ingiurie. La parola vip ormai viene scritta sulle tessere sconto, e pronunciata solo nei villaggi-vacanze; manager è il buon vecchio capufficio; per quanto riguarda l’executive è, da vocabolario, la persona incaricata di un lavoro amministrativo o della gestione di affari. Definizione molto ma molto lontana da quel mondo patinato che immaginiamo quando sentiamo questa parola.<br />Ma la palma d’oro delle esagerazioni italiche è l’abuso della parola top. Ormai tutto è top. Le modelle (top models), gli uomini d’affari (top managers), i posti a sedere (top class).<br />Tutto ciò è ridicolo ma il massimo l’ho visto e sentito con le mie orecchie in una cittadina toscana. Qui un negozio di abbigliamento situato nel corso principale ha deciso di chiamarsi “Top One”. Chi ha disegnato l’insegna, però, ha scritto le due parole troppo vicine. Se aggiungete a ciò il fatto che il proprietario ha assunto due splendide ragazze come commesse, il gioco è fatto. I clienti che cercano una giacca o un paio di jeans dicono proprio così: “Proviamo dalle topone, l’avranno senz’altro” ;-)<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=147"><![CDATA[A volte, basta un sorriso…<br /><br />Ciao Claudio <br />ho letto il tuo blog del 21 giugno “Medici a scuola per imparare a comunicare” .<br />Quello che ho letto, mi ha toccato nel profondo perché l’ho vissuto personalmente, con mia sorella. <br />Nel 2003, mia sorella, si ammalò di cancro.<br />Fui io la prima a leggere l’ esame istologico e citologico.<br />Quello che ho provato non si può neanche lontanamente immaginare.<br />Per quello che è stata la mia esperienza, penso che sia giusto dire al paziente la verità, ma nello stesso momento infondere coraggio: “dai che ce la facciamo, insieme. Credici, non ti mollerò”.  <br />Questo deve saper dire un medico. Un medico deve saper parlare con le persone ammalate di cancro, in particolare ai giovani. Deve entrare in sintonia con il paziente deve infondere sicurezza e non paura.<br />E invece…si va in giro come degli automi per ospedali a fare esami e terapie. <br />Non c’è chiarezza, comprensione, calore umano e neppure un supporto psicologico per l’ammalato e la famiglia.<br />Ti ritrovi da sola con un grosso problema da gestire  e quella forza che deve venir fuori.<br />Mia sorella non voleva curarsi. <br />Solo allora e per una volta sola, qualcuno le disse  non preoccuparti, vedrai ce la faremo.<br />E poi… il silenzio.<br />Quei silenzi erano un coltello nel suo cuore.<br />Quei silenzi erano angoscia, paura.<br />Esami su esami era tutto quello che le dicevano di fare.<br />Non una parola di incoraggiamento. Solo la certezza che ogni giorno era regalato e che presto sarebbe arrivata la fine.<br />Invece l’ammalato ha bisogno di entrare in empatia con le persone che lo seguono, deve sentirsi sicuro per reagire, per trovare la forza, per combattere, per non arrendersi. Fino alla fine.<br /><br />Mia sorella non voleva curarsi.<br />Le dicevo:” abbiamo incontrato un nemico, dobbiamo combatterlo, io sarò lì con te<br />Ci sono tante cure, molte persone hanno vinto questa battaglia, la vinceremo anche noi, vedrai. Anche se sapevo, dentro di me,  che il pericolo di non farcela c’era, lei non doveva percepirlo, non potevo toglierle la speranza. Non avrebbe  reagito,  non avrebbe lottato.<br />Infatti quando vedeva il viso del medico, un pò strano, silenzioso, lei si preoccupava, mi diceva:HO PAURA.<br />Cosi un giorno andai dal medico a sua insaputa e gli dissi come si sentiva mia sorella quando lo incontrava. Lo pregai di aggiungere alla sua professionalità un po’ di umanità.<br />Durante questo lungo percorso ne abbiamo incontrato solo uno di  medico con una umanità ammirevole.. <br />Lui aveva sempre una buona parola sia con mia sorella, sia con me.<br />Con lui mia sorella era più tranquilla. <br />Il problema è grave mi diceva, ma noi faremo tutto quello che si può fare. Lei però deve essere forte e trasmettere questa forza a sua sorella.<br />Le mie ricerche personali mi avevano portato a capire la pericolosità delle terapie, ma per quel tipo di cancro c’ erano solo quelle, di terapie.<br />E così l’ aiutai a comprendere che lei doveva continuare la sua vita come prima. Doveva vivere. <br />E fu cosi.<br />Faceva i controlli ma, fra un controllo e l’altro, la sua vita continuava.<br />In casa ero riuscita ha instaurare un clima sereno, per lei.<br />Dentro di me, l’ angoscia continuava,  ma dovevo occuparmi di lei,  dovevo darle un sorriso tutti i giorni e tanta serenità.<br /><br />Alla fine mia sorella è stata ricoverata nel reparto di ematologia.<br />Lì non erano permesse le visite.<br />Quella sera mia sorella mi voleva. Ho chiesto di entrare un momento indossando indumenti sterili, ma mi mandarono via. <br />Quella sera mia sorella morì.<br /><br />Il medico deve dire la verità, deve essere sincero.<br />Il medico deve saper ascoltare.<br />Il medico deve infondere fiducia e dare speranza. <br />Il medico deve trasmettere la forza di lottare di non arrendersi.<br />Il percorso va fatto insieme: medico e famiglia.<br />Non dobbiamo sentirci soli.<br /><br />Scusa lo sfogo. Grazie per quello che fai.<br />Un abbraccio.<br />Iris<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Medici a scuola per imparare a comunicare]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=146"><![CDATA[I medici devono interrogarsi su come dare cattive notizie ai malati. Visto che la vita di un malato può essere accorciata non solo dagli atti, ma anche dalle parole e dai modi del medico.<br />Consola sapere che oggi molti dottori ne sono consapevoli e si sforzano di trovare le parole giuste. All’università fanno capolino corsi specifici. La capacità di comunicare si può imparare e finalmente se ne stanno accorgendo anche loro.<br />E’ più di un anno che il mio amico Alessandro Lucchini ha pubblicato Il linguaggio della salute.<br />Un libro che si rivolge a medici, psicoterapeuti, infermieri, professionisti sanitari e desidera aiutarli a costruire relazioni più proficue con i diversi interlocutori, sia nelle situazioni critiche e drammatiche sia negli scambi di tutti i giorni, e a coltivare un maggiore interesse umano.<br />Ma la domanda cruciale per me è una sola: quanta verità dire ai pazienti?<br />Secondo il codice deontologico dei medici oggi in vigore bisognerebbe dirla tutta e solo al diretto interessato. Nella realtà le cose vanno diversamente. <br />Oltre la metà dei medici non dice la verità al paziente, moltissimi ne parlano ai parenti per la malintesa convinzione che i familiari sappiano gestire meglio la situazione.<br />Nei paesi anglosassoni però e tutto diverso. Qui vige l’idea che le informazioni si condividono per decidere insieme attraverso un vero consenso informato. A costo di essere brutali i medici sono sinceri.<br />Da noi resiste il paternalismo latino. Il medico non parla perché si carica della responsabilità delle cure, per quello che ritiene essere il bene del paziente.<br />Ma fra il dire tutto e il tacere deve pur esserci una terza via.<br />La terza via non può che essere il coinvolgimento emotivo.<br />Non conta solo la verità e come dirla, bisogna anche “raccogliere i cocci” del malato e non farlo sentire solo, dargli speranza.<br /> Il linguaggio medico è per lo più freddo e spersonalizzato: sigle, tecnicismi, frasi senza verbo e quindi senza persona (e relativa assunzione di responsabilità), forme passive; oppure infiniti, gerundi e participi, che chiudono i significati anziché aprirli; al massimo, la foglia di fico di qualche velatura eufemistica, per attutire l’impatto di una cattiva notizia inaspettata.<br />Tante sono le prove di questa volontaria neutralità emotiva, come se mantenersi asettici fosse la migliore garanzia di obiettività e di successo. È invece il contrario: la fiducia è un’emozione, si alimenta di fattori emotivi, come gli sforzi orientati alla reciproca comprensione, e genera altri fattori emotivi, come la credibilità, l’accettazione partecipe dell’autorevolezza, la lucida collaborazione e la costanza nel seguire la terapia, contro il disorientamento e le contraddizioni che accompagnano la sofferenza fisica. Guarire è più facile se il paziente sente emotivamente coinvolto chi si occupa della sua salute.<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[La mappa non è il territorio]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=145"><![CDATA[Racconta Frank Koch in Proceedings, la rivista del Naval Institute.<br />Due navi da guerra assegnate alla squadra istruttrice erano state per parecchi giorni al largo con tempo di burrasca per le manovre. Io prestavo servizio sulla nave di comando e al calar della notte ero di quarto sul ponte. La visibilità era scarsa, con banchi di nebbia, e così il capitano rimase sul ponte sorvegliando le varie attività dell’equipaggio.<br />Poco dopo l’imbrunire, l’uomo di vedetta sul ponte annunciò: <br />“Luce a tribordo!”<br />“E’ ferma o si allontana?” gridò il capitano.<br />“E’ ferma capitano,” rispose la vedetta. Questo significava che eravamo su una pericolosa rotta di collisione con quella nave.<br />Allora il capitano ordinò al segnalatore: “Segnala a quella nave: siamo in rotta di collisione, vi consiglio di correggere la rotta di 20 gradi.”<br />Giunse di rimando questa segnalazione: “E’ consigliabile che siate voi a correggere la rotta di 20 gradi.”<br />Il capitano disse: “Trasmetti: io sono un capitano, correggete la rotta di 20 gradi.”<br />“Io sono un marinaio di seconda classe,” fu la risposta. “Fareste meglio a correggere la rotta di 20 gradi.”<br />Adesso il capitano era furente. “Trasmetti,” abbaiò “sono una nave da guerra: correggete la rotta di 20 gradi.”<br />Rispose la luce lampeggiante: “Io sono un faro.”<br />Cambiammo rotta.<br />Ogni nostro comportamento, anche il più elementare, è sorretto da una convinzione. Ed è in base alle nostre convinzioni che strutturiamo il nostro sistema di pensiero ed anche il nostro carattere. Tutto ciò avviene per lo più nella nostra infanzia.<br />Che cos’è una convinzione?<br />Lo spiego con un esempio: quando il bambino si scotta col ferro da stiro quell’esperienza costruisce nella sua mente la convinzione che “toccando il ferro da stiro mi scotterò” e la generalizzazione “tutti i ferri da stiro scottano sempre”.<br />Se il bambino non terrà in considerazione altre informazioni – la presa di corrente è innestata; il calore si concentra sulla piastra e non sul manico; esistono ferri da stiro giocattolo; esistono vecchi ferri da stiro usati come portafiori… - probabilmente non toccherà mai più un ferro da stiro.<br />Dunque, diciamo che la formazione della convinzione ha a che vedere con l’esperienza che abbiamo fatto, e come dicevo prima sono le prime esperienze a strutturare le convinzioni che poi ci guideranno per il resto dei nostri giorni. <br />Vediamo un altro esempio:<br />Si racconta che per tenere legato un elefante sia sufficiente un piccolo palo e una fune.<br />Quando l’elefante era cucciolo, legato ad un palo delle medesime dimensioni, non aveva la forza di liberarsi. Nel tempo lui ha elaborato la convinzione di non essere mai in grado di poter divellere quel palo. Così, quando sarà adulto, quello stesso piccolo palo terrà l’elefante efficacemente legato.<br />Noi funzioniamo pressappoco allo stesso modo: a partire dall’esperienza costruiamo la convinzione, sulla base della quale adottiamo un comportamento. Ma le convinzioni sono molte, moltissime, e i relativi comportamenti anche.<br />Non tutte le convinzioni sono utili, però. Alcune sono limitanti. Sono quelle che nella vita ci fanno perdere. I nostri insuccessi scaturiscono proprio da convinzioni limitanti.<br />Cosa vuol dire convinzione limitante? Lo abbiamo visto con l’esempio dell’elefante. Altro esempio: si è convinti di non valere, e invece valiamo molto di più di quanto crediamo. Oppure, crediamo di essere dei numero uno, invece siamo delle povere creature. Spesso sono le convinzioni su noi stessi che ci limitano.<br />Le convinzioni, che nascono sulla base di bisogni da soddisfare, generano comportamenti, molti dei quali anche verso altre persone. I risultati determinano il successo o l’insuccesso di quel dato comportamento, dunque, se le convinzioni agenti sono costruttive o limitanti.<br />E poiché siamo ripetitivi come l’elefante dell’esempio, i comportamenti diventano abitudini, e l’abitudine scaturisce dal nostro cervello in modo automatico, diventa comportamento inconscio, per cui se quel dato comportamento o convinzione produce danni, non ce ne rendiamo conto se non col senno di poi.<br />La stessa comunicazione ne sarà influenzata, poiché il linguaggio struttura il nostro sistema di pensiero. Infatti, con un po’ di osservazione, si può capire come una persona pensa da come proferisce le sue frasi e le parole che usa. <br />Attraverso il proprio sistema di convinzioni la persona costruisce la propria mappa con la quale seguire il tracciato della sua vita. La mappa è il modo in cui noi vediamo il mondo.<br />Ogni nostro comportamento è diretto a soddisfare un bisogno, che può essere materiale o spirituale. Al bisogno è legata una carica emotiva. La carica emotiva è più o meno forte in base al significato che la mia convinzione ha attribuito a quel bisogno. Per esempio, se durante la mia infanzia, a causa delle condizioni modeste della mia famiglia, ho patito la fame, oppure la mamma, memore di un’infanzia vissuta all’insegna della penuria, mi ha sempre indotto a mangiare oltre misura e in modo sistematico, costruirò la convinzione che è importante mangiare tutto e di più, perché non so se lo potrò fare domani. Il risultato è l’obesità.<br /> “La mappa”, dunque, “non è il territorio”. È soltanto una spiegazione di certi aspetti del territorio.<br />Noi interpretiamo tutto quello che percepiamo attraverso queste mappe mentali. Di rado mettiamo in questione la loro precisione. Di solito non siamo neppure consapevoli di averle. Semplicemente presumiamo che il modo in cui vediamo le cose sia il modo in cui esse sono realmente. E i nostri atteggiamenti e comportamenti scaturiscono da queste congetture. Il modo in cui vediamo la realtà rispecchia il nostro modo di pensare e il nostro modo di agire.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Il virus del &quot;quant'altro&quot; mantra di chi la sa lunga]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=144"><![CDATA[Onorevoli, senatori, ministri e quant’altro…<br />E quant’altro è diventata, come i virus, una di quelle locuzioni invasive che una volta entrate nell’orecchio sono difficili da debellare. Tipo a livello di e nella misura in cui degli anni ruggenti, tanto per intenderci.<br />Non cercatelo sul Devoto-Oli. Mentre lo troverete registrato, sin dal ’94, sullo Zingarelli, dove però viene segnalato timidamente quasi come una rarità.<br />Invece mesi fa ha cominciato Michela Vittoria Brambilla, ha proseguito Ignazio La Russa e questo uso, che i linguisti chiamano “plastismo” (una forma che si presenta spontaneamente alla ribalta della lingua con un marchio di novità pur non essendolo), nei dibattiti e nei talk show fino a inondare la sponda politica opposta, Di Pietro compreso.<br />Con l’avverbio assolutamente (della cui invadenza tempo fa parlava Beppe Severgnini) si contende il top delle frequenze lessicali televisive degli ultimi mesi.<br />E un po’ in fondo si somigliano nell’esigenza totalizzante. <br />“ E quant’altro” pronunciato alla fine di un breve elenco ha una pretesa inclusiva, stringe e insieme apre all’infinito: sta per “eccetera”, “e via dicendo”.<br />Ma  mentre l’ ”eccetera” sembra liquidare, il “quant’altro” finge di puntualizzare, lascia intendere di  saperla lunga specie se pronunciato con cipiglio burocratico-notarile.<br />E infatti, a quanto pare, l’espressione si è diffusa, prima che in politica nel linguaggio dell’amministrazione pubblica et similia (statuti, moduli, regolamenti), accompagnata però da un participio passato: “quant’altro ritenuto fonte di prova”, “quant’altro ritenuto necessario”.<br />Nella formulazione ellittica (caduto cioè il participio passato) finisce per risultare sospesa e per potenziare così la sua intenzione allusiva.<br />Immaginate una specie di “e ho detto tutto”.<br />Vi ricordate Peppino quando, non sapendo che cosa dire, fingeva di sottintendere chissà che?<br />Che i politici si stiano “peppinizzando”?<br />Da Corsera, Paolo Di Stefano<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Tutti noi possiamo fare la differenza]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=143"><![CDATA[Ad una cena di beneficenza per una scuola che cura bambini con problemi di <br />apprendimento, il padre di uno degli studenti fece un discorso che non<br />sarebbe mai più stato dimenticato da nessuno dei presenti. Dopo aver lodato <br />la scuola ed il suo eccellente staff, egli pose una domanda: <br />'Quando non viene raggiunta da interferenze esterne, la natura fa il <br />suo lavoro con perfezione. Purtroppo mio figlio Shay non può imparare <br />le cose nel modo in cui lo fanno gli altri bambini. Non può comprendere <br />profondamente le cose come gli altri. Dov'è il naturale ordine delle cose <br />quando si tratta di mio figlio?' <br /><br />Il pubblico alla domanda si fece silenzioso. <br /><br />Il padre continuò: 'Penso che quando viene al mondo un <br />bambino come Shay, <br />handicappato fisicamente e mentalmente, si presenta <br />la grande opportunità di <br />realizzare la natura umana e avviene nel modo in<br />cui le altre persone trattano quel bambino.' <br /><br />A quel punto cominciò a narrare una storia: <br /><br />Shay e suo padre passeggiavano nei pressi di un <br />parco dove Shay sapeva che c'erano bambini che giocavano a baseball. <br />Shay chiese: 'Pensi che quei ragazzi mi faranno giocare?' <br />Il padre di Shay sapeva che la maggior parte di loro non avrebbe voluto in <br />squadra un giocatore come Shay, ma sapeva anche che <br />se gli fosse stato permesso di giocare, questo avrebbe dato a suo figlio la <br />speranza di poter essere accettato dagli altri a discapito <br />del suo handicap, cosa di cui Shay aveva immensamente bisogno. <br /><br />Il padre si Shay si avvicinò ad uno dei ragazzi sul campo e chiese (non <br />aspettandosi molto) se suo figlio potesse giocare. <br />Il ragazzo si guardò intorno in cerca di consenso e <br />disse: 'Stiamo perdendo di sei punti e il gioco è all'ottavo inning. <br />Penso che possa entrare nella squadra: lo faremo entrare nel nono' <br />Shay entrò nella panchina della squadra e con un sorriso enorme, si mise su <br />la maglia del team. <br />Il padre guardò la scena con le lacrime agli occhi e con un senso di calore <br />nel petto. <br />I ragazzi videro la gioia del padre all'idea che il figlio fosse accettato <br />dagli altri. <br />Alla fine dell'ottavo inning, la squadra di Shay prese alcuni punti ma era <br />sempre indietro di tre punti. <br />All'inizio del nono inning Shay indossò il guanto ed entrò in campo. <br />Anche se nessun tiro arrivò nella sua direzione, lui era<br />in estasi solo all'idea di giocare in un campo da <br />baseball e con un enorme sorriso che andava da orecchio ad orecchio <br />salutava suo padre sugli spalti. <br />Alla fine del nono inning la squadra di Shay segnò un nuovo punto: ora, con <br />due out e le basi cariche si poteva anche <br />pensare di vincere e Shay era incaricato di essere il <br />prossimo alla battuta. <br />A questo punto, avrebbero lasciato battere Shay <br />anche se significava perdere la partita? <br />Incredibilmente lo lasciarono battere. <br />Tutti sapevano che era una cosa impossibile per Shay che non <br />sapeva nemmeno tenere in mano la mazza, tantomeno colpire una palla. <br />In ogni caso, come Shay si mise alla battuta, il lanciatore, capendo che <br />la squadra stava rinunciando alla vittoria in cambio di quel magico <br />momento per Shay, si avvicinò di qualche passo e tirò la palla così <br />piano e mirando perché Shay potesse prenderla con la mazza. <br />Il primo tirò arrivò a destinazione e Shay dondolò goffamente mancando la <br />palla. <br />Di nuovo il tiratore si avvicinò di qualche passo per tirare dolcemente <br />la palla a Shay. <br />Come il tiro lo raggiunse Shay dondolò e questa volta colpì la palla che <br />ritornò lentamente verso il tiratore. <br />Ma il gioco non era ancora finito. <br />A quel punto il battitore andò a raccogliere la palla: avrebbe potuto darla <br />all' uomo in prima base e Shay sarebbe stato eliminato e la partita sarebbe finita. <br />Invece... Il tiratore lanciò la palla di molto oltre l'uomo in prima base<br />e in modo che nessun altro della squadra potesse raccoglierla. <br />Tutti dagli spalti e tutti i componenti delle due squadre incominciarono a <br />gridare: 'Shay corri in prima base! Corri in prima base!' <br />Mai Shay in tutta la sua vita aveva corso così lontano, ma lo fece e così <br />raggiunse la prima base. <br />Raggiunse la prima base con occhi spalancati dall'emozione. <br />A quel punto tutti urlarono:' Corri fino alla seconda base!' <br />Prendendo fiato Shay corse fino alla seconda trafelato. <br />Nel momento in cui Shay arrivò alla seconda base la squadra avversaria aveva <br />ormai recuperato la palla.. <br />Il ragazzo più piccolo di età che aveva ripreso la palla sapeva di <br />poter vincere e diventare l'eroe della partita, avrebbe potuto tirare la <br />palla all'uomo in seconda base ma fece come il tiratore prima di lui, la <br />lanciò intenzionalmente molto oltre l'uomo in terza base e in modo che <br />nessun altro della squadra potesse raccoglierla. <br />Tutti urlavano: 'Bravo Shay, vai così! Ora corri!' <br />Shay raggiunse la terza base perché un ragazzo del team avversario lo <br />raggiunse e lo aiutò girandolo nella direzione giusta. <br />Nel momento in cui Shay raggiunse la terza base tutti urlavano di gioia. <br />A quel punto tutti gridarono:' Corri in prima, torna in base!!!!' <br />E così fece: da solo tornò in prima base, dove tutti lo sollevarono in aria <br />e ne fecero l'eroe della partita. <br />'Quel giorno' disse il padre piangendo 'i ragazzi di entrambe le squadre <br />hanno aiutato a portare in questo mondo un grande dono di vero <br />amore ed umanità'. Shay non è vissuto fino all'estate successiva. <br />E' morto l'inverno dopo ma non si è mai più <br />dimenticato di essere l'eroe della partita e di aver reso orgoglioso e <br />felice suo padre.. <br />non dimenticò mai l'abbraccio di sua madre quando <br />tornato a casa le raccontò di aver giocato e vinto.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Motivazione]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=142"><![CDATA[Siamo in Texas e la figlia di un noto magnate del petrolio, arrivata ai 30 anni senza fidanzati, chiede al padre di aiutarla a trovarne uno che abbia i requisiti necessari per sposarla.<br />Il padre, temendo che qualcuno possa approfittarne per fare un matrimonio di interesse, organizza una gara per gli spasimanti.<br />Riempie una piscina del suo ranch con due squali bianchi, dei piranhas nella stagione degli amori e un caimano affamato, e poi si rivolge ai ragazzi.<br />Ovviamente in una simile occasione si sono presentati in tanti, per lo più appartenenti a tre categorie: gli Innamorati, che amano la ragazza o ne sono affascinati a tal punto da affrontare una prova d’amore; i Profittatori, cioè quelli che vedono l’opportunità per sistemarsi per tutta la vita con un matrimonio milionario; e infine i Disperati, coloro che non hanno più nulla da perdere e provano un ultima chance per rimettere a posto la propria esistenza.<br />Alla vista della piscina che pullula di pesci assassini, qual è la prima categoria che abbandona la scena? Ovviamente i Profittatori, che a conti fatti pensano a ciò che possono perdere e a ciò che possono guadagnare e non avendo altre motivazioni si ritirano aspettando un’occasione più favorevole.<br />Restano dunque solo gli Innamorati e i Disperati…<br />Ma come distinguerli tra loro? <br />Il magnate prende il microfono per dare le istruzioni per la prova, e mentre sta per parlare, uno dei ragazzi si tuffa vestito nella piscina e in un batter d’occhio salta fuori dalla parte opposta, prendendo di sorpresa pesci, squali e caimano, e presentandosi asciutto per l’effetto centrifugo generato dalla velocità delle sue bracciate.<br />Davanti gli si parano il padre e la ragazza, e lui orgogliosamente dice :”Abbiamo trovato il mio futuro genero: intraprendente, forte, risoluto e senza dubbio molto motivato… a lui andranno la mano di mia figlia e un giorno il mio patrimonio”.<br />Il ragazzo lo interrompe con decisione:” Guardi, non mi interessa il patrimonio, grazie…” e il padre ancor più entusiasta:”Grandissimo esempio di etica e moralità, mi piace sempre di più questo ragazzo, ti vorrò con me anche nella gestione del mio business”.<br />Ma il ragazzo, ancora un po’ scosso, lo interrompe nuovamente: “Mi scusi, ma io non voglio neppure la mano di sua figlia”.<br />E qui cala un silenzio irreale e la faccia del magnate cambia di espressione:”Come, non vuoi la mano di mia figlia? Ma scusami, allora che cosa vuoi?”<br />Il ragazzo fa un sospiro, prende fiato e dice: “Io non voglio i suoi soldi, e neanche la mano di sua figlia…ma una cosa la voglio eccome: voglio solo sapere il nome di quel bastardo che mi ha spinto”.<br /><br />Tratto da Bertolino/Varvelli.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>claudio maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Articolo che gira in rete]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=141"><![CDATA[Mamma, sono uscita con amici. Sono andata ad una festa e mi sono ricordata quello che mi avevi detto: di non bere alcolici. Mi hai chiesto di non bere visto che dovevo guidare, cosi ho bevuto una Sprite. Mi son sentita orgogliosa di me stessa, anche per aver ascoltato il modo in cui, dolcemente, mi hai suggerito di non bere se dovevo guidare, al contrario di quello che mi dicono alcuni amici. Ho fatto una scelta sana ed il tuo consiglio è stato giusto. Quando la festa e finita, la gente ha iniziato a guidare senza essere in condizioni di farlo. Io ho preso la mia macchina con la certezza che ero sobria. Non potevo immaginare, mamma, ciò che mi aspettava... Qualcosa di inaspettato! Ora sono qui sdraiata sull'asfalto e sento un poliziotto che dice: "Il ragazzo che ha provocato l'incidente era ubriaco". Mamma, la sua voce sembra così lontana... Il mio sangue è sparso dappertutto e sto cercando, con tutte le mie forze, di non piangere. Posso sentire i medici che dicono: "Questa ragazza non ce la farà". Sono certa che il ragazzo alla guida dell'altra macchina non se lo immaginava neanche, mentre andava a tutta velocità. Alla fine lui ha deciso di bere ed io adesso devo morire... Perchè le persone fanno tutto questo, mamma? Sapendo che distruggeranno delle vite? Il dolore è come se mi pugnalasse con un centinaio di coltelli contemporaneamente. Dì a mia sorella di non spaventarsi, mamma, di a papà di essere forte. Qualcuno doveva dire a quel ragazzo che non si deve bere e guidare... Forse, se i suoi glielo avessero detto, io adesso sarei viva... La mia respirazione si fa sempre piu debole e incomincio ad avere veramente paura... Questi sono i miei ultimi momenti, e mi sento così disperata... Mi piacerebbe poterti abbracciare mamma, mentre sono sdraiata, qui, morente. Mi piacerebbe dirti che ti voglio bene per questo... Ti voglio bene e.... addio. Queste parole sono state scritte da un giornalista che era presente all'incidente. La ragazza, mentre moriva, sussurrava queste parole ed il giornalista scriveva... scioccato. Questo giornalista ha iniziato una campagna contro la guida in stato di ebbrezza. Se questo messaggio è arrivato fino a te e lo cancelli... Potresti perdere l'opportunita, anche se non bevi, di far capire a molte persone che la tua stessa vita è in pericolo. Questo piccolo gesto può fare la differenza. <br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Indro Montanelli. Fucecchio 22 aprile 1909]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=140"><![CDATA[Nel centenario della nascita di uno dei più grandi giornalisti italiani (anche lui con i sui pregi e i suoi difetti), mi sembra giusto ricordare Indro Montanelli riportando parte di alcuni dei suoi articoli migliori.<br />Ricordo che Indro Montanelli è nato a Fucecchio (FI) il 22 aprile del 1909 ed è morto a Milano nel 2001  <br /><br />"Un’opposizione netta, dura, sia che vinca l’uno sia che vinca l’altro. Il difficile sarà distinguerci dall’altra opposizione. Se vince questa destra, noi certamente le faremo opposizione, cercando di distinguerci però da quella che faranno a sinistra. Se vince la sinistra, noi faremo opposizione ugualmente ferma, cercando di distinguerci da quello che faranno gli uomini della cosiddetta destra. Lì sarà la difficoltà, per noi” (Corriere della Sera, 21 marzo 1994).<br /><br />E purtroppo agli italiani piacciono le cose facili e avere la vita facile, finché a lungo andare sopravvivere diventa molto difficile. <br /><br />Invece due mesi e mezzo dopo la sua cacciata dal Giornale e poco prima della vittoria elettorale di Berlusconi scrisse: “L’impegno che prendiamo col lettore è il disimpegno da qualsiasi forza politica, anche se il 27 (marzo) dovremo optare per una di esse, e tutti ci chiedono per lettera, per telefono e per strada fino all’asfissia quale sarà".<br /><br />Continua dicendo:<br /><br />"E’ un discorso che cominceremo ad affrontare domani. Sarà una preferenza sotto condizione. Una recente esperienza, che non vogliamo ripetere, ci ha fatto toccare con mano l’incompatibilità del nostro modo di essere col modo di fare dei politici e del loro Palazzo, cui intendiamo restare del tutto estranei (chi scrive crede di averlo già dimostrato rifiutandosi di andare ad occuparvi una delle poltrone più comode). Nessuna pregiudiziale di simpatia o rancore riuscirà ad incrinare la nostra equidistanza dalle forze in campo e dai loro rappresentanti". <br /><br />"Se, per esempio, il Cavaliere si schiererà sulle posizioni che molto tempo prima di essere sue sono state e rimangono le nostre, rinunziando a quegli atteggiamenti da Uomo della Provvidenza, noi gli daremo lealmente una mano. Ci siamo soltanto riservati di farlo da uomini e giornalisti liberi piuttosto che da impiegati e trombettieri del padrone. Chissà se il padrone comprenderà la differenza. Ma credo che il lettore lo apprezzerà” (Corriere della Sera, 22 marzo 1994). <br /><br />Però gli Italiani si vogliono schierare, non amano pensare e l’Italia continua ad amare gli uomini potenti incapaci di pensare. Da noi “la politica è l’arte di evitare che la gente si interessi di ciò che la riguarda” (Paul Valéry). Che dire di più a proposito di Montanelli: “è difficile avere un buon carattere quando si ha carattere” (e questo è quello che lui diceva di se stesso). Chiudo poi con un suo pensiero molto rivelatore del carattere nazionale italiano: “La servitù in molti casi, non è una violenza dei padroni, ma una tentazione dei servi”. <br /><br />"E l’indefinibile e indifendibile opinione pubblica italiana continua a considerare il servilismo, l’immobilismo e il lassismo simili alla buona educazione, come affermato da Leo Longanesi in Italia “non è la libertà che manca: mancano gli uomini liberi”".<br /><br />Gli articoli sono stati tratti dal libro “La scomparsa dei fatti".<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Votare per l'Europa e sentirsi fessi]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=139"><![CDATA[Forse rassegnato, certo allibito, vagamente nauseato. Fesso, no. Non voterò alle Europee il 7 giugno. Se le elezioni per il Parlamento nazionale sono state un'umiliazione — liste bloccate, nostro compito era ratificare le nomine dei partiti — quelle per l'Europarlamento s'annunciano come una provocazione. <br />Dico, avete visto chi vogliono candidare? Vecchi delusi, giovani amiche, soliti trombati, parenti invadenti, ex potenti indigenti, funzionari sconosciuti. I ristoranti di Strasburgo e Bruxelles li aspettano a braccia aperte: ammesso che ci vadano, una volta eletti. I siti lo scrivono, i giornali lo riportano, le radio ne accennano. Ma davanti ai fotogrammi dall'Abruzzo — diciamolo — chi ha voglia di discutere l'opportunità della candidatura Mastella?<br />Così Clemente sarà nelle liste Pdl, segno e simbolo del nuovo. E chi s'azzarda a dire che hanno voluto saldare il debito per aver silurato Prodi — tuona l'interessato — «è un farabutto!». Il partito, com'è noto, sarà guidato ovunque da Silvio Berlusconi — sebbene la carica di eurodeputato sia incompatibile con l'incarico di governo. Ma se qualcuno avesse il coraggio d'affermare che il partito non guarda avanti, ecco Barbara Matera, 28 anni, scelta personalmente dal leader (curriculum: finalista a Miss Italia, annunciatrice Rai, «letteronza» a Mai dire gol, «letterata » in Chiambretti c'è, inteprete di Carabinieri 7 e «pattinatrice vip» a Notti sul ghiaccio). A Strasburgo se la vedrà con la coetanea Elena Basescu, bella figliola del presidente della Romania, Traian Basescu. La ragazza ha competenze incerte, ma splendide foto. Memorabile quella sopra un cavallo deceduto o molto stanco<br /> ( http://www.claudiocaprara.it /post/2214328.html). <br />A sinistra Dario Franceschini tuona contro le scelte della maggioranza e assicura: «Noi manderemo a Strasburgo solo persone autorevoli che ci resteranno per tutto il mandato! ». Bene: allora non si capisce perché candidano Bassolino (sicuri sia autorevole?) e Cofferati (non voleva lasciare la politica per la famiglia?). E gli alleati? Si presenta Di Pietro (la carica di eurodeputato è incompatibile con quella di deputato nazionale) e si presenta Vendola (ma non è il governatore della Puglia?). <br />Diciamolo: in fondo la scelta di Berlusconi di candidarsi ovunque — pur sapendo che all'Europarlamento non metterà mai piede — è sfacciatamente sincera. Vuol dire: «Queste elezioni non contano un fico secco, sono soltanto un sondaggio ufficiale dell'elettorato. E poiché ai sondaggi tengo, voglio esserci». L'entusiasmo del 1979 — primo Parlamento europeo a elezione diretta — lascia il posto a questa commedia. Non in tutti i Paesi accade: pensate che qui e là, in campagna elettorale, parleranno di Unione Europea e poi eleggeranno gente che, a Strasburgo e Bruxelles, ci andrà. E noi? Non capisco perché dobbiamo prestarci a questo gioco. Anzi, lo capisco. Siamo la plebe democratica e fanno di noi ciò che vogliono. Vuoi vedere che un po' fessi siamo davvero?<br /><br />Beppe Severgnini per Corriere della Sera]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Silenzio]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=138"><![CDATA[Ieri avevo pronto un nuovo post per il nostro blog.<br />Poi…hanno cominciato ad arrivare notizie con tutti i mezzi.<br />Tv, radio, internet. Facebook sembrava impazzito.<br />Io questa volta scelgo il silenzio. E’ stato detto di tutto e di più.<br />Provo solo dolore per le vittime, gli sfollati e tutti coloro che sono stati colpiti negli affetti.<br />Provo anche un grande fastidio per il fatto che si stia già facendo polemica sui media.<br />Prima salviamo chi c'è da salvare, poi ragioniamo sui come e sui perchè....<br />Sembrerebbe così scontato......<br />A dopo Pasqua.<br />Claudio Maffei<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Crisi e stile di vita: e se provassimo con la sobrietà?]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=137"><![CDATA[Semplificando, ci sono due modi di reagire all’attuale crisi economica. Il primo insiste sulla necessità di rilanciare i consumi, sostenere la fiducia dei mercati e dei consumatori, iniettare nelle economie risorse straordinarie. Si ammette la necessità di qualche correttivo, si valuta l’opportunità di più stringenti «regole del gioco», ma né gli ingranaggi del «giocattolo», né lo spirito che anima i «giocatori» vengono messi in discussione. Questo approccio ha nel Prodotto interno lordo il suo totem: oggi un calo del Pil, anche minimo, è vissuto come un incubo; domani un suo incremento sarà il segnale che la tempesta è finita. Questa impostazione è prevalente in ambito politico, nei think tank dell’economia internazionale, persino in molte lotte sindacali.<br />La seconda modalità invita a riflettere anzitutto sul significato stesso del termine «crisi», che nella sua etimologia deriva dal greco krísis («scelta», da krínein, «distinguere», «scegliere») e che segnala - si legge nel dizionario - una «situazione di malessere o di disagio, determinata sul piano sociale dalla mancata corrispondenza tra valori e modi di vita». Da qui alcuni interrogativi di fondo sui limiti del modello economico costruito negli ultimi decenni e sul tipo di sviluppo che la società globalizzata deve perseguire. Sono interrogativi che riecheggiano da più parti: nel mondo dell’associazionismo e in quello della cooperazione internazionale, nella riflessione culturale sia di stampo laico che religioso.<br />Si diffondono in particolare gli inviti a (ri)scoprire la sobrietà: un valore, e prima ancora un’esperienza, straordinariamente profondi. Lungi dall’essere riducibile a un banale «spendere meno», l’autentica sobrietà sa farsi stile di vita, modalità di stare nel mondo capace di vedere la realtà nella sua interezza e complessità, con uno sguardo libero da attaccamenti che imprigionano. Sobrietà diventa allora sinonimo di uso non rapace delle risorse, nella consapevolezza che si esiste solo nella relazione con l’altro e che, nel mondo di oggi, le scelte di pochi hanno conseguenze su tutti (gli esseri umani) e su tutto (l’ambiente). Sobrietà come requisito essenziale di un’autentica corresponsabilità e solidarietà, antidoto a un individualismo suicida. Sobrietà, infine, come capacità di non essere spaventati dal futuro, come fondamento interiore di una vera speranza, ben diversa dalle effimere speranze che ci offrono i notiziari (il rimbalzo delle Borse, gli incentivi alla rottamazione…).<br />Se vissuta in questa prospettiva - per quanto sembri paradossale e pur senza sottovalutare le tante sofferenze connesse a un tempo difficile -, la crisi potrà forse rivelare un volto sorprendentemente benefico.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[La mappa non è il territorio]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=136"><![CDATA[Alfred Korzybski (Varsavia, 3 luglio 1879 – Lakeville (Connecticut), 1 marzo 1950) è stato un ingegnere, filosofo e matematico polacco.<br />Viene ricordato principalmente per aver sviluppato la teoria della semantica generale.<br />I principi base della semantica generale furono esposti nel libro Science and Sanity, pubblicato nel 1933. Nel 1938 fondò un istituto finalizzato allo sviluppo delle sue teorie, l'Institute of General Semantics, che diresse fino alla morte.<br />Semplificando, l'essenza del lavoro di Korzybski fu l'affermare che gli esseri umani sono limitati nelle loro conoscenze dalla struttura del loro sistema nervoso, e dalla struttura dei loro linguaggi. Gli esseri umani non possono sperimentare il mondo direttamente, ma solo attraverso le loro astrazioni (impressioni non verbali, che derivano dal sistema nervoso, e indicatori verbali derivati ed espressi dalla lingua).<br />Qualche volta le nostre percezioni e la nostra lingua ci allontanano dai fatti con i quali abbiamo a che fare; la nostra comprensione di ciò che sta accadendo perde aderenza strutturale con ciò che sta realmente accadendo. Korzybski sottolineò l'importanza dell'addestramento alla consapevolezza dell'astrazione, usando tecniche che aveva derivato dai suoi studi della matematica e delle scienze. <br />Korzybski si accorse che il nostro modello mentale difettoso poteva generare gravi disfunzioni comportamentali ed era fermamente convinto che il problema fosse racchiuso nella natura intrinseca del linguaggio.<br />Un giorno mentre teneva una lezione ad un gruppo di studenti, s’interruppe per prendere dalla sua borsa un pacchetto di biscotti avvolto in un foglio bianco. Borbottò che aveva solo bisogno di mandar giù qualcosa, e offri i biscotti agli studenti seduti nella prima fila. Alcuni ne accettarono uno. – Buoni questi biscotti, non vi pare? – disse Korzybski dopo averne preso un secondo. Gli studenti masticavano vigorosamente. Poi tolse il foglio bianco mostrando il pacchetto originale. Sul quale c’era l’immagine di una testa di cane e le parole “biscotti per cani”. Gli studenti videro il pacchetto e rimasero scioccati. Due di loro si precipitarono fuori dall’aula verso i bagni tenendo le mani davanti alla bocca. – Vedete signori e signore? – commento Korzybski – ho appena dimostrato che la gente non mangia solo il cibo, ma anche le parole, e che il sapore del primo è spesso influenzato dal sapore delle seconde -. La sua burla mirava ad illustrare come certe sofferenze umane vengano originate dalla confusione tra la rappresentazione linguistica della realtà e la realtà stessa.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Ma che...bip...sappiamo veramente]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=135"><![CDATA[Quattordici scienziati, ricercatori e filosofi tra i più innovativi e autorevoli al mondo indagano il mistero dell’Universo, fornendo risposte inusuali e a volte sconvolgenti a quesiti fondamentali quali: di che cos’è fatto un pensiero? Di che cos’è fatta la realtà? Cosa succede dopo la morte? Che ci faccio qui? Oggi scienza, filosofia e teologia propongono una interpretazione completamente nuova di ciò che siamo e della realtà in cui viviamo.<br />La materia non è statica ma è il pensiero che la influenza. Per il cervello non c’è differenza tra ciò che vede e ciò che immagina, e tutti noi vediamo solo ciò che crediamo possibile.<br />BLEEP in tutto il mondo ha avuto un successo unico e straordinario, è stato visto da decine di milioni, perché la trama della storia è coinvolgente e appassionante, ed è arricchita dagli interventi di personaggi come Joe Dispenza, Fred Alan Wolf, Ramtha e JZ Knight, Amit Goswami e Micheál Ledwith, che aprono le nostre menti a concetti finora impensabili e mai esposti prima con tanta chiarezza e efficacia visiva, grazie agli effetti speciali di professionisti tra i più abili e capaci.<br />Dopo aver visto BLEEP non potrete più andare ogni giorno allo stesso lavoro e sentirvi sempre allo stesso modo.<br /><br />Centinaia di anni fa, la scienza e la religione si sono separate, diventando antagoniste nel grande gioco della spiegazione e della scoperta. Ma scienza e religione sono due facce della stessa medaglia. Entrambe aiutano a spiegare l’universo, il nostro posto nel grande disegno, e il significato della nostra vita.<br />Il film Ma che... Bip... Sappiamo Veramente!? con l’aiuto di oltre una dozzina di scienziati risponde a domande quali:<br />- Di che cos’è fatto un pensiero?<br />- Di che cos’è fatta la realtà?<br />- E soprattutto, come può un pensiero modificare la natura della realtà?<br />Uscito nella primavera del 2005 negli Stati Uniti, distribuito in 30 paesi, ha venduto oltre un milione di copie. <br />"What the Bleep..." sta lentamente rivoluzionando le coscienze in tutto il mondo!<br />Come al solito un video vale più di mille parole, per questo ti lascio al video trailer guardalo qui:<br />  <a href="http://www.youtube.com/watch?v=1cCek0lGN_Q" target="_blank">http://www.youtube.com/watch?v=1cCek0lGN_Q</a> <br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Il bambino e le stelle marine]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=134"><![CDATA[Una tempesta terribile si abbatté sul mare. Lame affilate di vento gelido trafiggevano l’acqua e la sollevavano in ondate gigantesche che si abbattevano sulla spiaggia: Le bestiole sul fondo, i crostacei, i piccoli molluschi venivano scaraventati a decine di metri sulla riva del mare. Quando la tempesta passò, l’acqua si placò e si ritirò… Ora la spiaggia era una distesa di fango, in cui si contorcevano nell’agonia migliaia e migliaia di stelle marine. Erano tante che la spiaggia sembrava colorata di rosa. Il fenomeno richiamò molta gente da tutte le parti della costa. Arrivarono anche delle troupe televisive per filmare lo strano fenomeno. Le stelle marine erano quasi immobili. <br />Stavano morendo. Tra la gente, tenuto per mano dal papà, c’era anche un bambino, che fissava con gli occhi pieni di tristezza le piccole stelle marine. Tutti stavano a guardare e nessuno faceva niente. All’improvviso, il bambino lasciò la mano del papà, si tolse le scarpe e corse sulla spiaggia. Si chinò, raccolse con le piccole mani tre piccole stelle marine e, sempre correndo, le porto nell’acqua. Poi tornò indietro e ripeté l’operazione. Dalla balaustra di cemento, un uomo lo chiamò. “Ma che fai, ragazzino?” “ Ributto in mare le stelle marine. Altrimenti muoiono tutte sulla spiaggia”. “ Ma ci sono migliaia di stelle marine su questa spiaggia: non puoi certo salvare tutte. Sono troppe! E questo succede su centinaia di altre spiagge! Non puoi cambiare le cose ! Il bambino sorrise, si chinò a raccogliere un’altra stella di mare e gettandola in acqua rispose: “ Ho cambiato le cose per questa qui ”. L’uomo rimase un attimo in silenzio, poi si chinò, si tolse scarpe e calze e scese in spiaggia. Cominciò a raccogliere stelle marine e a buttarle in acqua. Un istante dopo scesero due ragazze. Ed erano in quattro a buttare stelle marine in acqua. Qualche minuto dopo erano cinquanta. Poi cento, duecento, migliaia di persone che buttavano stelle marine nell’acqua. Così furono salvate tutte. <br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Think different ]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=133"><![CDATA[Think different è uno slogan creato dall'agenzia TBWA per Apple Computer alla fine degli anni '90.  In una recente intervista l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne  loda la Apple per l’insieme di valori e di cose eleganti e coerenti che essa è riuscita a creare e ben rappresentati dallo slogan Think different.<br />Come è possibile che due semplici parole possano generare tanta emozione e tanto fervore nei dibattiti?<br /><br /><br />Per cercare di capire ciò, spendiamo un attimo per riflettere su che cosa è uno slogan. Qualunque sia il suo ambito (politico, pubblicitario, commerciale ecc.) uno slogan è una frase che sintetizza nel modo più rapido possibile un concetto molto ampio ed articolato, che richiederebbe una esposizione troppo lunga per poter essere comunicato nei tempi messi a sua disposizione ed in cui esso vive. Lo slogan, quindi, per risolvere il problema, cerca solo di indicare i principi primi del messaggio, i concetti essenziali: è la freccia che indica la strada che dovrà poi essere percorsa da chi riceve il messaggio. La sua forza espressiva risiede proprio in questo affidarsi all’ascoltatore in quanto l’individuo, percorrendo “da solo” la strada indicata, interiorizza il messaggio e lo ricorda più efficacemente. In tal senso il meccanismo ricorda molto quei reportage fotografici in cui dei semplici fotogrammi riescono a descrivere in maniera straordinaria una data situazione sfruttando proprio il potere evocativo che le immagini fanno emergere dall’interno dell’osservatore stesso. Il successo di uno slogan, quindi, risiede proprio nell’intensità emozionale che riesce a creare nelle persone e nella sua capacità di trasmettere loro una giusta informazione, come è stato nella maggior parte dei casi per Think different. <br /><br />In realtà il Think different vuole trasmettere un invito ad affrontare la vita pensando con la propria testa, promuove una filosofia per la quale il pensiero di ogni uomo ha pari dignità e da cui discende un etica in contrasto con il luogo comune, con l’opinione preconfezionata, con la massificazione.<br />L’innovazione ed il progresso, quindi, passano attraverso uomini grandi, spesso giudicati dai contemporanei pazzi, anticonformisti, rivoluzionari, uomini che comunque hanno avuto il coraggio di seguire la propria testa, di pensare ed agire in modo differente dagli altri<br />Democrazia e libertà, uguaglianza e umanesimo, velocità, semplicità e bellezza sono tutti i principi su cui, da sempre, si fonda la filosofia di questo marchio e sono quelli che il Think different vuole trasmettere. Steve Jobs, che è l’anima della Apple, ha sempre creduto in questi valori e nella forza creatrice che è insita in ogni uomo. Egli ha impiegato la sua vita a cercare di liberare tale forza, di facilitarla affinché l’umanità potesse trovare nel computer uno strumento amico, un alleato nel suo percorso naturale verso la conoscenza ed il progresso.<br />Voglio concludere citando il testo di una campagna pubblicitaria che apparve sul sito web Apple subito dopo la morte della pioniera dei diritti civili Rosa Parks (1913-2005) il 24 ottobre 2005 in cui si ripresentò brevemente l’headline Think different all’interno di un filmato in bianco e nero. Il testo, recitato in Italiano da Dario Fo diceva:<br /><br />“Questo film lo dedichiamo ai folli, agli anticonformisti, ai ribelli, ai piantagrane, a tutti coloro che vedono le cose in modo diverso. Costoro non amano le regole, specie i regolamenti e non hanno alcun rispetto per lo status quo. Potete citarli, essere in disaccordo con loro; potete glorificarli o denigrarli ma l’unica cosa che non potrete mai fare è ignorarli, perchè riescono a cambiare le cose, perchè fanno progredire l’umanità. E mentre qualcuno potrebbe definirli folli noi ne vediamo il genio; perchè solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo lo cambiano davvero”.]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Robert Kennedy: Università del Kansas 18/03/1968]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=132"><![CDATA["Perchè è questa la verità. Tutto corre in avanti, in una gara al massacro, dove perde chi si stacca dal gruppo. Le persone si danno un gran da fare per superarsi l'una con l'altra. I valori, quelli veri, della famiglia, dell'onore, dell'amicizia, della tolleranza e del rispetto degli altri sono candeline che ogni giorno si spengono sempre di più. Un altro valore, quello della competizione, è diventato un virus letale, una miscela esplosiva fatta di arrivismo, egoismo, menefreghismo e superficialità. E' un contagio che ha colpito i singoli e la collettività. Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo (PIL).Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani".]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Abbiamo scelto la speranza]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=131"><![CDATA[Meglio di ogni parola sono le centinaia di foto di cittadini in lacrime a descrivere le emozioni trasmesse da Obama.<br />“Abbiamo scelto la speranza rispetto alla paura”. Il 44° presidente degli Stati Uniti indica da subito la via perché “siamo uguali, tutti siamo liberi e tutti meritiamo una possibilità di perseguire la felicità in tutta la sua pienezza”.<br />Non sono semplici proclami. Il suo discorso è intessuto di orgoglio nazionale, ma anche di una grande apertura alle novità.<br />“Quel che i cinici non riescono a capire è che il terreno gli è scivolato sotto i piedi”, afferma con forza Obama. “L'America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che sia alla ricerca di un futuro di pace e dignità, e che noi siamo pronti ad aprire la strada ancora una volta”. Parole per chiudere definitivamente con ogni sentimento antiamericano, “l'America deve giocare il suo ruolo nel far entrare il mondo in una nuova era di pace”. Parole di distensione verso il mondo musulmano, verso le popolazioni più povere. Non è con la forza che si vincono le battaglie e Obama lo afferma in diversi passaggi del suo discorso.<br />E non rinuncia a tracciare alcune linee anche in materia economica e ambientale. “Imbriglieremo il sole e i venti e il suolo per alimentare le nostre auto e mandare avanti le nostre fabbriche.<br />E trasformeremo le nostre scuole, i college e le università per venire incontro alle esigenze dei tempi nuovi. Possiamo farcela. E lo faremo”.<br />Si gioca poi tutto il suo carisma verso la fine del discorso quando il pragmatismo si lega alla poesia, alle emozioni che ne fanno davvero un grande leader.<br />“Per tanto che un governo possa e debba fare, alla fine è sulla fede e la determinazione del popolo americano che questa nazione si fonda. E' la gentilezza nell'accogliere uno straniero quando gli argini si rompono, la generosità dei lavoratori che preferiscono tagliare il proprio orario di lavoro piuttosto che vedere un amico perdere il posto, che ci hanno guidato nei nostri momenti più oscuri. E' il coraggio dei vigili del fuoco nel precipitarsi in una scala invasa dal fumo, ma anche la volontà di un genitore di nutrire il proprio figlio, che alla fine decidono del nostro destino”.<br />A Washington c'era un oceano di persone. Due, forse tre milioni. Ma molti altri milioni di persone, in tutto il mondo, erano incollate ai televisori, alle radio, ai siti web per vivere le emozioni di una giornata storica. E Barack Obama non li ha delusi. Con equilibrio, ma grande coraggio ha indicato loro nuovi sentieri. Per l'Occidente e il mondo intero da oggi si può voltare pagina<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Fabrizio De Andrè Genova 1940-Milano 1999]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=130"><![CDATA[Come qualche amico sa, io volevo fare il cantautore.<br />Ci ho anche provato e, per un po’, ci sono riuscito contro tutti<br />e tutto.<br />Sono stato quello che si può definire un ottimo dilettante.<br />Le canzoni mi hanno permesso di ricevere applausi, di divertire<br />gli amici e anche... di far innamorare qualche ragazzina.<br />Una generazione speciale, la mia, quella che oggi verrebbe<br />definita la generazione del ’68.<br />Da quegli anni in poi, la musica ha avuto, per le giovani generazioni,<br />il ruolo di lingua mondiale, unificando i popoli molto più<br />della politica o delle religioni.<br />Giovani di tutte le nazionalità si sono incontrati a Woodstock o<br />all’Isola di Wight, fraternizzando in due ore come mai sarebbero<br />riusciti a fare, dibattendo i loro problemi per giorni e giorni.<br />In quegli anni, sull’onda del pacifismo e dell’amore per gli altri,<br />la musica era semplicemente comunicare con la gente, soprattutto<br />quella della nostra età.<br />E io mi ci sono buttato.<br />Già nel 1966, a soli 14 anni, partecipai al Festival studentesco<br />che coinvolse tutte le scuole superiori di Milano.<br />La totale ignoranza della lingua inglese mi portò, immediatamente,<br />a interpretare le canzoni dei principali complessi italiani, i<br />Camaleonti, i Dik Dik, l’Equipe 84, i Giganti. Subito dopo, sfasciati<br />due o tre complessi per il mio maledetto carattere anarchico e zingaresco,<br />iniziai a interpretare i cantautori, primo fra tutti Fabrizio De Andrè.<br />Quante notti sulla spiaggia, quanti fuochi, quante bottiglie di<br />vino e poi, finalmente un palcoscenico, microfoni, riflettori e... il<br />pubblico.<br />Naturalmente facevo tutto ciò solo e unicamente per passione:<br />"vendere non passava tra i miei rischi", per fare una dotta citazione.<br />Poi l’illusione è finita, senza rimpianti.<br />L’altra sera però ho sentito due citazioni tratte da interviste di Fabrizio De Andrè.<br />Una diceva: “ Una sera Luigi Tenco mi becca in una balera di Genova e mi dice minaccioso:<br />E’ vero che ti vanti di aver scritto le mie canzoni? E io: Si ma lo faccio solo per portarmi a letto le ragazze.” Mamma mia, a quante ragazzine ho fatto sentire canzoni di De Andrè spacciandole per mie!<br />La seconda citazione riguarda George Brassens e dice: “Se non fosse esistito George Brassens forse avrei scritto lo stesso canzoni, ma non avrei mai pensato le cose che penso”.<br />Potrei averla detta io. Naturalmente riguardo a Fabrizio.<br />Fabrizio rimane per me, più che l'artista che tutti apprezziamo, un uomo di pensiero, di pensiero "forte" in tempi sempre più bui. Nel crollo verticale dell'etica, nel degrado irreversibile della società italiana, le parole di Fabrizio, restano le poche, forse le uniche, a infondere coraggio a chi vive controvento e rivendica un'intelligenza che è sempre meno moneta corrente.<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[9 buoni propositi per un 2009 ruggente!]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=129"><![CDATA[Le persone sono il centro della nostra attività professionale e come tali devono essere considerate nel nostro lavoro quotidiano. <br />Quando svolgiamo il nostro fantastico lavoro ma innanzitutto nella vita quotidiana ricordiamoci che:<br />- gli uomini saggi non dicono tutto quello che pensano: pensano tutto quello che dicono.<br />- la mente è come un paracadute: funziona solo se si apre.<br />- per le persone eccellenti il successo è una conseguenza, non un obiettivo!<br />- la vera scoperta non consiste nel trovare nuovi territori, ma nel vederli con nuovi occhi.<br />- ciò che spinge gli uomini ad andare avanti è la coscienza profonda che non hanno fatto abbastanza.<br />- anziché essere spaventati dalle nuove idee dovremmo spaventarci per averne solo di vecchie.<br />- se vuoi un anno di prosperità fa crescere il grano. Se vuoi dieci anni di prosperità fa crescere gli alberi. Se vuoi cento anni di prosperità fa crescere le persone.<br />- l’unico posto in cui “successo” viene prima di “sudore” è il dizionario.<br />- grazie a Dio è lunedì, dovrebbe essere il nostro pensiero ogni nuova settimana di lavoro.<br />Tanti auguri a tutti per un ruggente 2009!<br />(da un’idea di Enrico Cogno)<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[250.000! Grazie &amp; auguri a tutti!]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=128"><![CDATA[A tutti quelli che, nel 2008, hanno letto questo blog.<br />Da un po’ di giorni stavo pensando a un messaggio di auguri. Per il Natale ma, soprattutto, per il nuovo anno.<br />Non volevo scrivere cose banali  e mi scervellavo alla ricerca dell’originalità.<br />Poi,  domenica, apro questa pagina, leggo un commento e mi scappa l’occhio sul numeratore:  il mio blog ha superato la quota di 250.000 visite! <br />Forse, per qualcuno di voi, questo  numero è  insignificante. Ma  per me che,  non sono Beppe Grillo, non sono conosciuto al grande pubblico, e non vado neppure alla televisione…<br />Beh, fino a poco tempo fa pensare di essere letto da un numero così elevato di persone non mi passava neppure per la testa.<br />250.000 persone sono gli abitanti di una città come Venezia o un po’ di più di quelli di Verona, Messina, Trieste. <br />Dal cuore mi è venuto un Grazie. Ecco i miei auguri. Un grazie a tutti voi che mi avete letto.<br />Un grazie perché avete dato il mio  stesso valore a  una parola,  a uno sguardo, a un sorriso.<br />Un grazie a chi è passato di qui, anche per caso, e ha trovato qualche informazione interessante. <br />Un grazie a chi si è  fermato a commentare aggiungendo un pezzo di sé.  I vostri commenti mi fanno un enorme piacere. Lasciatene tanti, fa bene a tutti.<br />Che dire?  Fate in modo che queste feste siano qualcosa in più del mero consumismo.<br />Fate in modo che possano essere un periodo sereno, per voi e per chi vi sta vicino. C’è bisogno, di serenità!<br />Mi auguro che l’effetto benefico della crisi porti alla sparizione di un po’ di “Cafonal”, di tutti quelli per cui l’apparire è più importante dell’essere. C’è anche un enorme bisogno di sobrietà, davvero!<br />Auguri a tutti voi, lettori di relazionivirtuose.it, affinché possiate  realizzare un vostro sogno nel 2009!<br />Auguri per una vita felice, sempre. <br />Un GRAZIE immenso, col cuore.<br />Claudio Maffei<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[E crescendo impari]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=127"><![CDATA[E crescendo impari che la felicità non e' quella delle grandi cose.<br />Non e' quella che si insegue a vent'anni, quando, <br />come gladiatori si combatte il mondo per uscirne vittoriosi...<br />La felicità non e' quella che affannosamente si insegue <br />credendo che l'amore sia tutto o niente,...<br />non e' quella delle emozioni forti che fanno il "botto"<br /> e che esplodono fuori con tuoni spettacolari...,<br />la felicità non e' quella di grattacieli da scalare, <br />di sfide da vincere mettendosi continuamente alla prova.<br />Crescendo impari che la felicità e' fatta di cose piccole ma preziose....<br />...e impari che il profumo del caffé al mattino e' un piccolo rituale di felicità, <br />che bastano le note di una canzone, le sensazioni di un libro dai colori che scaldano il cuore,<br /> che bastano gli aromi di una cucina, la poesia dei pittori della felicità, <br />che basta il muso del tuo gatto o del tuo cane per sentire una felicità lieve.<br />E impari che la felicità e' fatta di emozioni in punta di piedi,<br /> di piccole esplosioni che in sordina allargano il cuore,<br /> che le stelle ti possono commuovere e il sole far brillare gli occhi,<br />e impari che un campo di girasoli sa illuminarti il volto, <br />che il profumo della primavera ti sveglia dall'inverno,<br /> e che sederti a leggere all'ombra di un albero rilassa e libera i pensieri. <br />E impari che l'amore e' fatto di sensazioni delicate, di piccole scintille allo stomaco, <br />di presenze vicine anche se lontane, e impari che il tempo si dilata e che quei 5 minuti sono preziosi <br />e lunghi più di tante ore,e impari che basta chiudere gli occhi, accendere i sensi, sfornellare in cucina,<br /> leggere una poesia, scrivere su un libro o guardare una foto per annullare il tempo <br />e le distanze ed essere con chi ami. <br />E impari che sentire una voce al telefono, ricevere un messaggio inaspettato, <br />sono piccoli attimi felici.<br />E impari ad avere, nel cassetto e nel cuore, sogni piccoli ma preziosi.<br />E impari che tenere in braccio un bimbo e' una deliziosa felicità.<br />E impari che i regali più grandi sono quelli che parlano delle persone che ami...<br />E impari che c'e' felicità anche in quella urgenza di scrivere su un foglio i tuoi pensieri, <br />che c'e' qualcosa di amaramente felice anche nella malinconia. <br />E impari che nonostante le tue difese,<br />nonostante il tuo volere o il tuo destino,<br />in ogni gabbiano che vola c'e' nel cuore un piccolo-grande<br />Jonathan Livingston.<br />E impari quanto sia bella e grandiosa la semplicità.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Perchè ridere salva la vita]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=126"><![CDATA[Le affermazioni della saggezza popolare precorrono talvolta i risultati della ricerca scientifica: “il riso fa buon sangue” – si dice. L’interpretazione convenzionale di questo proverbio assegna al sangue la metafora della disposizione d’animo, forse riprendendola dalla teoria degli umori della medicina di Ippocrate, e quindi attribuisce all’umorismo una relazione benefica con lo stato di salute.<br />Ma il “buon sangue” non è solo buonumore. Già da alcuni anni, infatti, è stato dimostrato che ridere modifica la concentrazione di alcuni componenti presenti nel sangue e che queste variazioni sono, a loro volta, responsabili di cambiamenti di attività del sistema immunitario, tanto da poter pensare di impiegare la comicità nella terapia e nella prevenzione delle malattie.<br />L’aneddoto più noto a questo proposito è probabilmente costituito dalla vicenda di Norman Cousins (1915-1990), giornalista americano redattore letterario del Saturday Review, al quale fu diagnosticata una forma severa di spondiloartrite anchilosante - una malattia infiammatoria cronica autoimmune invalidante delle articolazioni - con complicanze cardiache. Allorché, in relazione alla scarsa efficacia dei trattamenti intrapresi, gli fu annunciata una prognosi con minime probabilità di sopravvivenza nel breve periodo, Cousins, alla luce di alcune ricerche di “biochimica delle emozioni” recentemente pubblicate, decise di affidarsi ad un programma terapeutico che comprendeva dosi imponenti di vitamina C, attitudine mentale positiva e visione di film comici e candid camera televisive. L’effetto immediato di tipo analgesico gli permise innanzitutto di poter dormire senza dolore, successivamente il lento miglioramento clinico gli consentì di riprendere il lavoro e di vivere fino a 75 anni: per più di sedici anni dopo la diagnosi e ben oltre quanto era stato pronosticato dai medici.<br />La base scientifica che oggigiorno ci offre la possibilità di comprendere, tra le altre cose, la relazione tra umorismo e salute è l’oggetto di una disciplina dal nome quasi impronunciabile – psico-neuro-endocrino-immunologia – per indicare la quale si preferisce utilizzare l’acronimo PNEI: in sintesi le emozioni e il pensiero, attraverso le vie del sistema nervoso, influenzano la secrezione di ormoni che regolano l’attività immunitaria.<br />Abbiamo percorso un tratto di strada ulteriore dalle osservazioni che Freud, all’inizio del secolo scorso, riportava nel suo saggio Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio (1905): ridere di cuore può permettere lo scaricare delle tensioni e uno stato di conseguente piacere. Il riso dunque è salutare perché alleggerire la tensione vuol dire intervenire in maniera positiva sullo stress e sull’ansia interrompendo il circolo vizioso che alimenta frustrazione, senso di inadeguatezza, aggressività e senso di colpa. Questo sul piano psichico, ma in condizioni di stress l’organismo produce una maggior quantità di cortisone che riduce la competenza immunitaria e facilita così l’insorgenza di malattie. Il senso dell’umorismo, moderando il calo delle difese immunitarie che si verifica sotto stress, ne antagonizza le conseguenze; inoltre è dimostrato che ridere di cuore provoca effetti simili all’esercizio fisico con successivo periodo di rilassamento: aumenta la produzione di beta-endorfine (un gruppo di sostanze prodotte dalle cellule del sistema nervoso) e riduce il rischio di infarto cardiaco e di depressione.<br />In un periodo storico come quello attuale, caratterizzato da una congiuntura economica negativa che comporta un logorio individuale e sociale, una cura efficace a basso costo è sicuramente benaccetto.<br />In più la capacità di cogliere l’aspetto umoristico delle situazioni sollecita l’azione di cortocircuiti psichici simili a quelli provocati dall’arrivo improvviso di nuove idee e alla capacità di elaborare soluzioni alternative ai problemi utilizzando elementi occasionali.<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Sono contro la violenza sulle donne]]></title>
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		<modified>2008-11-25T18:43:46+01:00</modified>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=125"><![CDATA[SONO CONTRO "un inarrestabile flagello mondiale", così l'ONU definisce LA VIOLENZA SULLE DONNE. I numeri aggiornati del flagello sono, come si dice, assordanti: quasi due miliardi di donne nel mondo e circa sette milioni in Italia hanno subito violenza almeno una volta nella vita, ed è fin troppo facile supporre che queste stime siano approssimate per difetto. Il flagello colpisce senza distinzione di continente o latitudine, e si tratta di violenze fisiche, sessuali, psicologiche, omicidi familiari, mutilazioni genitali, tratta, schiavitù, fino alla guerra, al dramma infinito delle donne che vivono nei paesi in guerra. <br /><br />Donne di ogni età. Le neonate soppresse in certe zone rurali della Cina. Le bambine vendute spose o schiave in India, quelle a cui vengono mutilati i genitali, quelle che si prostituiscono in Brasile, a Cuba, in estremo Oriente, le ragazze che a Ciudad Juarez, in Messico, sono state violentate e uccise a centinaia e poi seppellite nel deserto. Se non fosse stato per il coraggio di una sopravvissuta per miracolo (come non ricordare qui la 'nostra' Donatella Colasanti, e il massacro del Circeo?) nessuno ne avrebbe mai saputo niente. Quelle ragazze venivano da zone povere dell'interno a cercare lavoro in una fabbrica vicina alla frontiera nord, quella con gli Stati Uniti, ma le aspettava la fabbrica dello stupro e della morte. Erano almeno quattrocento. Ma questi sono solo alcuni esempi. Il flagello, dice l'ONU, è "inarrestabile". In ben 192 stati membri, la maggioranza cioè delle Nazioni Unite, non esistono leggi e strumenti adeguati a punire i colpevoli e a proteggere le vittime.<br /><br />In Italia, dice l'Istat, circa sette milioni di donne tra i 15 e i 49 anni - per la precisione 6.743.000 - hanno subito violenza almeno una volta. E purtroppo, dicono ancora i dati ufficiali, la maggioranza di queste violenze si compie dentro casa. Violentatori, molestatori, quando non i veri e propri aguzzini, sono in maggioranza gli uomini di casa - padri, mariti, fratelli - o comunque quelli della cerchia più ristretta tra le relazioni della vittima, conoscenti, vicini di casa, fidanzati, amici, amanti, ex. Alle donne 'campionate' dall'Istat - come giustamente rilevava Nina in un post che non riesco a rintracciare - bisogna però aggiungere le bambine che hanno meno di 15 e le donne che hanno più di 49 anni: paradossi della statistica, loro non le 'contiamo'?<br /><br />E attenti a quello che facciamo vedere ai nostri bambini. Guarda il video cliccando  <a href="http://it.youtube.com/watch?v=SJF50kwwRJE" target="_blank">qui</a> <br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[I fragili aspetti dell’identità]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=124"><![CDATA[Il concetto di “persona”, include l’immagine che abbiamo di  noi stessi.<br />L’idea della nostra identità, del nostro status sociale, è radicata nella nostra mente e influenza costantemente il nostro rapporto con gli altri.<br />Quando una discussione si fa accesa, non è tanto l’oggetto del dibattito che ci infastidisce, quanto la messa in discussione della nostra identità.<br />E’ sufficiente che qualche parola male interpretata minacci l’immagine che abbiamo di noi stessi, perché la situazione ci appaia insopportabile, anche se le stesse parole, rivolte a qualcun altro in circostanze differenti, non ci darebbero così fastidio.<br />Chiunque abbia una forte immagine di se stesso cercherà di assicurarsi che sia riconosciuta e accettata da tutti.<br />Non c’è niente di più angosciante che vederla contestata.<br />Ma qual è il valore di questa identità?<br />E’ importante ricordare che il termine “personalità” deriva da “persona” che in latino significa “maschera” .<br />La maschera attraverso (per) la quale l’attore fa riecheggiare (sonat) il proprio ruolo.<br />A differenza dell’attore, che sa di portare una maschera, noi ci dimentichiamo spesso di distinguere tra il ruolo che svolgiamo nella società e la nostra natura più profonda.<br />Di solito siamo spaventati all’idea di affrontare il mondo senza alcun riferimento, e quando dobbiamo abbandonare maschere e titoli siamo presi dalla vertigine dell’ignoto: se non sono più musicista, scrittore, impiegato, colto, bello o forte, chi sono?<br />Eppure l’assenza di etichette è la migliore garanzia di libertà, il modo più agile, leggero e gioioso di attraversare il mondo.<br />Non essere più vittime delle menzogne dell’ego non ci impedisce affatto di alimentare una forte determinazione per ottenere gli obiettivi che ci siamo prefissati e di godere in ogni istante la ricchezza delle nostre relazioni con il mondo intero.<br />Anzi, accade proprio l’esatto contrario.<br />(Matthieu Ricard)<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Da Barack Obama. Ieri alle 20.47]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=123"><![CDATA[Incredibile, ma vero.<br />In tempi non sospetti, circa due mesi fa, mi sono iscritto un po’ per gioco, un po’ per ricevere materiale elettorale, al fan club di Barack Obama.<br />Questa mattina, alle 7.00, ero proprio contento.<br />Per chi ha la mia età, vedere un nero alla presidenza degli Stati Uniti è come veder concretizzare un sogno che ha dell’impossibile.<br />Nessuno al mondo, quarant’anni fa avrebbe potuto immaginare che un uomo dalla pelle scura sarebbe stato votato dalla maggioranza degli elettori americani.<br />Si tratta di un fatto che ha una potenza dirompente e, da mesi, come Beppe Severgnini, dicevo “Fin che non lo vedo non ci credo”.<br />Quello che è successo oggi è la conseguenza della lotta condotta da Martin Luther King, è la vittoria del suo credo, della sua volontà di ottenere con metodi pacifici, diritti civili per gli afroamericani.<br />L’elezione di Barack Obama è la prova vivente che quella sfida alla fine è stata vinta.<br />Con questi pensieri nell’anima, un paio d’ore dopo ho acceso il computer e, ohibò, la lettera di Barack Obama.<br />Si, proprio lui, quello che avevo appena visto alla televisione.<br />Ha ringraziato tutti per e-mail…anche me.<br />Ah, Italia, quanto hai da imparare!<br /><br /><br />I'm about to head to Grant Park to talk to everyone gathered there, but I wanted to write to you first.<br /><br />We just made history.<br /><br />And I don't want you to forget how we did it.<br /><br />You made history every single day during this campaign -- every day you knocked on doors, made a donation, or talked to your family, friends, and neighbors about why you believe it's time for change.<br /><br />I want to thank all of you who gave your time, talent, and passion to this campaign. We have a lot of work to do to get our country back on track, and I'll be in touch soon about what comes next.<br /><br />But I want to be very clear about one thing...<br /><br />All of this happened because of you.<br /><br />Thank you,<br /><br />Barack <br /><br />]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Anthony Robbins a Roma]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=122"><![CDATA[Ce l’hanno fatta!<br />I miei amici  Mody e Nello Acampora e la loro organizzazione <br />Hi-Performance, sono riusciti a portare il mitico corso di Anthony Robbins “Sprigiona il potere che è in te”, a Roma, dal 25 al 28 di settembre.<br />Chi non ha mai visto Tony dal vivo approfitti di questa occasione!<br />Una sferzata di energia allo stato puro.<br />Ancora oggi quando le persone che si avvicinano alle materie che insegno mi chiedono un consiglio su un libro “facile” per un primo approccio, il mio consiglio è sempre lo stesso: “Come ottenere il meglio da sé e dagli altri” di Anthony Robbins. Una vera “bibbia” benché uscito nel 1987.<br />Tony è, di continuo, stimolo a tutto il mondo della formazione.<br />Ecco, qua sotto dodici principi da condividere con le persone che ci sono care.<br /><br />I dodici principi per vivere con consapevolezza sono semplici insegnamenti, potranno essere soltanto nutrimento per i tuoi pensieri oppure chissà…tra essi ne scoprirai uno che potrà cambiarti la vita per sempre.<br /><br />VIVI UNA VITA AL SERVIZIO DEGLI ALTRI.<br />“ Il modo migliore per trovare te stesso è perderti mettendoti al servizio degli altri”.<br /> Mahatma Gandhi<br /><br />OFFRI AGLI ALTRI CIÒ CHE VORRESTI RICEVERE.<br />“Abbiamo bisogno di tanto amore per perdonare, ma abbiamo ancor più bisogno di umiltà per chiedere perdono”.   <br /> Madre Teresa<br /><br />SII GENTILE.<br />“La vita è breve, eppure c’è sempre abbastanza tempo per essere cortesi”.<br /> Ralph Waldo Emerson<br /><br />SII STRAORDINARIO.<br />“Mira alla luna. Anche se mancherai il bersaglio, finirai pur sempre in mezzo alle stelle”.<br />Les Brown<br /><br />CERCA L’UNIONE.<br />“L’interdipendenza deve essere l’ideale dell’uomo, tanto quanto la sua autonomia”.<br /> Mahatma Gandhi<br /><br />IMPEGNATI PER VIVERE CON SAGGEZZA.<br />“La scienza è l’organizzazione della conoscenza. La saggezza è l’organizzazione della vita”.<br />Immanuel Kant<br /><br />ESPRIMI LA TUA GRATITUDINE.<br />“Quando provi gratitudine la paura si dissolve per lasciare il posto all’abbondanza”<br />Tony Robbins<br /><br />PENSA IN MODO CRITICO.<br />“Il mondo che abbiamo creato è il prodotto del nostro pensiero, e dunque non può cambiare se prima non modifichiamo il nostro modo di pensare”.<br />Albert Einstein<br /><br />SII CORAGGIOSO.<br />“Le cose che devi fare sono proprio quelle che pensi di non riuscire a fare”.<br />Eleanor Roosevelt<br /><br />SII UMILE.<br />“Desideri che le persone abbiano una buona opinione di te? Non parlare esaltando te stesso”.<br />Blaise Pascal<br /><br />SII CREATIVO.<br />“Una persona creativa è motivata dal desiderio di arrivare, non da quello di superare gli altri”.<br />Aya Rand<br /><br />SII PRESENTE.<br />“La cosa meravigliosa è che non è necessario aspettare neppure un momento per iniziare a rendere il mondo migliore”.<br />Anna Frank<br /><br />]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Apparenti gaffes...per non apparenti verità]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=121"><![CDATA[Una frase od una parola detta in modo erroneo od in un contesto sbagliato.<br />Si può estendere anche ad un gesto….<br />Ho avuto il piacere di assistere una persona nel momento della sua morte, direi di accompagnarla in quel trapasso, a volte pieno di aspettative per chi crede, a volte pieno di niente.<br />Mi disse “si ricorda Dottore quella volta del vestito”<br />Io le tenevo la mano.<br />Certo che mi ricordavo…..<br />Era una bella ed esclusiva festa, in cui mi sentivo come sempre a disagio.<br />La riconobbi quella signora, che veniva verso di me dal fondo della sala, in compagnia di un uomo più giovane di lei, che la inebriava. Quel luogo stesso la emancipava perché era un luogo che era al di sopra della sua solita vita. Aveva un abito bianco attillato lungo fino ai piedi. Non poteva evitarmi.<br />Io camminavo tenendo tra le mani un grosso calice di vino merlot, pieno quasi all’orlo, di un liquido rosso vivo, un arma da guerra micidiale.<br />Conoscendo la mia proverbiale distrazione, quando fu a pochi metri da me mi disse “dottore faccia attenzione con quel bicchiere!”<br />C’era confusione nella sala, l’orchestra suonava, io non capivo, mi avvicinai a lei “cosa mi sta dicendo?” facendo questo mi chinai in avanti la mia mano si piegò anche essa e le rovesciai l’intero calice addosso.<br />Quel bell’abito bianco grondava di vino, lei immobile al centro della sala, tra i risolini e i commenti intorno. Il suo viso era più rosso del vino e sprizzava scintille d’odio.<br />Credo che quella serata fosse stata piena di aspettative per lei, e che quello fosse l’unico abito che avesse adatto alla serata, e credo che per lei comunque la serata finì lì.<br />Stava morendo, ora, mi disse “ le voglio bene, Dottore, ma non la perdonerò mai”<br />Vi possono anche essere delle gaffes “apparenti” nel senso che siano volutamente dette o inconsciamente dette , ma che sortiscono un effetto positivo….<br />I paradossi….<br />Contraddizioni logiche su due contesti diversi, spesso uno emozionale e l’altro razionale.<br />Famosa quella “se ti ammazzi ancora ti mando al ricovero” da me formulata e poi ripresa nelle lezioni della Società Medica Italiana di Ipnosi e Psicoterapia dal Dott Riccardo Arone di Bertolino.<br />Erickson diceva “fai deragliare i pensieri”<br />Bandler e Grinder dicevano “ad un catatonico saltategli sul piede”<br />Interrompendo il ciclo dei suoi discorsi o delle sue assenze.<br />Si potrebbe valutare la frase in un altro contesto della comunicazione, quello del cambiamento di canale sensoriale della comunicazione.<br />Erickson interruppe il suo professore buttandogli lì una frase che non c’entrava niente “ neanche a me piace la neve….e poi non esiste un fiocco di neve uguale ad un altro”<br />Erickson in un’altra occasione affidò ad uno studente-paziente il compito di valutare le diverse tonalità di verde che avevano le piante del suo giardino, per spingerlo a valutare i diversi punti di vista sulle cose.<br />Lo studente scoprì che non esiste pianta che abbia la stessa tonalità di verde di un’altra.<br />Apparenti gaffes…per non apparenti verità….<br />Liberamente tratto da Gilberto Gamberini  <br /><br />]]></content>
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		<title><![CDATA[Tutto ciò che state per leggere è vero]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=120"><![CDATA[Esiste un potentissimo solvente chimico che ha le seguenti proprietà: se impiegato in dosi anche minime (meno di un centimetro cubo) può danneggiare un elettrodomestico in modo irreversibile, evapora a temperatura ambiente diffondendosi silenziosamente nell’ambiente domestico, è stato rinvenuto nel 99% delle cellule tumorali, viene usato nelle centrali nucleari e nelle industrie che producono armi chimiche, è un prodotto necessario alla realizzazione di armi batteriologiche, viene distribuito nelle basi militari della NATO attraverso condotti sotterranei ramificati e complessi al cui controllo sono deputate strutture governative, se assorbito nell’organismo umano passa la placenta e filtra nel latte materno, è ustionante alle alte temperature.<br />Infine, e questo è il punto cruciale, questa sostanza chimica viene ancora oggi utilizzata nella preparazione di prodotti dolciari destinati all’infanzia da più di 20 multinazionali dell’alimentazione.<br />Proibireste l’uso di questa sostanza?<br />Se si, sappiate che rendereste la vita molto complicata a tutta la popolazione della terra.<br />Questa temibile sostanza chimica, infatti, non è altro che la chiara, fresca e dolce acqua.<br />Una sostanza che effettivamente possiede tutte le caratteristiche sopra menzionate.<br />Vi siete spaventati?<br />In questo caso dovrebbe spaventarvi di più constatare quanto sia facile indurre la nostra mente in errore.<br />Pensate ora a quanto può essere manipolatorio un telegiornale…<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Gioco]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=119"><![CDATA[Leggi le prime parole e il tuo cervello decifrerà automaticamente il resto del testo. Se lo leggi e lo capisci sei intelligente, hai fantasia ed hai l'emisfero destro del cervello ben sviluppato.<br /><br />UN 837 610RN0 D'357473 3R0 1N 5P146614 0553RV4ND0 DU3 81M83 610C4R3 N3774 548814, 574V4N0 74V0R4ND0 M0770 C057RU3ND0 UN C4573770 D1 548814 C0N 70RR1, P4554661 536R371 3 P0N71. QU4ND0 574V4N0 F1N3ND0 V3NN3 UN'0ND4 CH3 D157RU553 7U770 R1DUC3ND0 17 C4573770 4D UN MUCCH10 D1 548814 3 5CH1UM4... P3N541 CH3 D0P0 74N71 5F0RZ1 73 84M81N3 51 54R3883R0 M3553 4 P14N63R3, P3R0 1NV3C3 D1 QU3570 C0R53R0 P3R 74 5P146614 3 C0M1NC14R0N0 4 C057RU1R3 UN 477R0 C4573770; C4P11 CH3 4V3V0 1MP4R470 UN4 6R4N 73Z10N3; 1MP136H14M0 M0770 73MP0 D3774 N057R4 V174 C057RU3ND0 QU47CH3 C054 P3R0 QU4ND0 P1U 74RD1 UN'0ND4 4RR1V4 4 D157RU663R3 7U770, R3574N0 5070 7'4M1C1Z14, 7'4M0R3, 7'4FF3770 3 73 M4N1 D1 C070R0 CH3 50N0 C4P4C1 D1 F4RC1 50RR1D3R3. <br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Accetta il consiglio]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=118"><![CDATA["Non importa se cerchi di vendere Gesù, o Buddha, o i diritti civili. O come arricchirsi nel settore immobiliare senza rischiare un soldo. Questo non fa di te un essere umano. Semmai fa di te un agente vendite. Se vuoi parlare con qualcuno sinceramente, da essere umano, chiedigli dei suoi figli, scopri quali sono i suoi sogni. Solo per saperlo, per nessun'altra ragione. Perché appena cerchi di prendere le redini di una conversazione, per pilotarla, non è più una conversazione. È un pistolotto e tu non sei un essere umano, sei un venditore, un piazzista."<br /><br />Quest’estate ho rivisto un film che adoro "the big kahuna". Quello che segue è il testo del famoso monologo finale.<br /><br />Goditi potere e bellezza della tua gioventù.<br />Non ci pensare.<br />Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite.<br />Ma credimi tra vent'anni guarderai quelle tue vecchie foto.<br />E in un modo che non puoi immaginare adesso.<br />Quante possibilità avevi di fronte e che aspetto magnifico avevi!<br />Non eri per niente grasso come ti sembrava.<br />Non preoccuparti del futuro.<br />Oppure preoccupati, ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un'equazione algebrica.<br />I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non ti erano mai passate per la mente.<br />Di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio.<br />Fa' una cosa, ogni giorno che sei spaventato.<br />Canta.<br />Non esser crudele col cuore degli altri.<br />Non tollerare la gente che è crudele col tuo.<br />Lavati i denti.<br />Non perder tempo con l'invidia.<br />A volte sei in testa.<br />A volte resti indietro.<br />La corsa è lunga e alla fine è solo con te stesso.<br />Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti.<br />Se ci riesci veramente dimmi come si fa.<br />Conserva tutte le vecchie lettere d'amore, butta i vecchi estratti conto.<br />Rilassati.<br />Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita.<br />Le persone più interessanti che conosco, a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita.<br />I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno.<br />Prendi molto calcio.<br />Sii gentile con le tue ginocchia, quando saranno partite ti mancheranno.<br />Forse ti sposerai o forse no.<br />Forse avrai figli o forse no.<br />Forse divorzierai a quarant'anni.<br />Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio.<br />Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso, ma non rimproverarti neanche.<br />Le tue scelte sono scommesse.<br />Come quelle di chiunque altro.<br />Goditi il tuo corpo.<br />Usalo in tutti i modi che puoi.<br />Senza paura e senza temere quel che pensa la gente.<br />È il più grande strumento che potrai mai avere.<br />Balla.<br />Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno.<br />Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai.<br />Non leggere le riviste di bellezza.<br />Ti faranno solo sentire orrendo.<br />Cerca di conoscere i tuoi genitori.<br />Non puoi sapere quando se ne andranno per sempre.<br />Tratta bene i tuoi fratelli.<br />Sono il migliore legame con il passato e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro.<br />Renditi conto che gli amici vanno e vengono.<br />Ma alcuni, i più preziosi, rimarranno.<br />Datti da fare per colmare le distanze geografiche e di stili di vita, perché più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane.<br />Vivi a New York per un po', ma lasciala prima che ti indurisca.<br />Vivi anche in California per un po', ma lasciala prima che ti rammollisca.<br />Non fare pasticci coi capelli, se no quando avrai quarant'anni sembreranno di un ottantacinquenne.<br />Sii cauto nell'accettare consigli, ma sii paziente con chi li dispensa.<br />I consigli sono una forma di nostalgia. Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio, ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte e riciclarlo per più di quel che valga.<br />Ma accetta il consiglio... per questa volta.<br />Potete anche ascoltarlo  <a href="http://www.youtube.com/watch?v=fFu1Ms0BhtU" target="_blank">QUI.</a> ]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Ridere fa benissimo]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=117"><![CDATA[ “Risus abundat in ore stultorum:” il riso abbonda sulla bocca<br />degli stupidi, dicevano sempre i miei genitori e... a me... veniva<br />tanto da ridere!<br />Ho sempre riso molto, a scuola, con gli amici, nel lavoro. Per<br />un po’ ho anche fatto l’autore per il cabaret e ho pensato di poter<br />campare così.<br />Poi, preso per fame, ho cominciato a fare il formatore.<br />Ho cercato di trattenermi un po’, ma senza successo.<br />Cosa vi devo dire? Mi veniva da ridere!<br />Una buona battuta di spirito è, per me, talmente importante da<br />non riuscire a trattenerla, a costo di perdere un’amicizia e perfino<br />un lavoro.<br />Il ridere è un segno di trasgressione, di disobbedienza.<br />S m i t i z z a re, sovvertire le regole, dubitare di tutto ciò che è<br />ovvio, serve da valvola di sicurezza per non pre n d e re nulla e<br />soprattutto se stessi troppo seriamente.<br />Un autore americano, Og Mandino, ha scritto: “Non dovrò<br />d i v e n i re mai tanto importante, tanto saggio, tanto austero, tanto<br />potente da dimenticare di ridere di me stesso e del mondo. <br />In questo voglio rimanere per sempre bambino”.<br />In effetti, io ero così anche da piccolo. Ho sempre cercato di<br />far ridere tutti. Per tutti gli anni della scuola ho avuto otto in condotta,<br />ma qualche pro f e s s o re mi ha confessato, in privato, di<br />divertirsi come un matto con le mie invenzioni.<br />Totò e Ollio sono stati, fin dall’infanzia, i miei attori preferiti.<br />Cos’avranno mai avuto in comune? Forse la gestione del corpo, la<br />fisicità. Erano così diversi! Eppure, nei loro film, ogni movimento<br />era perfetto. Le mani, i piedi, le facce, erano talmente duttili da<br />sembrare di gomma. Potrei rivedere centinaia di volte “Fra diavolo”<br />o “Totò, Peppino e a malafemmina” e ogni volta divertirmi e<br />ridere di gusto.<br />Ma Totò era inimitabile. Infatti, oltre a snodarsi come un burattino,<br />era maestro nel gioco di parole: “Signori si nasce e io lo nacqui”,<br />“Una volta tandem”, “Tu prode! No, a me non mi prode!”,<br />“Sei edotto? Sì, fanno quattordici”, “Parli come badi”, “Ogni limite<br />ha una pazienza”, e si potrebbe andare avanti all’infinito.<br />Ma il mio parrucchiere non è da meno, anche se lo fa in modo<br />involontario: “Mia figlia vive in una villetta a scheda”, “È stata in<br />vacanza a Milano Sabbia d’Oro”, “Catilina era la moglie di<br />C i c e rone”, o addirittura “I figli di Adamo ed Eva erano Caino e<br />Adele!”.<br />Sono solo quelle che mi ricordo. Purtroppo non ho il coraggio<br />di andare con un blocchetto e scrivermele; faccio già abbastanza<br />fatica a stare serio.<br /> Hai bisogno di una bella risata? Clicca sull'immagine. Ridere fa benissimo ed è contagioso!<br />Guarda il filmato su  <a href="http://www.jacopofo.com/risata-contagiosa2" target="_blank">http://www.jacopofo.com/risata-contagiosa2</a> ]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Storytelling]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=116"><![CDATA[Storytelling è il titolo di un bel libro di Christian Salmon che questa estate mi ha fornito parecchi spunti di riflessione.<br />Lo scrittore e saggista francese sostiene che la chiave della leadership oggi sta, in gran parte, nello storytelling, il raccontare storie.<br />È una tendenza che fa la sua comparsa negli anni '80, sotto la presidenza di Ronald Reagan, quando le storie cominciano a sostituire argomentazioni razionali e statistiche nei discorsi ufficiali. L'ex attore di Hollywood credeva al «potere delle storie» sull'animo umano. A volte gli capitava di raccontare un episodio tratto da un vecchio film di guerra, come se fosse un fatto storico realmente accaduto negli Stati uniti.<br />Ma è sotto la presidenza Clinton che lo storytelling politico entra alla Casa bianca con la sua corte di consulenti, sceneggiatori hollywoodiani e pubblicitari. «Lo zio Buddy mi ha insegnato che ognuno di noi ha una storia», scrive Clinton nelle prime pagine delle sue Memorie, che terminano con queste parole: «Ho scritto un grande libro?<br />Chi lo sa? Comunque sono certo che si tratta di una buona storia».<br />Fin dal suo arrivo alla Casa bianca, nel 2001, Bush aveva presentato il suo gabinetto alla stampa dichiarando: «Ogni persona ha la sua propria storia che è unica, tutte queste storie raccontano quel che l'America può e deve essere. La frequenza della parola story nei discorsi di Bush non è casuale.<br />Rivela l'influenza dei consulenti in management che lo circondano (è il primo presidente americano ad essere stato formato in una business school, una grande scuola commerciale). La storytelling management, una nuova scuola per la direzione d'impresa, comparsa a metà degli anni '80 negli Stati uniti, ha conosciuto dal 2001 un successo crescente in aziende come Disney, McDonald's, Coca-Cola, Adobe, Ibm, Microsoft.<br />Nasa, Verizon, Nike e Lands' End considerano lo storytelling come l'approccio attualmente più efficace negli affari. «Quando vedo la facilità con cui storie ben congegnate possono entrare nell'animo della gente – scrive Stephen Denning ex dirigente della Banca mondiale - io stesso mi stupisco della predisposizione del cervello umano ad assimilare i racconti.   E ancora «Per un imprenditore il lavoro più importante è motivare il personale.<br />Per farlo bisogna coinvolgere le emozioni. E la chiave per entrare nei loro cuori, è una story. La maggior parte delle migliaia di relazioni presentate in questi ultimi trent'anni da imprenditori alla ricerca d'investimenti, falliva per incapacità di comunicazione. «Nessuno sa raccontare una storia».<br />«Volete sapere come raddoppiare le vendite e quadruplicare il profitto?» «Venderete molto di più utilizzando una success story, che descrivendo le caratteristiche e i vantaggi del vostro prodotto o servizio. Una storia, e il prodotto è venduto. La gente adora le storie ». Il successo dello storytelling non è rimasto confinato alle sole direzioni d'impresa e al marketing, in dieci anni si è imposto a tutte le istituzioni, tanto da apparire come il paradigma della rivoluzione culturale del capitalismo, una nuova norma narrativa che alimenta e vitalizza i più diversi settori di attività.<br />Raccontare è diventato un mezzo per sedurre e convincere, influenzare pubblico, elettori, clienti. Ma significa anche: condividere, trasmettere informazioni, esperienze. Definire azioni, capacità professionali..<br />Che vogliate portare a buon fine una trattativa commerciale o far firmare un trattato di pace a fazioni rivali, lanciare un nuovo prodotto o fare accettare a un collettivo di lavoro un cambiamento importante, concepire un videogioco o consolidare la democrazia in un paese dell'ex Unione sovietica...<br />il metodo impiegato, gli interlocutori, i finanziamenti, il calendario sono gli stessi e si basano sul modus operandi dello storytelling, diventato l'abc dell'ideologia insegnata a uomini politici e imprenditori.<br />Lo storytelling invade poco a poco discipline le più diverse quali sociologia, economia, diritto, psicologia, istruzione, neuroscienze, intelligenza artificiale...<br />In un contesto di sovrainformazione, di «assedio testuale», la capacità di selezione degli individui è costantemente sollecitata.<br />Il cervello umano ha una prodigiosa capacità di sintesi multisensoriale dell'informazione, quando questa è presentata sotto forma narrativa. Ogni volta che si è introdotta una nuova tecnologia nello storytelling, si è cambiato il mondo.<br />Basta pensare alla stampa, al telegrafo e al telefono, a giornali, radio e televisione, e più di recente a Internet».<br />Il successo dei blog fornisce un chiaro esempio di questa infatuazione per le storie. Secondo Pew Internet &amp; American Life Project, attualmente si crea un blog ogni secondo. Undici milioni di americani avrebbero già un proprio blog e i lettori sarebbero trentadue milioni. Sembra che il loro numero raddoppi ogni cinque o sei mesi. La motivazione degli autori dei blog è chiara. Secondo l'inchiesta, il 77% di loro avrebbe aperto un blog non per partecipare ai grandi dibattiti del momento ed esprimere un'opinione, ma per «raccontare la propria storia».<br />Il rapporto, scritto da due ricercatrici di Pew, Amanda Lenhart e Susannah Fox, e pubblicato nel luglio 2007, s'intitola: «Bloggers: un ritratto dei nuovi cantastorie di Internet» .<br />I siti di accesso che moltiplicano le offerte di format includendo fotografie, suoni e impaginazioni standard, stimolano l'appetito narrativo. Essere se stessi non basta più. Bisogna diventare la propria storia. Costruisci un racconto. La story, sei tu! <br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Via!]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=115"><![CDATA[Carissimi, <br />questo e' l'ultimo pezzo, che scrivo prima della pausa estiva. E’ anche un intervento molto ridotto perche' mi scivolano le dita sulla tastiera dal caldo.<br />Spaparanzatevi, rilassatevi, dormite, mangiate bene, giocate, fate l'amore, coccolate i cani e i gatti, picchiate le zanzare, abbronzatevi, passeggiate, nuotate, guardate le stelle cadenti, allacciate nuove amicizie e nuovi amori, massaggiate e fatevi massaggiare, ridete, costruite castelli di sabbia... e soprattutto ritornate a fine agosto!!!<br />Buone vacanze a tutti<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Iris, un'amica mai incontrata...]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=114"><![CDATA[Post trovato nel blog di Iris, un’amica mai incontrata…<br />( <a href="http://musicaepoesia39.spaces.live.com" target="_blank">http://musicaepoesia39.spaces.live.com</a> )<br /><br />Ho letto l’ultimo libro di Claudio Maffei<br />Pensieri, Parole, Stati d’animo.<br />è un bellissimo libro, d’insegnamento etico- morale<br />non solo per i grandi......condottieri di azienda per come comunicare con il personale<br />ma anche per la gente comune, nei rapporti quotidiani, in società<br />per saper comunicare in modo adeguato e corretto.<br />abbattendo le barriere . <br />Leggere questo libro.. non solo mi ha insegnato molto ma<br /> ho trovato delle conferme ad alcuni miei pensieri…in sospeso.<br /> <br />Un grazie per questo meraviglioso libro<br />e un saluto cordiale.<br />Iris<br /><br />E ancora un po’ più avanti…<br /> <br />Intelligenza emotiva<br />Sette passi per comunicare con il cuore<br /><br />1.	Convincersi che comunicare con il cuore è possibile oltre che psicologicamente gratificante. Basta volerlo e cominciare subito a farlo con la consapevolezza che solo la pratica rende perfetti. Lo sforzo iniziale che può rendere difficile la partenza, sarà largamente compensato in seguito dalla gioia derivante dall'essere riusciti a diventare emotivamente più intelligenti. <br />2.	Interessarsi agli altri. Più ci interessiamo degli altri e di quello che sta loro a cuore e più gli altri si interesseranno di noi. Ognuno in cuor suo vuole sentirsi importante, apprezzato e stimato. E se è vero che il proprio mondo conta sempre di più di quello degli altri, è anche vero che cercare di capire che cosa interessa agli altri, quali sono i loro obiettivi, le loro speranze, le loro paure, aiuta a comunicare meglio e a farsi degli amici, bloccando già sul nascere molti dei possibili motivi di divergenza o fattori di conflitto interpersonale. <br />3.	Abbandonare l'idea di essere infallibili. Errare humanun est, dicevano i latini e pensare di avere sempre ragione è pura follia! Nessuno è o potrà mai essere detentore di verità assolute; perciò chi riesce a dubitare di sé e delle proprie opinioni e mette in conto l'eventualità di potersi sbagliare, è più saggio di quanto non pensi. Nella sua filosofia di vita trova spazio un principio cardine della P.N.L. (Programmazione Neurolinguistica): la mappa non è il territorio. E la mappa comprende le proprie convinzioni, idee, opinioni che sono le proprie e non quelle dell'umanità intera. <br />4.	Imparare ad ascoltare. Saper ascoltare sembra facile o addirittura scontato, dopotutto è una funzione spontanea e naturale della comunicazione, appresa sin dall'infanzia, che sembrerebbe non richiedere alcuna abilità. Invece non è così, perché saper ascoltare è una competenza emotiva di fondamentale importanza, ed è grazie ad essa e all'empatia, che poi è la capacità di mettersi nei panni degli altri, sforzandosi di vedere le cose dal loro punto di vista e di coglierne il vissuto emotivo, che si può imparare a comunicare con il cuore. Senza una buona capacità di ascolto empatico, è praticamente impossibile riuscire a farlo! <br />5.	Considerare le emozioni una risorsa. Imparare a riconoscere, gestire ed esprimere i propri sentimenti e stati d'animo è una grande conquista personale, che promuove l'equilibrio interiore e predispone all'autorealizzazione. Per questo soffocare le proprie emozioni è l'atteggiamento più sbagliato che ci sia, mentre intraprendere, a qualsiasi età, un percorso di alfabetizzazione emozionale è una scelta vincente che può migliorare la qualità della propria vita affettiva, sociale e professionale. <br />6.	Dire quello che si pensa senza temere il giudizio degli altri. Se dire quello che si pensa aiuta a sentirsi bene ed in pace con se stessi, farlo con un pizzico di tatto e diplomazia è un obbligo sociale ancora più importante ai fini dell'approvazione e del consenso in quanto consente di apparire agli occhi degli altri più sicuri di sé e delle proprie convinzioni nella giusta misura. Per questo nel sostenere le proprie idee ed opinioni, bisognerebbe accuratamente evitare qualsiasi esagerazione o forma di arroganza, saccenza e assolutismo che potrebbero indurre l'interlocutore ad irrigidirsi, a stare sulla difensiva e a contraddire o rifiutare del tutto il nostro punto di vista. Siate perciò eleganti nel linguaggio e nel modo <br />7.	Sviluppare un orientamento al dialogo. Chi vuole davvero imparare a comunicare con il cuore non ha altra scelta: deve far proprio il principio win-win (vincere-vincere) e assumerlo come costante psicologica in tutte le dimensioni della propria esistenza, da quella affettiva a quella sociale e professionale. In base a tale principio, in qualsiasi contesto o situazione comunicativa si può vincere insieme (vinco io - vinci tu) senza entrare inutilmente in conflitto con l'altro. Anzi il conflitto, che per sua natura è parte integrante della vita di relazione, in base al suddetto principio, viene vissuto come una buona occasione di confronto, utile alla propria crescita, anziché come un inevitabile scontro in cui uno deve per forza vincere e l'altro perdere.<br /><br /> Grazie a te, Iris, con tutto il cuore!<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Neuropanzane]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=113"><![CDATA[Lo sapevate che dimenticare è un processo di conoscenza? "L'atto del dimenticare è in realtà funzionale al ragionare" ha spiegato il professore Sergio Della Sala che vive ad Edimburgo ma quando torna in Italia per una conferenza ama sorprendere il suo pubblico con uno stile informale e per niente english, ma molto divertente. Inizia indossando una berrettina di lana per dimostrare che ha gli stessi effetti dell'elmetto venduto negli States per duecento dollari: protegge dai rapimenti di alieni. E lui lo dimostra con una battuta. "Vedete? Funziona: non mi hanno rapito" dice dopo averla calzata. <br />All'università di Edimburgo insegna al corso di laurea in Psicologia, ma gira spesso per conferenze e corsi ed è venuto di recente alla facoltà di Scienze Cognitive di Rovereto dove ha dimostrato che oltre ad essere un bravo scienziato è pure un brillante relatore. Studioso delle patologie legate alla memoria si occupa del rapporto tra comportamento e cervello in particolare di memoria, amnesia e deficit cognitivi causati da lesioni o malattie cerebrali, tipo Alzheimer e ictus. Laurea in medicina e direttore dello Human Cognitive Neuroscience della facoltà scozzese, è anche membro storico del Cicap, il comitato per il controllo sul paranormale. Agli studenti di Rovereto ha cercato di far ordine e chiarezza su aspetti scientifici che hanno alimentato leggende metropolitane dure a morire. False credenze sul cervello che si riproducono e radicano non solo per il sensazionalismo dei media ma anche per gli interessi imprenditoriali che stanno dietro alla comunicazione scientifica, diventando appunto neuromiti. Qualche esempio: è proprio vero che ascoltare i Requiem di Mozart rende più intelligenti? No, solo che la notizia è servita a vendere molta più musica classica. E risponde a verità scientifica che l'emisfero destro sovrintende alla creatività e lavora come un artista hippie mentre il sinistro è simile ad un grigio ragioniere contabile? Niente affatto, spiega il professore, ma la notizia è servita a vendere software per imparare le lingue di notte o sollecitare la nostra parte destra piuttosto che quella sinistra. "Miti sulla mente duri a morire" ha detto Della Sala che è anche specializzato in Neurologia e dottore di ricerca in Psicobiologia. <br />In una delle aule di Palazzo Fedrigotti dove la facoltà di scienze cognitive ha trovato sede ha sottoposto il folto e attento il pubblico ad alcuni esperimenti. Risultato: crediamo a quanto ci viene detto perché attribuiamo autorità a chi ci parla senza verificare i dati. L'aiuto di un semplice foglio di carta forato gli ha permesso di spiegare con un efficace giochino che il cervello ricostruisce le immagini: non vede ciò che osserva, ma "ricorda". E' inoltre stato osservato che prestiamo attenzione a pochissime cose e siamo selettivi e che quel che vediamo, lo guardiamo pure male: due terzi degli errori giudiziari sono dovuti a testimonianze oculari sbagliate. "La memoria non è una scatola chiusa che conserva i dati in maniera perfetta. Ma la più bella panzana - dice Della Sala - è che noi usiamo solo il 10% del cervello. In realtà tutto deriva da una frase di William James il quale aveva osservato alcune persone che usano solo il 10% del cervello". Ben diverso, davvero.<br />Il professor Della Sala ha lavorato in molte università da Berkeley (California) a Cambridge e alla University of Western Australia di Perth, prima di arrivare ad Edimbrugo dopo dieci anni di ‘full professor' in Neuropsicologia ad Aberdeen in Gran Bretagna. Quello che si dice...un cervello in fuga. Ma questa non è una panzana, è la realtà scientifica italiana (purtroppo). Il professore però se la ride e al termine delle sue brillanti e divertenti conferenze si diverte a farsi prendere a palle di carta per dare al pubblico la soddisfazione di sfogarsi una volta per tutte sui neuroscienziati, sulle neuroscienze e sulle...neuropanzane.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			
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		<title><![CDATA[Atleti super con il placebo]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=112"><![CDATA[Si può imbrogliare senza imbrogliare. Il segreto è nell’effetto placebo, un esempio classico eppure sempre sorprendente delle complesse interazioni tra mente e corpo.<br />Come può una semplice pillola contenente zucchero mimare gli effetti benefici di un vero farmaco? Come può un atleta «doparsi» senza assumere nient’altro che innocua caramella? Perché il nostro cervello si lascia ingannare?<br /><br />Professor Fabrizio Benedetti, lei è professore di fisiologia all’Università di Torino, è specializzato in neurofisiologia clinica e i suoi studi suscitano sempre grande interesse, non soltanto tra gli addetti ai lavori. Partiamo dall’inizio: che cos’è esattamente l’effetto placebo? <br />«Il placebo è una sostanza inerte ed è privo di efficacia clinica. Ma non c’è di mezzo solo l’assunzione di una pastiglia di zucchero. Bisogna aggiungere anche le suggestioni verbali che il paziente riceve dal medico. E’ tutto l’insieme che concorre a far sì che il placebo faccia effetto. E’ terapeutico il contesto psicosociale».<br /><br />E il suo contrario, l’effetto nocebo?<br />«Essendo l’effetto opposto, le suggestioni verbali devono essere negative. Il soggetto non si aspetta un beneficio, ma un peggioramento del sintomo».<br /><br />Qual è l’area cerebrale responsabile di questi fenomeni?<br />«In alcuni casi gioca un ruolo l’attivazione cerebrale dei meccanismi cognitivi della ricompensa. Un esempio viene dal gioco d’azzardo: vincendo una cifra modesta, si ha un piccolo rilascio di dopamina nel nucleo accumbens, una minuscola area del nostro cervello. Vincendo una somma più consistente, il rilascio di dopamina è maggiore, dato che la ricompensa è maggiore. Nell’effetto placebo sono implicate queste stesse aree cerebrali: si ha un’attivazione dopaminergica grazie alla ricompensa (in questo caso il beneficio terapeutico) che il paziente si aspetta di ricevere».<br /><br />Ma ci sono anche gli effetti placebo inconsci: in che cosa consistono?<br />«L’effetto placebo si innesca nel paziente dopo che è stato “condizionato” ad associare l’assunzione della pillola alla scomparsa del sintomo. Quando gli si somministra un farmaco uguale a quello solito, ma privo di efficacia, avviene comunque una risposta dell’organismo. Un po’ come con i famosi cani di Pavlov che associavano l’arrivo del cibo a un suono: appena lo sentivano, cominciavano a salivare».<br /><br />Che cosa avete scoperto di questi processi fisiologici?<br />«Abbiamo dimostrato che l’effetto placebo è mediato dagli oppioidi endogeni ed è dovuto all’attivazione di sostanze come le endorfine. L’effetto nocebo, invece, è dovuto all’attivazione di un neuropeptide, la colecistochinina, che ha un effetto iperalgesico, vale a dire un incremento dello stimolo dolorifero. Se si danno suggestioni verbali positive e il paziente si aspetta un miglioramento, si verifica l’attivazione delle endorfine. Se, invece, il soggetto si aspetta di stare peggio, si assiste all’attivazione dell’altro meccanismo. Questi processi si localizzano nei lobi prefrontali del cervello e, infatti, i pazienti con una degenerazione a questo livello dimostrano una riduzione della risposta al placebo».<br /><br />Adesso vi state occupando anche di doping, giusto?<br />«Sì. Abbiamo pubblicato una ricerca in cui, mediante un protocollo di condizionamento, si è riusciti a testare l’effetto della somministrazione di morfina negli atleti, aiutandoli così a diminuire la percezione dello sforzo fisico e del dolore. Una squadra è stata allenata con dosi di morfina, somministrata per un periodo di tre settimane, mentre l’altra ha avuto un allenamento standard. Il giorno della gara il risultato della squadra “condizionata” è stato migliore rispetto all’altra, ma il punto è che quel giorno aveva ricevuto solo un placebo. Qualsiasi procedura anti-doping, quindi, non avrebbe rilevato alcun farmaco nell’organismo, perché non era stato somministrato».<br /><br />E quindi?<br />«Quindi è possibile condizionare un atleta con una sostanza dopante durante l’allenamento e poi sostituirla il giorno della competizione con un placebo. Il nostro studio è stato pubblicato su “The Journal of Neuroscience” ed è stato ripreso dall’”Economist”, che ha titolato “Come imbrogliare senza imbrogliare!”».<br /><br />I placebo hanno applicazioni cliniche?<br />«Sono utilizzati nei “trial” clinici per testare la validità dei nuovi farmaci, che devono avere una risposta migliore rispetto al placebo stesso: soltanto così possono essere considerati efficaci. Ora stiamo studiando dei protocolli per sfruttare il meccanismo del condizionamento, riducendo l’assunzione di farmaci con forti effetti collaterali».<br /><br />In pratica che cosa fate?<br />«Si somministra la sostanza per qualche giorno, poi se ne riduce il dosaggio e si dà, al suo posto, un placebo, ma l’effetto terapeutico rimane lo stesso. Abbiamo sperimentato questo schema usando un derivato della morfina, utilizzato per lenire il dolore nella degenza post-operatoria, e siamo riusciti a ridurlo del 30%».<br /><br />La rivista scientifica britannica «The Lancet» ha pubblicato uno studio che ha fatto discutere: non esiste differenza - si sostiene - tra chi si cura con l’omeopatia e chi si cura con un placebo. Che cosa ne pensa?<br />«Nessuno studio effettuato in maniera scientifica ha dimostrato che l’omeopatia sia superiore a un placebo. Significa che la medicina omeopatica ha scarsa efficacia».<br /><br />Giulia Caterina La Stampa 11.06.2008<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Mappa aziendale o realtà virtuale?]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=111"><![CDATA[Sembrerà strano, ma tre degli elementi centrali della vita di una azienda – la sua vision, la sua mission e persino la sua cultura – sono in realtà mappe.<br />Va inoltre detto che chiamarle vision o mission “aziendali” è in genere fortemente fuorviante.<br />Sfortunatamente, molte organizzazioni definiscono la propria mission in modi che sono decisamente carenti dal punto di vista del contenuto, come si può osservare nell’esempio che segue, tratto dalla brochure di un importante comitato accademico di valutazione:<br /><br />Promuovere i metodi migliori per una direzione flessibile ed efficace e per la formazione, lo sviluppo e la crescita del management.<br /><br />Suona bene, ma cosa significa?<br />Esiste forse qualche organizzazione degna di questo nome che scelga deliberatamente di usare metodi che non siano i migliori? E cosa si intende di preciso con “migliore”, “flessibile” e “efficace” – tutte parole dal significato altamente soggettivo?<br />“Migliore” rispetto a cosa? “Flessibile” in che modo? Chi ha definito tali metodi come “efficaci” e in base a quale parametro?<br />Come indicatore di intenti, questa definizione risulta essenzialmente un insieme privo di significato di parole eleganti e alla moda. Come “mappa” descrive un “territorio” che è poco più di una realtà virtuale.<br />Andrew  Bradbury - Develop your NLP skills<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[PNL è libertà]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=110"><![CDATA[La libertà individuale è la capacità di provare le sensazioni che vuoi, così da spezzare le “catene dei liberi”: la paura, la tristezza e l’odio. La vera libertà individuale si ottiene quando si riesce ad affrontare e a spezzare quante più catene possibile. E queste catene sono fatte di emozioni negative, di convinzioni limitanti e di comportamenti distruttivi. Si tratta di imparare a costruire il genere di stati interni capaci di portare le persone a star bene per mezzo della curiosità.<br />Anziché essere vittima di queste catene, puoi lasciare che le novità ti incuriosiscano o, al limite ti lascino indifferente; è una tua scelta. Se le persone fossero più curiose di conoscere le altre culture, non ci sarebbe tutto quest’odio sulla terra. Per certe persone, l’unica risposta possibile quando si trovano di fronte a un’altra cultura è la paura o la rabbia. Per quel che mi riguarda, queste emozioni non sono che stupidità all’ennesima potenza.<br />Eh si…sono stato per tre giorni, all’ennesimo seminario con Richard Bandler e ogni volta riesce a sorprendermi. La continua evoluzione del suo pensiero è veramente stupefacente. <br />Ora poi, alla sua età, se ne frega nel modo più assoluto dell’opinione altrui ed è ancora più grande.<br />Io penso che i veri grandi non vogliano diventare i migliori. Vogliono solo migliorarsi continuamente. Infatti per essere il migliore devi metterti a confronto con gli altri e invece per migliorarti devi confrontarti solo con te stesso! Ogni giorno, invece, incontro persone che vogliono solo cambiare gli altri, convinti come sono che gli altri siano la causa della loro infelicità. <br />Eh no, troppo comodo, l’unico modo per ottenere risultati è sempre il lavoro su di sé.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Il linguaggio della salute]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=109"><![CDATA[Il linguaggio della salute<br />Alessandro Lucchini <br />Sperling &amp; Kupfer<br /><br />Partecipazione umana e comunicazione giusta sono già una medicina per chi è malato: un libro per chi cura e per chi ha bisogno di cure, per evitare malintesi e ridare speranze. <br /><br />Il dialogo tra medico e paziente è forse, tra tutti, il più complicato e il problema non è solo nelle "parole difficili" A volte manca il tempo per spiegare, oppure il malato, fino in fondo, non vuole sapere. Spesso è il medico che non fa molto per essere chiaro: desterebbe troppi guai, dubbi, domande assillanti. Per non parlare del lato emotivo: lasciarsi coinvolgere, condividere, cercare le parole giuste, diverse a seconda del paziente... La consapevolezza del linguaggio può fornire tecniche e strumenti che aiutano da un lato i medici, attuali e futuri, e gli altri operatori della sanità, dall’altro i pazienti e i loro famigliari, a comunicare meglio tra loro, e quindi a percorrere insieme il cammino verso la salute<br /> <br />Infatti il libro è pensato per diversi lettori.<br />           Medici, psicoterapeuti, infermieri, professionisti sanitari e amministrativi operanti nel pubblico e nel privato: più di un milione di persone. Per loro potrà essere un aiuto a costruire relazioni più proficue con i loro interlocutori, non solo nei contesti critici (relazioni a congressi, pubblicazioni scientifiche, referti, lettere a colleghi), ma anche negli scambi quotidiani.<br />         Studenti delle facoltà di medicina e delle scienze mediche in generale: circa 190mila persone. Per loro potrà essere un’occasione per coltivare, fin dall’inizio dei loro studi, un maggior interesse umano, oltre a quello clinico, verso i destinatari dei loro studi.<br />         Professionisti che operano nell’industria farmaceutica e negli altri settori legati alla sanità: potranno trarne suggerimenti per salvaguardare le    motivazioni etiche e “di servizio” della loro comunicazione, pur in una legittima visione “di profitto”.<br />         Formatori, giornalisti e divulgatori di scienza, comunicatori e studiosi del linguaggio, che potranno apprezzare lo sforzo di concretezza nelle tecniche presentate come nelle esemplificazioni. <br />E sono altre centinaia di migliaia di persone.<br />E poi, tantissimi altri esseri umani che stanno attraversando periodi di malattia o che sono interessati a come possono superare quei periodi, anche con il supporto di una comunicazione più efficace. Persone che, sempre più critiche ed esigenti, vogliono partecipare attivamente alle decisioni sulla propria salute, vogliono essere informate, consultano internet, cominciano a scegliere gli ospedali in base alle specializzazioni. E sono davvero tante: negli ospedali italiani transitano ogni anno 21 milioni di persone - di cui 10 milioni malati lievi, 2 milioni malati gravi e 9 milioni visitatori e accompagnatori - tutte più o meno esposte a discorsi, avvisi, manifesti, referti, moduli e testi vari di difficile comprensione. Si considerino poi gli studi medici privati, le farmacie e gli altri luoghi in cui si concentrano le persone alle prese con disturbi di varia natura. Se sommiamo queste cifre abbiamo un’idea della portata sociale della comunicazione legata alla salute, e quindi della rilevanza di una riflessione sulle sue opportunità di miglioramento<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Presentazione a Trento]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=108"><![CDATA[Confindustria  ospita la presentazione di:<br />Pensieri, parole, stati d’animo<br />Mercoledì 4 giugno, alle ore 18.30,<br />Trento via Degasperi 77<br />presso la Sala Assemblee di Palazzo Stella <br />La partecipazione è gratuita<br /> <a href="http://www.gitn.it" target="_blank">www.gitn.it</a> ]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Forse non tutti sanno che...]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=107"><![CDATA[La salute è una cosa troppo importante<br />per affidarla soltanto ai medici!<br />Voltaire<br /><br />Non sono un guaritore,<br />insegno alla gente a guarirsi da sola.<br />Emile Coué<br /><br />Il farmacista francese Emile Coué (1857-1926) è noto in tutto il mondo come il padre, o l’ispiratore, di movimenti quali il pensiero positivo, la visualizzazione, il training autogeno di Schultz, la sofrologia, l’analisi transazionale (AT) e la programmazione neurolinguistica (PNL).<br />Il metodo “originale” di Coué, volendolo semplificare al massimo, si basa su 5 grandi idee:<br />•	l’essere è doppio: conscio e inconscio; <br />•	noi non possiamo esercitare il nostro libero arbitrio se non impariamo a dirigere il nostro inconscio, invece di essere diretti da lui; <br />•	l’inconscio è più forte del conscio, ma noi possiamo imparare a controllarlo; <br />•	per avere il dominio di noi stessi dobbiamo “immaginare” che possiamo fare quello che vogliamo fare; <br />•	l’immaginazione (e non la volontà) è la prima facoltà dell’uomo. L’immaginazione può far ammalare il corpo, ma lo può anche guarire. <br /><br />«L’autosuggestione è uno strumento che noi possediamo dalla nascita e questo strumento, o meglio questa forza, è dotata di una potenza inaudita, incalcolabile che, secondo le circostanze, produce i migliori o i peggiori effetti».<br /><br />«Esistono in ciascuno di noi due individui assolutamente distinti l’uno dall’altro. Entrambi sono intelligenti; ma, mentre l’uno è cosciente, l’altro è incosciente, e per questa sua peculiare natura, l’esistenza del “secondo individuo” passa generalmente inavvertita».<br /><br />«Se paragoniamo l’essere cosciente all’essere incosciente, constatiamo che mentre il cosciente è dotato spesso di una labile memoria, l’incosciente al contrario è provvisto di una memoria straordinaria, impeccabile, che registra a nostra insaputa i minimi avvenimenti, i minimi fatti della nostra esistenza. Ed inoltre esso è credulo e accetta, senza ragionare, tutto quello che gli si dice».<br /><br />«Ed ecco che noi, così fieri della nostra volontà, che crediamo di compiere liberamente ogni nostra azione, non siamo in realtà se non delle marionette, di cui la nostra immaginazione tiene tutti i fili: noi non smettiamo d’essere delle marionette se non quando abbiamo imparato a guidare quest’ultima».<br /><br /><br />«Se persuadete voi stessi che potete fare una cosa qualsiasi, purché sia possibile, voi la farete per quanto difficile essa sia. Se, al contrario, vi immaginate di non poter fare la cosa più semplice del mondo, vi sarà impossibile farla, e le colline diventeranno per voi montagne inaccessibili».<br /><br />«Quando la volontà e l’immaginazione sono in conflitto, vince sempre l’immaginazione senza nessuna eccezione».<br /><br />«Ogni pensiero che occupi esclusivamente la nostra mente diventa vero per noi ed ha la tendenza a trasformarsi in atto.<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Link]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=106"><![CDATA[La mia amica Luisa Carrada collabora a Saper scrivere, il corso di scrittura venduto con Repubblica. Ovviamente, leggendo un nome a me noto, mi sono soffermato con particolare attenzione.<br />Ecco fra l’altro cosa ho letto:<br />“Ricorda una cosa: sono i link, ovvero i continui collegamenti ad altri siti, a far vivere il web.<br />Anche la blogsfera (il mondo dei blog online) funziona in questo modo. Quando trovi un blog interessante consiglialo ai tuoi lettori. Allo stesso modo condividi con loro quello che vedi, ascolti, leggi, impari su altri siti.<br />Questo gioco di rimandi renderà più interessante il tuo diario.”<br />L’ho letto ieri sera prima di addormentarmi. E’ scattata una riflessione…”Claudio, ma tu lo fai?”<br />Beh questa mattina, sabato, ho un po’ di tempo libero e…corro ai ripari.<br />Almeno elenco i blog e i siti dove vado a curiosare più spesso, poi, come dice Luisa, cercherò di farla diventare un’abitudine.<br />Partiamo proprio da lei, Luisa Carrada. Ha un sito stupendo e notissimo  <a href="http://www.mestierediscrivere.it" target="_blank">www.mestierediscrivere.it</a>  <br />Per me è una vera pietra miliare. Con i due siti di Alessandro Lucchini  <a href="http://www.magiadellascrittura.it" target="_blank">www.magiadellascrittura.it</a>  e   <a href="http://www.palestradellascrittura.it" target="_blank">www.palestradellascrittura.it</a>   fa parte delle mie frequentazioni giornaliere. Ah, sapete che è uscito il nuovo libro curato da Alessandro? Si chiama Il linguaggio della salute.<br />Poi  <a href="http://www.comunicobene.com" target="_blank">www.comunicobene.com</a> La comunicazione che funziona è quella che ci mette in contatto diretto con le persone e con le esperienze, per vivere la vita in modo più pieno e più ricco." scrive Linda Scotti sulla home page del suo sito.<br />Parole, voci, gesti in un bellissimo sito italiano molto orientato alla Programmazione Neurolinguistica. <br />E anche  <a href="http://www.comunitazione.it" target="_blank">www.comunitazione.it</a>  un sito ricchissimo di idee, spunti, persone.<br />E come dimenticare il mio antichissimo amico  <a href="http://www.umbertosantucci.it" target="_blank">www.umbertosantucci.it</a> ? Un vero modo diverso di vedere il mondo del lavoro  con il suo manager ludens su  <a href="http://www.managerzen.it" target="_blank">www.managerzen.it</a>  <br />Certo sono solo i primi che mi vengono in mente, sto proprio andando a braccio!<br />Ah, a proposito di amici, simpatico è  <a href="http://percorrereliberamente.blogspot.com" target="_blank">http://percorrereliberamente.blogspot.com</a>  della mia amica Loretta Bert ingegnere col pallino per la comunicazione.<br />Per finire tre lettori di questo blog.<br />Un saluto e un pubblico ringraziamento a Iris,  <a href="http://musicaepoesia39.spaces.live.com" target="_blank">http://musicaepoesia39.spaces.live.com</a>  instancabile lettrice. <br />Il suo blog è tra i più belli. E’ un vero diario on-line.<br />Un grosso grazie e un saluto anche a Barbara<br />  <a href="http://barbara-ilblogdibarbara.blogspot.com" target="_blank">http://barbara-ilblogdibarbara.blogspot.com</a>  anche lei, in modo completamente diverso da Iris, è piacevole per la sua curiosità. Inoltre fa costantemente ciò che Luisa Carrada insegna. Mette a disposizione dei suoi lettori tutto ciò che trova.<br />Vorrei finire citando un certo  <a href="http://www.sporthink.it" target="_blank">www.sporthink.it</a>  che commenta così il mio ultimo post. “In realtà il relativismo è e resta il male del secolo”. <br />Anche a te rispondo pubblicamente.<br />Il tuo commento mi sembra assolutista. E l’assolutismo è stato il male che ha piagato tutti i secoli che hanno preceduto l’attuale. <br />Comunque io sono un volteriano e Voltaire diceva: “Disapprovo quel che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”. E anche di scriverlo sul mio blog. <br />Ciao a tutti.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[L’uccellino, la mucca e  il lupo siberiano]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=105"><![CDATA[Un uccellino nel freddo inverno della Siberia, si mise a saltellare sul ramo di un albero.<br />Provò a volare ma per il freddo le ali gli si erano gelate e  cadde dall’albero nella neve.<br />L’uccellino stava già per morire quando un mucca, che rientrava nella stalla, lo vide.<br />Voleva salvarlo, ma non sapeva come…<br />La mucca si mise in posizione e…plaf: <br /> l’uccellino si ritrovò nel calore che lo sterco della mucca aveva prodotto.<br />Quel calore lo salvò e gli fece recuperare le forze.<br />Quindi la mucca se ne andò.<br />Sembrava che tutto si fosse risolto per il meglio.<br />Ma….arrivò un lupo siberiano, <br />che per tutto il giorno aveva vagato nella neve alla ricerca di una preda, senza trovarla.<br />Vide quell’uccellino che si coccolava  felice al caldo nello sterco della mucca.<br />Il lupo, affamato, allungò una zampa…schifato.<br />Afferrò l’uccellino…lo pulì, alla meglio, sbattendolo  nella neve fresca…e poi lo inghiottì.<br /><br />Morale:<br />Non sempre chi ti mette nella merda lo fa per il tuo male.<br />Non sempre chi ti salva dalla merda lo fa per il tuo bene.<br /><br />E poi continuano a dire che il relativismo è il male del secolo...<br /> <br />Liberamente tratto a memoria da  Paul Watzlavick Il Linguaggio del Cambiamento. Elementi di Comunicazione Terapeutica. Feltrinelli <br /> <br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Un pensiero molto profondo...]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=104"><![CDATA[Due uomini, entrambi molto malati, occupavano la stessa stanza d'ospedale.<br />A uno dei due uomini era permesso mettersi seduto sul letto per un'ora ogni pomeriggio per aiutare il drenaggio dei fluidi dal suo corpo. Il suo letto era vicino all'unica finestra della stanza. L'altro uomo doveva restare sempre sdraiato. Infine i due uomini fecero conoscenza e cominciarono a parlare per ore. Parlarono delle loro mogli e delle loro famiglie, delle loro case, del loro lavoro, del loro servizio militare e dei viaggi che avevano fatto.<br />Ogni pomeriggio l'uomo che stava nel letto vicino alla finestra poteva sedersi e passava il tempo raccontando al suo compagno di stanza tutte le cose che poteva vedere fuori dalla finestra. L'uomo nell'altro letto cominciò a vivere per quelle singole ore nelle quali il suo mondo era reso più bello e più vivo da tutte le cose e i colori del mondo esterno. La finestra dava su un parco con un delizioso laghetto. Le anatre e i cigni giocavano nell'acqua mentre i bambini facevano navigare le loro barche giocattolo. Giovani innamorati camminavano abbracciati tra fiori di ogni colore e c'era una bella vista della città in lontananza.<br />Mentre l'uomo vicino alla finestra descriveva tutto ciò nei minimi dettagli, l'uomo dall'altra parte della stanza chiudeva gli occhi e immaginava la scena. In un caldo pomeriggio l'uomo della finestra descrisse una parata che stava passando. Sebbene l'altro uomo non potesse sentire la banda, poteva vederla, con gli occhi della sua mente, così come l'uomo alla finestra gliela descriveva.<br />Passarono i giorni e le settimane. Un mattino l'infermiera del turno di giorno portò loro l'acqua per lavarsi e trovò il corpo senza vita dell'uomo vicino alla finestra, morto pacificamente nel sonno. L'infermiera diventò molto triste e chiamò gli inservienti per portare via il corpo. Non appena gli sembrò appropriato, l'altro uomo chiese se poteva spostarsi nel letto vicino alla finestra.<br />L'infermiera fu felice di fare il cambio, e dopo essersi assicurata che stesse bene, lo lasciò solo. Lentamente, dolorosamente, l'uomo si sollevò su un gomito per vedere per la prima volta il mondo esterno. Si sforzò e si voltò lentamente per guardare fuori dalla finestra vicina al letto.<br />Essa si affacciava su un muro bianco. L'uomo chiese all'infermiera che cosa poteva avere spinto il suo amico morto a descrivere delle cose così meravigliose al di fuori di quella finestra. L'infermiera rispose che l 'uomo era cieco e non poteva nemmeno vedere il muro. 'Forse, voleva farle coraggio.' disse.<br />Vi è un'immensa felicità nel rendere felici gli altri, anche a dispetto della nostra situazione. Un dolore diviso è dimezzato, ma la felicità divisa è raddoppiata. Se vuoi sentirti ricco conta le cose che possiedi e che il denaro non può comprare. Oggi è un dono, è per questo motivo che si chiama presente.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		</author>
		<title><![CDATA[Riceviamo...e volentieri pubblichiamo...]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=103"><![CDATA[Al di la del colore politico di ognuno di noi, ma è possibile che un responsabile della comunicazione e immagine o presunto tale possa inviare agli organi di informazione una nota scritta in questo modo?<br /><br /><br />- Messaggio Originale - <br />PRIMI PASSI DI BERLUSCONI<br /> <br />il premier Berlusconi ancor prima di insediarsi si è già messo all'opera e sembra non scherzare; con veri stile imprenditoriale ha già fatto una tappa a Napoli per la questione rifiuti, lanciando i 1000 giorni che scatteranno dal Consiglio dei Ministri che propio a Napoli vedrà l'inizio del Governo Berlusconi.Mille giorni in cui il Governo si impegna a sistemare e "incanalare" il problema rifiuti in Campania.<br />La crisi Alitalia occupa la seconda parte di questa settimana di Berlusconi, non escludendo ipotesi di Air France - previa una telefonata con il leader francese Sarkozy - ma decidendo noi le condizioni.<br />"Sono italiano e volo Alitalia" ha detto Silvio Berlusconi.<br />Oggi Vladimir Putin, ospite a Villa San Matino in Sardegna di Berlusconi, ha fatto sapere che Aeroflot è disposta a sedersi ad un tavolo con Alitalia e visti i buoni rapporti con Putin...chissà!!!<br /> <br /> <br />Le analisi del voto sono iniziate, i compagni ancora stanno raccogliendo i denti persi lunedi scorso e sembra che sia stato messo in vendita il bus della campagna elettorale di Veltroni !!!!<br /> <br />Il sito di Forza Italia snocciola questi dati:<br />"Alla Camera il Popolo della Libertà conquista il 37,3%, pari a 272  seggi ( più i 60 alla Lega Nord e gli 8 all’Mpa) e a 13.628.865 voti. Al Senato il Popolo della Libertà conquista il 38%, pari a 12.510.306 voti: la coalizione Pdl-Lega-Mpa può contare su 174 senatori (147 Pdl; 25 Lega; 2 Mpa) contro i 132 del Pd."<br /> <br />GRAZIE, ITALIA!!!<br /> <br />Buon week-end e buon lavoro a tutti<br />C… S…<br />resp.comunicazione immagine<br /><br /> <br />La domanda è: è lui che abusa di un titolo (responsabile comunicazione ed immagine) o sono io che in tanti anni non c'ho capito nulla e faccio un altro mestiere senza rendermene conto?<br /><br /> <br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Una guida pratica per migliorare la propria esistenza]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=102"><![CDATA[Matthieu Ricard, monaco buddista occidentale, posiziona la felicità al primo posto nella classifica dei sentimenti di ognuno di noi. Come identificarla, raggiungerla e conservarla? Attraverso un percorso individuale di presa di coscienza interiore e di equilibrio della mente. La felicità è il motore dell'esistenza e rappresenta, più di ogni altro sentimento, l'amore per noi stessi e per il prossimo. Per questo motivo, imparare a conoscere i meandri della nostra mente e le tecniche che ne aiutano l'equilibrio diventano pilastri fondamentali del nostro benessere interiore che inevitabilmente terminerà con influenzare positivamente tutto il corso della nostra vita. <br />Il gusto di essere felici edito da Sperling &amp; Kupfer è l’ultima opera di Matthieu Ricard. 62 anni. Ricard ha buttato all’aria il dottorato in genetica cellulare all’Istituto Pasteur di Parigi per cercare la sua strada in Himalaya. Oggi è uno dei consiglieri del Dalai Lama e gli scienziati dell’Università del Wisconsin che hanno studiato le sue onde cerebrali lo hanno definito l’uomo più felice della terra.<br />In una recente intervista al Corriere della Sera ha dichiarato: “Istintivamente riponiamo tutte le nostre speranze nelle condizioni esteriori. E’ normale anelare a una vita lunga, in salute, in un paese libero e democratico. Ma è fondamentale che ci concentriamo sulle condizioni interiori. Perché la felicità non è una successione fortunata di eventi felici, ma è un modo di essere ottimale che ci dà le risorse per gestire ciò che ci succede. La strada per arrivarci è l’allenamento dei nostri sentimenti migliori: l’altruismo, la compassione, la pace interiore. Ed è anche la liberazione progressiva dalla collera, dalla paura, dalla gelosia, dall’orgoglio.<br />E’ incredibile come il pragmatismo americano e la spiritualità orientale a volte portino, per vie del tutto differenti, agli stessi risultati.<br />E’ la tesi che cerco di dimostrare nel libro Pensieri, parole, stati d’animo.  <br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[E' uscito!]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=101"><![CDATA[Pensieri, parole, stati d’animo.<br />Il nuovo libro di  Claudio Maffei<br /><br />La comunicazione è magia... E’ molto potente, in grado di modificare la realtà nostra e degli altri. Con il linguaggio possiamo creare  emozioni, influenzando noi stessi e le persone con cui entriamo in contatto. <br />I cinque sensi (vista, udito, olfatto, gusto, tatto) sono le nostre porte verso il mondo. E’ attraverso di loro che noi percepiamo la realtà e modelliamo la nostra immagine della  realtà. Un’infinità di segnali arrivano contemporaneamente ai nostri occhi e alle nostre orecchie. C’è bisogno di semplificare, di concentrare l’attenzione solo su quei segnali che riteniamo importanti.  Il criterio di selezione dipende dai nostri filtri sensoriali e da altri fattori come le convinzioni che condizionano le esperienze e le esperienze che hanno formato le convinzioni....<br />Incominciamo molto presto a filtrare le informazioni e ad elaborarle secondo schemi mentali che andiamo a costruire nel tempo in base al nostro vissuto e alle nostre percezioni, assolutamente soggettive. Quando impariamo a codificare i nostri pensieri per comunicare, utilizziamo un linguaggio. Ad ogni parola attribuiamo un significato e una serie di emozioni legate a ciò che quella parola evoca in noi. <br />Tutti noi abbiamo una collezione di “parole magiche” che ci fanno sentire felici e, viceversa, detestiamo altre parole perché queste  risvegliano nella nostra mente ricordi dolorosi o  sgradevoli.  Il punto affascinante è che ciascuno di noi riesce a costruirsi una propria mappa del territorio, mappa che, naturalmente, come tutte le mappe di questo mondo, è soltanto una rappresentazione della realtà, con sconti,  approssimazioni e addirittura distorsioni.<br />Essere consapevoli di questi meccanismi mentali può essere di grande aiuto per stare meglio e per comunicare più efficacemente con le persone che ci stanno accanto.<br />Addirittura possiamo dire che, modellando opportunamente i nostri pensieri, aumenteremo le nostre probabilità di successo.  Quando siamo giù di tono, rendiamo inevitabilmente di meno ed è meno probabile che riusciamo ad ottenere ciò che vogliamo. Quando invece stiamo bene, siamo in piena forma, abbiamo la convinzione di farcela, è molto più probabile che ne usciamo vittoriosi.<br />Il pensiero influenza la fisiologia e viceversa. Il modo in cui ci sentiamo ci fa entrare nel ruolo del vincente e ci mette nella condizione di raggiungere gli obiettivi. E’ come se indossassimo un abito magico.<br />Questo grande potere sta in quella parte della mente che chiamiamo “inconscio”. E’ l’inconscio ad essere responsabile dell’apprendimento, del comportamento e del cambiamento. Si può cambiare in qualunque momento, a qualunque età. Basta volerlo! Il cambiamento non solo è possibile ma è insito nella natura. Tutto cambia, tutto è in perpetua evoluzione, tutto si trasforma continuamente. Sarebbe follia pensare che solo gli esseri umani possano sottrarsi a questa legge naturale.<br />Pensieri, parole, stati d'animo - Falzea editore - 15 euro<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Allenare alla vittoria]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=100"><![CDATA[Allenare alla vittoria significa soprattutto allenare se stessi. Il grande<br />comandamento introdotto da Gesù Cristo è: "Ama il prossimo tuo come te<br />stesso". Dice proprio così: "come te stesso", nè di meno nè di più. Vuol<br />dire che solo chi è capace di amore per se stesso sarà in grado di dare<br />amore alle persone che lo circondano. Chi crede in se stesso crede anche<br />nella propria squadra. Per questo allenare alla vittoria passa attraverso un<br />processo di auto-allenamento.<br />Quando dico queste cose agli studenti, mi viene chiesto: "ma non è che oggi<br />le persone si "gasano" un po' troppo, si vantano, millantano meriti che non<br />hanno? Oggi giorno le persone sembrano pensare troppo a se stesse e poco<br />agli altri. Lo si vede un po' in tutti gli ambienti, con questa mania di<br />esibirsi, di dare spettacolo di se stessi a qualunque costo, nel bene e nel<br />male...". D'altra parte, citando Gesù, mi sento anche obiettare che il<br />cristianesimo ha da sempre raccomandato l'umiltà, piuttosto che l'autostima.<br />Ci troviamo quindi di fronte ad un'apparente contraddizione. Come posso<br />essere umile e amare me stesso? Amare me stesso non è forse in<br />contraddizione con l'amore per il prossimo?<br />In realtà, umiltà e autostima non sono affatto in contraddizione. Direi anzi<br />che sono perfettamente complementari. Chi si vanta troppo in realtà nasconde<br />sempre un'insicurezza interna, la paura di essere giudicato male dagli<br />altri. Se mi preoccupo eccessivamente del giudizio degli altri, significa<br />che, in fondo, sono io il primo a non credere nelle mie capacità.<br />L'arroganza che spesso lamentiamo nasce pertanto da una profonda insicurezza<br />e, in definitiva, da un disamore verso se stessi. L'umiltà è di fatto un<br />lusso che possono permettersi soltanto coloro che credono in se stessi e che<br />si piacciono. Sono le stesse persone che, quando sbagliano, lo ammettono ma<br />sono anche capaci di perdonarsi e di trarre insegnamento dai propri errori.<br />L'adulto non ha bisogno di adulazioni, conosce i propri punti di forza e i<br />propri punti di debolezza e li gestisce al meglio per raggiungere i<br />risultati, a differenza del bambino che dicendo "Guarda, papà, come sono<br />bravo!", cerca in realtà nel proprio genitore quella conferma che non è<br />ancora in grado di dare a se stesso.<br />Ecco perché per essere un buon leader occorre prima di tutto avere una<br />personalità adulta ben sviluppata: un buon livello di autostima, la piena<br />consapevolezza delle proprie doti e delle proprie carenze, la capacità di<br />allenare se stessi alla vittoria...<br /><br />Dalla prossima settimana sarà disponibile il nuovo libro Pensieri, parole, stati d'animo.<br />Ne darò annuncio su questo blog.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Metafore terapeutiche]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=99"><![CDATA[David Gordon nel libro “Metafore terapeutiche” racconta che un cliente andò da lui esponendogli il seguente problema :”Il mio capufficio è senza cuore. E’ una persona enormemente rigida.<br />A causa di seri problemi familiari dovrei uscire dal lavoro dieci minuti prima per andare a prendere mia figlia a scuola, ma lui non lo permette, così mi trovo costretto ad assumere una baby-sitter.<br />Non so come convincerlo ad essere più indulgente con me. Eppure conosce i miei problemi economici! Mi ha anche minacciato dicendomi che, se si accorgerà che sono uscito prima senza il suo permesso, mi farà licenziare”.<br />A questo punto Gordon chiede: “Come mai, secondo lei, le viene negata la possibilità di uscire qualche minuto prima dal lavoro? “ <br />Il cliente rispose :” Perché il mio capo è una persona estremamente pignola; anche il capo del mio capufficio è così, forse anche peggio! Una volta a causa di una piccola  irregolarità nel suo ufficio l’ha rimproverato severamente davanti a tutti i suoi dipendenti”.<br />Il terapeuta intuisce che il capo non gli concede il permesso in quanto teme che, se lo scoprisse il suo diretto superiore, potrebbe avere dei problemi.<br />Mette il cliente in una situazione di totale rilassamento e costruisce la seguente metafora: “ C’era una volta, tanto tempo fa, un contadino che decise di costruirsi una casa in campagna per lavorare la terra in pace e tranquillità. Decise quindi di andare a cercare un terreno adatto su cui costruirla.<br />Dopo aver camminato a lungo in mezzo a molte difficoltà, proprio quando gli sembrò di scorgere il posto adatto, si trovò di fronte un enorme muro di pietra ad ostacolargli il cammino. Il contadino cercò di scavalcare il muro, ma questi si mise a protestare: “Di qui non passi senza il mio permesso !”. Il contadino rispose con voce dimessa: “Mi scusi, non pensavo fosse un problema per lei”.<br />E aggiunse: “Gentilmente mi lascerebbe passare?”. “No!”, rispose il muro. “Non azzardarti a farlo altrimenti, quando sarai passato, io ti crollerò addosso e con il mio peso ti schiaccerò”.<br />Il contadino era veramente disperato, non riusciva ad ottenere il permesso dal muro e quindi a raggiungere la tranquillità. Il contadino notò che il muro che ostacolava il suo passaggio era tutto ricoperto di rovi e allora disse:” Quanti brutti rovi ricoprono le tue pareti, non c’è nessuno che te li possa togliere?”.<br />E il muro rispose: “Il padrone dei terreni qui intorno qualche volta lo fa, ma solo se io obbedisco ai suoi ordini non lasciando passare nessuno. Lui deve togliere anche i rovi che infestano i suoi terreni e non ha molto tempo per me. Queste spine entrano tra le mie pareti trafiggendomi”.<br />Il contadino ci pensò un istante e poi disse: “Amico muro, chiama il tuo padrone e io ti aiuterò a risolvere il problema dei rovi”. Il muro accettò, fece cadere una delle sue scure pietre e un grosso uomo dallo sguardo serio comparve al suo cospetto. “Scusi se la disturbo”, disse il contadino, “Il suo muro mi ha detto che nei campi dall’altra parte ci sono moltissimi rovi che la infastidiscono. Io sono un abile contadino, se lei lo autorizza a farmi passare, mi occuperò personalmente di toglierne i rovi di tanto in tanto e ne toglierò alcuni anche dai suoi terreni”.<br />“Davvero lo faresti?”, ribattè l’uomo. “Certamente”, rispose il contadino. “Per me è importante trovare un terreno dove costruire la mia casa e, se mi aiuti, ti ricompenserò”.<br />I tre si misero quindi d’accordo: il muro e il suo padrone ora sono più liberi dai rovi e il contadino si gode la meritata serenità.<br /><br />I lettori di questo blog sanno che le metafore non si spiegano mai, quindi… ;-)<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[La legge di attrazione]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=98"><![CDATA[Conoscendo la legge di attrazione, volevo utilizzarla davvero e vedere cosa sarebbe successo.<br />Nel 1995 ho cominciato a creare una cosa a cui ho dato il nome di  Tabellone della Visione: prendevo l’immagine di qualcosa che desideravo ottenere o attrarre, come un’automobile o un orologio o la mia anima gemella, e  l’attaccavo su questo tabellone. <br />Ogni giorno,  mentre ero seduto in ufficio, alzavo gli occhi verso il tabellone e cominciavo a visualizzare, dopo di che entravo davvero nello stato d’animo di aver già ottenuto la cosa desiderata.<br /><br />Mi stavo preparando al trasloco. Avevo messo in magazzino tutti i mobili e gli scatoloni, e nell’arco di cinque anni avevo fatto tre traslochi. Poi sono finito in California e ho comprato questa casa; i lavori di ristrutturazione sono durati un anno,  dopo di che vi ho portato tutta la roba della casa in cui avevo vissuto cinque anni prima.<br />Una mattina mio figlio Keenan è venuto nel mio studio e sul gradino davanti alla porta ha visto uno degli scatoloni sigillati cinque anni prima.<br />Mi ha chiesto: “Papà, cosa c’è in quello scatolone?” e io gli ho risposto: “Ci sono i miei Tabelloni della Visione”.  Quando mi ha domandato cosa fosse un Tabellone della Visione, gli ho spiegato: “Beh, è dove segnavo tutti i miei obiettivi. Li ritagliavo e ce li attaccavo sopra come qualcosa da raggiungere nella vita”.<br />Ovviamente, con i suoi cinque anni e mezzo non poteva capirmi, così ho aggiunto:”Aspetta, tesoro, ti faccio vedere, così è più facile per te”.<br />Ho aperto lo scatolone e su un Tabellone della Visione c’era l’immagine di una casa che avevo visualizzato cinque anni prima. La cosa sconvolgente è che vivevamo proprio in quella casa.<br />Non in una simile, no, avevo proprio comprato la casa dei miei sogni e l’avevo ristrutturata senza neppure rendermene conto.<br />Ho guardato la casa e mi sono messo a piangere perché ero sbigottito.<br />Keenan mi ha chiesto: “Perché piangi?” e la mia risposta è stata: “Finalmente ho capito come funziona la legge di attrazione, finalmente ho capito il potere della visualizzazione.<br />Finalmente ho capito tutto quello che ho letto, quello con cui ho lavorato per tutta la vita, il modo in cui ho fondato le società.<br />Tutto questo lavorava anche per la mia casa e ho comprato la dimora dei nostri sogni senza nemmeno rendermene conto.<br />                                                                                                                                      John Assaraf<br /><br /><br />“L’immaginazione è tutto. E’ l’anteprima delle attrazioni che la vita ci riserva”.<br />Albert Einstein<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>claudio maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Non chiamatelo amore]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=97"><![CDATA[Quello di cui sto parlando non è facile, lo so bene!<br />Mi sono sentito tradito molte volte.<br />Sembra essere una costante nella mia vita, ma alla fine ne sono uscito comprendendo il segreto del tradimento che svelerò anche a voi: nessuno può tradirvi a meno che non lo abbiate voluto.<br />Il tradimento, se seguite quello che sto dicendo, è causato dal fatto che voi chiedete che qualcuno si comporti in un certo modo.<br />Così se mi diceste: amavo questa persona ed essa mi tradiva, vi risponderei che non l’avete amata perché vi aspettavate si comportasse in un certo determinato modo e questo non è amore.<br />L’amore vuol dire ti amo, ti do il mio amore e tu sei libero di esprimere il tuo amore in qualunque modo, che può essere anche andartene. <br />E’ vero! E’ la verità.<br />Amore significa che devi comportarti in questo modo con me per provare che mi ami.<br />Questo significa che do amore solo a chi me lo da indietro?<br />In egual misura o anche di più o meglio?<br />No, significa darlo e basta, e se date amore in questo modo, ne avete un immediato riscontro perché la gioia che provate amando, è vostra!<br />La gioia non dipende dalle altre persone. E’ una considerazione interessante no?<br />So che è chiamato amore incondizionato, ma mi piace di più chiamarlo gratificazione immediata: do amore perché amo dare amore e sono felice. E non c’è bisogno che tu faccia niente. Sono libero. Hai scelto di ricambiarlo? Va bene.<br />Ho studiato inizialmente come avvocato e per la legge inglese perché un contratto sia valido, ambedue le parti devono essere a conoscenza del contratto: tutte e due le parti devono firmarlo e devono in qualche modo conoscerlo e inoltre, perché sia valido un contratto deve essere remunerato: una parte deve fare una certa cosa e in cambio l’altra parte deve fare qualcos’altro.<br />Molte relazioni amorose sono contratti.<br />L’unico problema è che il contratto non è scritto e di solito non è riconosciuto dalle due parti.<br />Perché se dite: io ti amerò se starai con me per sempre, state redigendo un contratto, volete essere sicuri che l’altra persona abbia riconosciuto il contratto e sia d’accordo.<br />Non è amore, non chiamatelo amore. E’ un contratto, null’altro che un contratto.<br />Fino a quando seguite le regole di un contratto, non chiamatelo amore.<br /><br />                                                                                                                                Lee Coit<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[San Valentino]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=96"><![CDATA[La scoperta più grande della mia generazione è che un essere umano può cambiare la propria vita cambiando il proprio atteggiamento mentale (William James).<br />Prestate attenzione a quel che pensate, con i vostri pensieri potete fare ciò che volete.<br />Ma prestate attenzione anche al vostro modo di parlare.<br />Le parole che pronunciamo hanno un effetto preciso e diretto sui nostri pensieri.<br />I pensieri creano le parole perché le parole sono il veicolo delle idee; ma le parole influiscono anche sui pensieri e contribuiscono a condizionare gli stati d’animo, se non a crearli.<br />Infatti, ciò che spesso chiamiamo pensiero comincia con una parola.<br />Pertanto, se il linguaggio quotidiano viene vagliato e controllato perché contenga espressioni piene d’amore, il risultato saranno pensieri d’amore e, in ultima analisi un animo in pace con gli altri.<br />Chi litiga con gli altri litiga prima di tutto con se stesso.<br />Le persone a cui manca la sfera affettiva soffrono di squilibri in misura più o meno accentuata a causa dei loro profondi conflitti emotivi e psicologici.<br />Nella melassa commerciale di San Valentino mi è scattata automaticamente questa riflessione.<br />Dovremmo renderci conto che, al di là dei Baci Perugina, la forza che muove il mondo e che ci fa star bene è l’amore.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Pensieri, parole, stati d'animo]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=95"><![CDATA[Fra qualche giorno uscirà in libreria il mio nuovo libro Pensieri, parole stati d’animo.<br />E’ il seguito naturale di Le relazioni virtuose un libro che ha riscosso molto successo e che, come forse molti sapranno, è stato sul podio (al secondo posto per la precisione) dei libri più venduti nel settore della formazione.<br />Perché ho scritto questo nuovo libro?<br />Perché c’è una vita, dentro ognuno di noi, che non è mai la vita che stiamo vivendo,<br />è una specie di sogno, di desiderio.<br />In quella vita tutti noi siamo forti, coraggiosi, determinati.<br />Ma la riteniamo irraggiungibile, ed è un errore!<br />Perché quella vita è dietro una porta, che possiamo aprire con le giuste chiavi,<br />e farla così diventare, la nostra vera vita!<br /><br />Invece affidando il controllo della nostra vita agli altri, alle consuetudini, al “dovrei”, al “si deve” non si costruisce nulla se non il perpetrarsi di pregiudizi e cose scontate.<br />Se vuoi che la tua vita abbia un senso, se ti va di lasciare una traccia del tuo passaggio, o se vuoi semplicemente godere del tempo che ti è dato, lascia la gabbia che qualcuno ha preparato per te, e semplicemente vivi!<br /><br />Questo è il messaggio. In  questo libro ho cercato di dimostrare come chiunque può trasformare il dolore e la lotta dell’esistenza quotidiana  in una vita felice e costruttiva.<br />A fra pochissimo! Vi segnalerò su questo blog il giorno di uscita. <br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Gandhi]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=94"><![CDATA[Acquistiamo il diritto di criticare severamente una persona solo <br />quando siamo riusciti a convincerla del nostro affetto e della lealtà <br />del nostro giudizio, e quando siamo sicuri di non rimanere <br />assolutamente irritati se il nostro giudizio non viene accettato o rispettato. <br />In altre parole, per poter criticare, si dovrebbe avere un'amorevole capacità, <br />una chiara intuizione e un'assoluta tolleranza <br />                                    ----------------<br /><br /> Dato che non penseremo mai nello stesso modo e vedremo la verità <br />per frammenti e da diversi angoli di visuale, la regola della nostra<br />condotta è la tolleranza reciproca. La coscienza non è la stessa per tutti. <br />Quindi, mentre essa rappresenta una buona guida per la condotta individuale, <br />l'imposizione di questa condotta a tutti sarebbe un' insopportabile <br />interferenza nella libertà di coscienza di ognuno <br />                                      ---------------<br /> Non è la letteratura né il vasto sapere che fa l'uomo, <br />ma la sua educazione alla vita reale. <br />Che importanza avrebbe che noi fossimo arche di scienza, <br />se poi non sapessimo vivere in fraternità con il nostro prossimo? <br /><br />30 gennaio 2008 - 60° anniversario dalla morte del Mahatma Gandhi<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Vendite: i master puntano sulle relazioni. Ma va?]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=93"><![CDATA[Il Corriere della Sera di ieri riporta un articolo intitolato così.<br />Riassumo liberamente, qui di seguito, parte del testo.<br />Focus sulla relazione.<br />E’ questo l’elemento su cui si sta concentrando la formazione rivolta ai sales manager.<br />La vendita è inquadrata nel più ampio contesto del rapporto stabilito con il cliente.<br />Va in tale direzione l’Executive master in marketing &amp; sales organizzato da Sda Bocconi e dalla spagnola Esade Business School.<br />Una parte delle lezioni, che si protraggono per 14 mesi, è infatti incentrata proprio sui processi relazionali e sulla costruzione della relationship.<br />Ma anche i progetti formativi di minore durata dedicano sempre maggiore attenzione a tali aspetti.<br />Lo studio delle dinamiche più prettamente psicologiche occupa un ruolo significativo anche nei percorsi formativi focalizzati su ambiti specifici della vendita. Per esempio, il corso che la business school del “ Sole 24 Ore” dedica alla gestione dei key customer comprende un approfondimento sull’ottimizzazione del sistema di relazione.<br />Naturalmente un taglio di questo tipo comporta l’utilizzo di strumenti adeguati. Come la programmazione neurolinguistica, all’interno del seminario Ipsoa in “Tecniche di vendita”.<br /><br />Ho sempre pensato che essere vent’anni avanti è come essere vent’anni indietro. Sei comunque fuori tempo. <br /><br />Migliaia di persone  possono testimoniare che queste cose le insegnavo già  20/25 anni fa.<br />Ho ritrovato di recente un numero del mensile Convegni datato 1987 con un mio articolo sull’utilità della programmazione neurolinguistica nella vendita!<br /><br />E…vi giuro…era molto più comprensibile delle righe che avete letto qui sopra.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Do you remember sixtyeight ? ]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=92"><![CDATA[Quand’ero ragazzo io e mio padre litigavamo continuamente per ogni cosa.<br />Io avevo i capelli lunghi, giù fin sotto le spalle.<br />Avevo 17, 18 anni, e lui non lo sopportava. E arrivammo al punto che litigavamo tanto che io stavo quasi sempre fuori casa.<br />L’estate non era male, perché era caldo e c’erano gli amici. Ma d’inverno, mi ricordo che stavo lì in città ed era così freddo…e quando c’era il vento, mi mettevo in una cabina del telefono e telefonavo alla mia ragazza per ore, parlavamo tutta la notte. Poi, alla fine, trovavo il coraggio di andare a casa; mi fermavo lì nel viale, e lui mi aspettava in cucina. Mi infilavo i capelli nel colletto e entravo. Lui mi chiamava e mi diceva di tornare indietro e mettermi seduto lì con lui. E la prima cosa che mi chiedeva era che pensavo di fare di me stesso.<br />E il peggio di tutto era che non trovavo mai il modo di spiegarglielo. <br />Mi ricordo che una volta ebbi un incidente con la moto e stavo a letto e lui fece venire un barbiere che mi tagliò i capelli. Mi ricordo di avergli detto che lo odiavo e che non lo avrei mai, mai dimenticato.<br />Mi diceva sempre non vedo l’ora che ti pigli l’esercito. Quando ti piglia l’esercito ti fanno diventare un uomo. Ti tagliano i capelli e fanno di te un uomo.<br />E questo avveniva nel 1968 e c’erano un sacco di ragazzi del quartiere che andavano in Vietnam. Mi ricordo il batterista della mia prima band che  venne a casa mia con la divisa dei marines addosso a dirmi che ci andava e non sapeva dov’era. E un sacco di ragazzi andarono, e un sacco di ragazzi non tornarono. E quelli che tornarono non erano più gli stessi.<br />                                                                          Bruce Springsteen<br /><br />Chiunque ha fatto un corso con me sa che lo ricordo sempre: avevo 16 anni nel ’68 e stavo in un liceo classico milanese dove…passava la storia.<br />Con il ’68 il mondo è andato avanti nella conquista dei diritti civili. E’ per questo che è utile dire, soprattutto ai giovani, che io rifiuto, nel modo più assoluto, la teoria secondo la quale il ’68 è stata la culla del terrorismo e degli anni di piombo. Il ’68 ha rappresentato per la storia del mondo un punto di non ritorno. E’ stato l’anno della Primavera di Praga, delle rivolte studentesche, dell’opposizione alla guerra in Vietnam, dell’omicidio di Martin Luther King.<br />E ancora è stato l’anno in cui è nato il movimento femminista e, forse, l’anno in cui ha avuto inizio l’irreversibile declino dell’Unione Sovietica.<br />“Tutte le nozioni esistenti sono scadute e devono essere ripensate”, così diceva una scritta sul muro nel maggio parigino. Si può anche non arrivare a tanto ma va da sé che da quel momento abbiamo dovuto attenerci a un nuovo principio: è un buon insegnante colui che mentre insegna, impara ed è un buono studente colui che mentre impara, insegna.<br />Un mio grande maestro Giovanni Spadolini (di certo non comunista) <br />diceva: “ Ho sempre ritenuto che il ’68 abbia avuto un valore notevole nel liquidare tutte le forme di dogmatismo e di fideismo”. <br />E il premio nobel Dario Fo ha detto: “ Che cosa ha avuto di stupendo il sessantotto? Buttare all’aria i luoghi comuni, le certezze consolidate, mettere in discussione tutto, non fidarsi delle tradizione riscritte secondo gli interessi di qualcuno”.<br /><br />E oggi, dopo quarant’anni, cos’ è rimasto di questo spirito?<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Buone feste]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=91"><![CDATA[<br />In questo periodo di festa gli auguri sono rituali, e forse spesso scontati. Perde così valore un importante momento di relazione, un’occasione per sentire amici e conoscenti, persone vicine e lontane,  persone che magari da molto non sentivamo. <br />Per non apparire conformisti  spesso rinunciamo a compiere questo semplice gesto, pensando: “ tanto lo fanno tutti, chissà quante mail arriveranno…” , togliendoci così a cuor leggero il disturbo. <br />Anch’io sono stato tentato di comportarmi così,   motivato dal tempo scarso e dagli impegni che si inseguono, poi però ho cambiato idea e ho pensato: ”perchè invece non usare questa occasione anche per ringraziare. Quei ringraziamenti che troppo spesso riserviamo solo ai momenti di commiato”. <br />Quindi nell’augurare a voi e tutte le vostre famiglie un buon Natale e un felice anno nuovo, ringrazio di cuore, con un abbraccio forte, tutti coloro che anche quest’anno hanno creduto in me, tutti coloro che mi sono stati vicini, chi ha riso con me e chi, con me,  ha condiviso altre emozioni, chi mi ha aiutato e chi ha apprezzato il mio aiuto, chi mi ha indicato la strada e chi l'ha percorsa con me. <br /><br />Buone feste<br /><br /><br /> Nessuno puo' rivelarvi nulla<br />se non cio' che già si trova<br />in stato di dormiveglia<br />nell'albeggiare della nostra conoscenza.<br />L'insegnante che avanza<br />nell'ombra del tempio,<br />fra i suoi discepoli,<br />non trasmette la sua sapienza,<br />ma piuttosto la sua fede<br />e la sua amorevolezza.<br />Se è veramente saggio,<br />non vi introdurrà<br />nella casa della sua sapienza,<br />ma vi accompagnerà<br />alla soglia <br />della vostra mente.<br />Kahlil Gibran<br />"Il profeta"<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Mi hanno raccontato una storia]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=90"><![CDATA[Mi hanno raccontato una storia, questa mattina.<br />Parla di un luogo in cui le persone vivono la loro vita in ordine inverso. <br />Come prima cosa, muoiono, e si sbarazzano subito di questa spinosa questione. <br />Passano i primi anni della loro vita in case di riposo, stanchi del mondo e delle relazioni, con gli occhi persi di chi non aspetta perchè non ha più niente da aspettare. <br />Poi, col crescere, diventano più giovani e, quando è giunta l'ora, lasciano la casa di riposo. Qualcuno gli regala un orologio d'oro e iniziano a lavorare. Nei primi anni, gli pare d'aver già fatto tutto quel che c'era da fare, e che non potrebbero dare alcun contributo di novità. Anzi, a guardar bene, la novità un po' li spaventa. Ma più passa il tempo, e più diventano entusiasti, creativi, alcuni addirittura incendiari, rivoluzionari. Il lavoro sembra, ora, una fantastica avventura.<br />Viene, a questo punto, il tempo di lasciare il lavoro per andare a scuola, per imparare qualcosa su se stessi, sul mondo, e su se stessi dentro al mondo.<br />Succede, a molti, allora, di vivere una fase di confuso cambiamento, in cui non ci si sente più, ma non si è ancora. Si chiama adolescenza. E per attraversare questa fase molti di loro si aggrappano al ricordo delle loro esperienze di adulti, vissute anni prima. <br />Arriva infine l'infanzia. I loro occhi si spalancano sulle meraviglie del mondo. Le loro energie crescono, le convinzioni su ciò che è possibile si espandono insieme alla loro flessibilità. Passano, questi esseri, gli ultimi mesi della loro vita in un ambiente caldo e morbido, in un luogo in cui ogni loro desiderio è soddisfatto. <br />E tutto si conclude nello scintillio d'occhi di uno sconosciuto.<br /> <br />L'ha raccontata, con parole a tratti un po', a tratti molto diverse, Robert Dilts nel suo libro "Changing Beliefs Systems with NLP".<br />Mi pare una di quelle storie che adesso non le capisci fino in fondo, ma che verrà un giorno in cui dovrò spiegare una cosa alle mie figlie, e dirò loro: "Mia hanno raccontato una storia, un giorno. Parla di un luogo in cui..."<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>claudio maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[La leadership è diventata dolce]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=89"><![CDATA[Ragazzi di oggi e leader di domani.. c’è una buona notizia: la leadership è diventata “dolce” ! <br />I modelli autoritari, la manipolazione, l’arroganza, l’arrivismo, i prepotenti.. ormai sono fuori moda, superati, obsoleti. <br />In ogni scuola, in ogni libro di management, in ogni istituzione, il modello riconosciuto è quello di una nuova figura di manager e leader, sicuramente più evoluta, anche se ancora “rara” da incontrare negli uffici delle aziende. <br />Umanità, empatia, ascolto sono le qualità oggi più apprezzate e riconosciute come vincenti, fino a spingersi all’ “amore” considerato come l’arma più forte anche nel contesto lavorativo (vedi il recente testo: “L’amore è la killer App!” di Tim Sander, chief solutions officer di Yahoo!). <br />Strano vero? <br />Però è così: competenze e conoscenze sono e rimangono importanti, ma ciò che fa la differenza sono, e saranno sempre più, le qualità umane della persona: il resto è in qualche modo sostituibile o “automatizzabile”: sentimenti e valori invece rimangono esclusiva del singolo e ne costituiscono a pieno titolo la personalità unica e originale. <br /><br />Ai giovani che si affacciano per la prima volta nel mondo del lavoro ecco allora 7 consigli utili per essere leader fin da subito: <br />•	essere se stessi: meglio un autentico indeciso che un falso sicuro di sé, meglio un sincero “non lo so” che una falsa ostentazione di conoscenza presto smascherabile, meglio esprimere una reale preferenza piuttosto che un generico “mi piace tutto” per essere certi di non contraddire un superiore. Quando siete voi stessi in qualche modo la vostra autenticità e umanità raggiunge gli altri e le lacune, se ci sono, potranno facilmente essere perdonate. Quando siete voi stessi siete in realtà al massimo del vostro potenziale! <br />•	essere umili: non significa essere sottomessi, ma semplicemente essere consci dei propri limiti e non avere paura di mostrarli, anzi fare leva su di essi per essere disponibili e aperti ai consigli, per non temere di chiedere aiuto ai propri referenti e responsabili. Tutti, un giorno, abbiamo iniziato e tutti all’inizio abbiamo commesso errori e non sapevamo muoverci. Umiltà significa rispetto ed è segno di grande maturità <br />•	essere curiosi: non guardate solo al vostro lavoro, la curiosità di conoscere quello che accade intorno, nel resto dell’azienda e fuori dall’azienda; conoscere le aziende prima ancora di contattarle, capire cosa producono che servizi offrono, chi sono i clienti, il mercato.. curiosità è segno di un’intelligenza fresca e viva. Internet è un ottimo mezzo per conoscere e curiosare. Ma anche curiosi e voraci di letture, curiosi delle persone che vi circondano, delle culture diverse dalla vostra… <br />•	condividere la conoscenza: all’inizio sarete riconoscenti verso chi sarà disposto a condividere con voi la propria conoscenza, maturata con anni di esperienza. Imparate fin da subito a condividere la vostra con lo stagista arrivato dopo di voi: c’è ancora chi crede che trattenere le informazioni sia un trucco per restare indispensabili all’azienda, per non “farsi rubare” i meriti, ma in realtà chi non condivide finisce isolato e presto inutile. <br />•	essere responsabili: non è necessaria nessuna carica aziendale per essere responsabili. Potete essere responsabili del vostro lavoro dal primo giorno imputando a voi stessi e non agli altri (colleghi, capi, azienda, clienti) i vostri risultati, quelli del vostro reparto e anche quelli dell’azienda. Assumersi la responsabilità di un errore, di una decisione, di una proposta di miglioramento, di far funzionare meglio le cose, di capire e di agire. Questo significa anche accettare le critiche e sbagliare, ma sempre presuppone un atteggiamento attivo. Le persone che si “muovono” sono responsabili! <br />•	coltivare relazioni positive: gli altri sono la cosa più importante! Coltivate relazioni positive con colleghi clienti e superiori: vi aiuterà sempre nel vostro lavoro. Questo non significa “arruffianarsi” il capo, significa piuttosto tenere in alta considerazione gli altri, essere disposti ad aiutare il collega anche se questo non è a vostro diretto vantaggio nel conseguimento degli obiettivi, significa essere aperti all’ascolto e alla comprensione delle difficoltà altrui, anche quelle dei propri superiori.. e ne hanno sempre tante! <br />•	sviluppare la crescita personale: avete studiato fino adesso e solo ora forse incomincia la vostra crescita personale: non sarà più aula, non saranno più esami scolastici, ma sicuramente saranno libri, corsi, esperienze. L’obiettivo è quello di conoscersi sempre meglio per realizzare la vostra professionalità e personalità in un lavoro che vi assomigli, che sia in linea con le vostre aspirazioni ed i vostri valori, che vi consenta di esprimere al meglio i vostri magici talenti, quali essi siano! <br /><br />Il nuovo modello di leadership dolce, affermato in tutte le aule di management, deve tuttavia ancora diffondersi nelle situazioni lavorative e questo è un vostro compito! Non sarà facile: dovrete convivere con qualche manager della vecchia guardia e toccherà a voi dare l’esempio positivo. <br />E allora, cari nuovi manager e nuove leader, il futuro è vostro, rendetelo migliore! <br /> <a href="http://managerzen.it" target="_blank">managerzen</a>  <br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Relazioni personali e virtuali]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=88"><![CDATA[L'altro giorno a New York Larry Foster, per 33 anni responsabile delle relazioni pubbliche della Johnson &amp; Johnson, ha ricevuto dall'Institute for Public Relations , il più importante centro di ricerca mondiale delle relazioni pubbliche, il Premio Alexander Hamilton e ha pronunciato un discorso brevissimo, di straordinaria importanza e attualità che qui riproduco in versione italiana. Tutto da leggere e da imparare a memoria. E' breve<br />DISCORSO DI LARRY FOSTER IN OCCASIONE DELL'ASSEGNAZIONE DEL PREMIO ALEXANDER HAMILTON <br />Yale Club, New York City<br />16 novembre 2007<br />Sono stato sorpreso ed onorato quando ho ricevuto la telefonata di Frank Ovaitt per la Alexander Hamilton Medal. Quando si è stati nella professione per più di 50 anni e si è ormai fuori dal giro, è davvero gratificante essere ricordati. Un grazie sincero all'Istituto.<br />Cinquant'anni fa ho preso la saggia decisione di lasciare il giornalismo - ero redattore ‘notturno' del Newark News, allora il giornale a più larga diffusione del New Jersey – e sono entrato alla Johnson &amp; Johnson per collaborare all'avvio del suo primo Ufficio Relazioni Pubbliche. Si trattava di una sfida alla quale non ho saputo resistere.<br />Per i successivi 33 anni mi sono sentito l'individuo più fortunato del mondo – e lo ero.<br />La straordinaria società di cui facevo parte è cresciuta di quaranta volte durante la mia permanenza.<br />Sin dall'inizio il Chairman/CEO ha stabilito che le RP dovevano riportare direttamente a lui – e così è ancora oggi.<br />Nel 1990 mi è succeduto Bill Nielsen e tre anni fa è toccato a Ray Jordan: dunque negli ultimi cinquant'anni solo tre di noi hanno occupato quella posizione. Nello stesso periodo ci sono stati cinque Chairmen, il che ci fa pensare che noi li logoriamo più di quanto loro non logorino noi.<br />Non c'è dubbio, comunque, che oggi si tratti di un mestiere diverso. E che mi porta all'unica considerazione che voglio condividere con voi.<br />Mi stupisco della quantità di tecnologia alla quale oggi avete accesso, ma ho anche una preoccupazione. Se condividerete con me questa preoccupazione, avrò bisogno del vostro aiuto – e della vostra immaginazione.<br />Immaginate che io abbia di fronte una grandissima bilancia, tipo quelle che si vedono nelle raffigurazioni della giustizia. Questa bilancia in alto ha un braccio dal quale pendono due grandi piatti sospesi a delle catene. Il vostro è il piatto di sinistra – che indichiamo con il 2007 – il mio è quello di destra – che indichiamo con il 1957.<br />Ora vi chiedo di sistemare sul vostro piatto, come per magia, tutti i vostri accessi a Internet, i vostri computer desktop e laptop. Poi i vostri Blackberry e Palm. Il vostro fax, fotocopiatrice e tutte le vostre potenzialità collegate alla televisione a colori – videotape, DVD, camcorder. Tutti i vostri telefoni cellulari e iPhone, eliminando così le segreterie telefoniche e i messaggi vocali – e includendo invece le e-mail.<br />(Mi pare di aver sentito una signorina seduta laggiù che diceva ‘non gli darò certo il mio cellulare', e l'ha nascosto sotto il tovagliolo).<br />L'altro piatto della bilancia è vuoto perché cinquant'anni fa non avevamo neppure uno di questi fantastici strumenti tecnologici. Potevamo contare solo su quello che chiamavamo Relazioni Personali. E allora mettiamo queste sul mio piatto della bilancia. Le Relazioni Personali.<br />Non intendo giudicare dove stia il punto di equilibrio – tra la tecnologia, che occupa la maggior parte del vostro tempo, e lo sviluppo di Relazioni Personali che, cinquant'anni fa, occupava la maggior parte del nostro tempo.<br />So che per il successo nelle Relazioni Pubbliche è fondamentale instaurare un sentimento di fiducia tra due persone, o due organizzazioni. E sono convinto che il modo migliore per generare fiducia sia una relazione personale – e non una e-mail.<br />E quindi vi chiedo: consentite al fascino che la tecnologia esercita su di voi – e sulla quale contate, di impedirvi di migliorare le vostre relazioni personali a lungo termine, così importanti per il vostro successo nelle relazioni pubbliche?<br />Le continue ondate di nuove tecnologie accelerano il ritmo del vostro lavoro e si aggiungono alla pressione per la mancanza del tempo necessario a fare tutto ciò che si vorrebbe. E' una sfida continua.<br />Ma questo vale anche per la costruzione di relazioni personali. <br />Con quante persone avete comunicato on line per anni, senza averle mai viste in faccia?<br />Ed è così che la tecnologia ha incrementato, in modo significativo, la vostra produttività, ma ha anche avuto un effetto paralizzante sulle vostre relazioni personali.<br />Sono fermamente convinto che il vostro successo nella professione sarà giudicato in base alla qualità delle vostre prestazioni, ma anche sulla vostra integrità e capacità di generare fiducia nelle relazioni con gli altri.<br />Se non tenete conto dell'importanza delle relazioni personali, private gli altri della possibilità di apprezzare la vostra qualità più rilevante, la vostra unicità come persona. E' ciò che vi distingue dagli altri.<br />Si tratta di prendere una decisione molto personale: consentire all'ondata di tecnologia di dominare la vostra vita professionale, o trovare il modo di usare la tecnologia, ma anche l'unicità che è in voi.<br />Spetta soltanto a voi decidere....<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>claudio maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Il colpo di fulmine]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=87"><![CDATA[Il colpo di fulmine? <br />Semplice calcolo statistico <br />Vi è mai capitato di incontrare una persona speciale e vivere quella rara ma entusiasmante esperienza denominata “colpo di fulmine”? Alcuni scienziati dell'Ohio State University, negli Usa, hanno cercato di comprendere quale sia il fattore scatenante e hanno scoperto qualcosa di sorprendente. In amore, ma anche in amicizia, contano i primi minuti di conoscenza. Il nostro cervello, inconsciamente, analizza la persona che si trova di fronte e, se particolarmente interessante, effettua una veloce previsione di quanto si ha in comune con la stessa. <br />Per evitare di perdere “secondi preziosi”, insomma, scatta quella molla che ci permette di aprirci di più, facendoci rivelare quanto più possibile di noi stessi. Si compiono cioè tutti quei gesti che aiutano l'instaurarsi di un rapporto che può essere di natura amorosa o di forte amicizia. Dunque il famoso colpo di fulmine non sarebbe altro che un complesso e veloce, ma romantico, calcolo delle probabilità. <br />Questo, spiegano gli scienziati sul Journal of Social and Personal Relationships, fa comprendere meglio il perché gli “speed date”, gli appuntamenti a cronometro, non siano un'invenzione totalmente campata in aria. Si tratta di una scoperta importantissima, hanno detto gli stessi ricercatori, perché “sovverte quanto pensato finora sulla formazione delle relazioni d'amore o di amicizia”. La ricerca, condotta su un campione di 164 studenti, metteva i giovani in condizione di formulare un rapido giudizio sulle persone incontrate a distanza di tre, sei o, al massimo, dieci minuti. <br />A distanza di nove settimane è stata poi verificata l'eventuale corrispondenza tra il giudizio “fast” e quello sottoposto alla prova del tempo. “Le conclusioni raggiunte nei primissimi minuti – hanno concluso gli scienziati - sono state confermate dalla lunga frequentazione”. <br />Fonte ecplanet.com<br />]]></content>
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	<entry>
	  	<author>
			<name>claudio maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Gestisci il tuo stato d'animo]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=86"><![CDATA[Uno stato d’animo positivo è una condizione esistenziale a cui tutti ambiscono e, incapaci di raggiungerla, attribuiscono il fallimento agli altri o alle circostanze del mondo esterno.<br />L’amore, la salute, il denaro, l’aspetto fisico, le condizioni di lavoro, l’età sono una serie di fattori su cui non abbiamo nessun controllo.<br />Ciò consente a ciascuno di noi di non essere non dico felice, ma almeno di buon umore, perché nulla possiamo fare sulle circostanze che non dipendono da noi.<br />Eppure questa condizione dell’animo è accessibile a qualsiasi essere umano a prescindere dalla sua ricchezza, dalla sua condizione sociale, dalle sue capacità intellettuali, dalle sue condizioni di salute. Non dipende dal piacere, dalla sofferenza fisica, dall’amore, dalla considerazione o dall’ammirazione altrui, ma esclusivamente dalla piena accettazione di sé che Nietzsche ha sintetizzato nell’aforisma: “Diventa ciò che sei”.<br />Sembra quasi un’ovvietà, ma non capita quasi mai, perché noi misuriamo la felicità non sulla realizzazione di noi stessi, che è fonte di energia positiva per quanti ci vivono intorno, siano essi familiari, colleghi, conoscenti, ma sulla realizzazione dei nostri desideri che formuliamo senza la minima attenzione alle nostre capacità e possibilità di realizzazione.<br />Non accettiamo il nostro corpo, il nostro stato di salute, la nostra età, la nostra occupazione, la qualità dei nostri amori perché ci regoliamo sugli altri, quando non sugli stereotipi che la pubblicità ci offre ogni giorno.<br />Se uno stato d’animo cattivo è il risultato di un desiderio lanciato al di là delle nostre possibilità, non ho alcuna difficoltà a dire che chi è di cattivo umore è colpevole, perché è lui stesso causa della sua infelicità.<br />A questo punto uno stato d’animo positivo non è più una faccenda di “umore” ma oserei dire un vero e proprio “dovere etico” non solo perché nutre il gruppo che ci circonda di positività, ma perché presuppone una buona conoscenza di sé. Infatti nello scarto tra il desiderio che abbiamo concepito e le possibilità che abbiamo di realizzarlo c’è lo spazio aperto, e talvolta incolmabile, della nostra infelicità.<br />Le conseguenze sono note: ansia e depressione che diventano condizioni permanenti della nostra personalità, che abbassano il tono vitale della nostra esistenza, quando non addirittura, a sentire i medici, il nostro sistema immunitario, disponendoci alla malattia che non è mai solo un’insorgenza fisica, ma anche spesso una disposizione dell’animo che ha rinunciato a quel dovere etico che Aristotele segnala come scopo della vita umana: la felicità.<br /><br />Liberamente tratto da Umberto Galimberti per Repubblica.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Viva le metafore!]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=85"><![CDATA[Quando Atene fioriva per le giuste leggi, l’eccessiva libertà sconvolse la cittadinanza e l’abuso infranse l'antico freno. Allora, mentre le fazioni politiche cospiravano tra loro, il tiranno Pisistrato occupò l'acropoli. <br />Poiché gli abitanti dell'Attica si lamentavano della triste oppressione - non perché fosse crudele, ma perché ogni peso è grave per coloro che non sono abituati - e avevano iniziato a interrogarsi, Esopo prese la parola e raccontò questa favola: <br />"Le rane che vagavano libere nella palude chiesero con gran clamore a Zeus un re che con la sua autorità tenesse a freno i costumi dissoluti. Il padre degli dei rise e inviò loro un travicello, che piovve all’improvviso e con gran rumore nell'acqua dello stagno, terrorizzando la pavida stirpe. <br />Il travicello giaceva immerso nel limo da un po’ di tempo allorché, per caso, una rana sporse silenziosamente il capo dallo stagno e, dopo aver osservato il re, chiamò tutte le altre a raccolta.<br />Quelle, deposto ogni timore, a gara nuotarono verso di esso e la moltitudine gracidante iniziò a saltare sopra il legno. E, dopo averlo insozzato e dileggiato con ogni sorta di insulto, mandarono a Zeus un’ambasceria reclamando un altro re, poiché era inutile quello che era stato dato. Allora Zeus mandò loro un serpente che, con dente vorace, iniziò ad ucciderle una dopo l’altra. <br />Invano, le rane cercarono di fuggire la morte, incapaci di reagire: la paura le rendeva mute. <br />Le poche rane superstiti, afflitte, affidarono di nascosto a Hermes un'ulteriore missiva per Zeus affinché le soccorresse e le liberasse. “Poiché non voleste sopportare il vostro bene” - rispose Zeus - “ora subite il male”.<br />"Anche voi, o cittadini," - concluse Esopo - "sopportate questo male affinché non ve ne capiti uno maggiore". <br />Eh… un mio maestro mi ha detto, decine di anni fa, che le metafore non si spiegano mai!  ;-)<br />]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[La grammatica della salute]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=84"><![CDATA[Ricerca sull’informazione e la comunicazione scritta in sanità<br />Prima azione: un sondaggio online <br /> <a href="http://palestradellascrittura.g2k.it/" target="_blank">vai al sondaggio online</a>  <br />Parte la prima ricerca italiana sul linguaggio usato nella comunicazione scritta in sanità. Realizzata dalla Palestra della scrittura, nasce dall’ascolto, con un sondaggio online e una serie di interviste svolte da una società specializzata, in collaborazione con Regione Lombardia; sarà presentata ufficialmente in un convegno al Compa di Bologna (6 novembre, ore 14,15); e diventerà presto un libro. <br />Qual è l’esperienza dei cittadini con il linguaggio di referti, cartelle cliniche, “bugiardini” ecc.? Il consenso informato: informa davvero? Le informazioni sulla salute sono efficaci e comprensibili? <br />Il medico un tempo affermava la propria autorità e autorevolezza attraverso tecnicismi poco incoraggianti per il paziente. Ora la conoscenza sulla nostra salute si diffonde anche attraverso altre fonti, e le persone desiderano partecipare in modo più attivo alle decisioni sulla propria salute. Questo ha contribuito a rendere le informazioni più chiare? <br />Aiutaci a fotografare la percezione del linguaggio usato dai vari attori della sanità. <br />Solo dieci clic, e darai un contributo importante alla prima ricerca su un tema centrale per tutti noi. <br />Grazie.<br /> <a href="http://palestradellascrittura.g2k.it/" target="_blank">vai al sondaggio online</a> <br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Quale Impresa?]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=83"><![CDATA[Sono stato relatore a una tavola rotonda, organizzata da Qualeimpresa, nell’ambito del convegno dei giovani imprenditori (Confindustria)  svoltosi a Capri il 5 e 6 ottobre.<br />Lì, con la mia consueta e intempestiva irruenza, unita ad assai poco fair-play (e sì che da trent’anni insegno la comunicazione!) ho criticato, in modo un po’ provocatorio, due frasi del presidente Matteo Colaninno che riporto testualmente.<br />“Siamo profondamente convinti che le istituzioni contino più degli uomini”.<br />“Diciamo no all’antipolitica, dei predicatori, dei comici, delle veline”.<br />Vorrei in questo spazio riassumere il mio intervento e le ragioni che mi hanno portato ad assumere queste posizioni.<br />La prima dichiarazione mi fa una certa impressione. Sono infatti certo che nulla, ripeto nulla, sia più importante degli uomini. Non solo le istituzioni (perché non ricominciamo a insegnare ai bambini che lo stato siamo noi?) ma neppure le imprese. Dico questo perché a volte, in certi ambienti, sento aleggiare questa idea dell’impresa sopra a tutto.<br />Invece, tramontato l'entusiastico yuppismo e crollati i miti della società dell'immagine, oggi ci ritroviamo in un momento molto delicato, nel quale appare fortissima ed impellente la ricerca del nuovo collegata con il recupero di valori forti: l'onestà, la verità, la solidarietà. Questa tendenza ci impone la necessità di tornare ad umanizzare i ruoli nel mondo del lavoro e in tutti gli aspetti della nostra vita: l'uomo, quindi, come centro del sistema. <br />Non e' certo un'idea nuova, ma rimane un concetto forte che oggi può aiutarci a superare l'attuale crisi di valori individuali e di ideologie collettive.<br />L'apparato non può essere sopra a tutto e prima di tutto, perchè ciò costituisce solo una spersonalizzazione, uno stratagemma ideato per sfumare i ruoli, favorire le coperture e rendere difficile l'attribuzione delle responsabilità.<br />I mali che ha prodotto questo sistema sono purtroppo ben visibili davanti agli occhi di tutti! A questo punto appare chiaro che stiamo entrando in una nuova fase che da molti e' già stata definita "nuovo umanesimo". <br />Protagonista assoluto torna ad essere l'uomo, inteso come individuo, che ha veramente qualcosa da dire e un ruolo da giocare. La persona, in sintesi, che grazie alle sue qualità riesce a meritarsi la fiducia ed il rispetto degli altri.<br />Sei mesi fa Matteo Colaninno era certamente d’accordo con me perché a queste tesi è stato dedicato  l’incontro di Santa Margherita. Ma oggi cos’è cambiato?<br />Seconda affermazione. Non sono certo qui a difendere Beppe Grillo che sa difendersi molto bene anche da sé. Però un fenomeno del quale i media parlano ormai da un mese non si può relegare tra nani e ballerine. L’effetto Grillo si sta facendo sentire nel paese da quel 8 settembre in cui dalla piazza virtuale si è passati alle piazze reali, quando a internet si sono affiancati la televisione e i giornali nazionali. Da allora non si parla d’altro.<br />La tavola rotonda alla quale ho partecipato si chiamava Be connected e non ha certo raccolto il grande pubblico del giorno successivo, quando è sfilata “la casta”.<br />Questo mi fa fare un ultima riflessione. E’ possibile che al convegno dei giovani imprenditori i volti dei soliti noti continuino a fare più audience di un momento di formazione autentica sugli scenari futuri delle imprese e delle persone?<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Public Speaking, ancora Steve Jobs]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=82"><![CDATA[Dopo un pomeriggio fantastico  di golf  qualche giorno fa, mio nipote sembrava ansioso di tornare a casa, arrivando ad ignorare il mio invito a cena. Mio nipote sta per diplomarsi alla high school, così pensai che volesse incontrarsi coi suoi amici. La mia interpretazione era corretta solo in parte.  Voleva sì incontrare i suoi amici, ma in rete per il nuovo iPhone. <br />Dobbiamo a Steve Jobs, Chief Executive della Apple,  il merito di aver generato una frenesia superiore a quella creata da qualunque altro gadget divertente nel nostro Paese. E’ cominciato tutto con quella che io considero la miglior presentazione di Steve Jobs fino ad oggi. <br />Dopo aver visto e analizzato la presentazione, ho pensato a circa cinque punti per distillare le tecniche di presentazione di Jobs,  con lo scopo di aiutare chiunque lo desideri a sviluppare una comunicazione persuasiva. <br />1. Costruisci tensione<br />Un buon romanziere non rivela l’intera trama e la conclusione nella prima pagina del libro. Costruisce qualcosa che porta al compimento della narrazione. Jobs comincia la propria presentazione facendo un riepilogo dei prodotti “rivoluzionari” che Apple ha introdotto sul mercato. Secondo Jobs, “di tanto in tanto arriva un prodotto rivoluzionario che cambia tutto…Apple è stata fortunata a introdurre nel mondo alcune cose.” Jobs continua descrivendo il lancio, nel 1984, del Macintosh come un evento che “ha cambiato l’intero settore dei computer”. La stessa cosa avvenne con l’introduzione del primo iPod nel 2001,  un prodotto che, lui dice, “cambiò l’intero settore della musica”. <br />Dopo aver messo le fondamenta, Jobs costruisce l’interesse per il nuovo prodotto prendendosi gioco del pubblico: "Oggi, stiamo introducendo tre prodotti rivoluzionari. Il primo è un iPod con ampio schermo e touch-control. Il secondo è un nuovo telefono mobile rivoluzionario. Il terzo è uno strumento di comunicazione via Internet.” Jobs continua a costruire tensione. Ripete l’espressione “tre strumenti” parecchie volte, poi dice”Avete capito? Questi non sono tre strumenti distinti. Questo è un solo strumento…oggi Apple ha reinventato il telefono!" La folla si scatena. <br />Jobs conduce una presentazione come una sinfonia, con flussi e riflussi, accumuli e culmini. Crea entusiasmo in chi l’ascolta. La lezione che ci portiamo a casa? Costruite la tensione verso qualcosa di imprevisto nella vostra presentazione. <br />2. Fissa un tema per ogni slide<br />Un docente brillante mi disse un giorno che le presentazioni efficaci hanno un solo messaggio per ogni diapositiva o slide. Una slide, un punto chiave. Quando Jobs introdusse i “tre prodotti rivoluzionari” nella descrizione di cui sopra, non mostrò una diapositiva con tre strumenti. Quando parlava di ogni caratteristica (l’iPod con ampio schermo, il telefono mobile,e il mezzo per comunicare via Internet), appariva una slide con una immagine di ogni caratteristica. <br />Jobs rende inoltre molto visive le proprie slide. In nessun momento,  nella sua presentazione,  il pubblico vede slide a punti o con dati che intorpidiscono la mente. Un’immagine è tutto ciò che gli serve. La semplicità delle diapositive cattura l’attenzione del pubblico e la convoglia verso lo speaker, come dovrebbe essere. Le immagini sono memorabili, e, fatto più importante, fanno da complemento a chi parla.  Troppo testo distrae  dalle parole dell’oratore. Preparate slide che siano stimolanti dal punto di vista visivo e focalizzatevi su un solo punto chiave. <br />3. Aggiungi vivacità alla tua capacità oratoria<br />Jobs modula la voce per costruire l’entusiasmo. Quando apre la presentazione descrivendo i prodotti rivoluzionari di Apple creati nel passato, il suo volume è basso e lui parla lentamente, quasi con tono reverenziale. Il suo volume continua ad alzarsi fino a questa frase “Oggi Apple sta per reinventare il telefono”. Siate elettrizzanti variando la velocità con cui parlate e alzate e abbassate la vostra voce nei tempi appropriati. <br />4. Fai pratica<br />Jobs fa sì che le presentazioni sembrino senza sforzo perché non dà nulla per scontato. Jobs è noto  per provare le dimostrazioni per ore prima di lanciare eventi. Posso citare molti manager di alto profilo che scelgono di andare allo sbaraglio.  Si vede. Mi sorprende sempre che molti imprenditori spendano decine di migliaia di dollari per preparare presentazioni, ma poi non le provino. Non perdete il vostro pubblico. Provate una presentazione ad alta voce finché siete in grado di padroneggiarla. <br />5. Sii onesto e mostra entusiasmo<br />Se credete che il vostro particolare prodotto o servizio cambierà il mondo, ditelo. Divertitevi col contenuto. Durante il lancio dell’iPhone, Jobs usa molti aggettivi per descrivere il nuovo prodotto, fra cui “notevole”, “rivoluzionario”, e “ fantastico”. Scherza sul fatto che le caratteristiche di touch-screen “funzionano magicamente…e, ragazzi, l’abbiamo brevettato”.<br />Penso che chi parla in pubblico sia così spaventato di sovrastimare un prodotto da andare nella direzione opposta e rendere la presentazione noiosa. Se avete passione per un prodotto, un servizio, o una azienda, fatelo sapere a chi vi ascolta. Consentitevi di essere sciolti, di divertirvi, di esprimere il vostro entusiasmo! <br />Ora, per favore,non dite “Sembra bello, Carmine,  ma io non sono carismatico come Steve Jobs." Jobs ha lavorato su questo ed è molto più bravo a presentare oggi che non molti anni fa. Abbiamo tutti spazio per crescere e migliorare il modo in cui parliamo di noi stessi e dei nostri prodotti. Buona fortuna! <br />Carmine Gallo è un coach di comunicazione di Pleasanton, California ed è autore dell’imminente libro, Fire Them Up!  (Appassionateli) (John Wiley &amp; Sons; Septtembre, 2007). <br />]]></content>
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			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[I guai vanno detti con umanità]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=81"><![CDATA[Su Io Donna, femminile del Corriere della Sera, in edicola Sabato 15 settembre, Marina Terragni scrive:<br />Che il cielo benedica gli sceening di massa.<br />Salvano la pelle a un sacco di gente, e forse ce ne vorrebbero di più. Una lettera mi invita a sottopormi a mammografia di controllo, e io aderisco. Cinque giorni dopo sono fuori città per servizio. Sono molto allegra, è una bella giornata di sole. Squilla il telefono, è un’addetta dell’Asl. Serve un controllo supplementare. Cerco una panchina, devo sedermi. “Venga domani alle 12”.<br />“…Il fatto è che sono fuori” dico, un filo di voce. Spero mi dica: ma no, faccia con comodo. “Veda lei…” disapprova “Se vuole venire venerdì…”. “Può dirmi” domando “se avete visto qualcosa di serio?”. “Non sono un medico”. “E medici non ce n’è?”. “No, non ce n’è”. “La prego di comprendere” insisto. “Non sono nemmeno in città. Sono molto spaventata”. “Non posso dirle nulla. Se vuole chiami i medici. A questo numero”. Chiamo. Stavolta è un uomo. Neanche lui è medico: “Non so dirle nulla. Le lastre non sono qui”. “Non credo di farcela per domani. Sto lavorando”.<br /><br />Le mie gambe e le mie braccia sono piene di spilli. “Direi che il lavoro può aspettare” mi dice l’uomo, severo. “Direi che certe cose contano più del lavoro”.<br />Il giorno dopo, ore 11.30, mezz’ora in anticipo, sono all’ospedale. Il sospetto “nodulino” che si intravedeva era solo un difetto della lastra. Il mio seno sta bene. Il cielo benedica gli screening di massa, perché se il nodulo ci fosse stato, e anche se non fosse stato benigno, avrei potuto curarmi con ottime probabilità di guarire.<br />Ma visto che si fa questo gran lavoro, mi chiedo – anzi, chiedo alla Asl - , visto che ci si mobilita per salvare delle vite, perché non fare un piccolo passo in più, curando anche la comunicazione con il paziente? Perché non si istruiscono meglio quelli a cui tocca il compito ingrato di richiamarti, affinché seguano un protocollo più accurato e più umano? Sono stata molto male, in quelle 26 ore, e la mia famiglia ha sofferto con me. Sono stata male anche nei giorni seguenti, lo spavento non va via subito. Questo non fa bene alla salute e neanche agli screening. Per noi esseri umani la relazione è importante. La relazione è tutto.<br /> <u> <a href="http://www.comuniconline.it/pagina.asp?ct=5" target="_blank"> <u>  </u>Vedi comuniconline </a>   </u> ]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Vaffanculo day]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=79"><![CDATA[Centinaia di migliaia di persone hanno aderito al V-Day (Vaffanculo Day) di Beppe Grillo, che si è svolto  in piazza Maggiore a Bologna con propaggini in moltissime altre citta' italiane. L'artista genovese ha invitato a firmare a sostegno della proposta di legge ''Parlamento pulito'' contro la presenza in parlamento di politici condannati con sentenza definitiva. I punti chiave sono tre: nessun cittadino italiano potra' candidarsi in Parlamento se condannato in via definitiva o in primo e secondo grado, in attesa di giudizio finale; non sara' possibile essere eletti in Parlamento per piu' di due legislature, anche retroattivamente; infine, i parlamentari non saranno scelti dai segretari di partito, ma votati dai cittadini con la preferenza diretta. ''E' il trionfo dei miei Grilli incazzati ha dichiarato il comico. Basta gente che festeggia trent'anni di politica come se fosse un guinness dei primati, basta con i morti viventi''.<br />Durante il comizio spettacolo Grillo non ha risparmiato “vaffanculo” a nessuno. A destra e a sinistra. D’altra parte mandare al diavolo in modo volgare una persona, cioè dirgli pubblicamente «vaffanculo» non è offensivo. Almeno non da un punto di vista penale. È la Cassazione a dichiararlo, nella sentenza n. 27966, una decisione che ha già suscitato un mare di polemiche e di reazioni scandalizzate. All’origine del caso, un episodio da Strapaese degno delle liti di Peppone e don Camillo, il “vaffanculo” di un consigliere comunale di Giulianova all’indirizzo del vicesindaco che aveva evocato gli errori passati del comunismo durante una seduta del consiglio comunale, ben otto anni fa. Artefice dell’intervento ermeneutico-legale una donna, il giudice relatore Giuliana Ferrua, che nel testo della sentenza scrive pure una serie di altre espressioni che, “pur rappresentative di concetti osceni o a carattere sessuale sono diventate di uso comune e hanno perso il loro carattere offensivo, prendendo il posto nel linguaggio corrente di altre sempre meno utilizzate”. Ecco alcuni esempi: “Me ne fotto” in luogo di “Non mi cale”, “E’ un gran casino” in luogo di “E’ una situazione disordinata”. Insomma un po’ come per l’espressione “vaffanculo”, la quale – annota ancora la relatrice – “trasformatasi anche dal punto di vista strutturale (trattasi ormai di un’unica parola), viene frequentemente impiegata per dire “Non infastidirmi”, “Non voglio prenderti in considerazione" ovvero “Lasciami in pace".<br />Nonostante questa decisione della Cassazione dare dell'"azzeccagarbugli" o del "gaglioffo" a qualcuno è ancora diffamatorio. Il primo sta infatti per "manigoldo, delinquente, avvezzo alla sopraffazione", mentre azzeccagarbugli - nonostante la derivazione colta (Manzoni, nei Promessi sposi) - resta, a distanza di più di un secolo, sinonimo di "operatore del diritto di scarsa levatura morale, imbroglione, propenso a difendere i forti contro i deboli”.<br /><br />E’ di meta’ agosto poi, la sentenza che assolve un cittadino per avere detto “Mi fai schifo”.<br />Perchè? Solo per aver usato la particella pronominale “mi” che sta a indicare un giudizio di tipo soggettivo. Se invece avesse detto “Fai schifo” sarebbe sicuramente stato condannato.<br />Mi chiedo…l’ordinamento giudiziario italiano non ha altro di meglio su cui sentenziare?<br /> <br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
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		<title><![CDATA[Settembre, andiamo. E' tempo di migrare...]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=78"><![CDATA[Settembre, andiamo. E' tempo di migrare…<br />Forse è un’abitudine che ho assimilato da bambino, ai tempi della scuola dell’obbligo, ma, ancora oggi considero il primo di settembre il mio vero capodanno!<br />Forse perché odio l’inverno e mi piacerebbe andare in letargo come gli orsacchiotti. Neppure il natale mi è mai piaciuto tanto o almeno non tanto da giustificare sei lunghi mesi freddi con le giornate corte.<br />Per me gli anni, da sempre, cominciano il primo di settembre e finiscono il 31 luglio.<br />L’agosto è una specie di limbo dove si vive una vita fasulla leggendo qualcosa in spiaggia sull’omicidio di Garlasco o sugli incontri di Telese. E’ il colmo che l’Italia si interessi tanto a cose come queste!<br />Io per fortuna avevo da finire il nuovo libro.  Ora lo darò all’editore con la mente già rivolta alle presentazioni da fare in giro per l’Italia. Incontri, corsi, mani da stringere persone con le quali discettare di cose coltissime durante noiosissime cene rotariane.<br />Ma non sarà anche questo il mio Matrix?<br />Quest’estate ho conosciuto una persona meravigliosa.<br />In un paese dell’estremo Levante Ligure, a mezza costa, c’è una bella casa che si affaccia sul mare. Da lì si gode una magnifica vista sul golfo e la sera si sentono i grilli cantare. In quella pace, fra gli ulivi e le viti, vive un’anziana signora  di quasi novantasei anni, lucidissima e in buona salute. Parla esclusivamente in dialetto ma riesce a comunicare meravigliosamente col suo sorriso, con la dolcezza della sua voce e dei suoi gesti. Vi assicuro che la lingua non costituisce affatto un problema. Ha una parola buona per tutti e sa godere di ogni momento della sua vita. Ai suoi nipoti e pronipoti racconta delle scorrerie saracene, che segnarono la storia della sua terra nel seicento, con una partecipazione emotiva impressionante. Sono passati alcuni secoli, ma il racconto è così vivo e così intriso di umana empatia che sembra di rivivere quegli episodi ora, in questo preciso istante. Rievoca episodi del proprio passato con una incredibile ricchezza di sentimenti. Eppure, le cose di cui parla ruotano intorno a pochi semplici concetti: il desiderio dei genitori di proteggere i propri figli, il dolore per la perdita delle persone care, l’amore e la fede in una Provvidenza che, alla fine, riesce a dare un senso ad ogni cosa. Nonna Angela non ha potuto frequentare l’Università, ha incominciato a lavorare la terra quando era molto giovane, ma ha fatto studiare le sue figlie  e le ha cresciute con tutto il suo amore. Ha condiviso il suo segreto di felicità con molte persone che oggi la chiamano “Nonna” pur non essendo consanguinei e che hanno avuto l’opportunità di poterla avere come esempio.<br />Ah perché non son io co’ miei pastori? <br /><br />]]></content>
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	  	<author>
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		<title><![CDATA[Via!]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=77"><![CDATA[Carissimi, <br />questo e' l'ultimo pezzo, che scrivo prima della pausa estiva. E’ anche un intervento molto  ridotto perche' mi scivolano le dita sulla tastiera dal caldo.<br />Spaparanzatevi, rilassatevi, dormite, mangiate bene, giocate, fate l'amore, coccolate i cani e i gatti, picchiate le zanzare, abbronzatevi, passeggiate, nuotate, guardate le stelle cadenti, allacciate nuove amicizie e nuovi amori, massaggiate e fatevi massaggiare, ridete, costruite castelli di sabbia... e soprattutto ritornate a fine agosto!!!<br />Buone vacanze a tutti<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[La centesima scimmia]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=76"><![CDATA[La scimmia giapponese Macaca Buscata è stata osservata allo stato selvaggio per più di trent’anni.<br />Nel 1952, sull’isola di Koshima, gli scienziati approvvigionavano le scimmie di patate dolci, lasciandole nella sabbia. Alle scimmie piacque il sapore delle patate crude dolci ma non lo sporco che c’era su di esse. Una femmina di diciotto mesi, di nome Imo, scoprì di poter risolvere il problema lavando le patate nel vicino corso d’acqua.<br />Essa insegnò questo trucco a sua madre. Anche i suoi compagni di gioco impararono questo nuovo modo e lo insegnarono anche alle loro madri.<br />Questa innovazione culturale fu gradualmente assimilata da diverse scimmie davanti agli occhi degli scienziati. Tra il 1952 e il 1958, tutte le scimmie giovani impararono a lavare le patate dolci piene di sabbia per renderle più appetibili. Solo gli adulti che imitavano i figli impararono questo miglioramento sociale. Altri adulti continuarono a mangiare le patate dolci sporche. Poi qualcosa di impressionante prese piede.<br />Nell’autunno del 1958, un certo numero di scimmie di Koshima lavavano le patate dolci (non si conosce il numero esatto).<br />Supponiamo che quando il sole sorse un giorno ci fossero 99 scimmie sull’isola di Koshima che avevano imparato a lavare le loro patate dolci. Supponiamo inoltre che più tardi, quel mattino, la centesima scimmia abbia imparato a lavare le patate.<br />A quel punto successe il fatto!<br />Alla sera quasi tutti nella tribù lavavano le patate dolci prima di mangiarle. L’energia aggiunta di questa centesima scimmia in qualche modo creò una breccia ideologica.<br />Ma notate questo. La cosa più sorprendente osservata da questi scienziati fu che l’abitudine di lavare le patate dolci saltò poi spontaneamente oltre mare! Colonie di scimmie su altre isole e la truppa di scimmie sull’isola maggiore Takasakiyama incominciarono a lavare le loro patate dolci.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Steve Jobs, ultima parte]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=75"><![CDATA[ <b>La terza storia parla di morte  </b> <br /><br />Quando avevo 17 anni, lessi un brano che diceva più o meno: "se vivi ogni giorno come se fosse l'ultimo, prima o poi sarà l’ultimo veramente". Mi rimase impresso, e da allora, per gli ultimi 33 anni, mi sono guardato nello specchio ogni mattina e mi sono chiesto:"se oggi fosse l'ultimo giorno della mia vita, vorrei veramente fare quello che sto facendo oggi?" E ogni volta che la risposta era  "No"  sapevo di aver bisogno di cambiare qualcosa.<br />Ricordare che morirò presto è stato lo strumento più importante. Mi  ha consentito di fare le scelte più grandi della mia vita. Perchè praticamente tutto - tutte le aspettative, l'orgoglio, le paure di fallire - tutte queste cose semplicemente svaniscono di fronte alla morte, lasciandoci con quello che è veramente importante.<br />Ricordarsi che moriremo è il modo migliore che conosco per evitare la trappola di pensare di avere qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c'è nessun motivo per non seguire il vostro cuore.<br />Circa un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Ho fatto una TAC alle 7.30 del mattino e mostrava chiaramente un tumore nel mio pancreas. Non sapevo neanche cosa fosse un pancreas! I dottori mi dissero che si trattava sicuramente di un tipo di cancro incurabile, e che avrei avuto un'aspettativa di vita non superiore ai 3-6 mesi. Il mio dottore mi consigliò di andare a casa e di sistemare le mie cose, che è il messaggio in codice dei dottori per dirti di prepararti a morire. Significa che devi provare a dire ai tuoi bambini ogni cosa che pensavi di dirgli nei prossimi dieci anni. Significa che devi assicurarti che ogni cosa sia a posto, così che tutto sarà più facile per la tua famiglia. Significa che devi dire addio.<br />Ho vissuto con quella diagnosi in testa tutto il giorno. Più tardi, nel pomeriggio, mi è stata fatta una biopsia. Mi hanno infilato un endoscopio nella gola che è passato per il mio stomaco ed il mio intestino. Hanno messo un ago nel mio pancreas e hanno prelevato alcune cellule dal tumore. Ero sotto sedativi, ma mia moglie, che era lì, mi ha detto che quando hanno analizzato le cellule al microscopio i dottori  si sono messi a piangere.  Infatti si trattava di una rarissima forma di cancro pancreatico curabile con la chirurgia. Sono stato operato. Ora sto bene.<br />E' stata la mia esperienza più vicina alla morte e spero che rimanga tale per qualche decennio ancora. Avendola superata posso dirvi con certezza una cosa:  Nessuno vuole morire. Neanche chi vuole andare in paradiso vuole morire per arrivarci prima. E nonostante tutto, la morte è la destinazione che condividiamo. Nessuno vi è mai sfuggito. E così deve essere.<br />Perchè la Morte è probabilmente l'unica, migliore invenzione della Vita. E' l'agente di cambiamento della Vita. Elimina il vecchio per far spazio al nuovo. Proprio adesso il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo distante da oggi, diventerete gradualmente il vecchio che deve essere eliminato. Mi dispiace essere così drammatico, ma questa è la verità.<br />Il vostro tempo è limitato, quindi non sprecatelo vivendo la vita che qualcun altro vuole per voi. Non lasciatevi intrappolare dai dogmi - che vuol dire vivere seguendo i pensieri di altri. Non lasciate che l’ opinione altrui faccia tacere la vostra voce interiore. E, cosa più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore ed il vostro intuito. Loro sanno già quello che voi volete veramente diventare. Tutto il resto è secondario. Quando ero giovane, c'era un'incredibile pubblicazione chiamata The Whole Earth Catalog, che era una delle bibbie della mia generazione. Era stata creata da un tizio di nome Stewart Brand non troppo lontano da qui, a Menlo Park, e la portò alla luce con il suo tocco poetico. Stiamo parlando degli anni '60, prima dei computer e del desktop publishing, quindi era tutta fatta con la macchina da scrivere, le forbici e la Polaroid. Era una sorta di Google di carta, 35 anni prima della venuta di Google: era idealistico, e pieno di strumenti utili ed informazioni preziose. Stewart ed il suo gruppo pubblicarono molti numeri del Grande Catalogo Mondiale fino all'ultima edizione. Eravamo a metà degli anni '70 ed io avevo la vostra età. Sul retro di copertina dell'ultimo numero c'era la foto di una strada di campagna all'alba, quel tipo di strada sulla quale potreste trovarvi a fare l'autostop, se foste così avventurosi. Sotto c'erano queste parole "Siate affamati, siate assurdi". Questo era il messaggio di congedo. Rimanere affamato. Rimanere assurdo. Me lo sono sempre augurato. Ed ora,  a voi, che state per laurearvi, io auguro solo questo:<br />Siate affamati. Siate assurdi.<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Steve Jobs, continua...]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=74"><![CDATA[ <b>La seconda storia parla d'amore e di perdita  </b> <br /><br />Sono stato fortunato - ho scoperto quello che amavo fare molto presto. Woz ed io fondammo la Apple nel garage dei miei genitori quando avevo vent'anni. Lavorammo duro, e in 10 anni la Apple crebbe dai due che eravamo in un garage ad una società da 2 miliardi di dollari con più di 4000 impiegati. Avevamo appena creato il nostro miglior prodotto - il Macintosh – un anno prima, e io avevo appena compiuto 30 anni. E fui licenziato. Come si fa ad essere licenziato dalla compagnia che hai fondato? Beh, non appena la Apple si espanse assumemmo qualcuno che pensavamo fosse molto capace nel gestire l'azienda, e per il primo anno le cose andarono bene. Ma la nostra visione del futuro cominciò a divergere e alla fine decidemmo di rompere. Quando ci fu la rottura i nostri dirigenti decisero di stare dalla sua parte. Così, a trent'anni, ero fuori. Il centro della mia vita da adulto era completamente andato, sparito, è stato devastante. Non ho saputo che pesci pigliare per un po' di mesi. Sentivo di aver deluso la precedente generazione di imprenditori per aver mollato la presa. Incontrai David Packard e Bob Noyce per cercare di scusarmi per aver rovinato tutto così malamente. Fu un fallimento pubblico, pensai addirittura di suicidarmi. Ma qualcosa, lentamente, si faceva luce in me.<br />Amavo ancora quello che avevo realizzato. L'inaspettato e repentino cambiamento alla Apple non aveva cambiato quello che provavo, neanche un poco. Ero stato rifiutato, ma ero ancora innamorato. Quindi decisi di ricominciare.<br />All'epoca non me ne accorsi, ma il mio licenziamento dalla Apple fu la cosa migliore che poteva capitarmi. Il peso del successo fu rimpiazzato dall'illuminazione di essere un principiante ancora una volta, con molta meno sicurezza su tutto. Questo mi liberò e mi consentì di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita.<br />Durante i cinque anni successivi, fondai una società di nome NeXT, un'altra di nome Pixar, e mi innamorai di una meravigliosa donna che sarebbe poi diventata mia moglie.<br />Pixar finì per creare il primo film animato al computer della storia, Toy Story, ed è ora lo studio di animazione più famoso al mondo. Apple, con una mossa notevole, acquisì NeXT, io tornai ad Apple, e la tecnologia che sviluppai con NeXT è oggi nel cuore dell'attuale rinascita di Apple. Laurene ed io abbiamo una stupenda famiglia.<br />Sono sicurissimo che niente di tutto ciò sarebbe accaduto se non fossi stato licenziato da Apple. E' stato un boccone amarissimo da buttar giù, ma era la medicina di cui avevo bisogno. A volte la vita ti colpisce in testa come un mattone. Non perdete la fede. Sono convinto del fatto che l'unica cosa che mi ha consentito di proseguire sia stato l'amore che provavo per quello che facevo. Dovete trovare ciò che amate. E' questo è tanto vero per il vostro lavoro quanto per chi vi ama. Il lavoro riempirà gran parte della vostra vita e l'unico modo per essere veramente soddisfatti e quello di fare quello che pensate sia il lavoro migliore. E l'unico modo per fare il lavoro migliore è quello di amare quello che fate. Se non lo avete ancora trovato, continuate a cercare. Non vi fermate. Come tutti gli affari di cuore, lo saprete quando lo troverete. E, come nelle migliori relazioni, diventerà sempre migliore col passare degli anni. Quindi, continuate a cercarlo fino a quando non l'avrete trovato. Non fermatevi. (continua…)<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Discorso di Steve Jobs agli universitari]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=72"><![CDATA[<b><i>Questo è il testo del discorso di Steve Jobs, fondatore di Apple Computer e Pixar Animation studio, in occasione della consegna dei diplomi  di laurea celebrata a Stanford.</i></b><br /><br />Sono onorato di essere con voi oggi per la vostra laurea in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Ad essere sincero, questa è la cosa più vicina ad una laurea, per me.<br />Oggi voglio raccontarvi tre storie che mi appartengono. Tutto qui. Niente di particolare. Solo tre storie.<br /><br /><b>La prima storia parla di unire i puntini.</b><br /><br />Ho smesso di frequentare il Reed College dopo i primi 6 mesi, ma ci sono rimasto per altri 18 mesi prima di lasciarlo definitivamente. Perchè lo feci?<br />Tutto cominciò prima che nascessi. Mia madre biologica era una giovane studente universitaria nubile e decise di darmi in adozione. Sentiva nel suo cuore che io dovessi essere adottato da un laureato, così venne preparata la mia adozione, alla nascita, per un avvocato e sua moglie. Solo quando vidi la luce questi decisero, all'ultimo momento, che avrebbero preferito una bambina. Quindi i miei genitori, che erano in lista d'attesa, vennero chiamati nel mezzo della notte da una voce che chiedeva: "Abbiamo un bambino indesiderato, lo volete?" Essi dissero: "Certo". Mia madre biologica scoprì in seguito che mia madre non si era mai laureata e che mio padre non aveva neanche il diploma di scuola superiore. Rifiutò di firmare i documenti per l'adozione. Accettò, riluttante, solo qualche mese dopo quando i miei genitori promisero che un giorno sarei andato all'università.<br />17 anni dopo andai all'università. Ma ingenuamente scelsi un istituto universitario costoso quanto Stanford, e tutti i risparmi dei miei genitori lavoratori furono spesi per la retta. Dopo sei mesi non riuscivo a vederne l'utilità. Non avevo idea di cosa fare nella vita e nessun indizio su come l'università avrebbe potuto aiutarmi a capirlo. Così spesi tutti i soldi che i miei genitori avevano risparmiato in un'intera vita di lavoro. Decisi di non seguire il piano di studi obbligatorio, confidando nel fatto che tutto si sarebbe sistemato. Ero molto spaventato da quella decisione, ma col senno di poi, sarebbe stata una delle migliori decisioni che avessi mai preso. Nel momento in cui scelsi un piano di studio personalizzato avevo la possibilità di ignorare le lezioni che non mi interessavano e di scegliere quelle che mi apparivano più interessanti.<br />Non era per niente romantico. Non avevo una stanza al dormitorio, così dormivo sul pavimento in stanze di amici. Restituivo  vuoti di cocacola per i 5 centesimi di deposito e ci compravo da mangiare,  mi facevo più di 10 chilometri a piedi attraverso la città, ogni domenica notte, per avere un pasto a settimana al tempio degli  Hare Krishna. Che bello! Tutto quello in cui inciampai semplicemente seguendo la mia curiosità ed il mio intuito si rivelò in seguito di valore inestimabile.<br />Per esempio:<br />il Reed College all'epoca offriva quello che era probabilmente il miglior corso di calligrafia del paese. In tutto il campus, ogni manifesto, ogni etichetta su ogni cassetto, era meravigliosamente scritto a mano. Decisi di prendere lezioni di calligrafia. Appresi la differenza tra i tipi di caratteri con grazie e senza grazie. Imparai l'importanza della variazione dello spazio tra combinazioni diverse di caratteri. Mi insegnarono quali elementi fanno della tipografia, una grande tipografia. Era affascinante: si trattava di storia, bellezza ed arte, cose che  la scienza non può catturare.<br />Niente di tutto ciò aveva la benchè minima speranza di una qualunque applicazione nella mia vita. Ma dieci anni dopo, quando stavamo progettando il primo computer Macintosh, tutto mi tornò utile. E lo mettemmo interamente nel Mac. Era il primo computer che curasse la tipografia. Se non avessi mai scelto quel corso, al college, il Mac non avrebbe mai avuto font proporzionali e font a larghezza fissa. E siccome Windows ha copiato il Mac, è probabile che nessun computer li avrebbe avuti. Se non avessi scelto di interrompere il piano di studi obbligatorio non avrei scelto quel corso di calligrafia ed i personal computer avrebbero potuto non avere la stupenda tipografia che hanno ora. Era ovviamente impossibile unire i puntini guardando al futuro mentre ero al college e capire in cosa si sarebbe concretizzato. Ma la realizzazione era estremamente chiara, guardandomi alle spalle, dieci anni dopo.<br />Ve lo ripeto, non puoi unire i puntini guardando al futuro, puoi connetterli in un disegno, solo se guardi al passato. Dovete quindi avere fiducia nel fatto che i puntini si connetteranno, in qualche modo, nel vostro futuro. Dovete avere fede in qualcosa - il vostro intuito, il destino, la vita, il karma, quello che sia. Questo approccio non mi ha mai deluso e ha fatto  la differenza nella mia vita.  (continua…)]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[“Le relazioni virtuose” secondo in classifica!]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=71"><![CDATA[Nel numero di giugno della rivista Business People, a pagina 128, il giornalista Franco Toscano, titolare della rubrica “Leggere” elenca  nel  “podio di giugno” i tre libri di economia e management più venduti alla libreria Hoepli di Milano, la più importante d’Italia in questo settore<br /> ( <a href="http://www.hoepli.it" target="_blank">www.hoepli.it</a>  )<br />1° John Kotter – Holger Rathgeber  Il nostro iceberg si sta sciogliendo – Sperling &amp; Kupfer<br />2° Claudio Maffei – Le relazioni virtuose –Falzea<br />3° Stuart  Crainer Des Dearlove – Il grande libro dei Guru – Etas.<br />La prima reazione, quando il mio amico Paolo Iabichino mi ha avvisato, è stata quella del terzino Fabio Grosso l’anno scorso ai mondiali.<br />Appena eliminata la Germania in casa sua, con un sinistro a rientrare, ha gridato alle <br />telecamere:”Non ci credo!”. Io ho più o meno reagito nello stesso modo e sono andato in edicola per controllare. Tutto vero. Che dire?<br />Grazie a Franco Toscano e a Business People, grazie alla libreria Hoepli ma, più ancora, grazie a tutti voi lettori di questo sito, dei miei libri e ai discenti dei corsi di Comunico che mi avete stimolato con domande importanti e aiutato a mettere a punto alcune idee originali.<br />Ogni giorno mi arrivano e-mail e i contatti crescono in modo esponenziale ma…trovarsi così, senza saperlo, in vetta ad una classifica, sia pure di nicchia, è una bella soddisfazione!<br />E ora un annuncio. Se mi sacrifico un po’ nel mese di agosto e dedico giornalmente qualche ora alla correzione delle bozze, nel gennaio del 2008 uscirà il nuovo libro dal titolo “Pensieri, Parole, Stati d’animo”. Forse riesco a convincere il mio editore, Paolo Falzea, a fare un lancio natalizio riservato ai lettori di questo sito. Chi vorrà, potrà regalarselo o regalarlo per Natale, con un mese di anticipo sull’uscita nelle librerie. E’ il seguito ideale di “Le relazioni virtuose”. A presto!<br />                                                                                                                                   <br /><br /><br /><br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Se vieni offeso, ti senti ferito?]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=70"><![CDATA[Una sciocchezza ci consola, perché è una sciocchezza che ci rattrista. Blaise Pascal<br /><br />Oggi affrontiamo la “Political correctness”.<br />Questo concetto presume che la cosa peggiore che possiamo fare sia offendere qualcuno.<br />Un mucchio di persone si sentì offesa quando Galileo ipotizzo che la Terrà ruotava attorno al Sole.<br />Molte persone  si sentirono offese da Picasso perché, nei suoi ritratti, gli occhi occupano un posto diverso da quello che la natura ha assegnato loro. Molte persone si sono sentite offese da Rosa Parkes quando, in Alabama, si è rifiutata di sedere sul retro di un pullman solo a causa del colore della sua pelle. <br />Vedi, tutti sono offesi da qualcosa. Uno scherzo, una trasmissione televisiva, una canzone, un’idea… Qualcuno sta per sentirsi offeso da qualcosa. E offendere è ben diverso dal far male…<br />La “Political correctness” cerca di proteggerci da noi stessi, ma a che cosa dobbiamo rinunciare! <br />Al senso dell’umorismo, al romanticismo, al senso del gioco. Rinunciamo al coraggio di essere diversi, di pensare in modo diverso dagli altri.<br />Alfred Molina nella serie televisiva Ladies Mann<br /><br /><br /><br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Mail che gira in rete]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=69"><![CDATA[Mail che gira in rete.. Ah ah ah (  <a href="http://www.managerzen.it" target="_blank">www.managerzen.it</a> )<br />"Dicono che tutti i giorni dobbiamo mangiare una mela per il ferro e una banana per il potassio. Anche un´ arancia per la vitamina C e una tazza di té verde senza zucchero, per prevenire il diabete. Tutti i giorni dobbiamo bere due litri d´ acqua (sí, e poi pisciarli, che richiede il doppio del tempo che hai perso in berteli). Tutti i giorni bisogna mangiare un Actimel o uno yogurt per avere i 'L. Cassei Defensis', che nessuno sa bene che cosa cavolo sono, peró sembra che se non ti ingoi per lo meno un milione e mezzo di questi bacilli (?) tutti i giorni, inizi a vedere sfocato. <br />Ogni giorno un´aspirina, per prevenire l´infarto, e un bicchiere di vino rosso, sempre contro l´infarto. E un altro di bianco, per il sistema nervoso. E uno di birra, che giá non mi ricordo per che cosa era. Se li bevi tutti insieme, ti puó dare un´ emorragia cerebrale, peró non ti preoccupare perché non te ne renderai neanche conto. Tutti i giorni bisogna mangiare fibra. Molta, moltissima fibra, finché riesci a cagare un maglione. Si devono fare tra i 4 e 6 pasti quotidiani, leggeri, senza dimenticare di masticare 100 volte ogni boccone. Facendo i calcoli, solo in mangiare se ne vanno 5 ore. Ah, e dopo ogni pranzo bisogna lavarsi i denti, ossia che dopo l´ Actimel e la fibra lavati i denti, dopo la mela i denti, dopo il banano i denti... e cosí via finché ti rimangono dei denti in bocca, senza dimenticarti di usare il filo interdentale, massaggiare le gengive, il risciacquo con Listerine... Meglio ampliare il bagno e metterci il lettore di CD, perché tra l´ acqua, le fibre e i denti, ci passerai varie ore lí dentro. Bisogna dormire otto ore e lavorare altre otto, piú le 5 necessarie per mangiare, 21. Te ne rimangono 3, sempre che non ci sia traffico. Secondo le statistiche, vediamo la tele per tre ore al giorno. Giá non si puó, perché tutti i giorni bisogna camminare almeno mezz´ ora (per esperienza: dopo 15 minuti torna indietro, se no la mezz´ora diventa una) Bisogna mantenere le amicizie perché sono come le piante, bisogna innaffiarle tutti i giorni. E anche quando vai in vacanza, suppongo. <br />Inoltre, bisogna tenersi informati, e leggere per lo meno due giornali e un paio di articoli di rivista, per una lettura critica. Ah!, si deve fare sesso tutti i giorni, peró senza cadere nella routine: bisogna essere innovatori, creativi, e rinnovare la seduzione. Tutto questo ha bisogno di tempo. E senza parlare del sesso tantrico (al rispetto ti ricordo che bisogna lavarsi i denti dopo che si mangia qualsiasi cosa!). Bisogna anche avere il tempo di scopar per terra, lavare i piatti, i panni, e non parliamo se hai un cane o... dei FIGLI??? <br />Insomma, per farla breve, i conti mi danno 29 ore al giorno. La unica possibilitá che mi viene in mente é fare varie cose contemporaneamente. Per esempio: ti fai la doccia con acqua fredda e con la bocca aperta cosí ti bevi i due litri d´ acqua. Mentre esci dal bagno con lo spazzolino in bocca fai l´amore (tantrico) al compagno/a, che nel frattempo guarda la tele e ti racconta, mentre tu lavi per terra. Ti é rimasta una mano libera? Chiama ai tuoi amici! E ai tuoi! Bevi il vino (dopo aver chiamato i tuoi ne avrai bisogno). Il BioPuritas con la mela te lo puó dare il tuo compagno/a, mentre si mangia la banana con l´Actimel, e domani fanno cambio. E meno male che siamo cresciuti, se no dovremmo trangugiare un ALPINITO Extra Calcio ttti i giorni. Uuuuf! Peró se ti rimangono due minuti liberi, invia questo messaggio ai tuoi amici (che bisogna innaffiare come una pianta) mentre mangi una cucchiaiata di Total Magnesiano, che fa un mondo di bene. Adesso ti lascio, perché tra lo yogurt, la mela, la birra, il primo litro d´ acqua e il terzo pasto con fibra della giornata, giá non so piú cosa sto facendo peró devo andare urgentemente al cesso. E ne approfitto per lavarmi i denti..."<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Cogliete l'attimo, ragazzi]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=68"><![CDATA[Qualunque cosa si dica in giro,  parole e idee possono cambiare il mondo.<br />Ci teniamo tutti a essere accettati, ma dovete credere che i vostri pensieri siano unici e vostri, anche se ad altri sembrano impopolari, anche se il gregge dice:” Non è beeee”. <br />Come ha detto Frost : “Due strade trovai nel bosco e io, io scelsi quella meno battuta. Ed è per questo che sono diverso”.<br />Solo nei sogni gli uomini sono davvero liberi: è da sempre così e così sarà per sempre.<br />Cogli l’attimo, cogli la rosa quand’è il momento: perché il poeta usa questi versi? Perché siamo cibo per i vermi, ragazzi. Perché, strano a dirsi, ognuno di noi in questa stanza un giorno smetterà di respirare, diventerà freddo e morirà. Adesso avvicinatevi tutti, e guardate questi visi del passato: li avete visti mille volte, ma non credo gli abbiate mai guardati. Non sono molto diversi da voi, vero? Stesso taglio dei capelli, pieni di ormoni come voi, e invincibili, come vi sentite voi. Il mondo è la loro ostrica, pensano di essere destinati a grandi cose, come molti di voi. I loro occhi sono pieni di speranza: proprio come i vostri. Avranno atteso finché non è stato troppo tardi per realizzare almeno un briciolo del loro potenziale? Perché, vedete, questi ragazzi ora sono concime per i fiori. Ma se ascoltate con attenzione, li sentirete bisbigliare il loro monito. Coraggio, accostatevi! Ascoltate! Sentite? Carpe diem, cogliete l’attimo, ragazzi, rendete straordinaria la vostra vita.<br />Peter Weir - L’attimo fuggente. Trascrizione dal film<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>claudio maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Modelli limitanti]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=67"><![CDATA[Commemorando Paul Watzlawick, su questo blog, il 10 aprile scrissi “ognuno di noi costruisce ciò che poi subisce”. Un lettore, Luigi Poderico, mi scrive: sarebbe affascinante approfondire questo concetto, a che cosa si riferisce precisamente? E’ il subisce che mi lascia perplesso, perché l’uso di un termine negativo?<br />Allora spiegai che il mio approccio è più bio-chimico che psicologico. I pensieri che facciamo influiscono sulle sensazioni che proviamo, che a loro volta agiscono sulla chimica del nostro cervello e del nostro corpo. Ci rinchiudiamo all’interno dei limiti della nostra stessa mente, limiti che sono costituiti dalle nostre convinzioni, dai nostri pensieri e dalle nostre sensazioni.<br />Torno oggi da Zurigo dove ho trascorso cinque giorni intensissimi con Richard Bandler e butto giù queste riflessioni a caldo, per approfondire l’argomento.<br />Gli schizofrenici hanno un modello del mondo molto piccolo e si arrabbiano se le persone non si adeguano al loro modello del mondo.<br />E’ strano ma molte persone pensano che sia più importante avere ragione che essere felici.<br />Questo è pazzesco! L’unica cosa importante è essere in grado di uscire dal proprio modello del mondo. Quando diamo eccessivo potere alle nostre convinzioni queste convinzioni possono farci soffrire.<br />Le persone metodiche sono le più esposte alla sofferenza.<br />Bisogna smetterla una volta per tutte di stare dentro alle nostre convinzioni negative. Un modo ideale è ridere delle cose che ci fanno star male. Ma chi sa veramente usare l’autoironia?<br />I peggiori in questo senso sono i “precisini” e i “capi”.Queste persone sono troppo analitiche, vogliono avere il controllo di tutto e così stanno male. I grandi capi delle multinazionali mi chiamano per farli lavorare meglio e, poi, mi dicono cosa devo fare con loro, perché sono abituati a comandare.<br />Anche gli insegnanti, spesso, sono troppo impegnati a dare i voti alle persone e si dimenticano di insegnare loro nuove possibilità.<br />I medici come gli insegnanti sono troppo impegnati a fare delle diagnosi, a dare dei nomi alle cose che affliggono le persone, per poi dar loro delle medicine. <br />Hai questo…zac…devi prendere questo.<br />Gli psicologi invece pensano che gli uomini siano molto complicati. Invece sono mooolto semplici!<br />La necessità spesso è la madre della capacità e della creatività. Ogni giorno incontro persone che mi dicono: cosa pagherei per parlare bene l’inglese! In Brasile, a Salvador de Bahia, ho incontrato un bambino che sapeva cinque lingue e gli ho chiesto: Come le hai imparate? Mi ha risposto le ho imparate per chiedere soldi!  Semplice no?<br />Richard Bandler insegna alle persone a essere “libere”. Il contrario di essere “libero” non è essere “prigioniero” ma è essere “ostinato”. Le persone ostinate sono come gli schizofrenici.<br />Tutto, anche loro stessi, deve funzionare secondo  la loro mappa del mondo.<br />Einstein ha cambiato le leggi dell’universo perché quando era bambino e a scuola gli dicevano: “queste sono le regole dell’universo”, lui diceva: bah… può darsi ma… non ci credo!<br />Quando una persona è diversa bisogna insegnargli le cose in modo diverso, la cosa peggiore è etichettare le persone. Etichettare è fare una diagnosi. Nessuno è qualcosa. Perché “è” è statico, e così non puoi cambiarlo. E’ paranoico, è schizofrenico. <br />Bisogna dimenticare le regole. I modelli limitanti. Provare cose nuove è forse la cosa più bella che possiamo fare. Ma le nostre convinzioni spesso ci impediscono di farlo.<br />Il fatto che uno provi paura anche solo immaginando di trovarsi di fronte a un serpente significa che la paura non ha nulla a che vedere con il serpente, ma sta solo nel cervello della persona.<br />Le nostre convinzioni limitanti ci mettono addosso un sacco di stupide paure che diventano vere e proprie catene che ci rendono prigionieri. Le uniche paure “naturali” sono la paura di cadere (del vuoto) e quella dei rumori forti. Tutte le altre ci sono state indotte e sono solo nella nostra mappa o modello del mondo.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>claudio maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Il teatro è una palestra eccellente]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=65"><![CDATA[Il teatro è una palestra eccellente, far teatro vuol dire, anzitutto saper comunicare, fare arrivare quello che dici a quelli che ti stanno davanti. Senza fartene scappare neanche uno, senza perdere mai la loro attenzione. Che poi è quello che dovrebbe fare, e tanto spesso non fa, la scuola…ma per far scattare questo straordinario contatto bisogna saper innescare curiosità e complicità, stimolare l’immaginazione, e poi lasciar entrare l’altro nel discorso, spingendolo a partecipare, a completarlo insieme. Il bravo attore e il bravo insegnante hanno molto in comune. Nessuno dei due deve stare in cattedra, pretendere di essere nel giusto. Lasciamo ai papi il pontificare. Molto più divertente ed efficace, invece, è mettere in discussione le proprie tesi. Se un maestro o un attore danno la sensazione di sparare verità assolute, già conchiuse, chi sta loro davanti sbadiglia. Le tesi, per essere assimilate, vanno verificate insieme, magari modificate…allora sì che il gioco si fa interessante.<br />Nel realizzare i miei lavori ho sempre cercato di mettere in atto questi principi, soprattutto quello di non definire mai una commedia come conclusa, ma anzi concepirla aperta, spalancata a continue variazioni, sera dopo sera, a seconda di quello che offriva la cronaca e chiedeva la platea che ci stava davanti. In questo modo ogni volta lo spettacolo risulta nuovo, diverso. Io non mi annoio e non si annoia il pubblico.<br />                                                                                                         Dario Fo<br />                                                                                                         Il mondo secondo Fo-Guanda<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>claudio maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Questa volta fatemi parlare dell'Inter!]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=64"><![CDATA[<img src="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/public/images_upload/cinter.JPG" border="0" alt="" / align="left"  hspace="5" width="120" height="200"> Ebbene si, lo ammetto, sono andato anch’io in piazza a godermi la festa nerazzurra che inondava il centro, davanti al Duomo, in Galleria, in corso Vittorio Emanuele, lungo via Dante. Chiunque ha fatto un corso con me conosce questa mia debolezza, questa passione che non ho mai provato per una fede politica, per un credo religioso e forse neppure per l’amore della mia vita, le relazioni interpersonali. Chiunque ha fatto un corso con me ricorda le mie cravatte nerazzurre sfoggiate con particolare soddisfazione al lunedì, dopo una vittoria della beneamata. Che ci volete fare? Sono stato portato allo stadio da bambino, durante l’epopea della grande Inter di Helenio Herrera e mai potrò dimenticare quei ragazzi che allora erano per me eroi mitologici: Sarti Burgnich Facchetti…<br />A proposito ciao grande Giacinto! Si lo so ti hanno ricordato tutti, a partire dal presidente Moratti. Ma io non dimenticherò mai che a undici/dodici anni scrissi a tutti i giocatori dell’Inter presso la sede per chiedere una foto con l’autografo.<br />Dopo qualche tempo mi arrivò una letterina con il timbro postale di Treviglio e l’indirizzo scritto a mano. Dentro con mia grande gioia c’era una foto. La dedica era: a Claudio sportivamente Giacinto Facchetti. Ma forse non erano ancora i tempi degli sponsor, dei miliardi e degli uffici stampa!]]></content>
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	  	<author>
			<name>Marcello Cividini</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Se volete fare carriera nella vostra ditta ...]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=63"><![CDATA[Se volete fare carriera nella vostra ditta o se state solo aspettando la pensione NON leggete questo articolo! <br />Nel 1866 un giovane di New York comprò una rivista illustrata per compiacere la bella ragazza che la vendeva. Come sia finita la storia della ragazza nessuno se lo ricorda. Un articolo della rivista, raccontava come il Regno di Savoia (gli italiani erano all'avanguardia) stesse accelerando i lavori del traforo del Moncenisio, con una nuova trivella funzionante ad aria compressa. Il suo interesse si risvegliò, immaginò, costruì e poi brevettò l'Air brake il primo freno per treni ad aria compressa. Il signore si chiamava George Jr. Westinghouse. Ma non fu così facile. Solo per far provare il suo freno "Crazy George" (amorevole soprannome guadagnato con la sua idea) passò anni di tedio e derisioni, mentre gli incidenti ferroviari continuavano a mietere vittime. Questo piccolo aneddoto sugli inizi di un'impero la dice lunga sulla natura umana. Ognuno di noi ha un idea buona nel cassetto, ma gli ostacoli che l'establishment di tutti i tipi mette al cambiamento, sono innumerevoli. Ma andiamo per gradi, definiamo prima chi intendo per NOI. Escludiamo i pensionati, che si suppone abbiano già dato (nella maggior parte dei casi non è vero). Escludiamo anche i bambini (che le idee ce le avrebbero, ma nessuno li ascolta). Togliamo statali, regionali, provinciali, comunali, enti vari (quandanche avessero idee non possono esprimerle). Gli operai e i contadini sono una specie in estinzione. Le professioni liberali sono troppo occupate a difendere i propri privilegi in combutta con politici di tutti i colori. NOI siamo in pochi. Un po' di imprenditori, qualcuno fa il consulente e qualcuno lavora nelle grandi società, ma siccome ha delle idee NON fa carriera. Comunque, senza di NOI, gli umili "Crazy George" della situazione, la nostra complessa società è destinata all'estinzione per noia. Cari (pochi) colleghi rimboccatevi le maniche, perchè senza di NOI il progresso non esiste. E' giunta l'ora di saltare il fosso e di cominciare a lottare davvero per rivoluzionare ciascuno il suo settore. Allora gettate la maschera e fate come me. Non guadagnerete tanti soldi, ma se lottate duramente arriverete certo in qualche porto nuovo e magari inaspettato. Se tutti NOI, nel nostro cantone, cambiamo anche un solo particolare del "tradizionale" modo di progettare, produrre, comunicare e vendere, avremo un successo incredibile. L'Italia anche in questo periodo di crisi, rimane leader mondiale nelle macchine che fanno le macchine, con una miriade di piccole società che inventano il futuro ogni giorno. Questo è il vero tessuto che tiene a galla il paese. Guardate ora in fondo al vostro cassetto segreto e tirate fuori quell'idea che non avete mai avuto il coraggio di portare avanti. Certo occorre un briciolo di follia, ma vivrete almeno una stagione da leoni. Se non lo fate ora, passatevi automaticamente nelle categorie eliminate e ... dimenticate questo articolo.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Ciao, Paul!]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=62"><![CDATA[Nel maggio dell’anno scorso è avvenuto un fatto accidentale molto interessante, per me che cerco di studiare quella che si chiama la “costruzione della realtà attraverso la comunicazione” . Una donna, era stata ricoverata d'urgenza, provvisoriamente, all’Ospedale Generale di Grosseto in uno stato di schizofrenia acuta e si era poi deciso di trasferirla nella clinica psichiatrica della sua città natale, Napoli. All’arrivo degli infermieri, la paziente era seduta sul letto, completamente vestita, borsa già pronta. Alla richiesta di seguire gli infermieri la donna dà in escandescenze, diventa belligerante; ha quella che si potrebbe definire una crisi di schizofrenia. Dopo un’iniezione calmante, l'ambulanza parte per Napoli, ma all'altezza di Roma, viene fermata e rimandata d'urgenza a Grosseto . C’era stato un errore: la signora era solo la parente di un uomo che era stato operato all’ospedale. <br />Bene: quello che mi interessa non è il fatto che ci sia state un errore, poiché questo può succedere. La cosa per me più importante è che nel contesto che si era creato, quindi nella realtà creata da questo errore, ogni comportamento di quella donna era prova ulteriore della sua follia. <br />Questa storia la sentii personalmente al Centro Studi Comunicazione di Enrico Cogno nel 1987.<br />Colui che la raccontava era uno dei più straordinari studiosi della comunicazione umana che io abbia mai incontrato, Paul Watzlawick. Nato in Austria il 25 luglio del 1921 ci ha lasciato a Palo Alto, USA, il 31 marzo del 2007.<br />Mi invaghii immediatamente del suo approccio al problem-solving che muoveva non dalle tradizioni della psichiatria o della medicina ma dalle tradizioni della logica dell’antropologia, della filosofia e dello studio della comunicazione umana partendo da un’idea: “ ognuno di noi costruisce ciò che poi subisce”. Noi forgiamo senza sosta la nostra realtà  in un interazione perpetua fra il cosciente e l’incosciente, fra noi stessi e il mondo che ci circonda.<br />Fin dal 1960 il Mental  Research Institute di Palo Alto ha visto fra le sue mura studiosi quali Gregory Bateson, Margaret Maed, Don Jackson e Milton Erickson , creare  la cosiddetta terapia breve invertendo completamente le credenze freudiane che partono dall’idea che le persone devono diventare consapevoli delle cause dei propri problemi per riuscire a superarli.<br />Paul Watzlawick è l’unico di questi studiosi rivoluzionari che ho potuto avvicinare di persona.<br />Aveva una caratteristica fondamentale, l’umiltà.<br />Ricordo di lui un’altra frase che mi rimase impressa :<br /> “ Se potessi un giorno imporre una regola dittatoriale in tutte le scuole della terra, sarebbe quella di obbligare tutti gli allievi a viaggiare. La scoperta di altri Paesi e di altri costumi ci obbliga a pensare che esiste una moltitudine di modi di fare le cose. Comprendere questo eviterà che crescendo questi allievi divengano razzisti, sciovinisti e che credano che esista una sola soluzione ai problemi”.<br /> <font color="black">  </font> ]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
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		<title><![CDATA[Richard Bandler a Milano ]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=61"><![CDATA[Il tuo cervello è un autobus.<br />Puoi decidere di salire a bordo, timbrare il biglietto, sederti tra i passeggeri e fare il viaggio lasciandoti trasportare. O puoi decidere di salire in testa alla vettura, sederti al posto di guida, afferrare il volante e condurlo dove vuoi alla velocità che vuoi.<br /><br />Se impariamo a guidare la nostra mente, se scegliamo di controllare i suoi processi, diventiamo persone libere. Siamo liberi di eliminare i condizionamenti, i pensieri e le idee che ci limitano. Liberi di scegliere come guardare il mondo. Liberi di vivere felici perché troviamo nuovi modi di sentire le cose che ci accadono. Liberi di eliminare i processi mentali inutili che ci hanno affossato finora come la rabbia, la depressione, la paura, l’angoscia.<br />Possiamo insegnare alla mente nuovi modi per pensare e possiamo controllare, attraverso tecniche precise e molto allenamento, i meccanismi di funzionamento del nostro cervello, in modo fargli fare quello che vogliamo.<br /><br /><br />Richard Bandler, il co-creatore, con John Grinder, della programmazione neurolinguistica (PNL), è considerato oggi uno dei più grandi geni al mondo. Da 35 anni si occupa della mente umana e dello sviluppo personale. Ha scoperto e continua a sviluppare tecniche, schemi e metodologie che, lavorando sul funzionamento del cervello e sugli stati d’animo, aiutano le persone a pensare in modo diverso, a cambiare le abitudini e quindi a cambiare la loro vita. La PNL, infatti, studia le procedure per strutturare e cambiare il modo in cui il nostro cervello rappresenta le esperienze attraverso la neurologia, cioè i collegamenti elettrici e gli scambi chimici: l’obiettivo è migliorare la nostra vita, risolvere i problemi che ci limitano e comunicare meglio con noi stessi e gli altri.<br /><br />I corsi di Richard Bandler sono vere e proprie tempeste di aneddoti e storie delle sue esperienze professionali e umane: mentre parla rimani incantato, quasi ipnotizzato, dalla sua capacità di coinvolgere il pubblico e mantenere viva l’attenzione. Otto ore con gli occhi incollati su di lui e le orecchie tese a cogliere ogni parola senza renderti conto che il tempo passa. Le decine di episodi che racconta hanno l’obiettivo di mostrare come puoi cambiare la tua vita con la PNL, e mentre parla applica il cambiamento su di te. Infatti la sua comunicazione, il suo linguaggio, agiscono sempre su due livelli: uno si rivolge alla parte conscia, l’altro a quella inconscia. Con le sue storie, col suo modo affascinante e divertente di raccontarle solletica la parte conscia e razionale distraendola, tenendola occupata, e intanto parla alla parte inconscia e più profonda delle persone per potenziarne le abilità e spingerle al cambiamento. Mentre ti parla ti chiede di cambiare.<br /><br />Il mio amico Alessio Roberti con la sua organizzazione NLP Italy (  <a href="http://www.PNL.Info" target="_blank">www.PNL.Info</a> ) è riuscito a far venire Richard Bandler a Milano dal 18 al 20 maggio prossimi. Sarà, come di consueto, un evento imperdibile!<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Marcello Cividini</name>
			
		</author>
		<title><![CDATA[SSSSSSS LUNGA]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=60"><![CDATA[ <font color="black">  </font> <br />Hanno aperto una nuova SSSSSSSS lunga vicino a casa mia.<br />Vivo a Milano in un quartiere costellato di ex fabbriche che è diventato di moda.<br />Anzi ora che, dopo trent’anni di auge la moda di Milano sta tramontando, ci faranno pure la città della moda.<br />Si sussurra da tempo che sarà nella vecchia Ansaldo.<br />E’ stata una gara negli ultimi anni a chi ristrutturava meglio.<br />La Riva &amp; Calzoni e diventata un museo della fondazione Arnaldo Pomodoro.<br />La ex Ferrochina Bisleri ospita agenzie di pubblicità.<br />E tanti atelier d’avaguardia hanno voluto qui le show room.<br />La ex fabbrica del surrogato di caffe Frank ospita Armani che si si è fatto fare il teatro da Tadao Ando.<br />I grandi fotografi lavorano al Superstudio nelle ex botteghe artigiane.<br />Architetti e designer si sono affollati a trasformare in loft gli spazi industriali e riqualificare le bellissime case popolari di Via Solari.<br />La Slunga è arrivata qui con il suo scatolone standard per le periferie delle città e mi ha lasciato la bocca amara.<br />Ci sono andato stasera all’imbrunire per vedere la novità.<br />Nel parcheggio regolava il traffico un gruppo di ragazzi immigrati, tutti belli e gentilissimi (devono avere fatto un casting).<br />Tutto pulitissimo ed illuminato, due piani! Salgo le slunghissime rampe per salire al primo piano e trovo gastronomia… e pescheria... e basta …<br />Ma come, qui c’era la possibilità di sperimentare, di cambiare!<br />Questo è un quartiere vivissimo e ricco, non siamo a Quarto Oggiaro (senza offesa ai quartoggiaresi).<br />Potevano dire all’architetto che questo punto vendita era in città! Potevano almeno evitare le finestre di alluminio.<br />E con tutto questo spazio cosa dire dell’eterna mancanza di sedie o panchine !<br />E dove è il bar o il ristorante o almeno la caffetteria, che ormai in tutti i paesi civili ospita i clienti che fanno una pausa.<br />Neanche uno specchio per guardarsi, come ci svelò Paco Underhill nella sua famosa analisi dei punti vendita!<br />Io mi aspettavo l’innovazione da nonno Caprotti.<br />Negli anni sessanta ci aveva stupito con la sua lungimiranza.<br />Primo fra tutti, nei settanta aveva pesantemente investito nell’informatica.<br />Negli anni ottanta, primo al mondo, sperimentava gli scanner ottici in viale Cassala a un paio di chilometri da qui.<br />Fu anche il primo ad introdurre e proteggere i prodotti tipici, con le famose settimane regionali e tantissimi prodotti di prestigio.<br />Tutto dimenticato nella logica opportunistica del category management.<br />Negli USA tutti invidiano e cercano di copiare, il successo mostruoso della qualità e degli assortimenti di Whole Food Market.<br />Le abitazioni che stanno nei paraggi aumentano addirittura di valore.<br />Ma noi chi aspettiamo? Che arrivi Tesco con i suoi the del pomeriggio?<br />Stiamo aspettando Wal Mart con i suoi sacchettoni da due libbre di patatine fritte?<br />Per me il signor Caprotti, quello che ha costruito il primo distributore moderno italiano, questo posto non l’ha neanche visto.<br />E’ solo uno dei tanti Zuper che la sua azienda apre qua e là.<br />Almeno così mi piace pensare.<br />Speriamo che arrivi una nuova generazione di imprenditori e di manager con le palle.<br />Anzi no, spero che arrivi una generazione di manager e imprenditori di sesso femminile, forse è l’ultima speranza di cambiare veramente qualcosa.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[PNL è Libertà]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=59"><![CDATA[Perché le persone diventano infelici? Perché hanno paura? Perché dubitano di loro stesse? Perché si odiano le une con le altre? Perché si stressano? Perché le persone si sentono soverchiate? Sole? Ferite? Perché certe persone vivono di privazioni? Perché altre sono prive della capacità di relazionarsi con gli altri? Perché è così difficile stare con certe persone? Perché si devono attraversare momenti difficili?<br />La risposta a queste domande è: perché siamo nati, siamo diventati grandi e abbiamo imparato a pensare e ad agire in certi modi particolari……….<br />………. Il modo in cui ci comportiamo, sia dentro la nostra mente, sia nel mondo reale, determina il modo in cui viviamo in questo mondo.<br />Quando lasciamo che sia il mondo a controllare il modo in cui ci comportiamo, siamo alla mercé della fortuna, della sventura e delle circostanze. Quando assumiamo il controllo dei nostri comportamenti, allora siamo noi ad azionare il nostro cervello, a fare uso della nostra intelligenza e a trarre il meglio dalle circostanze.<br />Tratto da PNL è Libertà, il nuovo libro di Richard Bandler e Owen Fitzpatrick.<br />Secondo Bandler, siamo noi stessi a causare i nostri problemi e purtroppo, spesso non siamo neppure consapevoli di come facciamo a complicarci la vita e a renderci infelici.<br />Questa inconsapevolezza nasce dal fatto che ogni persona possiede degli schemi d’abitudine, costruiti con gli anni e quindi automatici, che limitano i nostri pensieri, i nostri comportamenti e le nostre azioni.<br />Questi schemi inconsci sono le catene con cui noi stessi ci imprigioniamo.<br />Il segreto sta nell’evitare di liberarsi da queste abitudini col ragionamento cosciente. Infatti, uno dei motivi per cui la psicologia non riesce a risolvere i problemi delle persone è perché si focalizza soprattutto sul voler capire, voler analizzare le motivazioni del perché una persona pensa e agisce in una determinata maniera.<br />È invece necessario e fondamentale, secondo l’opinione di Richard Bandler, saper influenzare la propria mente inconscia. Nessun cambiamento può avvenire se non impariamo a radicare la nuova abitudine nel nostro inconscio.<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Sandra</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[www.scriveredonna.it]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=58"><![CDATA[Forse oggi la scrittura è donna.<br />Ricchezza di emozioni. Intuito. Capacità di capire i processi, le sequenze, prima ancora di aver padroneggiato i contenuti. E allo stesso tempo precisione, profondità, connessioni di causa ed effetto. E, ancora, comprensione dell’esperienza altrui. Sintonia.<br />Scriveredonna - oggi un blog, domani, chissà, un libro, un convegno, un tour mondiale! - racconta di donne che scrivono, per lavoro o per passione, e che qui si interrogano sul loro rapporto con il mondo, gli affetti, le idee e le esperienze: una relazione resa possibile, o resa più potente, dalla scrittura.<br />Parlerà di letteratura e giornalismo, di biografie e marketing, di tecnologia e favole, di lingue e culture del mondo…<br />Debutta oggi, 8 marzo, a quasi un secolo da quell’incendio nell’industria tessile di New York in cui persero la vita 129 donne, e da cui tutto cominciò.<br />Le associazioni femministe fecero di questa tragedia l’emblema dei maltrattamenti – fisici e morali – che le donne subivano, ma anche il punto di partenza del proprio riscatto.<br />Nel secondo dopoguerra l’UDI, Unione Donne Italiane, scelse la mimosa - profumatissima e impalpabile, povera e selvatica – come simbolo delle donne e del loro vivere e combattere insieme.<br />Oggi al giallo si affianca il rosa. “Think pink” è un modo di essere nel mondo: una formula – spesso magica! - che privilegia l’armonia, il benessere, la gioia di vivere.<br /> <a href="http://www.scriveredonna.it" target="_blank">www.scriveredonna.it</a> <br /> ]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[Intelligenza emotiva per manager di successo]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=57"><![CDATA[Quali sono i fattori che portano una persona ad avere successo? <br />Di fronte a questa domanda forse in cima metteremmo:intelligenza vivace, carriera scolastica brillante, competenze professionali, classe sociale abbiente, fisico avvenente e qualche circostanza favorevole. <br />Tutto vero, ma non basta. <br />Pensiamo a una persona intelligente, brillante, competente, ma anche arrogante, irascibile, incapace di trattare con gli altri e di gestire le proprie emozioni. Non è sicuro che avrà successo, sono necessarie altre caratteristiche, quelle che  Daniel Goleman  definisce come “intelligenza emotiva”. <br />L’intelligenza emotiva si fonda da un lato su competenze personali, legate al modo in cui controlliamo noi stessi, ci motiviamo e continuiamo a perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni, gestiamo i nostri stati d'animo.<br />Dall’altro lato, si fonda su competenze relazionali, legate al modo in cui gestiamo le relazioni con gli altri. Tra queste, merita un’attenzione speciale l’empatia.<br />Essere empatici significa far risuonare dentro di sé i sentimenti degli altri come se fossero i propri. È l'accettazione incondizionata degli stati d'animo così come vengono offerti nella relazione.<br />Non possiamo discutere o negoziare il modo in cui gli altri provano un'emozione: possiamo discutere o disapprovare i comportamenti, ma non le emozioni sottostanti. Nell'essere empatici, accanto alla condivisione dei sentimenti, c'è anche la valorizzazione degli altri, che si manifesta nel credere nelle persone, nel mettere in risalto e potenziare le loro abilità, nel sostenere la loro autonomia, nel rispettare le loro diversità individuali, etniche e ideologiche, nell'utilizzare le differenze come opportunità al di là di ogni pregiudizio.<br />La vera  missione di un manager è sviluppare e gestire talenti, applicare quei talenti a tutto ciò che l’azienda fa, per il bene dei clienti, per creare partnership e profitto.<br />Di tutto ciò si è discusso ieri  con Alessandro Lucchini  ( <a href="http://www.magiadellascrittura.it" target="_blank">www.magiadellascrittura.it</a> ) Paolo Iabichino e ottanta direttori e presidenti di banche! <br />( Si, banche, avete capito bene! ;-) ).<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio</name>
			
		</author>
		<title><![CDATA[Sono un cliente affabile]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=56"><![CDATA[Mi considero un cliente affabile. Tutti mi conoscono. Sono quello che non si lamenta mai, indipendentemente dalla qualità del servizio che ricevo.<br />Se vado al ristorante rimango tranquillamente seduto mentre i camerieri chiacchierano tra loro, senza preoccuparsi se qualcuno è venuto a prendere l’ordinazione. Accade che clienti entrati dopo di me vengano serviti prima, ma naturalmente non protesto. Continuo ad aspettare.<br />Se entro in un negozio non sono mai esigente. Voglio mostrarmi sempre rispettoso verso gli altri. Se il negoziante mi guarda male perché perdo troppo tempo a esaminare i vari articoli prima di decidere l’acquisto, mantengo sempre la correttezza, perché non ritengo che la scortesia sia la risposta adeguata.<br />Tempo fa mi fermai ad un distributore di benzina e attesi quasi cinque minuti prima che l’addetto mi servisse. Fece traboccare la benzina dal serbatoio e mi pulì il vetro con uno straccio unto. Forse mi lamentai del servizio? Naturalmente no.<br />Non attacco mai, non discuto, non critico. Mai e poi mai farei una scenata come ho visto fare ad altri  in tanti luoghi  pubblici. Ritengo  che comportarsi in modo diverso dal mio sia arroganza.<br />Io sono il cliente affabile, ma desidero che sappiate che sono anche un’altra cosa:<br />Sono il cliente che non ritorna una seconda volta!<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[La giornata della lentezza]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=55"><![CDATA[Lentamente l’albero<br />si copre di foglie.<br />Lentamente matura il vino.<br />Lentamente si volta la pagina <br />del libro che si ama.<br />Le ore si fanno giorni, i giorni anni,<br />gli anni vita.<br />La lentezza diventa il segreto<br />di un mondo nuovo, attento<br />ai grandi valori.<br /><br />E se l’arte del vivere con lentezza la facessimo durare tutto l’anno?<br />Bruno Cortigiani fondatore dell’associazione Vivere con Lentezza ( <a href="http://www.vivereconlentezza.it" target="_blank">www.vivereconlentezza.it</a> )<br />dice “Esiste un’Italia bellissima e spontanea, fatta di piccoli, che vogliono cambiare in meglio, vivere più lenti, forse essere più felici. Un sabato pomeriggio di due anni fa, al bar con amici, ho visto un gruppo di persone camminare tranquillamente lungo il Ticino. Si può fare ovunque, anche se non c’è il Ticino. Da lì, l’idea di rallentare, un bisogno diffuso”.<br />I manager zen ( <a href="http://www.managerzen.it" target="_blank">www.managerzen.it</a> )  hanno aderito in massa.<br />Io anche. Chi mi conosce sa che almeno da quindici anni,  invito a rallentare.<br />E voi? Eccovi alcuni consigli:<br />1.	Svegliatevi 5 minuti prima del solito per farvi la barba, truccarvi o fare colazione senza fretta.<br />2.	Se siete in coda nel traffico o al supermercato, evitate di arrabbiarvi. Usate quel tempo per programmare mentalmente la serata o scambiare due chiacchiere con chi vi è vicino.<br />3.	Scrivete sms senza abbreviazioni e magari cominciando con “caro” o  “cara”.<br />4.	Quando è possibile evitate di fare cose contemporaneamente: rischiate di diventare imprecisi e approssimativi.<br />5.	Non riempite l’agenda di appuntamenti. Imparate, anzi, a dire qualche no e avere così salutari momenti di vuoto.<br />6.	Fate una camminata soli o in compagnia, invece di incolonnarvi in auto per raggiungere la solita trattoria fuori porta.<br />7.	La sera leggete e non fate continuamente zapping davanti alla  tv.<br />8.	Evitate qualche viaggio nei week-end o durante i ponti e gustatevi la vostra città.<br />9.	Se avete 20 giorni di ferie dedicatene 15 alle vacanze e utilizzatene 5 come decompressione pre o post vacanza.<br />10.	Smettere ti ripetere “non ho tempo”: continuare a farlo non vi farà certo sentire più importanti.<br />La fretta è l’antitesi della velocità. Chi va di fretta non va veloce, se uno invece rallenta e si ferma a pensare, quando deve correre, corre. Il bisogno di fermarsi esiste se è vero che l’unico marchio italiano che si è affermato negli ultimi anni ed è stato esportato con successo è quello di Slow Food ( <a href="http://www.slowfood.it" target="_blank">www.slowfood.it</a> ).<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>sandra</name>
			
		</author>
		<title><![CDATA[Splendida Felicità]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=54"><![CDATA[ Lentamente muore chi non sa riconoscere la vita come dono e conseguentemente non sa utilizzarla per il raggiungimento della felicità.<br />Così trascorrono i giorni, sembrano pieni, ma poi ti volti e sono vuoti; ai tanti perché non trovi risposte e ti interroghi sugli anni che passano eppure non c’è altra spiegazione che essere venuti al mondo per vivere intensamente e pienamente, e non per morire lentamente.<br />Dunque la felicità va cercata in ciò che sei e in ciò che vuoi, non in ciò che fai: nell’intimità tua più profonda sia essa il tuo cuore o la tua coscienza o la tua mente, lì troverai la risposta, perché lì, uomo, sei solo con te stesso e non ti  puoi mentire: quello  che ascolterai è la verità che ti viene rivelata, non nasconderla, non sconfessarla, non aver paura a viverla e avrai imboccato la strada per la felicità! <br /> <br />Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce. Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.<br /> <br />Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.<br /> <br />Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.<br /> <br />Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.<br /> <br />Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.<br />Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.<br /> <br /> <br />Pablo Neruda<br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>luca cattoi</name>
			
		</author>
		<title><![CDATA[ da Ansa 8 febbraio]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=53"><![CDATA[<br /><br />IL NEW YORK TIMES FRA 5 ANNI SOLO SU INTERNET?<br />ROMA - L'editore del New York Times, uno dei più prestigiosi quotidiani del mondo, non è sicuro che fra cinque anni il suo giornale sarà ancora stampato, a causa della sfida posta da internet, ma ha detto di non preoccuparsene affatto. In un'intervista al quotidiano israeliano Haaretz, pubblicata oggi, Arthur Sulzberger - presidente del gruppo editoriale - spiega quali sono le prospettive del Nyt, che da quattro anni registra bilanci in rosso (la settimana scorsa, il gruppo ha dichiarato una perdita di 570 milioni di dollari causata da una sua testata, il Boston Globe). <br /><br />"Non so davvero se fra cinque anni stamperemo ancora il Times e volete sapere una cosa? Neanche me ne importa", ha detto Sulzberger. La cosa fondamentale, ha spiegato, è concentrarsi su quale sia il modo migliore per governare la transizione dalla carta stampata a Internet. "Internet è un posto meraviglioso e su questo terreno noi siamo davanti a tutti", ha detto l'editore forte del raddoppio dei lettori del sito web del Nyt, salito al milione e mezzo di visitatori al giorno, contro l'1,1 milioni di abbonati all'edizione cartacea.<br /><br /> Sulzberger ha spiegato che il Nyt ha imboccato la strada al termine della quale il gruppo prenderà la decisione di non far più uscire il quotidiano stampato. E' un processo che ha portato di recente, ad esempio, a fondere i desk redazionali del giornale stampato e di quello online. E' anche un processo, ha spiegato Sulzberger - che deve fare i conti con le resistenze professionali, con la sfida della raccolta pubblicitaria e con le conseguenti pressioni degli inserzionisti, con la concorrenza dell'informazione capillare, incontrollabile, globale e gratuita dei blog, dell'adeguamento alle sempre nuove piattaforme tecnologiche su cui vengono veicolate le notizie. <br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>claudio</name>
			<email>comunico@comuniconline.it</email>
		</author>
		<title><![CDATA[una storia vera]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=52"><![CDATA[<br /><br /><br />Un giorno, quando Milton Erickson era un ragazzo, un cavallo sconfinò nella proprietà della sua famiglia. Il cavallo non aveva alcun segno di identificazione e nessuno sembrava sapere a chi appartenesse. Nonostante questo, il giovane Erickson decise di provare comunque a restituirlo ai suoi legittimi proprietari. Salì in groppa al cavallo e si diresse sulla strada. Lasciò decidere all’animale in che direzione andare. Di tanto in tanto il cavallo si allontanava dalla strada o si fermava a brucare l’erba in un prato. Solo in queste occasioni Milton Erickson interveniva riportandolo delicatamente sulla strada.<br />Alla fine il cavallo arrivò sull’aia di una proprietà distante parecchie miglia e si fermò.<br />Il proprietario uscì, riconobbe il cavallo, ringraziò Erickson per averglielo riportato e gli disse:”Come hai fatto a sapere che era nostro e che viveva qui?”.<br />Erickson gli rispose: “Io non lo sapevo, ma lui si. Mi è bastato metterlo sulla strada”.<br /><br />]]></content>
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	  	<author>
			<name>Claudio Maffei</name>
			<email>wania.meneghelli@graffiti2000.com</email>
		</author>
		<title><![CDATA[DALLA MAGIA DEL RAPPORT ALLE RELAZIONI VIRTUOSE]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=51"><![CDATA[La comunicazione è magia... E’ molto potente, in grado di modificare la realtà nostra e degli altri. Con il linguaggio possiamo creare  emozioni, influenzando noi stessi e le persone con cui entriamo in contatto. <br />John Grinder e Richard Bandler hanno introdotto il concetto di programmazione neurolinguistica, o PNL, per indicare che la nostra mente, come un computer, funziona in base a programmi. Questi programmi, contrariamente a quanto spesso si è portati a credere, non sono innati, impressi nel nostro DNA, ma cominciano ad essere  appresi fin  da quando incomincia la vita stessa. I cinque sensi (vista, udito, olfatto, gusto, tatto) sono le nostre porte verso il mondo. E’ attraverso di loro che noi percepiamo la realtà e modelliamo la nostra immagine della  realtà. Un’infinità di segnali arrivano contemporaneamente ai nostri occhi e alle nostre orecchie. C’è bisogno di semplificare, di concentrare l’attenzione solo su quei segnali che riteniamo importanti.  Il criterio di selezione dipende dai nostri filtri sensoriali e da altri fattori come le convinzioni che condizionano le esperienze e le esperienze che hanno formato le convinzioni....<br />Incominciamo molto presto a filtrare le informazioni e ad elaborarle secondo schemi mentali che andiamo a costruire nel tempo in base al nostro vissuto e alle nostre percezioni, assolutamente soggettive. Quando impariamo a codificare i nostri pensieri per comunicare, utilizziamo un linguaggio. Ad ogni parola attribuiamo un significato, una serie di emozioni legate a ciò che quella parola evoca in noi. Ecco perché la programmazione è detta  “neurolinguistica”.  <br />Tutti noi abbiamo una collezione di parole “magiche” che ci fanno sentire felici e, viceversa, detestiamo altre parole perché queste  risvegliano nella nostra mente ricordi dolorosi o  sgradevoli.  Il punto affascinante è che ciascuno di noi riesce a costruirsi una propria mappa del territorio, mappa che, naturalmente, come tutte le mappe di questo mondo, è soltanto una rappresentazione della realtà, con sconti,  approssimazioni e addirittura distorsioni.<br />Essere consapevoli di questi meccanismi mentali può essere di grande aiuto per stare meglio e per comunicare più efficacemente con le persone che ci stanno accanto.<br />Addirittura possiamo dire che, modellando opportunamente i nostri pensieri, aumenteremo le nostre probabilità di successo.  Quando siamo giù di tono, rendiamo inevitabilmente di meno ed è meno probabile che riusciamo ad ottenere ciò che vogliamo. Quando invece stiamo bene, siamo in piena forma, abbiamo la convinzione di farcela, è molto più probabile che ne usciamo vittoriosi.<br />Il pensiero influenza la fisiologia e viceversa. Il modo in cui ci sentiamo ci fa entrare nel ruolo del vincente e ci mette nella condizione di raggiungere gli obiettivi. E’ come se indossassimo un abito magico.<br />Questo grande potere sta in quella parte della mente che chiamiamo “inconscio”. E’ l’inconscio ad essere responsabile dell’apprendimento, del comportamento e del cambiamento. Si può cambiare in qualunque momento, a qualunque età. Basta volerlo! Il cambiamento non solo è possibile ma è insito nella natura. Tutto cambia, tutto è in perpetua evoluzione, tutto si trasforma continuamente. Sarebbe follia pensare che solo gli esseri umani possano sottrarsi a questa legge naturale.<br />La magia della comunicazione consiste soprattutto nello stabilire una “relazione virtuosa” con l’altro. E’ ciò che Grinder e Bandler chiamano “entrare in rapport”. Significa di fatto rispettare il modello del mondo dell’altro, prenderne atto e adeguarsi ad esso.<br />Ben sappiamo che il risultato della comunicazione sta in chi riceve il messaggio. Non ci sono cattivi allievi,  ci sono professori che non riescono ad entrare in contatto con i propri studenti. Non esiste un pubblico che oppone resistenza, c’è solo un comunicatore poco flessibile. <br />Dunque, per convincere qualcuno e indurlo a cambiare atteggiamento o comportamento è necessario stabilire un “rapport”. Ciò significa entrare nell’inconscio dell’altro. Non è vero che gli opposti si attraggono. Vale invece il contrario. Noi amiamo le persone che hanno caratteristiche simili alle nostre, che hanno mappe mentali sovrapponibili, almeno in parte. Quando riconosciamo nell’altro qualcosa che ci somiglia, ci sentiamo “a casa”, a nostro agio. Per acquisire la fiducia dell’altro, per entrare in relazione, occorre ricercare o evidenziare ciò che accomuna piuttosto che accentuare le differenze.<br />La comunicazione “magica” diventa seduzione. Seduzione, nel suo significato originale, implica il condurre con sè, l’accompagnare il nostro inte <font color="gray">  </font>  <font size="1">  </font> rlocutore verso un cambiamento in un clima di fiducia reciproca.<br />Voglio concludere  con due citazioni. La prima è di Richard Bandler: “Invece di perdere tempo nel domandarti il perché delle cose, usa il tuo tempo per fare delle cose che possano avere successo”.<br />La seconda è  di Lao Tse: “ Il mutamento delle situazioni non si può fissare. Fissandolo in una regola si mancherebbe il bersaglio”.]]></content>
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