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25 Gen 2012
Manuale del controfighetto
«Tu fai parte del segmento di mercato più odioso. Quello dei controfighetti», mi disse il grande industriale inventore di vari brand. «Quando qualcosa va di moda, voi fate il contrario. Siete una fatica per chi produce». Me lo disse anni fa; da allora, lusingata ma colpevolizzata, ho cercato di analizzare il complesso rapporto con le marche dei miei simili. Effettivamente non simpatico. Inevitabilmente oggetto d’ironia: in America è diventato un filone, dal saggio Bobos in Paradise di David Brooks sullo stile di vita dei «borghesi bohémien» (addirittura) alla nuova sitcom Portlandia, che fa molto ridere sulle ossessioni ecocompatibili e glocali degli «hipster», i giovani e finti giovani liberal più ganzi di tutti. Alla fine, speculare ai consumi vistosi dei griffe-dipendenti: il controfighetto spende in modo accurato, maniacale e, a suo modo, molto attento ai brand. Perché, come spiega tra gli altri Vanni Codeluppi nel suo Il potere della marca (Bollati Boringhieri), negli ultimi anni c’è stato «un passaggio dalla marca che mostra di vivere come vorrebbe vivere il consumatore a quella che fa vedere di pensare esattamente come quest’ultimo». Quindi (antropologicamente parlando) la marca o finta non-marca che scegliamo deve essere «buona da mangiare» (o da indossare, ma nel nostro caso di controfighetti slow-foodisti l’edibilità è importante) ma soprattutto «buona da pensare». Insomma, il contrario di una pelliccia, di una merendina nella plastica, di un capetto o di un accessorio che identifica il portatore come una vittima della pubblicità e delle tendenze. E invece, una merce (sempre merce è) che distingue (comunque distingue, comunque indica come parte di un gruppo) dai rintronati dagli spot tv, dai trucidi che parcheggiano il Suv sui marciapiedi, dalle finte bionde. Poi alcune controfighette sono finte bionde, ma lo sono grazie a parrucchieri più cari che usano «tinte naturali», poi vai a sapere. Poi vai a sapere se i controfighetti non sono brandizzati: a volte lo sono, in modo segreto e perverso. La marca non deve essere visibile, casomai riconoscibile grazie a codici nascosti. E certe marche sono irresistibili, anche per loro. Principalmente, si tratta di marche di scarpe, di golf di lana pregiata, di alimenti natural-gourmet, di vino (con la recessione i controfighetti si buttano vieppiù su vino e cucina in casa, prima viene lo stomaco poi vengono le marche, parafrasando Brecht).
Maria Laura Rodotà-Corsera
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  18:50 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



16 Gen 2012
Un augurio speciale
Racconta una bella leggenda araba che due amici viaggiavano nel deserto. A un certo punto del viaggio, ebbero un’accesa discussione.
Uno dei due, offeso, senza dire nulla prese una bacchetta e scrisse sulla sabbia:” Oggi, il mio migliore amico, mi ha dato uno schiaffo in faccia”.
Continuarono il viaggio e arrivarono ad un’oasi dove decisero di fare un bagno.
Quello dei due che era stato offeso rischiò seriamente di affogare e venne salvato dall’amico.
Quando si fu ripreso, prese uno scalpello e scrisse su una pietra: “Oggi, il mio migliore amico mi ha salvato la vita”.
L’amico, incuriosito, gli chiese: “ Perché dopo che abbiamo litigato hai scritto nella sabbia e ora scolpisci una pietra? L’altro, sorridendo, rispose: “Quando un grande amico ci offende dobbiamo scrivere sulla sabbia affinché il vento dell’oblio e del perdono cancelli l’offesa.
Quando qualcuno ci fa qualcosa di grandioso dobbiamo inciderlo sulla pietra e serbare memoria nel nostro cuore affinché nessun vento del mondo possa cancellarlo”.
Autore anonimo

In questo anno nuovo auguro a tutti voi che i dispiaceri siano portati via dal vento e che siate capaci di tenere sempre le cose buone scolpite nel vostro cuore come su una pietra.
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  16:57 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Dic 2011
Intervista a Wayne W. Dyer
Una delle cose che mi ha più intrigato negli anni è stato scoprire quanta gente si senta priva di scopo e cerchi di dare un senso alla propria vita. Ho sentito spesso chiedere qual è il mio scopo?
Come faccio a trovarlo? Sento che mi sta sfuggendo qualcosa e così via. E ho sempre pensato che il vero scopo della vita sia essere felici, viverla appieno, aprirsi e raggiungere una meta un vero solido punto di arrivo. Troppe persone passano la loro esistenza cercando continuamente un altrove e non arrivano da nessuna parte. Uno dei modi per comprendere qual è esattamente il proprio scopo nella vita e quello di ritornare alla natura, di riscoprire la propria natura.
Qualche anno fa ho scritto un libro “Cambia i tuoi pensieri, cambia la tua vita” basato sugli antichi insegnamenti di Lao Tzu contenuti nel libro Daodejing. Lao Tzu ci ricorda che tutto l’essere ha origine nel non essere : Gesù nel nuovo testamento dice che la fonte della vita è nello spirito e che non siamo figli dei nostri genitori noi in realtà proveniamo tutti da questo luogo chiamato spirito. Quando ognuno di noi viene al mondo proviene da una piccola infinitesimale gocciolina di protoplasma umano, da un puntino se volete e tutto ciò che era contenuto in quel puntino, dal quale proveniamo, è tutto ciò di cui abbiamo davvero bisogno. Dovunque andiamo siamo tutti circondati da una serie di persone, la nostra famiglia, la nostra cultura le quali iniziano a convincerci che non possiamo credere in chi siamo. Dobbiamo credere in qualcosa che è fuori di noi, la meta del viaggio, la nostra ambizione. Dal momento in cui diciamo “adesso comando io” introduciamo una impurità, rompiamo questa perfezione ed escludiamo il nostro creatore gli diciamo così: tu stai fuori! Chi sta parlato è l’ego, l’ego è la parte di noi che inizia a dirci la persona che sei non è la creazione perfetta di Dio, quella particella di dio da cui tutti proveniamo, non dice questo, l’ego dice ti sei solo quello che hai. Iniziamo con i nostri giocattoli, poi con il nostro conto in banca e con tutte le cose che possediamo, senza accorgercene finiamo per l’identificarci con i beni che possediamo e cominciamo a prendere per veri concetti come: “più cose possiedo più acquisto valore come persona”. Così passiamo la nostra vita a condizionare ad immergere anche i bambini in una cultura che dà importanza al di più, ciò diventa quasi un mantra dell’ego. Dobbiamo avere di più, ma più cose abbiamo più ci rendiamo conto di quanto le altre persone cerchino di portarcele via. Dunque il secondo elemento dell’ego è l’idea secondo cui non siamo solo quello che abbiamo ma anche ciò che facciamo e ciò che facciamo per noi diventa realizzazione di sé, così in questo mondo, che ritiene che ognuno sia quello che fa, veniamo consumati dall’idea che il successo, il valore, l’immagine che abbiamo di noi si basi su quanto riusciamo ad ottenere per cui dobbiamo fare più soldi, avere delle promozioni sul lavoro ed essere in competizione con tutti per ottenere ciò che vogliamo. Questo ci viene detto e ripetuto continuamente fin da ragazzini nelle gare di atletica, ci dicono che la cosa più importante è essere sempre il numero 1, essere sempre il primo davanti a tutti gli altri e così ci abituiamo a crescere con questo atteggiamento di competizione credendo che sia normale vivere in un mondo competitivo. E’ questo l’inganno dell’ego.
Un terzo aspetto della cosa è che crediamo di essere ciò che gli altri pensano di noi quindi che siamo la nostra reputazione, il che è particolarmente importante per gli adolescenti ai quali si insegna a vestire come si vestono gli altri. Se non piacciamo agli altri c’è qualcosa di sbagliato in noi. Essendo consumatori dobbiamo comprare sempre qualcosa di nuovo e questo è particolarmente evidente per le donne soprattutto nelle relazioni familiari. Nella nostra cultura, nella nostra società viene insegnato loro che la sola via per realizzare se stesse è trovare il modo di rapportarsi alla famiglia rapportarsi come figlia, rapportarsi come madre, rapportarsi come nonna e anche se l’aspetto della procreazione è molto importante nella vita di ogni donna a patto che sia una sua scelta non è l’unica scelta possibile, molte donne sentono in se stesse una specie di voce interiore come una chiamata a compiere qualcosa di grande a offrire un contributo, ma molto spesso la ignorano. Così io cerco sempre di incoraggiarle ad ascoltare, a non ignorare questa chiamata, a non ignorare quella parte di sé che dice: “sei venuta al mondo per creare qualcosa di potente di grande e hai tutti i diritti e tutte le capacità di farlo, se vuoi, come chiunque altro”. L’ego ha uno schema mentale fortissimo in cui la persona che siamo è separata da tutte le altre. Un'altra parte dell’ego ci dice poi che siamo separati anche da tutto ciò che ci manca nella vita, cioè da tutto quello che vorremmo avere. Infine, l’ego ci porta a commettere l’errore più grande di tutti, ci convince che siamo separati dall’Universo. Uno dei costrutti più semplici che impariamo quando arriviamo al pomeriggio della nostra vita, è che capiamo di avere tutti una sola origine, può essere Dio, può essere il Dao, la natura, lo spirito, non è importante come la si chiami. Tale origine è dovunque non esiste un posto dove non ci sia, ci deve essere perché crea tutto, tutto proviene da questa fonte e deve essere anche in me se è vero che non esiste un posto in cui non ci sia e se deve essere in me deve essere anche in tutte quelle cose che sembrano mancare nella mia vita. Se comprendiamo questo allora in qualche modo comprendiamo anche di essere già collegati spiritualmente a tutto ciò che ci manca e che vorremmo avere. Quindi occorre solo trovare il modo di accettare tale legame, di riconoscere di essere già interconnessi e lasciare che ogni cosa segua il suo corso naturale.
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  14:35 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



6 Dic 2011
Capirsi con il cuore
Tu come hai fatto a capire che quella è la strada per te, il modo in cui giocarti la tua intera vita?».
Così mi ha scritto una ragazza di 16 anni, dopo aver finito di leggere «Cose che nessuno sa», mentre stavo scrivendo questo articolo.

Si può morire restando vivi. Si muore in molti modi e il più diffuso è quello della solitudine causata dall’assenza di possibilità di raccontare la propria storia, unica e irripetibile, a qualcuno. Amiamo e vogliamo essere amati perché ci sia almeno un interlocutore a cui poterla raccontare questa nostra benedetta vita così grande e fragile. Alcuni giovani muoiono da vivi, per assenza di racconto. Il mondo che dovrebbe ascoltare le loro vite, quello degli adulti, giudica la loro tela assurda, prima ancora che tratti e colori di quella storia si siano potuti dispiegare.
Si muore giovani, e non perché cari agli dei, ma perché disprezzati da loro. Non per una guerra cruenta, ma per mancanza di sguardo: una vocazione, una unicità, per essere ha bisogno di essere percepita.

La gioia di vivere - mi hanno insegnato i miei genitori e maestri - non dipende dal successo, ma dal fatto di occupare il proprio posto nel mondo, nella fedeltà a quello che siamo chiamati a essere e fare, sulla base dei nostri talenti e dei nostri limiti, la conoscenza dei quali ha il suo spazio privilegiato nell’infanzia, nell’adolescenza e nella prima giovinezza. Ciascuno di noi è la propria vocazione, la propria chiamata, il proprio compito. Sul tempio di Apollo a Delfi c’era scritto «Conosci te stesso». Da lì prese le mosse il pensiero occidentale ed è lì che bisogna guardare per questa crisi che è prima ancora che economica, una crisi di senso e di identità.

Eraclito disse che il carattere dell’uomo è il suo destino. Platone immaginò nel mito di Er che un «dàimon» ci affiancasse, perché il destino di ciascuno si compisse. Tutti sappiamo che qualcosa ci chiama a percorrere un certo cammino. Magari non si tratta di un annuncio eclatante, ma di piccole spinte (un libro, un film, un incontro, un fatto...) verso una strada, mentre eravamo persi in una selva di vie possibili. Ognuno di noi è irripetibile e la libertà, diceva Hannah Arendt, è «esserci per un nuovo inizio»: a ciascuno di noi è affidato il proprio sé come inizio, compito e compimento. Solo questo genera gioia di vivere: armatura forte di fronte ai fallimenti, spada che consente di non rifugiarsi, impauriti dalla vita, in autismi virtuali ed emotivi (dipendenze di ogni tipo).

Quando un adolescente cerca di spiegare la propria strada, senza rendersene conto porta la mano al cuore, come se intuisse il mistero di sé. È uno dei momenti del mio mestiere di insegnante che amo di più: quando si «accorano», si attorcigliano attorno al proprio cuore per ascoltarlo e spesso accade quando sono ascoltati. Sarà proprio la scoperta di questa unicità, percepita, preservata, ricordata, difesa da chi ci ama a dare senso al quotidiano vivere, anzi proprio a quel ripetitivo copione darà brillantezza e novità. Questo vale in ogni epoca e in ogni congiuntura storica, anche e soprattutto le crisi, durante le quali si è costretti ad andare all’essenziale. Questo ai giovani non può e non deve essere tolto: la bellezza che alberga nell’unicità di ciascuno ha bisogno di ricevere uno spazio, un riconoscimento, per non morire. Questo spazio è la famiglia, questo spazio è la scuola.

I ragazzi chiedono ogni giorno questo riconoscimento. Hanno nostalgia di uno sguardo che riconosca la loro unicità, che non giudichi e inscatoli la loro vita prima ancora di averla accettata nel suo straordinario, scomposto, contraddittorio emergere, che è già segno di ricerca. Questo mi chiedono ogni giorno: «Aiutami ad essere me stesso». I giovani di oggi hanno questa fame, io lo vedo, ma questa fame di sé, questa fame di destino, questa fame di futuro è stordita dalla sazietà del benessere. Se non ho fame di futuro il mio presente sparisce. E ha un sogno solo chi si ferma a considerare i mezzi che ha per attuarlo. Ma se invece di conoscermi sonnecchio per riuscire a digerire l’eccesso di portate di cui vengo ingozzato, sarà tardivo e brusco il risveglio: chi sono io e che ci faccio qui?

Se so chi sono e che ci faccio qui è perché a 16 anni ho trovato chi mi aiutasse a unire i pezzi ancora sconnessi del puzzle della mia vita e a percepirmi come compito da realizzare. A 16 anni ho deciso di diventare insegnante perché avevo un insegnante che amava non solo ciò che insegnava, ma amava la mia vita con la sua irripetibilità. A 16 anni ho deciso che volevo dedicare la vita ai ragazzi perché il professore di religione della mia scuola, padre Puglisi, si lasciò ammazzare per provare a cambiare le cose.

A 16 anni i miei genitori mi hanno messo alla prova, e io che li mandavo a quel paese come ogni adolescente, in realtà toccavo la reale consistenza dei miei sogni. Questi mentori mi hanno insegnato che non è il successo il criterio per essere sé stessi, ma che essere se stessi è il successo. Molti ragazzi rimangono paralizzati all’idea che non riusciranno a realizzare i loro sogni e questo è il veleno di una società che lavora per produrre, comprare e consumare, anziché lavorare per costruire un tempo buono e ampio per appartenersi e appartenere attraverso relazioni e amicizie vere.

Se il criterio di giudizio dell’agire è il successo, si rimane prigionieri di un destino crudele, che può schiacciare prima ancora di mettersi in movimento. Invece ciò che rende felici è realizzare la propria vocazione, indipendentemente dal riconoscimento «della folla». Si può avere successo come madre, come insegnante, come panettiere. Basta essere pienamente ciò a cui si è chiamati.

È la crisi ad aver rubato ai giovani il futuro? No. La crisi farà venire più fame, costringerà a non accontentarsi del benessere per essere felici. Il futuro ai giovani lo rubano gli adulti che non li guardano, gli adulti che occupano i posti di potere e se ne fregano del bene comune, gli adulti che fanno diga per l’ingresso di nuove leve negli ambienti di lavoro, gli adulti che non sono disposti a mettersi al servizio della generazione successiva passando il testimone. Come tanti Crono se ne stanno seduti a digerire i figli che loro stessi hanno messo al mondo.

I sistemi educativi dovrebbero riconsiderare le loro priorità. Cominciamo a credere nella unicità delle vite che ci sono affidate, serviamole togliendo qualcosa al nostro egoismo. La cena con i figli è più importante di una pratica di lavoro sbrigata la sera tardi, una moglie stanca dopo una giornata infernale è più importante di una partita di calcio in tv, un alunno è più del suo 4 o del suo 8...

Dalla famiglia e dalla scuola si può ripartire: non si richiedono riforme strutturali, ma riforme del cuore e della testa. In famiglia e a scuola ho imparato a occuparmi degli altri e a non pensare di essere il centro del mondo. In famiglia e a scuola ho scoperto la mia vocazione.
Lo aveva già scritto in pochi versi Dante quando il suo maestro, Brunetto Latini, gli disse: «Se tu segui tua stella/ non puoi fallire a glorïoso porto/ se ben m’accorsi ne la vita bella/ e s’io non fossi sì per tempo morto/ veggendo il cielo a te così benigno/ dato t’avrei a l’opera conforto».
Alessandro D'Avenia La Stampa
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  19:01 | aggiungi commento | commenti presenti [1]



28 Nov 2011
Io e McCartney: quando Paul studiava con me
C' era una volta Paul McCartney, seduto da solo a tu per tu con me, a 50 centimetri di distanza, come mi capita tutti i giorni con i miei familiari o gli amici intimi, ma mai e poi mai, avrei pensato fino a quel momento, con una delle poche vere leggende viventi del nostro tempo. E invece era lui, in carne e ossa, quell' aria da eterno ragazzino che da decenni il mondo conosce e idolatra. L' ex Beatle che stasera suonerà al Forum di Assago. Siamo nel 2003: l' azienda per cui lavoravo allora, la Telecom, ho organizzato due concerti di McCartney al Colosseo. Un' iniziativa improba, con complicazioni immani; ma finalmente, quella sera di maggio, siamo lì, pronti. Lui è caricatissimo; lo abbiamo capito durante la prova suono, un lungo esercizio dove ha suonato classici come Lady Madonna o All My Loving . In pochi fortunati, abbiamo assistito dietro le quinte, colpiti dalla padronanza assoluta con cui governa la scena: chiede «chi» controlla «cosa», gli basta uno sguardo per assemblare ogni dettaglio Il primo concerto si tiene il sabato alle 9 e mezza. Tre quarti d' ora prima mi dicono che sir Paul ha bisogno di una mano per alcune traduzioni; chiedono se posso mandargli qualcuno. Non ho il minimo dubbio: «Vengo io», dico, e con mia moglie e mio figlio veniamo introdotti nella grande tenda da campo allestita per il backstage, arredata in stile orientale: tappeti alle pareti, come arazzi, fiori, frutta, vini pregiati. C' è da aspettare; ci sediamo in una specie di salotto dove troviamo un tipo da solo che ci saluta amabile, ci versa da bere e chiacchiera di quello che capita. Solo dopo una ventina di minuti realizzo che stiamo parlando con Bob Geldof. Quando «Macca» mi manda a chiamare, all' inizio del concerto mancano ormai soltanto dieci minuti. Lui è seduto in un camerino austero, solo, concentratissimo. La T-shirt arancione spicca sui divani bianchi. Non ci sono convenevoli; ho appena il tempo di notare la sua pelle un po' troppo tirata. «Devo dire alcune frasi in italiano - spiega -, ho bisogno di una traduzione e di sapere come si pronunciano correttamente». Mi siedo al suo fianco, cominciamo. «Welcome to Rome», legge da un foglio di grande formato. Traduco, e lui trascrive con un pennarello su un altro grande foglio, con la grafia inglese; poi legge l' italiano a voce alta. Naturalmente la pronuncia è approssimativa: lo correggo. Ripete; e ancora, e ancora, e ancora. Si ferma solo quando approvo. Sono stupefatto. Sto con un signore che ha cambiato il mondo con le sue canzoni, che potrebbe tranquillamente rivolgersi al pubblico in inglese, e invece vuole esprimersi nella mia lingua, e per di più senza errori. Per farlo, accetta di essere corretto come uno scolaretto delle elementari: un' umiltà e un perfezionismo che mi dicono come si diventa un Beatle più di mille trattati. Le frasi si succedono; sono tutte piuttosto banali, semplici da tradurre, ma riguardano i suoi affetti principali: Linda e Heather, John, George... è come passare in rassegna la sua vita: «Al mio amico George piaceva suonare l' ukulele, per presentare Something ; «Questa è per Linda», e così via. Guardo l' orologio; non oso dirglielo, ma siamo ben oltre l' orario di inizio. Procediamo imperterriti: «Ho scritto questa canzone dopo la morte di John». «Cerca di dire canzone, non cansone», insisto. Questo è più difficile: la riproviamo almeno dieci volte. Dall' inizio dell' incontro è passata una mezz' ora. Il congedo è velocissimo: ormai il ritardo rischia di diventare eccessivo. «Com' è andata, che tipo è?», incalzano i miei amici all' uscita. «È stata un' incredibile lezione di metodologia», rispondo. Non ho mai cambiato idea.
Andrea Kerbaker - Corsera
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  18:15 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



21 Nov 2011
Le due anfore
Ogni giorno un contadino portava l’acqua dalla sorgente al villaggio in due grosse anfore che legava sulla groppa dell’asino, che gli trotterellava accanto. Una delle anfore, vecchia e piena di fessure, durante il viaggio, perdeva acqua. L’altra, nuova e perfetta, conservava tutto il contenuto senza perderne neppure una goccia. L’anfora vecchia e screpolata si sentiva umiliata e inutile, tanto più che l’anfora nuova non perdeva l’occasione di far notare la sua perfezione:” Non perdo neanche una stilla d’acqua, io!”. Un mattino, la vecchia anfora si confidò con il padrone: “Lo sai, sono cosciente dei miei limiti. Sprechi tempo, fatica e soldi per colpa mia. Quando arriviamo al villaggio io sono mezza vuota. Perdona la mia debolezza e le mie ferite”. Il giorno dopo, durante il viaggio, il padrone si rivolse all’anfora screpolata e le disse: “Guarda il bordo della strada”. “E’ bellissimo, pieno di fiori”. “Solo grazie a te” disse il padrone. “Sei tu che ogni giorno innaffi il bordo della strada. Io ho comprato un pacchetto di semi di fiori e li ho seminati lungo la strada, e senza saperlo e senza volerlo, tu li innaffi ogni giorno”.
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  18:21 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



11 Nov 2011
Federica Ghetti e la cultura di un'impresa alternativa
“Non prendersela più del necessario e vivere la vita con intensità e gioia.” E’ questo il messaggio di Federica Ghetti, creatrice del sito www.managerzen.it ,nato “per stimolare il cambiamento culturale verso il gioco, l’etica, la passione, l’umanità: propone nuove scenari, ipotesi di organizzazione, sviluppo personale, tentativo di unire oriente e occidente, profit e no profit, vita e lavoro in un unico grande meraviglioso pasticcio”.

Chi è Federica Ghetti?

Che domandona! Limitandoci ad aspetti biografici: femmina, anno 66, cavallo fuoco per l’oroscopo cinese, romagnola doc, una laurea in ingegneria elettronica, un compagno di vita e lavoro e al momento tanti gatti.

Come è nato il sito Managerzen?

Cercavo un luogo sulla rete dove trovare persone legate al mondo delle aziende (manager, professionisti) ma con una visione “alternativa” open-mind. Non l’ho trovato e ho pensato di farlo.

Ti sei ispirata a qualcuno o a qualcosa?

Certamente. In primo luogo a Jacopo Fo e al suo Zen Occidentale, al punto che all’inizio in molti pensavano che ManagerZen fosse un’associazione fondata da lui! Uno degli obiettivi, in effetti, è stato fin dall’inizio quello di contaminare il mondo aziendale con le suggestioni e gli stimoli che raccoglievo, frequentando la Libera Università di Alcatraz, ma non solo. Determinante è stato anche l’ “Ozio creativo” di Domenico De Masi. Nel 2000 ho letto il libro “il futuro del lavoro” che parla della società post-industriale e ho capito che non solo era possibile portare certi argomenti ai manager, ma era anche necessario.

Di cosa ti occupi precisamente?

Il portale managerzen.it è nato con l’obiettivo di diffondere appunto una cultura di impresa alternativa: etica, umana e creativa in contrapposizione a quella dominante, basata ancora sulla gerarchia e sull’ impostazione della fabbrica. E’ andato online a giugno 2001 precedendo di poco, il punto di svolta segnato dall’attacco alle torri gemelle. Ancora mi ricordo la sensazione di sfida che si provava a mettere insieme le parole “etica” e “business” quasi fosse un’assurdità.

Abbiamo segnalato i primi convegni in Italia sulla responsabilità sociale d’impresa e le prime letture alternative per manager come “Funky Business” … Ora lo scenario è cambiato e almeno a parole questa cultura e questo approccio, sono diventati molto diffusi (un po’ di meno nella pratica all’interno delle aziende). Adesso quindi il nostro ruolo è quello di “selezionare” tra le tante iniziative e attività quelle che ci sembrano degne di nota, le esperienze più significative, le persone che stanno facendo la differenza. Direi che per chi ci segue e ci conosce siamo un punto di riferimento per la cultura emergente, grazie alla buona credibilità di cui godiamo mantenuta negli anni.

Oltre ad occuparti del sito Managerzen, svolgi altre attività?

ManagerZen oltre al portale è un’Associazione Culturale fondata nel 2003 che unisce 500 soci in tutta Italia e di cui sono Presidente. Nel 2006 abbiamo avviato un srl per rispondere a richieste di aziende per progetti formativi, eventi e attività outdoor che trasmettessero i nostri valori. E infine, nel 2010 è nato ManagerZen Lab, una proposta di workshop e laboratori interaziendali che teniamo presso la sede di Rimini. In tutto questo, ho un ruolo organizzativo e personalmente sono trainer di Creatività applicata: una materia che adoro veramente!

Cosa ti ha avvicinato alla filosofia orientale?

Un viaggio in Birmania e Laos nel 1996. La pace che provavo nei templi buddisti era qualcosa di totalmente nuovo per me e inaspettato e al rientro è partito il mio percorso di ricerca.

“Stare dentro e trasformare ciò che ci sta intorno”, ci si riesce davvero?

In effetti è molto difficile e non sempre possibile. Ma l’invito è quello di crederci e provarci. Ci sono ambienti fertili e ricettivi laddove non ce lo aspettiamo, altri purtroppo aridi, che richiedono tempo e un lungo lavoro che non sempre vogliamo e possiamo fare. E’ una semina e ognuno di noi può fare un pezzettino.

Quanto ti ha aiutata la filosofia Zen nella vita di tutti i giorni?

La cosa che mi aiuta di più è una “fede” interiore, indipendentemente da tutto e da tutti e la grande risata del maestro zen quando scopre la verità.

Quanto riesci, nella tua vita quotidiana, a mettere in pratica la tua filosofia di vita?

Nella gestione del tempo non ci riesco ancora, alla fine mi faccio travolgere e la velocità prende il posto della lentezza. Ogni giorno, invece, metto in pratica la “sincronicità”: l’attenzione particolare ai segnali e alle coincidenze, rendo importanza all’intenzione nel fare le cose, la capacità di stare nel “flusso” e la creatività… of course.

Ci sono nuovi progetti in cantiere?

Il portale va completamente rifatto! Ormai ha 5 anni che per internet è un secolo.

Cosa dici a te stessa nei momenti difficili?

“Oggi il cielo è nero, ma ricordati che le nuvole passano”.

Che messaggio vorresti trasmettere a chi ti sta intorno?

Non prendersela più del necessario e di vivere la vita con intensità e gioia.

Chi ti è vicino, viene influenzato dal tuo modo di vivere?

Non saprei, vivo e lavoro circondata di persone che condividono una certa filosofia di vita.

Chi ha creduto in te, principalmente?

All’inizio sicuramente il mio ex fidanzato Raffaele: è stato lui a registrare il sito managerzen.it a trovarmi il primo sponsor e a dirmi e “adesso lo fai!”. Da allora ha sempre seguito e supportato l’evoluzione del progetto. E’ scomparso a giugno di quest’anno, aveva solo 45 anni: pensiamo di dedicare un premio alla sua memoria.

Da bambina dicevi “da grande farò”…

L’insegnante di educazione fisica..

Botta & Risposta

Citazione preferita: “Mi contraddico? Ebbene sì. Mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini” Walt Whitman

Il viaggio che vorresti fare: Un mese tra i villaggi, sud est asiatico. Auroville

Ciò che non faresti mai: “Mai” e “sempre” non mi piacciono (mai dire mai) … in ogni caso per questa vita non farei sport estremi.

Cosa ti fa più paura? Perdere Dio

L’oggetto a cui sei più legata: L’elastico per i capelli

Il primo pensiero al mattino: “C’è il sole?”

Tre aggettivi per definirti: Idealista, semplice, testarda

Prima di partire per un viaggio: Immagino, esploro, checklist

Libro sul comodino: “Dovuto alla natura” Brian Goodwin

Personaggio storico: Leonardo da Vinci

Lintervista.it
 
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postato da  Claudio Maffei alle  18:29 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



4 Nov 2011
Breve lezione sulla libertà
Vogliamo parlare della libertà e del suo esercizio. L’esercizio della libertà consiste nella capacità di assumere innanzitutto la cura di se stessi, di scegliere, di prendere delle decisioni e di restarvi fedeli.
Decidere significa leggere la realtà con il pensiero per interpretare, valutare, stabilire connessioni distinguere, astrarre. L’atto della decisione non può essere lasciato agli altri ma neanche all’impulso del momento o all’emozione. Esige l’esercizio della riflessione e del discernimento, solo così potremo evitare il rischio in cui oggi è facile incorrere di restare degli eterni indecisi, che si bloccano con una infinita serie di possibilità senza alcun aut aut che costringa a scegliere e conduca così ciascuno a dare forma precisa e personale alla propria umanità. Lo sappiamo bene, anche decidere è un’operazione dolorosa perché comporta dire dei no, tralasciare delle possibilità, comporta rinunce, riconoscere che il tutto non è alla nostra portata e che i limiti sono l’alveo al cui interno soltanto può avvenire la nostra libertà. Ma chiunque opera delle scelte significative per la propria vita, scegliere un certo tipo di scuola, un certo lavoro, un modo di vivere non lo fa pensando agli infiniti no, ad altre scuole ad altri lavori ad altri modi di vivere che di fatto dice, ma solo al sì che lo porta a privilegiare una cosa rispetto ad altre e qui occorre ricordare che la libertà non è mancanza di vincoli ma è sempre libertà all’interno di legami e di limiti. La libertà non coincide con ciò che è più facile o immediato ma esige una disciplina, un ordine. L’uomo libero è colui che sa determinarsi in modo libero a certe azioni e che rispetta sempre la libertà degli altri. Può forse sembrare difficile tutto questo, ma è il modo con cui si può fare della vita un capolavoro, un’opera d’arte rifuggendo la tentazione del nichilismo, del ripiegamento su di sé, della cultura della sopravvivenza senza alcuna progettualità. Questo lavoro è umano, umanissimo e attende tutti noi, ne dipende la nostra felicità, il nostro futuro ma anche la nostra capacità di vivere in armonia con gli altri.
Enzo Bianchi religioso e scrittore, fondatore e priore della comunità monastica di Bose.
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  19:25 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



27 Ott 2011
I nuovi confini delle PR
Ricevuta ieri, in agenzia

Gentile XY,

la ringrazio molto a nome della redazione per l'attenzione riservataci e per la gentile segnalazione.

Purtroppo la divulgazione di comunicati stampa, benché servizio gratuito, è tuttavia riservato alle aziende inserzioniste.

Con una adesione di soli € xx annuali l’azienda potrebbe pubblicare tutti i prodotti, in italiano e in multilingue, sui 3 portali del nostro network, con la divulgazione gratuita per tutto l’anno, e senza limite di numero, di tutti i redazionali che il suo ufficio stampa riesce a segnalarci.

Questa comunicazione non ha bisogno di commenti. Tristezza infinita!
Teresa Martini
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  18:56 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



25 Ott 2011
Burocratichese
A proposito di semplificazione, leggo sulla lettera di accompagnamento al formulario del censimento: "A tale proposito la informo che, mentre i dati censuari potranno essere diffusi, privi degli indicativi diretti, anche con la frequenza inferiore alle tre unità, ciò non si applica ai dati di natura sensibile" E' scritto su 15 milioni di formulari. Capiranno tutti?
Peter Lorenzi
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  19:37 | aggiungi commento | commenti presenti [0]





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