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13 Apr 2015
Renata e i suoi biscotti
Una ragazza stava aspettando il suo volo in una sala d'attesa di un grande aeroporto. Siccome avrebbe dovuto aspettare per molto tempo,decise di comprare unlibro per ammazzare il tempo. Comprò anche un pacchetto di biscotti.
Si sedette nella sala VIP per stare più tranquilla.
Accanto a lei c'era la sedia con i biscotti e dall'altro lato un signore che stava leggendo il giornale. Quando lei cominciò a prendere il primo biscotto, anche l'uomo ne prese uno, lei si sentì indignata ma non disse nulla e continuò a leggere il suo libro.
Tra lei e lei pensò "ma tu guarda se solo avessi un po' più di coraggio gli avrei già dato un pugno..."
Così ogni volta che lei prendeva un biscotto, l'uomo accanto a lei, senza fare un minimo cenno ne prendeva uno anche lui.
Continuarono fino a che non rimase solo un biscotto e la donna pensò:"ah, adesso voglio proprio vedere cosa mi dice quando saranno finiti tutti!!" L'uomo prima che lei prendesse l'ultimo biscotto lo divise a metà! "AH, questo è troppo" pensò e cominciò a sbuffare e indignata si prese le sue cose il libro e la sua borsa e si incamminò verso l'uscita della sala d'attesa. Quando si sentì un po' meglio e la rabbia era passata, si sedette in una sedia lungo il corridoio per non attirare troppo l'attenzione ed evitare altri dispiaceri. Chiuse il libro e aprì la borsa per infilarlo dentro quando... nell'aprire la borsa vide che il pacchetto di biscotti era ancora tutto intero nel suo interno. Sentì tanta vergogna e capì solo allora che il pacchetto di biscotti uguale al suo era di quel uomo seduto accanto a lei che però aveva diviso i suoi biscotti con lei senza sentirsi indignato, nervoso o superiore al contrario di lei che aveva sbuffato e addirittura si sentiva ferita nell'orgoglio..
LA MORALE:
Quante volte nella nostra vita mangeremmo o avremo mangiato i biscotti di un altro senza saperlo? Prima di arrivare ad una conclusione affrettata e prima di pensare male delle persone, GUARDA attentamente le cose, molto spesso non sono come sembrano.
 
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postato da  Claudio Maffei alle  18:55 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



8 Apr 2015
Lo Squalore
Il blog «Dis.Amb.Iguando» della professoressa Giovanna Cosenza ospita la lettera di Paolo, un giovanotto laureatosi con lei e ora impegnato a macinare carriera dentro una multinazionale. Paolo racconta che un collega di 55 anni, Mario, si è appena dimesso per problemi con l’azienda. Gli vengono imputate lentezza e incapacità di adattamento al nuovo. In realtà, scrive Paolo, il problema di Mario sono io. Io che con vent’anni di meno mi sono ritrovato a vessarlo in veste di suo superiore. E che da quando lui si è licenziato per causa mia non dormo più la notte perché so di essere diventato uno squalo come gli altri.

Ci vorrebbe una pagina, forse un libro intero, per sviscerare le questioni relative al significato moderno del lavoro che la confessione di Paolo porta in superficie. In questo spazio breve e poco serioso mi accontenterò di sfiorarne un aspetto. Detto tutto il male possibile dei pelandroni e dei cialtroni, si può chiedere a un uomo di mezza età, con energie in calo e familiari a carico, di avere la bava alla bocca di un trentenne concentrato soltanto sulla carriera? Si può immaginare un modello unico di società in cui la legge della giungla viene applicata indifferentemente a tutte le generazioni? Con il prolungamento della vita e l’inaridirsi delle pensioni il sistema produttivo del futuro non potrà più permettersi il lusso di rottamare i «diversamente giovani» ai primi cenni di cedimento. A meno di procedere a esecuzioni di massa, sarà costretto a riformare uno schema che accanto a quello dei giovani squali preveda ed esalti, in ruoli e con modalità diverse, il contributo delle sagge tartarughe.
Massimo Gramellini
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  11:37 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



2 Apr 2015
Amore, ricchezza e successo
Una donna uscendo di casa vide seduti davanti al suo giardino tre uomini anziani con lunghe barbe bianche.
L’aspetto di questi tre uomini anziani rivelava la loro certa povertà e forse erano anche affamati.
Così la donna si diresse verso di loro e gentilmente li invitò dicendo:
«Gentili signori, vorreste entrare in casa e prendere un caffè e qualche biscotto?»
Uno degli uomini chiese: «C’è vostro marito in casa? Ci sono i vostri figli, o il resto della famiglia?»
La donna rispose: «NO. A quest’ora di mattina sono tutti via. Mio marito è al lavoro e i figli sono a scuola».
L’uomo rispose: «Allora non possiamo entrare». E la discussione terminò qui.
Alla sera, tornando a casa la donna notò che i tre anziani erano ancora là, allo stesso posto. Li salutò ed entrò in casa.
Quando rientrarono il marito ed i figli, davanti al loro giardino notarono, a loro volta quei tre personaggi e la donna raccontò loro l’accaduto della mattina.
A questo punto il marito le disse: «Bene! Ora siamo tutti a casa, puoi andare dai tre vecchietti e dir loro che, se lo desiderano, ora possono entrare ed avere qualcosa da mangiare e riscaldarsi un po’».
La donna si recò là fuori ed invitò i tre anziani ad entrare in casa.
«Noi, non entriamo mai tutti assieme in nessuna casa» -disse uno dei tre.
«Ma che strana storia è questa?» -replicò la donna.
«Vedi» -rispose uno degli anziani- «Il mio nome è Ricchezza» – ed indicando il compagno alla sua sinistra- «Il suo nome è Successo».
Ed indicando l’altro compagno: «Il suo nome è Amore. Non entriamo mai tutti e tre nella stessa casa!
Quindi vai a parlare con la tua famiglia e mettiti d’accordo con loro chi di noi tre deve entrare nella vostra casa».
La donna rientrò in casa e raccontò alla famiglia quanto era accaduto e, ovviamente cominciarono subito a discutere su quale dei tre vecchietti far entrare.
Per impulso immediato il marito disse subito: «Questa è un’opportunità più unica che rara. Facciamo entrare subito la ricchezza e lasciamo che riempia la nostra casa e la nostra vita».
Invece la moglie disse: «Ma caro, perché non invitiamo il successo? È chiaro che il successo ci porterà anche la ricchezza; inoltre col successo avremo molte soddisfazioni, riconoscimento sociale e un sacco di cose che certamente ci faranno piacere».
Intanto i figli ascoltavano ed essendo ancora piuttosto piccoli e, non avendo ancora la testa infarcita di stupidaggini sociali, vollero portare anche il loro parere sulla discussione dicendo: «Piuttosto, perché non facciamo entrare l’Amore? Così la nostra casa sarà piena d’Amore e saremo tutti felici!»
Dopo un attimo di silenzio meditabondo, la moglie esclamò: «Va bene. Visto che non riusciamo a metterci d’accordo fra di noi seguiamo il consiglio dei nostri figli e riempiamo la nostra vita d’Amore». A questo punto il marito disse: «Va bene. Allora facciamo entrare questo vecchietto che si chiama Amore» .
La moglie uscì e comunicò ai tre anziani la decisione presa e chiese: «Chi di voi è Amore?» Uno dei tre vecchietti fece un passo in avanti.
«Abbiamo deciso che sarai tu il nostro ospite! Prego, entra!».
Come Amore cominciò a camminare lo seguirono anche gli altri due. La donna sorpresa disse: «In base a quanto avete detto io ho invitato Amore. Come mai ora venite in casa anche voi?»
I tre uomini risposero: «Se tu avessi invitato Ricchezza, o Successo, gli altri due sarebbero rimasti fuori. Ma avendo invitato Amore, ovunque egli sia, noi siamo con lui.
Ovunque ci sia Amore, lì c’è anche Ricchezza e Successo».
dal blog "ilgiardinodeimieisogni"
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  15:23 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Mar 2015
Grande Severgnini!
Ho ricevuto, e pubblicato su «Italians», la lettera di Alessandro Prazzoli (a.prazzoli@libero.it), 25 anni, una laurea in scienze della comunicazione. «È mio (dis)piacere raccontarle l' esperienza al colloquio sostenuto presso una nota azienda milanese. Giunto in sede (prestigioso edificio d' epoca), il titolare - arrivato in netto ritardo - prende visione dei curricula dei candidati iniziando, in modo villano e ricorrendo spesso a parole volgari, a commentare le fotografie da noi utilizzate (...) Ci vengono poi presentate sbrigativamente l' azienda e la posizione aperta. Ed è qui che inizia il bello: cercano stagisti che gestiscano in autonomia progetti finalizzati a portare nuovi benefici all' azienda contribuendo ad aumentarne visibilità e business. Ma come? Lo stagista non deve, per legge, essere guidato e affiancato da un tutor?» Prosegue il candidato Alessandro: «L' imprenditore, dandoci del tu come da italica consuetudine, prosegue raccontandoci quant' è bello avere dagli stagisti un servizio a costo praticamente zero, o retribuito con mancette da 50/100 euro mensili. (...) Se sono tanti gli imprenditori che ragionano così, povera Italia! Post scriptum: chi scrive non è un bamboccione, ma un ragazzo adattabile che da due anni passa da un lavoro saltuario a un altro (talvolta molto umile), in attesa della sempre più insperata grande occasione». So che qualcuno, leggendo questo sfogo, penserà: «Certe esperienze formano il carattere, chi non ha mai avuto un capo odioso? I ragazzi italiani sono molli, sanno solo lamentarsi». Io penso invece siano fragili, che è un' altra cosa: e di questa fragilità siamo responsabili anche noi, che abbiamo il doppio dei loro anni. Li abbiamo spinti a studiare e convinti a sognare. Quando ci siamo accorti che, quel sogno, avremmo dovuto pagarlo anche noi, abbiamo detto: scusate, stavamo scherzando. Un esempio? Le resistenze alla riforma del lavoro, finalmente in dirittura d' arrivo. Difendere l' attuale situazione italiana - riempiendosi la bocca di belle parole, ovviamente - vuol dire accettare una dicotomia unica in Europa: rigidità integrale contro precarietà totale. Traduzione: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Accadeva anche nel Medioevo, durante un assedio. Ma almeno gli assediati, dall' alto delle mura, gettavano olio bollente. Non sfottevano gli assedianti.
 
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postato da  comunico@comuniconline.it alle  12:49 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



6 Mar 2015
Public Speaking: come rompere il ghiaccio
Ogni volta che si parla di rottura del ghiaccio nel public speaking, si inquadra un processo di maggior complessità rispetto alla presentazione di un contenuto di qualità.

Discutere di questa sinergia significa inquadrare una vera e propria connessione emotiva tra l’oratore e la platea, che riesce a fidarsi di chi parla e ad accogliere i concetti in maniera più immediata.

Rompere il ghiaccio quando si affronta un momento di public speaking non vuol dire semplicemente gestire bene i tre livelli strutturali del discorso efficace, ma andare più a fondo dal punto di vista tecnico. Ecco qualche veloce consiglio per riuscirci.

INIZIA CON UNA DOMANDA (E FAI ATTENZIONE AL TEMA)
Iniziare con una domanda che prevede una risposta per alzata di mano è un’ottima strategia per rompere il ghiaccio durante un momento di public speaking. Risulta però importante porre attenzione al tema di tale domanda.

Fare riferimento ad argomenti in grado di richiamare immagini negative alla mente del pubblico non è una strategia utile: le domande che creano nessi con concetti positivi e motivazionali assicurano invece dei buoni risultati quando si tratta di rompere il ghiaccio. Tutti desiderano una vita professionale soddisfacente e il raggiungimento di obiettivi di qualità a livello personale, ma è comunque sempre utile richiamare alla mente immagini positive, soprattutto quando ci si muove in contesti aziendali o di public speaking persuasivo.

ASSEGNA UN ESERCIZIO
Per rompere il ghiaccio durante un’occasione di public speaking può essere utile coinvolgere il pubblico in maniera attiva, non solo attraverso la risposta a una domanda. L’assegnazione di un semplice esercizio in cui siano messe in gioco le abilità personali o il livello di conoscenza di uno specifico argomento può rappresentare un approccio strategico tecnicamente valido per rompere il ghiaccio con il pubblico, e per aumentare il valore della performance di public speaking, rendendola un momento formativo ancora più strutturato.

RACCONTA QUALCOSA DI TE!
Raccontare dettagli poco noti relativi al proprio percorso personale o professionale costituisce una valida impostazione per rompere il ghiaccio quando si parla davanti a un pubblico. Il fatto di trovarsi su un palco per gestire un’occasione di public speaking significa essere in possesso di conoscenze importanti e utili alla platea in merito a uno specifico tema; ‘umanizzare’ la propria figura di esperto è un ottimo modo per far sì che i principali concetti possano essere compresi in maniera più facile dal pubblico, che riesce a fare in questo modo a sentirsi parte integrante del processo di comunicazione.

Rompere il ghiaccio durante un’occasione di public speaking significa ottenere un risultato di grande rilevanza, predisponendo l’uditorio non solo ad ascoltare il discorso senza dare segni di cali di concentrazione, ma anche a cambiare il proprio punto di vista in merito a uno specifico tema, alle caratteristiche di un prodotto, ai contenuti di un programma politico.
Nicola Bonaccini
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  14:40 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



20 Feb 2015
Dietro di noi un deserto digitale
La tecnologia digitale rischia di trasformare il ventunesimo secolo in un nuovo Medioevo, un’epoca quasi inaccessibile alla storia. Un allarme paradossale, ancora di più considerandone l’origine: il Dottor Vinton “Vint” Cerf, uno dei "padri di internet", oggi vicepresidente di Google, dove lavora da dieci anni con la carica di “Chief Internet Evangelist” (letteralmente, Evangelista-Capo di Internet). Bene, ora Cerf ci mette in guardia sul “buco nero” verso cui, inconsapevolmente, ogni giorno spingiamo i nostri documenti più cari e importanti: testi, fotografie, video che parlano delle nostre vite, ma anche documenti legali, testimonianze, informazioni preziose per chi – nel secolo prossimo o in quelli a venire – cercherà di capire qualcosa di noi e della nostra storia. Ritrovandosi con un pugno di mosche in mano, a meno che il concetto di “preservazione digitale” non entri alla svelta nei nostri cervelli.
La questione, ha spiegato Cerf nel corso del meeting annuale della American Association for the Advancement of Science, è presto detta: via via che i sistemi operativi e i software vengono aggiornati, i documenti e le immagini salvate con le vecchie tecnologie diventano sempre più inaccessibili. Nei secoli che verranno, gli storici che si troveranno a guardare indietro alla nostra era potrebbero trovarsi davanti a un “deserto digitale” paragonabile al Medioevo, un’epoca di cui sappiamo relativamente poco a causa della scarsità di documenti scritti.
“Pensando a 1000, 3000 anni nel futuro, dobbiamo domandarci: come preserviamo tutti i bit di cui avremo bisogno per interpretare correttamente gli oggetti che abbiamo creato? Senza neanche rendercene conto, stiamo gettando tutti i nostri dati in quello che rischia di diventare un buco nero dell’informazione”, ragiona il numero due di Google. “Nei secoli a venire chi si farà delle domande su di noi incontrerà delle enormi difficoltà, dal momento in cui la maggior parte di ciò che ci lasceremo dietro potrebbe essere solo bit non interpretabili”.
Il problema – fa notare britannico The Guardian – è già qui. Negli anni Ottanta, era routine salvare i documenti sui floppy disk, caricare il videogioco “Jet Set Willy” da una cassetta al Sinclair ZX Spectrum, uccidere alieni con un joystick Quickfire II, e avere delle cartucce Atari Games in soffitta. Oggi, anche se i dischetti e le cassette sono in buone condizioni, in molti casi l’equipaggiamento necessario per utilizzarli si trova principalmente solo nei musei.
Detto in altri termini, il digitale ci ha sedotto con l’idea che il bit sia immortale, motivo per cui quando abbiamo qualcosa a cui davvero teniamo, corriamo subito a digitalizzarlo: foto, vecchi filmini di famiglia, lettere d’amore, documenti notarili, eccetera. Peccato, però, che anche i bit possano “marcire” e “putrefarsi” (Cerf parla espressamente di “putrefazione dei bit”) se leggerli diventa tecnicamente impossibile.
L’ Evangelista-Capo di Internet arriva a dare un consiglio a tutti noi, ignare potenziali vittime del “marciume digitale”: se c’è una foto che per noi rappresenta un tesoro, stampiamola; non affidiamoci soltanto alla memorizzazione digitale. “Nel nostro zelo, presi dall’entusiasmo per la digitalizzazione, convertiamo in digitale le nostre fotografie pensando che così le faremo durare più a lungo, ma in realtà potrebbe venir fuori che ci sbagliavamo”, ha detto Cerf. “Il mio consiglio è: se ci sono foto a cui davvero tenete, createne delle copie fisiche. Stampatele”.

Per rendere ancora più chiaro il suo discorso, Cerf porta l’esempio di un libro scritto dalla storica premio Pulitzer Doris Kearns Goodwin sul presidente americano Abraham Lincoln (“Team Of Rivals: The Political Genius Of Abraham Lincoln”). Per scriverlo, Kearns ha consultato intere librerie contenenti copie della corrispondenza scritta tra Lincoln e le persone che lo circondavano.
“Immaginiamo che ci sia una Doris Kearns Goodwin del ventiduesimo secolo, che voglia scrivere un libro sull’inizio del ventunesimo secolo cercando di avvalersi delle conversazioni di quel tempo. Scoprirebbe che enormi quantità di contenuti digitali sono o evaporati, perché nessuno li ha salvati, o a disposizione ma non interpretabili, perché creati con software vecchi di cento anni”.
Secondo il guru di Google, l’unica via d’uscita è iniziare a pensare sul serio al problema della preservazione del digitale. Una soluzione possibile è ciò che ha definito “pergamena o manoscritto digitale”, un concetto su cui stanno lavorando gli ingegneri della Carnegie Mellon University di Pittsburgh. In sostanza si tratta di fare delle “istantanee digitali” (“snapshot”) – nel momento in cui un oggetto viene salvato – di tutti i processi che in futuro saranno necessari per riprodurlo, incluso il software e il sistema operativo. L’istantanea potrebbe poi essere utilizzata per visualizzare la foto, il testo o il gioco in un computer “moderno”, anche a distanza di secoli.
Certo, si potrebbe ribattere che, a livello di collettività, i documenti più importanti saranno comunque copiati e adattati per i nuovi media, e che quindi non dovremmo farci carico della preoccupazione storica. Ma Cerf ha una risposta anche per questo, prendendo in prestito una delle convinzioni più profonde degli storici: a distanza di secoli, anche documenti apparentemente irrilevanti possono rivelarsi importantissimi per la comprensione di un’epoca, con la sua sensibilità e il suo punto di vista. E di noi – oggi tanto preoccupati del diritto all’oblio - cosa resterà?

 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  10:54 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



30 Gen 2015
Non insegnate ai bambini
Un bambino risponde «grazie» perché ha sentito che è il tuo modo di replicare a una gentilezza, non perché gli insegni a dirlo.
Un bambino si muove sicuro nello spazio quando è consapevole che tu non lo trattieni, ma che sei lì nel caso lui abbia bisogno di te.
Un bambino quando si fa male piange molto di più se percepisce la tua paura.
Un bambino è un essere pensante, pieno di dignità, di orgoglio, di desiderio di autonomia, non sostituirti a lui, ricorda che la sua implicita richiesta è «aiutami a fare da solo».
Quando un bambino cade correndo e tu gli avevi appena detto di muoversi piano su quel terreno scivoloso, ha comunque bisogno di essere abbracciato e rassicurato; punirlo è un gesto crudele, purtroppo sono molte le madri che infieriscono in quei momenti. Avrai modo più tardi di spiegargli l’importanza del darti ascolto, soprattutto in situazioni che possono diventare pericolose. Lui capirà.
Un bambino non apre un libro perché riceve un’imposizione (quello è il modo più efficace per fargli detestare la letteratura), ma perché è spinto dalla curiosità di capire cosa ci sia di tanto meraviglioso nell’oggetto che voi tenete sempre in mano con quell’aria soddisfatta.
Un bambino crede nelle fate se ci credi anche tu.
Un bambino ha fiducia nell’amore quando cresce in un esempio di amore, anche se la coppia con cui vive non è quella dei suoi genitori. L’ipocrisia dello stare insieme per i figli alleva esseri umani terrorizzati dai sentimenti.
«Non sono nervosa, sei tu che mi rendi così» è una frase da non dire mai.
Un bambino sempre attivo è nella maggior parte dei casi un bambino pieno di energia che deve trovare uno sfogo, non è un paziente da curare con dei farmaci; provate a portarlo il più possibile nella natura.
Un bambino troppo pulito non è un bambino felice. La terra, il fango, la sabbia, le pozzanghere, gli animali, la neve, sono tutti elementi con cui lui vuole e deve entrare in contatto.
Un bambino che si veste da solo abbinando il rosso, l’azzurro e il giallo, non è malvestito ma è un bambino che sceglie secondo i propri gusti.
Un bambino pone sempre tante domande, ricorda che le tue parole sono importanti; meglio un «questo non lo so» se davvero non sai rispondere; quando ti arrampichi sugli specchi lui lo capisce e ti trova anche un po’ ridicola.
Inutile indossare un sorriso sul volto per celare la malinconia, il bambino percepisce il dolore, lo legge, attraverso la sua lente sensibile, nella luce velata dei tuoi occhi. Quando gli arrivano segnali contrastanti, resta confuso, spaventato, spiegagli perché sei triste, lui è dalla tua parte.
Un bambino merita sempre la verità, anche quando è difficile, vale la pena trovare il modo giusto per raccontare con delicatezza quello che accade utilizzando un linguaggio che lui possa comprendere.
Quando la vita è complicata, il bambino lo percepisce, e ha un gran bisogno di sentirsi dire che non è colpa sua.
Il bambino adora la confidenza, ma vuole una madre non un’amica.
Un bambino è il più potente miracolo che possiamo ricevere in dono, onoriamolo con cura.
Giorgio Gaber
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  23:06 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



15 Gen 2015
Luoghi comuni per consulenti
Nella mia lunga esperienza di formatore e consulente, sono arrivato alla conclusione che potremmo utilizzare un po’ di creatività e le opportunità della crisi mondiale per rivedere i principi che andiamo predicando più o meno vanamente ad aziende refrattarie e preoccupate solo dell’oggi, e che quindi sono diventati poco più o poco meno di luoghi comuni staccati dalla realtà.
Eccone alcuni.
Creatività e cambiamento. Tutti li vogliono, tutti li cercano, purché però nulla cambi, e non si intacchino organizzazioni, poteri, gerarchie, procedure.
Profitto. Il fine dell’azienda è il profitto. Ma quale? Ma dove? La storia delle aziende italiane è un sequel di scelte politiche in cui il profitto non conta nulla. E comunque il profitto dovrebbe essere un valore secondario: le aziende che hanno come fine solo il profitto sono quelle mafiose come la produzione e lo spaccio di droga. Il profitto dovrebbe essere una conseguenza del fare cose buone, pulite e utili, non un fine. Il profitto come fine sta distruggendo il mondo.
Customer care. Il pilastro della qualità si trova solo nelle carte dei servizi, nelle dichiarazioni di qualche manager, nei testi dei siti web. Ma, nei fatti, del cliente non gliene frega niente a nessuno. Basti pensare a come sono gestiti i numeri verdi e le tariffe telefoniche, per non parlare di banche, assicurazioni, ecc. O ai percorsi tortuosi per uscire dagli empori degli autogrill.
Eccellenza. No, gli eccellenti vadano all’estero, noi ci teniamo solo i raccomandati.
Innovazione. Troppo costosa: meglio farla fare ad altri. Troppo pericolosa: ci costringerebbe a cambiare le nostre abitudini.
Visione. Guardare avanti, però non alla via da imboccare, ma nello specchietto retrovisore, per evitare di spaventarsi col futuro, e consolarsi col passato (si aiuta la produzione automobilistica, invece che quella ecologica e del riciclo).
Persona. Quando una persona ha raggiunto la maturità professionale, invece di mettere a frutto l’investimento fatto, la si manda via. Tanto, ce ne sono tante altre in attesa! Non ci viene in mente un certo Sisifo?
Team e leadership. Il leader carismatico è pericoloso e inquietante. Meglio un capo privo di leadership ma raccomandato politicamente, da obbedire solo per la sua carica. Quando c’è un buon team è meglio disgregarlo, altrimenti chissà cosa si mette in testa e che cosa combina…
Formazione. Tutti dicono che è una leva strategica di cambiamento. Meglio muoverla al minimo però, e solo quando siamo costretti dalla conquista di punteggi o di certificazioni. Meglio formare la propria carriera burocratica, piuttosto che sviluppare le proprie conoscenze. Si fa formazione solo quando non se ne può fare a meno, per evitare cambiamenti scomodi e proteggere lo statu quo, e possibilmente con fondi piovuti dall’alto. Quando un dirigente è inadeguato, si fa fare formazione ai quadri che ne dipendono invece di intervenire su di lui.
Progetto. Tutti fanno piani e progetti che restano sulla carta, perché poi si vive alla giornata. Oppure si fanno cose senza progetto, come giornate di formazione fine a se stesse, ponti che non si chiudono, autostrade che finiscono contro un muro, scuole che restano abbandonate prima ancora di finirle.
Comunicazione. Tutti dicono che è importantissima. Tutti siamo d’accordo sui principi base di una buona comunicazione: ascolta prima di parlare; comprendi l’interesse del tuo stakeholder e tienine conto; fai bene e fallo sapere, stabilisci un budget congruo in base al progetto di comunicazione che vuoi sviluppare. In realtà i primi tagli di budget colpiscono la comunicazione, che viene usata solo quando si deve rimediare a qualcosa che è andato storto.
Crescita. Non si dice mai che cosa deve crescere, ma basta parlarne per evitare di proporre altre soluzioni concrete. Bisogna tornare a crescere per produrre nuovi posti di lavoro, anche se da tempo sappiamo che l’aumento di fatturato porta all’automazione, e quindi all’eliminazione di posti di lavoro.
Confronto. Se sei d’accordo con me, sei imparziale ed aperto al confronto. Se non sei d’accordo, sei fazioso ed eviti il confronto.

Potrei continuare a lungo, ma ho pietà del lettore web e mi sto deprimendo sempre di più!
Umberto Santucci
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  15:24 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



1 Gen 2015
Auguri speciali
“Scusatemi – ma vorrei dirvi un’altra cosa.
Vorrei augurarvi il coraggio di essere eretici…”
E’ un augurio inusuale, vivo, aperto.--
Un augurio da rilanciare proprio oggi, alla vigilia di un nuovo anno,
in un giorno dedicato alle promesse, alle speranze,
alla voglia di cambiarsi e di cambiare…
Vi auguro di essere eretici.
Eresia viene dal greco e vuol dire scelta.
Eretico è la persona che sceglie e, in questo senso è colui
che più della verità ama la ricerca della verità.
E allora io ve lo auguro di cuore questo coraggio dell’eresia.
Vi auguro l’eresia dei fatti prima che delle parole,
l’eresia che sta nell’etica prima che nei discorsi.
Vi auguro l’eresia della coerenza, del coraggio, della gratuità,
della responsabilità e dell’impegno.
Oggi è eretico chi mette la propria libertà al servizio degli altri.
Chi impegna la propria libertà per chi ancora libero non è.
Eretico è chi non si accontenta dei saperi di seconda mano, chi studia,
chi approfondisce, chi si mette in gioco in quello che fa.
Eretico è chi si ribella al sonno delle coscienze,
chi non si rassegna alle ingiustizie.
Chi non pensa che la povertà sia una fatalità.
Eretico è chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza.
Chi crede che solo nel noi, l’io possa trovare una realizzazione.
Eretico è chi ha il coraggio di avere più coraggio.

Luigi Ciotti
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  11:11 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



13 Dic 2014
Se la città generosa è ladra di tempo
A volte, senza che noi si abbia cliccato su «play», ci parte in testa un disco, una canzone, un motivo musicale, e non ci sono santi, inutile cliccare su «off», devi ascoltartelo finché pare a lui. Da un po? sono invece tallonata dal vecchio detto africano «voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo» e, nelle pause, da «non è il tempo che passa, lui resta, siamo noi che passiamo». Credo dipenda dai continui furti anzi rapine di tempo che subiamo da parte della città sotto forma di code sia agli sportelli che telefoniche per accedere ai servizi, di disguidi, di burocrazie elefantiache, di orari scoordinati tra scuola e scuola dei vari figli, ogni giorno uno scippo nuovo, specie nei confronti dei più deboli. Un vecchino lamenta che hanno chiuso la «sua» buca delle lettere, l'altra è lontana e il tram non riesce a scalarlo. «Le gambe mi fanno giacomo-giacomo, ci vorrebbero tanti seggiolini di pietra lungo le vie». Milano ci dà tanto, ma tanto ci toglie. Fuggire? Le scale mobili della stazione centrale la circumnavigano tutta prima di portarti ai binari.
Vivian Lamarque
 
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